Sliding Doors #6
Nei paesini un altro momento di vitalità è più o meno verso l’ora di cena. Dai negozi che chiudono, ai bar che si svuotano, c’è movimento. Nessuno però, fa caso al bar dell’angolo perchè il lunedì è chiuso per turno. Le luci spente non impensieriscono nessuno.
Nemmeno Guido, che è quel tipo che cammina a passo spedito almeno un centinaio di volte al giorno su e giù per la via fa caso alle vetrine spente.
Nota però il gatto del bar appollaiato sul davanzale della finestra che miagola.
” Ciao Simba! Ti hanno chiuso fuori?” chiede come se potesse ricevere risposta.
Ma il gatto che lo conosce comincia a fare le fusa e dare colpi con la testa contro la mano.
Come per aiutarlo? Guido fa spaziare gli occhi in lungo e in largo ma purtroppo non scorge nessuno, nessuna luce nessun rumore dentro la casa adiacente al bar.
Sta sopraggiungendo la sera, la sera d’estate, con brevi folate di vento per un effimero refrigerio dall’afa che caratterizza le estati in pianura.
La gente ancora circola in bicicletta o a piedi per respirare più agevolmente e non sudare eccessivamente. Il tempo passa lentamente , solamente cinque minuti dopo il gatto è sparito, ritirato nella sua tana.
Come Anna è ancora ritirata nella sua tana, al caldo ma sembra non importarle, senza cena ma non ha fame. E’ ancora preda della rabbia per non avere sue notizie.
“ Non chiama! E figurati domani avrà tutto il giorno dedicato a se stesso, mangiare da solo, fumare da solo, STARE DA SOLO! Ecco quello che vuole, non me he gli ho dato tutto! vuole stare da solo! Basta prendo 40 gocce e resto immobile a letto.”
Sliding Doors #7
I paesi, specialmente quelli rurali, sono ancora l’ultimo anello che collega una comunità ai loro avi, alle società arcaiche. Ad uno stile di vita semplice e senza fronzoli, dove l’importante è stare bene assieme. Nonostante tutto queste caratteristiche stanno lentamente scemando: le storie personali diventano sempre più personali e isolate.
Ogni comunità ha tante storie quanti sono gli abitanti, ma oggi non si intrecciano più come una volta, o meglio si intrecciano tramite i social. Allora sì che in quei luoghi ognuno dà il meglio di sé, specialmente i giovani.
Quelli più anziani ancora ti avvisano quando passando vicino a casa tua avvertono un forte odore di gas, così tu possa provvedere chiamando l’assistenza.
Il giorno dopo un sole estivo cocente fino al tardo pomeriggio illuminava e riscaldava anche un avventore del bar che trovò di nuovo Simba appollaiato sul davanzale della finestra. Due carezze affettuose e il gatto cominciò a fare le fusa e a dare capocciate alla mano.
Saltò giù dalla finestra e guardò dal basso verso l’alto quell’omone gentile.
Fece lo slalom tra i suoi piedi e fece capire l’intenzione di volere andare verso il cortile. Un animo nobile che ama gli animali non rimane insensibile verso un così chiaro messaggio fatto da un gatto, notoriamente animale scontroso, così lo seguì e si trovò davanti ad un cancello in apparenza chiuso.
Simba, infatti, come d’abitudine si allungò con tutto il corpo e le zampe contro il cancello cercando di spingerne una parte.
“Ma cosa pensi di fare?”, e istintivamente allungò la mano e con enorme sorpresa il cancello con una leggera pressione, cigolando si aprì.
Simba sgattaiolò come un fulmine all’interno seguito dal buon samaritano.
C’era un silenzio strano per essere il retro di un bar, ma proprio mentre stava per andarsene ecco che arrivò. Come un soffio, caldo, afoso, denso e dolciastro passò per un istante sotto il suo naso, talmente veloce che ne rimase solo il ricordo nella mente, ma mentre più cercava aggettivi per descriverlo, solo uno ne rimaneva: sgradevole.
Sliding Doors #8
“ Thomas, senti anche tu questa puzza?” chiese Andreas al collega mentre stava chiudendo il cancello.
I due amici avevano una agenzia di assicurazioni che confinava con il bar, erano amici che poi sono diventati colleghi e conoscevano tutte le abitudini di quella parte di paese, se non tutto.
