Dispetto Sociosanitario

Il mondo delle Cure Primarie e della #fisioterapia, raccontati in prima persona con #ironia e #sarcasmo.

Aprile 2022

È in corso un rimaneggiamento nella copertura delle zone su cui ciascuno deve seguire i pazienti. Non ricordo precisamente le circostanze e le motivazioni, ma io ereditai alcuni pazienti da Sara: tra di essi, un tale Giacomo, uomo di più di 80 anni. Telefonai dunque alla figlia del Sig. Giacomo, per fissare un appuntamento nel primo pomeriggio, dopo la pausa pranzo; l'indomani, però, dovetti ritelefonare per chiedere di posticipare l'appuntamento di un'oretta:

“Oddio, ma come facciamo? Io avevo già avvisato la badante per dire a che ora sarebbe venuto!”

“Poco danno signora, faccio un paio di spostamenti e mi organizzo meglio, così possiamo mantenere l'orario pattuito.”

Che ansiogena, sta figlia. Comunque dai, in fondo non mi aveva chiesto nulla di impossibile. Il paziente era sposato con una signora con pregresse problematiche: questo è il motivo per cui, in casa, era presente una badante. Il fatto che questa persona si sia dovuta occupare anche dell'uomo, fu puramente incidentale.

Comunque, arrivò il pomeriggio in cui raggiunsi, per la prima volta, la casa del Sig. Giacomo. Mi aprì, appunto, la badante. Una ragazza che intuii avere all'incirca la mia età. Carnagione olivastra, occhi molto scuri dal taglio quasi arabo. Il paziente, piuttosto performante, era un anziano siciliano particolarmente spiritoso. Il clima era molto disteso e scherzammo molto durante la seduta io, il paziente e la badante. E durante questa situazione, a causa di un'esclamazione molto cadenzata, capii che la ragazza non era né araba, né tunisina, né nulla del genere: era inequivocabilmente sicula. I toni erano talmente distesi che, a fine della seduta, mi permisi di chiedere al Sig. Giacomo, fingendo di non voler farmi sentire dall'assistente:

“Mi scusi Giacomo, ma la ragazza è... Sposata? Fidanzata? Libera?”

E lei, intromettendosi nel discorso,

“Liberissima!”

incalzò.

“Perciò, casomai, non è un problema se ti chiedo di lasciarmi il tuo numero per andare a bere qualcosa?”

“Assolutamente no!”

Premetto che, in quel periodo della mia vita, credevo di essere immortale: avevo già vinto da più di un anno il mio posto nell'Olimpo dei dipendenti pubblici, le mie giornate trascorrevano tra casa, lavoro, palestra, giretto in moto, e nessun pensiero. Talmente mi sentivo spensierato che, pochi mesi prima, mi iscrissi alla laurea magistrale in Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie, per avere un titolo nel cassetto con cui, un domani, eventualmente, progredire nella mia carriera. Insomma, mi prendevo cura del mio corpo, non avevo pensieri, e mi ero perfino rimesso a studiare full-time mentre lavoravo full-time, con assoluto successo. Quante altre volte nella vita mi sarei sentito così potente da sfidare Afrodite?

Diciamo che lì per lì, l'aver tentato l'approccio con malcelata sfacciataggine fu più che altro uno sfottò – più rivolto a me stesso che alla ragazza. Ma, all'appuntamento successivo, mi feci effettivamente dare dalla ragazza un biglietto con il suo numero. Il risultato fu tutt'altro che scontato, quello che sembrava un primo appuntamento servito in tempo zero, arrivò in realtà dopo circa un mese.

Ok.

La ragazza di cui ho parlato in queste righe è mia moglie.

Non scherzate con Afrodite, perché a voler fare i fenomeni, succede anche questo.

Battute a parte, ora parlo seriamente:

È vero, mi sentivo immortale, ed è vero, non avevo praticamente nulla a cui pensare. Ero l'eterno single, a cui però non mancava nulla. Quasi nulla. Dietro all'uomo super indipendente, si nascondeva comunque un single malinconico che, alcune sere, dopo la fantastica giornata di soddisfazioni lavorative e non (almeno, dall'esterno si notava solo quello), faceva fatica a prendere sonno perché era consapevole che qualcosa in realtà mancava eccome. Qualcosa di grande e significativo.

A cosa serve tutto questo, se quando appoggi la testa al cuscino cominci a pensare che non condividerai la tua vita con nessuno? A cosa serve, se sai che, tra 10 anni, la maggior parte delle persone che hai intorno avranno avuto una famiglia e tu sarai sempre il solitario che si nutre solo di frasi tipo “Tu sì che sei fortunato!” fingendo di essere effettivamente fortunato?

