[3.3.1] – I Cattivi Selvaggi – Divinazioni

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La mia ultima visita del Barrio e di Buenaventura avvenne nell’aprile del 2014. La città stava vivendo una nuova fase di militarizzazione dei quartieri di Bajamar, quelli in prossimità della baia, a causa di un’ondata di violenze che erano state raccontate con alcuni dettagli anche dai maggiori network internazionali di notizie, dalla BBC ad Aljazeera, dalla CNN a Telesur. Il mio lavoro di campo nel quartiere era terminato da più di due anni anche se avevo proseguito la raccolta di storie di vita e prospettive sulla città attraverso i rifugiati di alcuni quartieri che vivevano a Bogotà e con cui avevo lavorato per circa un anno grazie all’Istituto Colombiano di Antropologia e Storia. Altri incontri con le organizzazioni e i leader locali avvennero durante fori politici, il più importante dei quali, si tenne per una settimana a Quibdò, la capitale del Chocò. Raccolse tutti i Presidenti dei Consigli Comunitari del Pacifico, delegati di diverse organizzazioni, rappresentanti politici, sindaci e studenti. Si trattava di uno dei maggiori incontri tenutosi dall’approvazione della Ley 70 e tentava di proiettare il movimento Afro-Colombiano verso le sfide degli anni che seguivano considerando anche i probabili accordi di pace con le FARC che stavano gestandosi in quel periodo. Il mio ritorno per circa due settimane (dopo poco più di 2 anni) a Buenaventura e nel Barrio non fu quindi una sorpresa per molti. Molto però era cambiato.

Per descrivere la “terza epoca” non posso che inziare dalle parole delle persone che avevano accompagnato le miei visite precedenti. Molti muchachos (ragazzi) volevano essere sicuri che sapessi che il Barrio aveva cambiato ordine, che “Aqui estamos con los Urabeños ahora” (ora stiamo con gli Urabeños) non so se associandomi all’ordine precedente che mi aveva permesso di vivere lì o per altre ragioni. Il cambiamento era però descritto anche nelle notizie sulla città, da televisioni e giornali locali. Era certamente possibile che i nuovi “malos” appartenessero tutti agli Urabeños che, tra l’altro, erano stati inseriti nella lista dei gruppi terroristici dagli USA, fatto che aggiungeva una lunga serie di altre complicazioni conferendo ulteriori poteri speciali ai gruppi militari regolari su tutta la zona. Tuttavia, conoscendo già le storie dell’epoca dei “Rastrojos“ più da dentro, questo eccesso di premura nel chiarire i nuovi equilibri politici mi parve un modo con cui i muchachos mi ripetevano narrazioni “sicure” con le quali non violavano le regole del silenzio della calle. Il mondo degli “Urabeños” o dei ”Rastrojos” era infatti un mondo “de afuera” che poteva essere discusso con persone come me, ormai esterne al Barrio. Il mondo “de adentro” invece era fatto di tante micro-storie che si accavallavano a questioni più ampie, come ho cercato di mostrare fin qui, ed esse, per quanto concerneva la mia relazione con quei ragazzi in quel nostro incontro, appartenevano alle regole del silenzio. Per evitare problemi, era quindi meglio seguire le narrazioni ufficiali.

Come visto fin’ora, i processi che avevo sotto gli occhi erano iniziati nella seconda metà del 2011 ma in quell’Aprile del 2014 sembravano aver raggiunto un culmine. Tra tutti i segnali che si mostravano, un cambiamento simbolico di una certa importanza riguardò l’aspetto della strada principale. Il passeggio, così centrale nella vita di tutti, era ora dominato architettonicamente da una chiesa pentecostale che era stata costruita sulla stessa via al posto della vecchia. Era divenuta una delle strutture più visibili della zona; non solo del Barrio. Si era probabilmente aperto un canale di finanziamenti provenienti da alcune aree degli States che durante il mio lavoro di campo non c’era o non avevo messo ben a fuoco ma che si inseriva dentro più complessivi percorsi di pacificazione della Comuna 12. Questa nuova presenza “immobile” urgeva quindi una riflessione su altri dispositivi disciplinari in funzione. “Il nuovo ordine” sembrava infatti poggiarsi su di una combinazione ideologica tra un militarismo rinnovato ed una fede ritrovata. Non ebbi il modo di indagare in profondità se a quell’apparenza corrispondessero anche altre relazioni di produzione. I nuovi “para”, tutti giovanissimi e poco più che ventenni, apparivano in effetti come dei giovani ripuliti del “vizio” e del “male” che invece aveva macchiato alcuni ragazzi del Barrio, abbandonatisi con troppa “felicità” alla degradazione del conflitto e che per questo erano stati segnalati nell’operazione di “limpieza social” iniziata quando vivevo ancora lì. Che relazione c’era allora tra la religiosità evangelica e quelle rinnovate milizie urbane? Per rispondere a questa domanda bisogna prima fare qualche passo indietro.

