Certe volte mi sento un po' come il Voyager 1, partito però in anticipo, io, otto anni prima. Se, dopo più di mezzo secolo, non ho idea del contesto spaziale in cui mi inoltro, questo mi inquieta assai meno dei segnali radio che ricevo da Terra, che non riconosco e trovo ripugnanti o kitsch; né credo sia colpa della mia grezza programmazione di partenza, in fortran. Sento proprio delle parole che mi arrivano da un pianeta completamente, mi si perdoni l'eufemismo, bollito. Le ricevo in grande ritardo e penso che nel tempo che impiegano per arrivare a me la situazione sia perfino peggiorata. Dalle antenne sento che c'è addirittura gente che usa vocaboli come “garlasco”, “dariobellezza”, “famiglianelbosco”, “trappista”, “sinistraperisraele”, “parenzo”... e addirittura delle volgarità, **rchesini, *ondoni, *a russa. L'unica cosa che mi conforta è il pensiero che tra qualche altro milione di chilometri percorso, sempre ammesso che non mi spenga prima, di quei nomi si perderà il senso; e anche un'annotazione come questa mia risulterà felicemente incomprensibile.