Seguire Napoli Fino in Fondo

Se abiti nei pressi di Via dei Tribunali, all’incrocio con Via Atri e Via Nilo, allora anche tu come me vivi nel purgatorio, perché sei abbastanza vicino al balcone più famoso di Napoli. Il balcone della canzone. (lo conoscete tutti, è quel tipo che con il panaro calato canta le canzoni napoletane a tutto volume).

sarà che per tutto il lockdown non si è proprio sentito, o forse perché non dovrò ascoltarlo ancora per molto, ma fatto sta che ultimamente le sue esibizioni non riesco proprio più a sopportarle. E allora, appena comincia i suoi prova-sa, decido di andare a prendere un caffè lungo almeno un’ora e mezza.

E proprio mentre stavo tornando mi sono accorto di non essere l’unico insofferente. Un altro abitante del purgatorio ha deciso, nel delirio generale di esternare la propria insofferenza verso il performer.

Non mi soffermerò sui dettagli della discussione, né sui modi in cui è avvenuta. Vi dirò che quella persona che ha aspramente protestato contro il balcone della canzone sarei potuto essere io, se solo fossi stato poco più nervoso, se non fossi andato a prendere un caffè.

La verità è che lo stile di vita del centro storico è già perduto, è già unicamente orientato al turista e non più al cittadino. E questa ne è solamente l’ennesima prova. Risultato: la persona che ha protestato si è ritrovata sola contro il fantomatico cantante, ma anche contro i turisti.

Il colmo è arrivato quando un turista di una località del nord non ben definita dall’accento, ha inveito contro la manifestante, perché questo tipo di protesta va contro “Lo spirito di Napoli”.

Io stesso, che che vivo in questo incrocio da ormai due anni, mai mi sognerei di avere la pretesa di aver capito qual è lo spirito di Napoli, varia, poliedrica e con un milione di culture.

L’atteggiamento del nordico turista mi fa riflettere su una questione che mi è già apparsa davanti altre volte. Il suo comportamento ricalca una piega del rinnovato interesse dei cittadini del Nord verso Napoli.

Tra le rovine antiche di Pompei l’arte antica e i musei, il turista viene qua per soddisfare un’immagine mentale di Napoli che è quella dell’eterno pulcinella, il lazzarone e pacione, che vive la strada e vende il pane urlando per i vicoli. C’è di più che se una cosa simile nei suoi quartieri residenziali della città del nord, ordinata e rispettosa, non sarebbe mai stata accettata. Ecco che si svela l’arcano: si vuole a Napoli il caos che si detesterebbe nella propria città, si vuole provare l’esperienza esotica del paese sconosciuto; e sono sicuro che vivono nel piacere di tornare a casa soddisfatti di poter dire che i napoletani, svogliati ed edonisti, passano tutto il giorno a cantare e mangiare pizza. Venuti con il cappello coloniale ed il binocolo e e si godono il safari nella giungla.

Dal canto mio, ho pensato che vivere in centro, promuovere una vita civica, lavorativa e sociale autentica in questi quartieri fosse una sorta di resistenza civile a quel processo; che fossi, come ancora qualcuno da queste parti, ribelle a questa economia unica che fornisce al turista l’immagine più sterile di Napoli.

E invece due anni in questo quartiere mi hanno solamente imbruttito e mi hanno dato una certa repulsione verso quella cultura Napoletana che, dalle radici meravigliose e profonde, è diventata il brand di un parco a tema chiamato “Napoli centro”.

“Che me fa fa’ st’ammore Seguire Napoli fino in fondo Andare a scuola di contrabbando Rubare e vendere la sua arte”. (E.Bennato)

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