Tra gli effetti di 40 anni di narcotraffico a Buenaventura c'era stato sicuramente l'accesso a cocaina di prima qualità a prezzi irrisori. Un grammo purissimo, praticamente introvabile in ogni altra città del mondo, lo si poteva comprare senza difficoltà a tre, anche due dollari. Con molta probabilità, la disponibilità, la qualità e il basso costo di cocaina avevano reso il suo consumo più diffuso di quanto non dicessero le statistiche ufficiali. La stigmatizzazione pubblica era forte ed i sondaggi basati su “confessioni” dei consumatori non mi sono mai parse realmente affidabili. Nel bajomundo il consumo di “perico” era infatti quasi un rituale. Entrandoci si aprivano porte di angoli nascosti e case altrimenti inaccessibili. Portava incontri improbabili e svelava storie di cui mai poteva leggersi. Delineava lo sfondo di un percorso iniziatico in cui la cocaina permetteva perlustrazioni e riconoscimenti di una realtà quasi parallela che si intrecciava in mille modi alle faccende quotidiane, a tanti insospettabili, lavoratori integerrimi che tornavano tutte le sere a casa dalle loro mogli con quasi tutti i soldi guadagnati in tasca. Ma poi rinchiudeva dentro scelte obbligate. Il consumo indebitava i corpi e le menti soprattutto se non si era in grado di accompagnarlo con cibo adeguato o sufficiente. Quando bucava anche le tasche di giovani che cercavano di conquistare un loro ruolo nella via allora iniziavano i problemi. Sull’orizzonte inziavano a comparire personaggi sempre più strani e rarefatti che offrivano soluzioni ad ogni problema. Questi emissari chiedavano di “ripulilre” il corpo dalla droga per mostrarsi interessati sinceramente alle sorti della persona. In cambio dello sforzo che riconoscevano, appianavano tutti i conti sospesi. Poi però il malcapitato si trovava arruolato ed indebitato per molto tempo. Tutti i soldati di strada di Buenaventura avevano avuto un'intima relazione con la cocaina. C'era chi ne era uscito come Julian o Willy ed altri ancora e chi lo faceva occasionalmente come Arribeteado ed altri ancora. In ogni caso, per fare strada nel bajomundo, c’era una regola non scritta. Dopo aver iniziato a consumarla e conosciutone il potere, bisognava quasi incarnarla per poi lasciarla al consumo degli altri.

Questa pratica proveniva direttamente dalle leggende narcotiche secondo le quali i Capi dei Capi non sniffavano mai. Dai Rodriguez-Orejuela ad Escobar nessuno la toccava. Il Messicano, Rodríguez Gacha, socio di Escobar, si diceva ammazzasse quelli che intorno a lui cadevano in tentazione. Chiunque non riuscisse a vederla solo come mercanzia finiva male in poco tempo. Bisognava toccarla solo il tempo necessario per intascare le somme dovute. Tutto il resto erano problemi evitabili. Nel bajomundo dei banditi e dei pistoleri erano però in molti ad abusarne. Come già scritto nel post [2*], la stessa Blanco, prima di finire in carcere, aveva avuto una relazione speciale con la cocaina. A Buenaventura c'erano molti combos che la usavano con una certa continuità. Fondavano una mistica del camminare le strade con cui partivano verso una conquista immaginaria della città sulla base di vincoli di complicità costruiti dall'esperienza comune del suo consumo. E c’era anche molta violenza che veniva giustificata attraverso quel senso di potenza che la cocaina sembrava fornire così rapidamente.

Arribeteado la considerava l'additivo necessario per “trasformarsi in un perpetratore”, come se il suo consumo fornisse le giuste protezioni da forze opposte che gli avrebbero fatto “perdere la testa”. Un suo racconto mi rimase più impresso di altri e lo appuntai in diverse pagine di diari. Riguardava le giornate che trascorreva dentro le “casas de pique”, le case per la tortura, ad interrogare qualche malcapitato, di cui ho scritto anche nel post [1 di 3]. Mentre in una sala c'erano lui ed i “suoi” a festeggiare, nell'altra si consumava la tragedia della persona di turno. Il dettaglio era che ad ogni “pippata di bamba” Arribeteado infilava un ago in un dito, fino a quando arrivava a toccare l'osso ed ascoltava il torturato urlare dal dolore. In quel modo tagliava il godimento in due parti perfettamente simmetriche ma antitetiche. La cocaina forniva la protezione con cui quel “far urlare” invece di penetrarlo insinuandosi tra i suoi ricordi, propagava la paura al di fuori della stanza, fin sulle strade intorno. Accresceva così il suo sè invece di consumarlo come quello del torturato.

