Venerdì 16/02/2024, ho partecipato alla presentazione di un libro di poesia, al caffè letterario di Roma “il Mangiaparole”. Non voglio qui parlare delle poesie, non conoscendo l'autore. Mi interessa invece fare una riflessione sulla necessità di scrivere ancora poesia nel 2024, argomento affrontato nel corso della serata. Cosa può aggiungere una poesia scritta oggi a quanto è stato già scritto nei secoli scorsi?
L'autore ha affermato che una poesia è da ritenersi necessaria se muove da un'urgenza reale che porta a riscrivere in modo “nuovo” un'esperienza già descritta. A tal proposito e in relazione ad alcuni testi in cui i protagonisti erano i figli appena nati, è stata nominata la poesia “sincera” di Saba . Il prefatore ha aggiunto che la cultura e la conoscenza approfondita della poesia da parte dell'autore della pubblicazione, lo hanno messo al riparo dallo scrivere poesia ingenua, poesia già scritta e quindi non necessaria.
Io non sono convinto di questo approccio. È un metro che non può che portare, se si è davvero onesti, se non si fa un discorso retorico tra amici di vecchia data che se la raccontano, a considerare tutta la poesia scritta oggi, del tutto inutile. Oltretutto, la cultura è da considerarsi un'aggravante. Lo dico avendo pubblicato nel 2017 la raccolta “Ci vuole un occhio lucido” con la sezione “in prospettiva di Sofia” quasi interamente dedicata a mia figlia. Ho scritto quei testi con la consapevolezza piena di una riscrittura, di un tema affrontato fino allo sfinimento. Quei sentimenti, seppur trascesi e messi in poesia attraverso la mia estetica di allora, appartengono a tutti gli umani, a tutti i poeti che diventano genitori. Cosa ha spinto allora l'autore di venerdì sera a ritenere la sua paternità diversa e quei testi degni di essere pubblicati e letti, degni di suscitare interesse rinnovato a un pubblico conoscitore della poesia? La parola chiave, l'aggettivo usato dall'autore è “nuovo”. Se vogliamo affrontare seriamente la questione, dobbiamo partire da quanto scrive Giorgio Linguaglossa
“Un nuovo linguaggio e un nuovo stile nasce quando una nuova «autenticità politica» ha derubricato e sostituito la vecchia. Un nuovo linguaggio emerge quando il vecchio è andato in pensione.” Nessuna urgenza può costruire una poesia necessaria se viene riportata in un libro con uno «stile derivato», uno stile che “sopravvive parassitariamente e aproblematicamente sulle spalle di una tradizione stilistica”.
Fuori da questo ragionamento, tutta la poesia è giustificata, poesia “colta” e poesia “ingenua”.
La poesia, è per definizione un'arte inutile: non porta dibattito e non dà ritorni economici. Chi scrive poesia è un ossessionato dalle parole che ad un certo punto ha la “necessità” di liberarsene; prima di tutto è quindi una necessità privata. In una intervista della radiotelevisione svizzera, il 17 Febbraio del 1969, Pasolini risponde a Marco Blaser “Scrivo poesie raramente, ad esempio ne ho scritte due l'altro giorno tornando dall'Africa, e poi non le pubblico.
Io continuo a scrivere per inerzia, per abitudine. Ho cominciato a scrivere poesie a sette anni e mezzo e non mi sono chiesto perché lo facessi
L'unico senso del continuare a essere scrittore è un senso esistenzialistico, cioè l'abitudine a esprimersi, come l'abitudine di mangiare e dormire.
I limiti della scrittura sono quelli linguistici”. Ho avuto il sospetto, mentre assistevo alla presentazione, che si stesse invece facendo confusione tra poesia scritta bene, e poesia scritta male. Scrivere poesia, è un atto politico e come tale insindacabile. Ben altra cosa è l'autenticità politica di cui parla Linguaglossa. A cosa si riferisce, parlando di linguaggio? Persino mia figlia tredicenne, alla quale riconosco una certa libertà intellettuale, si è permessa di dire alla sua professoressa di Italiano “Petrarca è noioso, non fa che parlare dei suoi fatti privati, approfondiamo Dante!”
Un linguaggio è autentico quando accetta con responsabilità i valori e i comportamenti che si è data la società, qualunque essi siano. Assistiamo, ormai già a partire dagli anni 80 del 900, a una progressiva e inesorabile semplificazione della realtà, alla nascita di scorciatoie per la risoluzione di problemi complessi. Il populismo è il frutto dell'asservimento del potere politico al potere capitalista, funzionale alla divisione sociale e all'indebolimento della democrazia. L'odio e la frustrazione vengono alimentati dai media, costretti a sopravvivere con i click. Come ne esce il linguaggio da questa dinamica oppressiva? Franto, labile, impulsivo, distratto. La poesia non può girarsi dall'altra parte, deve necessariamente scompaginare le carte, caricarsi sulle spalle queste disfunzionalità e costruire mostri con la testa al posto dei piedi, entità irriconoscibili e imprendibili dal senso spaurito e depauperato che la circonda. Sul tema, Linguaglossa aggiunge “Oggi chi produce una poesia sulla categoria della «Armonia» cade nel buco nero dell'armonia...”
Se per l'autore, in una sua poesia “Carlotta scrive già da tempo il senso di ogni mia parola mantenendolo segreto in un luogo vicino lontano raggiungibile non raggiungibile”,
per me Carlotta scrive il senso sepolto tra i pezzi del fu Muro di Berlino.
E' disponibile il mio ultimo libro “Ripari transitori” che potete acquistare su tutti gli store online e sul sito dell'editore Progetto Cultura al link https://www.progettocultura.it/index.php?id_product=1659&rewrite=ripari-transitori-alfonso-cataldi&controller=product