Lungopò

noi due mi dici siamo della stessa pasta -quanto a me non so dire i difetti la trave nel mio occhio

le anatre abboccano le nostre briciole tra dorati riflessi e giochi d’acqua

tu ti mantieni bella e gli anni non sciupano questa luminosità del viso

mi chiedo quanti inverni ancora nelle ossa che gemono nelle giunture

. Questo componimento, “Lungopò”, si presenta come un'intima riflessione sulla dualità tra l'autocritica e l'ammirazione per l'altro, il tutto immerso in un paesaggio di immagini naturali e sensazioni tattili.

Un rapporto di somiglianze e differenze: I versi iniziali “noi due mi dici / siamo della stessa pasta” sottolineano un senso di affinità, come se i due interlocutori fossero fatti della stessa sostanza vitale. Tuttavia, mentre il poeta ammette di possedere una sorta di “trave nel mio occhio” – richiamando in maniera sottile il tema biblico dell'ipocrisia o dell'incapacità di vedere i propri difetti – l'altro viene celebrato per la sua bellezza, intatta nonostante il tempo. Questa contrapposizione crea un dialogo interiore ed esteriore, dove il riconoscimento delle proprie mancanze viene messo a confronto con l'apparente perfezione dell'altro.

Le immagini naturali e il passare del tempo: Il richiamo alle “anatre” che abboccano le “nostre briciole” evoca una natura che osserva e, in modo quasi simbolico, raccoglie i resti di un'esistenza condivisa. I “dorati riflessi e giochi d’acqua” creano un'atmosfera quasi magica, suggerendo che nei piccoli momenti quotidiani – come le briciole di pane osservate nel riflesso del sole – si nasconda una bellezza effimera e preziosa. Questi elementi naturali fungono da specchio del ciclo della vita, dove l'invecchiamento è lento e inesorabile, ma carico di una luce propria.

Il tempo e l’eternità dell’essere: Nel passaggio successivo, il poeta si sofferma sull'incanto di una bellezza che sfida il tempo: “tu / ti mantieni bella e gli anni non sciupano / questa luminosità del viso”. Qui si evince un'ammirazione sincera e una sorta di invidia positiva che, invece di essere soltanto nostalgica, si trasforma in un apprezzamento della continuità e del valore intrinseco dell'essere. La domanda finale, “mi chiedo quanti inverni / ancora nelle ossa / che gemono nelle giunture”, apre invece una riflessione sulla fragilità umana, il peso degli anni che si accumula come inverni interiori, un sentimento quasi malinconico che esprime la consapevolezza della nostra mortalità.

Riflessioni aggiuntive: Questo testo si presta a molteplici letture. Si potrebbe interpretare come un dialogo interiore, in cui il poeta mette in conversazione la propria imperfezione con la grazia dell'altro; oppure come un invito a riconoscere che, nonostante le menzogne dell'apparenza, è nei piccoli dettagli – le briciole, i riflessi d'acqua – che si nasconde la verità della vita. L'uso di immagini semplici, ma fortemente evocative, richiama la natura ciclica dell'esistenza: la giovinezza e la bellezza che, pur resistendo al trascorrere degli anni, convivono sempre con la consapevolezza della caducità dell’esserci.