L'amore è importante, ma non può essere un sentimento fine a se stesso. Se non c'è una volontà comune ed un impegno congiunto, l'amore finisce con l'essere un capriccio momentaneo, che si conclude, in poco o in tanto tempo, ma si conclude. L'amore è perfino un lavoro, certe volte. Un lavoro che, se fatto a modo, dà risultati favolosi.

Ad oggi, devo essere sincero, non mi sento realizzato come allora, ed è giusto così. All'epoca ero “arrivato”, ma ero malinconico. Oggi non sono più “arrivato”, perché sono “ripartito”, però sono felice. Il meglio deve ancora arrivare, il futuro è ancora lungo e il lavoro è tanto.

E sono fortunato ad avere mia moglie come moglie.

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Il protagonista dei post non corrisponde all'autore, e tutti i personaggi menzionati nei post sono personaggi di fantasia. I racconti in questo blog sono completamente inventati e frutto della fantasia dell'autore. Qualunque ente, PA o azienda menzionata nei racconti è un'entità fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone, luoghi o eventi reali è puramente casuale.

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Il Direttore Generale fa visita al distretto con tutta la banda al seguito.

Raggiunge l'ufficio dei fisioterapisti domiciliari dove è presente solo la mia collega Sara.

D.G.: “Voi siete i fisioterapisti?”

S.: “Sì.”

D.G.: “Come mai non ci sono pazienti?”

*giù il sipario*

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Vi presento Alfredo.

Alfredo è il primo collega che mi ha preso sotto la sua ala quando ho iniziato a lavorare in cure domiciliari. Alfredo è un #fisioterapista dalla lunga esperienza, molto paziente e professionale, e anche lui, come me, è appassionato di IT, anche se approfondisce meno gli aspetti tecnici e si limita allo sfruttamento funzionale e consapevole della tecnologia. Alfredo ha due figli, uno dei quali è iscritto alla facoltà di ingegneria: non mi stupisce che questo ragazzo abbia alte aspirazioni. Posso dire, basandomi sui suoi racconti di vita quotidiana, che Alfredo abbia una bellissima famiglia e che sia riuscito al 100% nel suo ruolo di padre e di marito, e mi piacerebbe tanto, tra vent'anni, scoprire di aver costruito una famiglia come la sua. In realtà, in casa di Alfredo non si dicono parolacce, e in questo non voglio nemmeno provare a competere. Non è un modo di dire: lui davvero non dice parolacce, nemmeno nei momenti più bui. Alfredo non si incazza mai: Alfredo si adira. Tra le altre cose, Alfredo è sardo, ma non è uno di quei sardi particolarmente affezionati ai tradizionalismi, tantomeno a quelli più tribali o goliardici.

Così, una mattina, mi è capitato di chiedergli chiarimenti rispetto al fatto che in #Sardegna non sia buona pratica pronunciare la parola #cavallo, perlomeno, non in italiano, pena la caratteristica e sguaiata risposta da parte dell'interlocutore: “TI CODDIRI!” (che a me piace tradurre come “possa il depravato equino usarti per soddisfare il suo istinto riproduttivo, possibilmente senza il tuo consenso.”) Con mio sommo stupore, il collega – nonostante nativo sardo – non sapeva nulla di questa bizzarra tradizione, promossa a meme nei primi anni '10 di questo secolo, così mi disse che avrebbe chiesto delucidazioni alla moglie, anch'ella sarda, ma anche su quel fronte, errore 404.

Poi, una mattina, la svolta.

Alfredo, in prima visita in casa di una paziente, s'imbatté in una badante sarda, cagliaritana per la precisione, così approfittò per farle la fatidica domanda, ma non fece in tempo a terminarla: alla menzione dell'equino, la signora sgranò gli occhi, lo guardò scioccata, e il suo viso diventò probabilmente rosso, rossissimo, violaceo, e poi, dal nulla, verde. In quest'ordine. Ho immaginato Alfredo come un turista kazaco in piena serata ai Navigli di Milano mentre un gruppo di adolescenti burloni lo convincono a dire “Amo farmi le canne” davanti alla videocamera, approfittando del fatto che il malcapitato non conosca la lingua. Avrei voluto essere presente, probabilmente avrei iniziato a rotolare per terra dalle risate, ma giuro, non era mia intenzione mettere il mio collega in una situazione di imbarazzo, e fortunatamente lui l'ha capito.

Conclusione della vicenda?

  • Quella del #ticoddiri è una tradizione goliardica – e anche un po' volgare – caratteristica del sud della Sardegna, ma non di tutta l'isola

  • Inoltre sembra avere origini molto antiche

  • Non mandate un vostro collega ad indagare su rituali controversi, se non volete farlo sentire un albero da brutte figure

Per approfondimenti: Perché in Sardegna è rischioso pronunciare la parola "cavallo"?

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