Minerali critici, transizione energetica e criminalità organizzata: il lato oscuro della corsa verde

La transizione energetica ha bisogno di rame, litio, nichel, cobalto, cromo e terre rare. Sono materiali essenziali per reti elettriche, batterie, rinnovabili, digitale, difesa e industria. Ma la crescente domanda globale non sta creando soltanto nuove opportunità economiche: sta anche aprendo nuovi spazi per corruzione, furti, riciclaggio e contrabbando.

È il quadro che emerge dall’ issue paper di UNODC (reperibile qui https://www.unodc.org/documents/bmb/Issue_paper_Minerals_crime_2026.pdf) dedicato alle catene di fornitura dei minerali critici per la transizione energetica nell’Africa australe. La ricerca, basata su oltre 60 interviste e visite sul campo in Botswana, Sudafrica e Zambia, invita a superare un’idea troppo rassicurante della “filiera verde”.

Il punto centrale è semplice: un minerale non diventa sostenibile solo perché serve a produrre energia pulita.

La criminalità può infiltrarsi in ogni fase della catena. A monte, attraverso estrazioni non autorizzate o l’uso improprio di licenze rilasciate per la sola esplorazione. Nelle attività minerarie di media e grande scala, spesso formalmente registrate, le violazioni possono essere nascoste dietro società di comodo, intermediari autorizzati e strutture societarie opache. Molti casi, osserva il rapporto, finiscono trattati come semplici irregolarità amministrative – con multe, sospensioni o accordi – anziché come possibili reati organizzati.

Il rischio non riguarda soltanto le miniere informali. Anzi, per molti minerali critici l’estrazione e la lavorazione richiedono capitali, tecnologia e impianti industriali: proprio per questo occorre guardare anche alle operazioni apparentemente regolari.

Il rame è un esempio particolarmente eloquente. Può essere rubato da infrastrutture elettriche, reti ferroviarie, miniere e impianti, poi fuso e reimmesso nel mercato con documenti apparentemente validi. Il danno non è astratto: mentre il rame è indispensabile per elettrificare economie e comunità, il suo furto può privare quelle stesse comunità di elettricità, trasporti e servizi essenziali.

I nodi più vulnerabili sono quelli in cui l’origine del materiale diventa difficile da verificare: rottamatori, fonderie, depositi, magazzini doganali, corridoi di trasporto e porti. Qui minerali di provenienza illecita possono essere mescolati con carichi legittimi, riclassificati, rilabelizzati o esportati con dichiarazioni falsate su origine, qualità e valore.

Le difficoltà aumentano perché molti giacimenti contengono più minerali insieme. Questo rende più facile occultare materiali e sottostimarne il valore in spedizioni miste. Alle frontiere e nei porti, strumenti insufficienti, scanner non funzionanti, carenza di competenze mineralogiche e scambio di dati limitato lasciano ampi margini di manovra. Controllare la coerenza di un documento non equivale a verificare davvero cosa c’è dentro un container.

Il rapporto descrive inoltre reti criminali stratificate: lavoratori vulnerabili e piccoli raccoglitori possono essere impiegati nei livelli più esposti; intermediari, commercianti, logistica, società di facciata e funzionari corrotti facilitano invece l’inserimento del materiale nei flussi commerciali. Le rotte e le infrastrutture usate per i minerali possono sovrapporsi a quelle di droga, armi, estorsione e, in prospettiva, lavoro forzato.

La lezione per governi, imprese e consumatori è netta: la sicurezza delle filiere non può fermarsi alla concessione mineraria. Servono tracciabilità reale, trasparenza sui titolari effettivi delle imprese, verifiche tecniche alle esportazioni, cooperazione tra dogane, polizia e regolatori, responsabilità penale proporzionata e tutele per le comunità coinvolte.

La transizione energetica sarà davvero giusta soltanto se, oltre a ridurre le emissioni, ridurrà anche le opportunità di sfruttamento e impunità lungo la catena dei minerali.


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