differxdiario

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bisogna dirlo chiaramente come lo dice e lo scrive – a caratteri cubitali – Ugo Pierri a Trieste: “chi fabbrica, chi vende, chi usa le armi è un grandissimo figlio di mignotta” (striscione all'ultimo piano di via del Veltro 59)

https://slowforward.net/2026/04/01/ts-via-del-veltro-59-ultimo-piano-ugo-pierri-2026/

https://differx.noblogs.org/2026/04/01/ts-via-del-veltro-59-ultimo-piano-ugo-pierri-2026/

https://differx.tumblr.com/post/812689475682598912/chi-fabbrica-chi-vende-chi-usa-le-armi-%C3%A8-un



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sabato uno scasamento, trasloco/smaltimento, diciamo. anche se non si trattava della storia della mia famiglia, l'impatto l'ho sentito, anche perché si è trattato di un lavoro pomeridiano, serale poi praticamente notturno. con tutto quello che ne consegue in termini di percezione del passaggio del tempo, non un banale annottare insomma.



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già solo guardando alla letteratura (sempre volendo chiamarla così) che intasa lo scarico dei premi, a partire dalla dozzina cinquina del più meritoriamente fomoso, si capisce che l'italia è il paese del flarf irriflesso. o del kitsch inconsapevole. potrebbero farne arte e gioco, e cascano accigliati nelle Lettere. quanto spreco. ma comunque già nel 2012 avevo gettato la spugna, in ispecie a petto di quanto il sito derepubblica elargiva perfino gratis nei suoi vari chioschetti e banner laterali. ebbene, che ora – nel merito – ne sia di godimento a' poopoli questo post: https://slowforward.net/2026/03/24/tutto-il-blog-flarf-it-sett-2009-apr-2012-in-un-unico-pdf-comodamente-a-casa-vostra/



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fai tante cose. con qualche stupore/imbarazzo è questa la frase che mi sento rivolgere da chi segue slowforward o altri spazi e social dove inserisco informazioni, quasi sempre legate a scritture e arte contemporanee. e di riflesso rimango sempre un po' di sale: come è pensabile che veramente io partecipi fisicamente a tutte le cose che ogni giorno slowforward e differx-noblogs segnalano...?

a volte nella stessa giornata faccio uscire la locandina di un convegno a Bologna, la notizia di una lettura collettiva (dove non sono presente) a Genova, poche righe di dati su uno spettacolo teatrale a Roma e il comunicato stampa di una mostra a Napoli. eppure per chi (con uno sguardo direi fuggevole) segue o dice di seguire il sito, io “faccio tante cose”.

ora. vorrei non essere serioso o accigliato, ma 'sta faccenda mi fa pensare che la maggioranza delle persone usi la rete – e pensa che tutti inquadrati & blindati & blind usino la rete – solo in maniera rigorosissimamente autocentrata, per segnalare “le cose fatte”.

ovvero che, insomma, ciascuno metta online solo ciò che strettamente personalmente lo riguarda in qualità di presenziante, o perlomeno curatore, regista, direttore d'orchestra. eccetera.

è, in definitiva, del tutto fuori centro anzi proprio cancellata dal quadro la gratuità di una comunicazione. ma perché?

numi benedetti, se offro in rete la notizia che a paperopoli tizio fa un reading di prose e poesie di caio è perché mi fa piacere farlo sapere.

non devo per forza coincidere io con tizio o con caio, o essere il sempronio che ha progettato la lettura, o in ultimo magari il pincopallino che – siccome va a sentire le poesie di caio dette da tizio – vuol rendere i popoli consci che sarà in prima fila e scatterà per ig delle fotine inedite (poetryporn) della declamazione.

emetto un apoftegma: è possibile fare delle cose senza tornaconto.

la gratuità e la condivisione (abbondanti, come capita su slowforward) sono proprio state calciate fuori dal tavolo delle ipotesi? resto di sale, come dicevo, e proprio mi pare parecchio salato.