“Sembra che ci sia un animale morto in cortile!” rispose Thomas alzandosi sulle punte per poter sbirciare al di là del cancello che separava il cortile dalla strada.
“Non vedo niente”- aggiunse ma così facendo si appoggiò al cancello e si accorse che era aperto.
Entrarono e diedero un’occhiata intorno. Non c’era niente di diverso dal solito: la macchina di Jerome, i bidoni della spazzatura del bar vuoti [era il giorno di chiusura] i vasi dei sapori interrati e gli scatoloni vuoti accatastati sotto la finestra.
“Viene dalla casa, secondo me si è spento un freezer e tutto è andato a puttane!”- osservò Thomas.
“Sai cosa possiamo fare? Chiamare Jerome e avvisarlo!” suggerì Andreas già con il cellulare in mano.
Con somma sorpresa sentì squillare il cellulare di Thomas attraverso la finestra del bagno al piano di sopra.
E lo sentì per parecchio, finché non cadde il collegamento.
Provò ancora un paio di volte , ancora nessuna risposta.
“L’avrà dimenticato?” si domandò Thomas.
Fecero il giro dell’abitato, guardando dentro le finestre, in giardino e dietro le tende del bar. Non videro nessuno.
“Facciamo un ultimo tentativo, poi me ne vado a casa che ho fame.” Andreas tirò fuori il cellulare e compose un numero.
“Chiamo Anna, di sicuro avrà le chiavi ed entrerà per risolvere il problema! Ciò detto con un cenno salutò l’amico e si mise al volante.
Driiiiinnnnn! Driiiiiiinnnnn!
Da sotto le lenzuola emerse Anna strizzando gli occhi. [Per quanto ho dormito? Ho esagerato con le gocce? Che ora è? Ho udito un telefono? Sarà lui? Impossibile! Vediamo chi ha telefonato] Sara vide il numero di Andreas sul display, una cascata di pensieri iniziò a scorrere nella sua mente, ma nessuno che spiegasse il suo dubbio: “Perché cazzo mi avrà chiamato?” Premette il tasto di richiamata e attese.
“Ciao Andreas, sono Anna, mi hai cercato?”
“Sì, senti dal cortile si sente una forte puzza, quasi di marcio, temo si sia spento un freezer, sarà tutto scongelato, ho provato a chiamare Jerome ma non risponde, anzi ho sentito il suo cellulare suonare mentre ero in cortile ma non mi ha risposto. Sai dov’è? Ci pensi tu?”
Immediatamente sveglia non salutò neppure Andreas e si mise a sedere di scatto sul letto.
Sliding Doors #9
“ Giuro che se lo trovo sballato e tutto il contenuto del freezer da buttare gli spacco la faccia!– Anna quasi urlò mentre pensava.
“ Il pesce, gamberi e vongole appena comprati. Le tartine per gli aperitivi! Madonna!! Più ci penso e più mi incazzo! – Ormai era salita in macchina e dopo aver sfiorato lo spigolo del muro di casa partì sgommando verso il bar.
Appena arrivata nel retro, guardò tutt’intorno come se potesse vedere l’odore che le aveva anticipato Andreas. E’ sempre stata chiamata dai suoi amici “Segugio”, grazie all’incredibile senso dell’olfatto che dimostrava ogni volta che ce n’era bisogno. Come quella volta che se fosse stato per Jerome con il suo olfatto addormentato dalla nicotina sarebbero ancora seduti a raccogliere le briciole del locale dopo l’esplosione causata da una fuga di gas.
Invece, appena uscì in cortile, Anna sentì quell’odore acuto e pungente del gas e avvisò immediatamente il pronto intervento.
Anche questa volta lo sentì subito.
Entrò come una furia in magazzino sbattendo come Tatarella quella portina di legno contro lo stipite.
Senti solo il classico ronzio di tutti i freezer che funzionavano perfettamente.
Li guardò uno dopo l’altro come se potessero dirle qualcosa e sentì i suoi capelli rizzarsi dietro la nuca.
“ E’ entrato un animale! C’è un animale morto!”
Urlò sconfitta dal disgusto di dover fare i conti con qualcosa di vomitevole nascosta in qualche angolo della cantina.
Prese il telefono e compose il numero di Jerome.
