The Life Aquatic

Roberto, professore, cerco di scrivere sempre partendo da qualcosa di personale.

Non c’è l’ombra di dubbio che questi siano anni molto complicati. Delle tante crisi, sociali, economiche, sanitarie, ambientali ed umane, devo purtroppo aggiungercene una strettamente personale, certo minuscola se comparata al quadro generale, ma che ha messo in crisi il mio modo di vedere e di agire.

Tutto è cominciato con un libro, il più interessante che ho letto quest’anno, “Miti d’oggi” di Roland Barthes; un saggio in cui si analizza la società di massa degli anni cinquanta. Sotto la lente dell’autore, gli oggetti della vita quotidiana e dei media diventano la chiave di lettura per capire il suo tempo e la società a lui coeva. Sintetizzando all’estremo, per Barthes, il mito non sta nelle cose in sé ma nel modo in cui esse vengono comunicate, un principio tipico della cultura di massa che tende a “trasformare il culturale in naturale”, l’opinione in fatto, il discorso in certezza. Ciò che è artificialmente costruito diventa, attraverso la comunicazione di massa, qualcosa che ci appartiene indissolubilmente.

Così un’automobile assume la potenza di una cattedrale gotica, Charlot diventa una riflessione sul senso del socialismo, la copertina di una rivista riassume l’imperialismo colonialista francese, e così via…

È proprio Barthes che, con il suo libro di semiologia e di discorso, mi ha messo in crisi, soprattutto quando parla del mito come parola politica, come discorso ed azione:

Se sono un boscaiolo e mi trovo a nominare l’albero che abbatto, qualunque sia la forma della frase, io parlo l’albero (corsivo mio), e non su di esso. Ciò significa che il mio linguaggio è operativo, legato al proprio oggetto in maniera transitiva: tra l’albero e me non c’è niente oltre al mio lavoro, cioè un atto. Esso rappresenta la natura solo nella misura in cui mi accingo a trasformarla, è un linguaggio mediante il quale agisco l’oggetto: per me l’albero non è un immagine, è semplicemente il senso del mio atto. Ma se non sono un boscaiolo non posso parlare l’albero, posso solo parlare di esso, su di esso; il mio linguaggio non è più lo strumento di un albero agito […] Con l’albero ho solo un rapporto intransitivo. (R.Barthes)

Ho sentito il dubbio scendere a valle come una valanga pronta a travolgere ogni cosa sulla sua strada. Di cosa ho scritto nei miei articoli? Di cosa posso parlare per risultare operativo? Quante volte sui social ci capita di parlare di questioni che non abbiamo operato transitivamente, sentendoci il diritto di dire la nostra. Vi faccio un esempio: come posso io, bianco, maschio, cis, etero, parlare di genere, razza e classe e risultare credibile? Sto parlando l’albero o sto parlando sull’albero?

Una parte di me si è data una risposta razionale, una scusa forse, e cioè che è più complicato di così, le questioni di genere, razza e classe riguardano e devono essere masticate non solo dai diretti interessati, anzi, forse è il caso che riguardino molto di più i soggetti egemoni, i cosiddetti fortunati che devono mangiare tutto pensando ai bambini che non possono.

Malgrado ciò vivo una difficoltà intellettuale che ha portato ad una pausa di riflessione dalla scrittura e mi ha spinto a rivalutare il modo di operare quelle tematiche che all’università mi entusiasmavano, mi parevano la chiave di lettura del mondo. Ho cominciato a sentire una sorta di frattura tra le mie letture e la mia identità, che ha fatto cadere dalla libreria mentale tutte le informazioni legate a certi argomenti e che adesso vagano senza riferimenti mosse dal vento che soffia dalla finestra aperta del dubbio.

Can the subaltern speak? Si intitola uno di quei testi che adesso vaga nella mia mente, ma a cui ci aggiungerei am I subaltern? How much? If not, can I speak as it? Should I speak for them? With them? Should I just listen?

Spero di poter trovare la mia semiologia operativa e di poterla conciliare con l’intransitività dei miei studi. In questo senso la fotografia mi sembra molto più semplice e genuina.

Se abiti nei pressi di Via dei Tribunali, all’incrocio con Via Atri e Via Nilo, allora anche tu come me vivi nel purgatorio, perché sei abbastanza vicino al balcone più famoso di Napoli. Il balcone della canzone. (lo conoscete tutti, è quel tipo che con il panaro calato canta le canzoni napoletane a tutto volume).

sarà che per tutto il lockdown non si è proprio sentito, o forse perché non dovrò ascoltarlo ancora per molto, ma fatto sta che ultimamente le sue esibizioni non riesco proprio più a sopportarle. E allora, appena comincia i suoi prova-sa, decido di andare a prendere un caffè lungo almeno un’ora e mezza.

E proprio mentre stavo tornando mi sono accorto di non essere l’unico insofferente. Un altro abitante del purgatorio ha deciso, nel delirio generale di esternare la propria insofferenza verso il performer.

Non mi soffermerò sui dettagli della discussione, né sui modi in cui è avvenuta. Vi dirò che quella persona che ha aspramente protestato contro il balcone della canzone sarei potuto essere io, se solo fossi stato poco più nervoso, se non fossi andato a prendere un caffè.