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tendenzialmente un hikikomori, rinvio scadenze e perfino a volte attenzione ai rapporti umani, per tenere viva e aggiornata la mia personale (e totalmente pubblica: un servizio pubblico) rete delle reti della ricerca letteraria. posso non riuscire a rispondere a una mail, perché sto ultimando una lista di link a siti che archiviano materiale verbovisivo. (è un esempio). mentre cammino in strada aggiorno siti e social che rinviano a testi e saggi. eccetera. non posso completamente negare che si tratti di introiezione di un diktat lavorativo “efficientista” che, in quanto anarchico, dovrei proprio rifiutare alla radice e calpestare. ma, allo stesso tempo, spero non sia una mera autogiustificazione pensare che questo lavoro serva (in modo del tutto non-centripeto, non diretto alla mia persona) a spostare recisamente lo sguardo delle persone, dei lettori, degli osservatori, dalla cancrena del mainstream agli spazi aperti della scrittura, della musica e dell'arte di ricerca.



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Alighiero Boetti chiarissimo sulle dimensioni dell'arte: https://differx.tumblr.com/post/811340764135161856



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abbiamo parlato di tempistiche? parliamo di tempistiche. per quando lo vuoi fatto questo lavoro che mi chiedi gratis? per ieri? per la settimana scorsa? parliamo di denaro? non parliamo di denaro. te lo consegno l'altroieri? va bene lo stesso? te lo consegno a casa portandotelo con le orecchie o preferisci che ci aggiunga due spicci così ti prendi anche un caffè? vuoi che te lo porti io il caffè? sempre equilibrando il vassoio con le orecchie, certo. eccomi.



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il lavoro del lettore oggi davanti allo scaffale di poesia è di evitamento. ma che ci sto a fare io qui davanti ma che mi dicono, che mi vogliono dire, questi dorsi scansati, scansatevi



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da leggere e diffondere: la recensione di Stefano Spataro a Kenobit, “Assalto alle piattaforme”:

https://www.ibridamenti.com/2026/03/04/kenobit-assalto-alle-piattaforme/

(a breve – appena riesco – la segnalo su differx.noblogs.org ... vorrei fare un post per tornare a parlare di #fediverso – almeno come prima presa di coscienza – a molti sodali)

complicato prendere coscienza, pare, di quanto sia centrale, centralissima, la questione della proprietà dei mezzi di produzione digitali. comincia a essere una priorità assoluta, nel contesto presente di controllo capillare, totale, della rete e sulla rete.



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piove. le tre di notte. gli assertivi frusciano fuori dalla finestra. fanno i versi della piccola editoria, poi della media, poi della grande.

poi fanno la civetta, un'onomatopea curiosa, con il 20% di quota feltrinelli nel consiglio d'amministrazione.

vogliono prudere negli occhi degli agenti, che li piazzano, poi (col tempo) che li piazzino, e poi ancora, scemando: che li avrebbero piazzati se.

pop up, il contratto scade proprio sul filo dell'arrivo. gli si spiaccicano blocchi blob di sinapsi fuori dall'osso frontale slanciati oltre il traguardo. come in sogno.

arrivano a trieste su un treno che fuma, non sanno da che parte sta il confine, se venezia è presa o persa. arrivano a firenze ma è sbagliata. arrivano a milano con un fascio di glicemia sotto il braccio, da mostrare al cro-magnon maurizio intronato a un bar della stazione, però no, forse a monza, comunque rigido con un cappello da alpino in capo e un'asta metallica di flebo che gli tiene in vita le gengive. in parte.

btw, la flebo è caricata a versi giovanili, di milo, di vittorio, di rutilio, da petrolio.

la finestra sbatte a ritmo contro la nebbia. il vetro se ci fosse si fracasserebbe. la casa si allontana e il bianco se la mangia via.



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