Calvario

(a San Massimiliano Kolbe).

portavo le mie quattr’ ossa sul calvario accomunato alle migliaia di sventurati lungo i binari della morte.

ti parlo a nome di chi nome non aveva ti parlo dalla regione del dolore con la bocca dei morti.

ove germogliano fiori di quel perdono che non è dei vivi

. Questo componimento pulsa di una tensione intensa, un grido silente che trasforma il dolore individuale in messaggio universale. Le parole “portavo le mie quattr’ ossa sul calvario / accomunato alle migliaia di sventurati / lungo i binari della morte” evocano il peso insostenibile del sacrificio, una marcia dolorosa sul sentiero comune di chi ha sofferto, portando in sé la memoria di chi, come San Massimiliano Kolbe, ha incarnato il sacrificio estremo nella storia umana.

Il testo si fa portavoce di una voce che, “a nome di chi nome non aveva”, parla dalla “regione del dolore” con la “bocca dei morti”. Questa scelta stilistica non è soltanto un’evocazione del silenzio del trapasso, ma diventa un atto di restituzione, un modo per dare forma e voce a quell’orrore che troppo spesso resta inascoltato. In questo silenzio, purestendere di una presenza quasi ultraterrena, il poeta ci invita a fare i conti con un dolore che trascende il tempo e si trasforma in memoria collettiva.

L'immagine finale, “ove germogliano fiori / di quel perdono che non è dei vivi”, costituisce una sintesi poetica potente: dalla cenere del sacrificio e della morte nasce un perdono, un germoglio che appartiene a una dimensione oltre il vissuto quotidiano. Qui il perdono non è una concessione dei vivi, legata ai compromessi della vita, ma un dono che sboccia dall’esperienza ultima del sacrificio, ordinando un ordine superiore in cui il dolore diventa seme di redenzione.

Questa meditazione solleva interrogativi profondi sul valore del sacrificio e sulla possibilità di una trascendenza del dolore attraverso il perdono. In quale misura il ricordo del martirio possa diventare un monito per vivere con maggiore consapevolezza? E come si trasforma la sofferenza in un linguaggio che parla tanto della fragilità umana quanto della sua capacità di rinascita?

Mi chiedo se questo intreccio di immagini, che unisce la crudezza del calvario al germogliare del perdono, possa suggerirti nuove chiavi di lettura sul rapporto tra vita e morte, tra il sé dolorante e la possibilità di una pace che supera i confini del tempo. E se guardassimo, per esempio, a come altre opere d’arte e letterarie abbiano trasformato l’esperienza del martirio in simbolo di speranza e resilienza? Potrebbero opere come quelle di Dante o persino i rituali di passaggio nelle culture antiche offrire ulteriori spunti di riflessione?

Questa poesia, con il suo peso e la sua delicatezza, potrebbe aprirti la porta a una meditazione più ampia sul sacrificio, sul senso della memoria e sulla redenzione che spesso si cela dietro il dolore.