“Dov’è quello stronzo!” – aveva appena finito di comporre il numero e il pensiero minaccioso che sentì uno squillo provenire dal piano di sopra.
Spalancò gli occhi e le si seccò la gola. C’è il telefono e non c’è Jerome che praticamente viveva con il cellulare attaccato alla mano.
Partì di corsa verso le scale e nemmeno si accorse di averne fatte due rampe che si trovò davanti alla porta d’ingresso dell’appartamento al piano superiore.
Mentre stava per appoggiare la mano sulla maniglia cominciò a percepire un odore tremendo aleggiare nell'aria.
Sliding Doors #10
Una ridda di domande scaturirono nella testa di Anna come un Big Bang.
Fu assalita da un vortice di domande, ogni domanda immediatamente dava origine ad un’altra. Bisognosa di risposte, ma non c’era risposta alcuna che potesse soddisfare la sua smania. Ogni cosa precipitava in un caos mentale e dopo qualche istante sospeso nel vuoto trascorso con lo sguardo ebete perso a fissare una porta di legno si sentì un groppo in gola.
Paralizzata in piedi davanti ad una porta chiusa evitava di prendere qualsiasi decisione.
Quegli istanti in cui il cervello è una tabula rasa, ma il tuo istinto primordiale ti avverte che aprire quella porta cambierà per sempre la tua vita.
Non sai quello che fai, non sai quello che dovresti fare ma sei sola, in una casa enorme, silenziosa. Sentì un clacson lontano e un rimbrotto di un ciclista nella strada sottostante.
Si decise ad appoggiare la mano alla maniglia e tentò di aprire. Era chiusa.
“ Perchè? Perchè? Perchè hai chiuso la porta? Chiudi solo l’ingresso! Non mi volevi ?” la domanda scaturita nella mente si stava trasformando in un urlo di terrore.
Sliding Doors #11
Anna sentiva il panico montare dentro di sé come un'onda oscura e travolgente. I suoi muscoli, dapprima rigidi, iniziarono a tradirla: un tremito sottile, quasi impercettibile, che ben presto divenne una tempesta incontrollabile. Le mani, prima ferme, ora danzavano in un movimento frenetico e ingovernabile. Il tremore si propagava come un veleno, serpeggiando attraverso le sue braccia, invadendo ogni fibra del suo corpo con una furia primitiva e incontrollata.
Un mantra ossessivo rimbombava nella sua mente frantumata: “Bisogna entrare. Devo entrare.” Le parole rimbombavano come un tamburo impazzito, cancellando ogni altro pensiero razionale, ogni tentativo di controllarsi.
Con una determinazione disperata, corse sul terrazzo adiacente, i suoi passi ritmati da un'urgenza selvaggia. Un tubo di metallo, un tempo destinato a sostenere orgogliosamente una bandiera, ora era diventato la sua unica arma contro la barriera che la separava dalla verità. Lo afferrò con mani tremanti ma volontà di acciaio.
Come una furia scatenata, si lanciò contro la porta. Il primo colpo risuonò con un tonfo secco: il metallo penetrò nel legno con una violenza quasi carnale. Ma non era abbastanza. Ancora e ancora si scagliò, ogni colpo scandito dal suo respiro affannoso, dai suoi singhiozzi trattenuti.
Quando finalmente cedette, letteralmente scivolò dentro come un'ombra. L'odore la colpì immediatamente: acre, putrescente, carico di un presagio di morte che le assalì le narici e minacciò di soffocarla.
Le gambe tremolanti la sostennero a malapena. Si aggrappò al tavolino nel corridoio, un ultimo baluardo contro il collasso totale. Un istante di esitazione: aveva il coraggio di procedere? L'odore, sempre più intenso, proveniva dal bagno, un richiamo macabro che non poteva ignorare.
Con movimenti da sonnambula, raggiunse lo stipite del bagno. Dapprima tutto sembrava normale: piastrelle lucide, la doccia nell'angolo, la vasca maestosa. Ma poi lo specchio la tradì, rivelando l'orrore: Jerome, immobile, con una carnagione bluastra, giaceva esanime tra la vasca e il bidet.
Il mondo intorno a lei si dissolse in un vortice nero. Cadde, pesante e inerte, come un corpo privo di vita, inghiottita dall'abisso del suo stesso terrore.
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