La verità è che lo stile di vita del centro storico è già perduto, è già unicamente orientato al turista e non più al cittadino. E questa ne è solamente l’ennesima prova. Risultato: la persona che ha protestato si è ritrovata sola contro il fantomatico cantante, ma anche contro i turisti.

Il colmo è arrivato quando un turista di una località del nord non ben definita dall’accento, ha inveito contro la manifestante, perché questo tipo di protesta va contro “Lo spirito di Napoli”.

Io stesso, che che vivo in questo incrocio da ormai due anni, mai mi sognerei di avere la pretesa di aver capito qual è lo spirito di Napoli, varia, poliedrica e con un milione di culture.

L’atteggiamento del nordico turista mi fa riflettere su una questione che mi è già apparsa davanti altre volte. Il suo comportamento ricalca una piega del rinnovato interesse dei cittadini del Nord verso Napoli.

Tra le rovine antiche di Pompei l’arte antica e i musei, il turista viene qua per soddisfare un’immagine mentale di Napoli che è quella dell’eterno pulcinella, il lazzarone e pacione, che vive la strada e vende il pane urlando per i vicoli. C’è di più che se una cosa simile nei suoi quartieri residenziali della città del nord, ordinata e rispettosa, non sarebbe mai stata accettata. Ecco che si svela l’arcano: si vuole a Napoli il caos che si detesterebbe nella propria città, si vuole provare l’esperienza esotica del paese sconosciuto; e sono sicuro che vivono nel piacere di tornare a casa soddisfatti di poter dire che i napoletani, svogliati ed edonisti, passano tutto il giorno a cantare e mangiare pizza. Venuti con il cappello coloniale ed il binocolo e e si godono il safari nella giungla.

Dal canto mio, ho pensato che vivere in centro, promuovere una vita civica, lavorativa e sociale autentica in questi quartieri fosse una sorta di resistenza civile a quel processo; che fossi, come ancora qualcuno da queste parti, ribelle a questa economia unica che fornisce al turista l’immagine più sterile di Napoli.

E invece due anni in questo quartiere mi hanno solamente imbruttito e mi hanno dato una certa repulsione verso quella cultura Napoletana che, dalle radici meravigliose e profonde, è diventata il brand di un parco a tema chiamato “Napoli centro”.

“Che me fa fa’ st’ammore Seguire Napoli fino in fondo Andare a scuola di contrabbando Rubare e vendere la sua arte”. (E.Bennato)

seguire Napoli fino in fondo

Sono nato per fare l’insegnante. Almeno così mi dico. Forse è l’unico modo che ho per spiegare quel misto di orgoglio e mania di controllo che provo quando la classe fa quello che dico o capisce qualcosa che ho spiegato. E poi c’è quella parte di me che crede fermamente nel ruolo politico (non partitico) dell’ insegnamento. Perché devo cimentarmi in dibattiti politici astrusi con persone politicamente diverse da me, dove si parla di tutto e di niente, quando posso cercare di plasmare i ragazzi e le ragazze, le cosiddette future generazioni?

Forse il termine “plasmare” non è adatto, perché, da quello che ho capito è che, oltre all’insegnare la materia, l’insegnante porta implicitamente un altro compito. Così come i mass‐media ed i nostri tutori, ho capito che gli insegnanti svolgono quel ruolo fondamentale di mostrare cosa c’è nel mondo, le opzioni percorribili. Opzioni che la nostra società solitamente riduce a due o poco più: centrodestra/centrosinistra, fiocco rosa/fiocco blu, civile/incivile, bianco/nero, borghese/straccione. Ma se ci fossero più opzioni? Vogliamo davvero che le nostre ragazze e i nostri ragazzi vivano tale ristrettezza mentale? Vi faccio un esempio.

Compito di inglese: identikit. Scrivi il tuo nome, il tuo genere, la tua età e presentati. Sulla casella del genere ce n’erano solo due opzioni, male e female. E lì che ho rivelato loro l’esistenza dell’espressione non-binary (espressione che, fortunatamente, ricorre sempre più spesso nei paesi anglofoni).

75 sono i compiti che ho corretto quasi tutti con i soliti errori, prima persona lettera minuscola, terza persona singolare coniugata male, costruzioni della frase forzatamente tradotte dall’italiano. Tutto normale per dei quattordicenni che, pur di raccontare, e raccontarsi, scriverebbero di tutto.

Eppure tra quei compiti ce n’era uno che cominciava così:

nome cognome, 14 years old, N-B.

Non Binary

Magari l’avrà scritto per gioco o per distrazione. Ma mi piace pensare che abbia potuto provare un senso di sollievo nel sapere che oltre a male e female, esiste qualcosa in più, non binary. Solo una parola direte voi, ma magari per lui/lei quella parola è l’approssimazione più vicina alla propria identità, qualcosa di rivelatorio e confortante, seppur non abbastanza, in cui potersi definire.

Oltre ad evidenziare l’ovvia questione che i ragazzi sono pronti capaci ed aperti ad acquisire queste nuove forme di realtà di genere, mi sono chiesto come mai questa cosa, che dovrebbe essere normale, che non dovrebbe suscitare niente, mi abbia reso così fiero; perché la libera percezione del proprio genere debba venire con un misto di protesta sociale e ribellione.

Alla correzione del compito ho nascosto l’emozione. Sette meno.