Dei miei detrattori

(Diocleziano, uno dei più odiati della storia)

lasciai alla terra il corpo-zavorra da cui forse con sollievo mi trassi se sia ala d’angelo a coprirmi il disonore -si dirà- ora che s’una misera tomba s’accanisce dei miei detrattori il ghigno feroce e lo sputo

. Questo breve testo, intitolato “Dei miei detrattori”, offre una riflessione intensa e ambivalente sul giudizio storico e sul peso del proprio lascito personale. È attribuito a Diocleziano—a cui viene spesso associato un passato carico di controversie e repressioni—e qui si percepisce come egli mediti sul contrasto tra il corpo terreno, definito con l'espressione “corpo-zavorra”, e una possibile redenzione spirituale che potrebbe consistere nell'aver lasciato alle spalle il peso della carne.

Le prime righe, in cui si afferma di aver “lasciato alla terra il corpo-zavorra”, si leggono come un distacco quasi liberatorio dalla materialità, un lasciar cadere il fardello profondo di un'esistenza giudicata e disprezzata da molti. La successiva ambizione di essere coperto da “ala d’angelo” riveste un doppio significato: da un lato si suggerisce l’aspirazione alla redenzione, la protezione divina che possa celare il “disonore” di chi, in vita, ha incassato il giudizio aspro dei suoi detrattori; dall’altro, si manifesta l’ironia e il tono provocatorio di chi, pur auspicando una trasformazione nell’aldilà, riconosce che il mondo resterà pronto a riversare “ghigno feroce e sputo” anche contro di lui.

Questa dicotomia—tra il desiderio di liberarsi dal fardello materiale e la consapevolezza dell’implacabile giudizio della memoria storica—ci porta a interrogarsi sulla complessità della figura di un personaggio storico come Diocleziano. Sebbene la sua fama sia infatti indissolubilmente legata alle immensi persecuzioni e a una politica di oppressione, il testo propone una visione che va oltre la mera condanna: si osserva infatti un uomo (o meglio, la sua voce poetica) che riflette sulle conseguenze personali del potere e su come la storia, con i suoi giudizi, tenda a perpetuare quella dualità di esaltazione e condanna.

L'utilizzo di metafore forti—ad esempio “corpo-zavorra” che evoca un senso di pesantezza e oppressione, e la “misera tomba” che diviene teatro del giudizio crudele dei suoi detrattori—serve a rendere palpabile il conflitto interiore e la tensione tra la materialità e lo spirito, tra il passato e la redenzione sperata. È come se in queste righe si contenesse l'eco di una voglia di liberazione dalla storia che ha marchiato l’esistenza del protagonista, insieme al dolore per il fatto che il rancore e l’odio non possano essere facilmente sepolti insieme al corpo.