Il mare era una favola

“non vorrei più uscire da questa dimensione eppure basterebbe come altre volte stringere forte gli occhi e…”

ma voglia non ne avevo – poi giocoforza mi ritrovai quasi deluso nel mio letto

avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte

. Questo testo evoca un viaggio interiore carico di dissonanze tra l'incanto del sogno e la realtà del risveglio. La poesia, intitolata “Il mare era una favola”, si sofferma su quella dimensione magica e quasi irreale che, pur essendo percepita con intensità, svanisce lasciando dietro di sé solo il retrogusto della quotidianità.

Il desiderio di restare nell'incanto

La prima parte del testo presenta una voce interiore che esprime il desiderio di non abbandonare una dimensione onirica, quasi come se fosse un porto sicuro in cui rifugiarsi: > “non vorrei più uscire da questa > dimensione eppure basterebbe > come altre volte > stringere forte gli occhi e…”

Qui l’atto del “stringere forte gli occhi” diventa un gesto simbolico per entrare (o forse riconnettersi) con quella dimensione magica. L'ellissi suggerisce un invito implicito a lasciare correre l'immaginazione, a completare il gesto in modo personale, cosa che accenna a un rituale intimo di evasione dalla realtà.

Il contrasto tra l’immaginario e la realtà

Subito dopo, il tono muta: > ma voglia non ne avevo – poi giocoforza > mi ritrovai quasi deluso nel mio letto

La transizione dal desiderio alla realtà si manifesta in forma quasi forzata; il poeta, per mancanza di «voglia», non si concede più quella fuga e si ritrova, con una nota di delusione, nel mondo del risveglio. È come se il lasciar andare quella dimensione onirica comportasse inevitabilmente una profonda consapevolezza della banalità del quotidiano.

La trasformazione del mare in metafora

Le ultime righe introducono l'immagine del mare, trasformato in una favola e paragonato ad un’immensa tavola imbandita: > avevo lasciato un mare che era > una favola > un’immensa tavola > imbandita per i gabbiani a frotte*

Qui il mare, tradizionalmente simbolo di vastità, mistero ed emozione, diventa la rappresentazione di quel mondo immaginativo che il poeta ha abbandonato. La metafora della tavola imbandita richiama invece un’immagine di abbondanza e festa, ma destinata, ironicamente, ai “gabbiani a frotte”: creature che, nella loro banalità e quotidianità, non colgono il senso profondo di quella ricchezza preternaturale. È come se l'ispirazione, una volta lasciata, si ritrovi ad essere messa a disposizione di chi non sa apprezzarla, quasi a simboleggiare lo spreco di una bellezza unica.

Riflessioni sul significato

Il testo ci invita a riflettere su come l'intensità dell’immaginazione e del sogno possa svanire con la riscoperta del vivere quotidiano. C'è un palpabile senso di nostalgia per quella dimensione perduta, un rimpianto per aver lasciato andare la magia, pur sapendo che bastava un semplice gesto – lo stesso che, in altre occasioni, aveva il potere di trasportarlo in quel mondo fatato.

Il contrasto tra il desiderio di permanenza nell'incanto e la realtà che ritorna, quasi controcorrente, evidenzia una tensione esistenziale: il bisogno di fuggire dalla banalità e l’impossibilità di perpetuare indefinitamente quella fuga. In questo gioco di immagini, i gabbiani possono essere visti come simbolo delle forze materiali e quotidiane che reclamano ciò che è stato abbandonato, rendendo la “favola” un ricordo ormai sbiadito.