La rafforzata dimensione religiosa sembrava allora offrire una rigida struttura moralizzante da cui era possibile un chiaro riconoscimento delle ragioni de “lo malo”, descritto nel post [1 di 3], che apparivano, in questi casi, inestricabilmente relazionate al vicio (vizio) ed alle pulsioni di morte di cui era sintomo. Per alcuni soldati di strada, la vita era in effetti definita dalla durata di un presente a termine, “fino a quando una pallottola non mi bucherà la testa”. Arribeteado ripeteva spesso che chi si metteva contro di lui doveva andare fino in fondo: o me mata o lo mato yo (finisce o che muore lui o che muoio io). Viveva dentro una sorta di anti-illuminazione che appariva immunizzarlo dalla paura. Invece di evitare di “hablarle a la muerte”, che ho citato come terza regola dell’etica del silenzio nel post [3.1], si preparava continuamente ad essa e questo lo aiutava a direzionare la paura fuori da lui. Era però anche consapevole che quel momento, comunque ineluttabile, sarebbe stato vendicato e che la sua personale morte sarebbe stata celebrata con il versamento di altro sangue. Ad aiutarlo in questo percorso di immunizzazione c’era quindi sempre un gruppo, nel suo caso uno squadrone della morte, che rafforzava le sue convinzioni. Nonostante ciò, il consumo di cocaina aveva una sua funzione nel permettergli di mantenere questa stato di comprensione delle cose nei suoi personali momenti di dubbio, come quello descritto più sopra.

I tentativi di interrompere l'eternità simbolica di un ordine sociale di questo tipo, fondato sulla ripetizione di rituali bellici, erano molteplici e provenivano da più lati, fazioni o gruppi. La soluzione evangelica produceva però spiegazioni individuali e non necessariamente sistemiche che cercavano di allontanare ex ante le persone da qualsiasi situazione a rischio, spesso isolandole. Ricordava la santità dell’unica “morte ingiusta”, originaria e fondativa, che era stata prodotta, quella si, da una legge parziale e coloniale. Ma se ogni morte di Buenaventura pareva avere in sè caratteristiche simili di sacralità e di martirio nella fondamentale ingiustizia delle frontiere, ognuna di esse, pur nella medesima manifestazione di violenza indicibile, doveva essere spiegata ed interpretata comprendendo quella testimonianza originaria che accumunava tutti facendo desistere dal desiderio di vendetta. La morte di un vicino o di un conocido non parlava più o non solo di un crimine ma di un percorso verso la ricostruzione della dimensione sacrale del Barrio (1). Tuttavia, in questa prospettiva, i fallimenti ed il destino “infame” si manifestavano per non aver riconosciuto “el Diablo” quando si era palesato nella vita di ognuno. Le scelte sbagliate erano conseguenza di questo errore originario prodotto da una prospettiva deviata. Le ragioni della povertà e della marginalità trovavano così un posto nell’adentro del Barrio ed occorreva cercare le forze per superarle proprio da lì, poichè il “male del Puerto” iniziava dentro ognuno dei suoi abitanti.

Dietro questa simbologia architettonica vi era quindi una voce più decisa da ascoltare, quella del Pastore, che con le sue omelie cercava continuemante di segmentare il bene dal male nel Barrio fornendo stimoli ed esempi per una vita “giusta”. La sua presenza non era certo nuova. Si era però mossa lungo una piega degli eventi del Barrio che durante il mio lavoro di campo, nel 2010-11, pur dentro rapporti di apparente cordialità, aveva prodotto un’immagine di autoesclusione degli “evangelici” da quasi tutte le attività cui partecipavamo con gli altri membri del proceso. Gli adepti della chiesa avevano un solo cammino disponibile ed era quello che sorgeva intorno al loro Pastore ed a dispetto di quanto stesse accadendo oltre lui. Ad esempio, non potendo consumare alcolici erano sistematicamente assenti durante qualsiasi celebrazione comunitaria. Si mantenevano però lontani anche da altre attività culturali come le ore di ballo e musica con gli strumenti tipici del pacifico (marimba e tamburi) nella casetta comunitaria, i cineforum sulla “disobbedianza civile” nel campo di calcio del vicino Barrio Mattia Mulumba, la mostra fotografica itinerante, casa per casa, del quartiere e da tutti i progetti di convivenza come la pulizia delle strade dai rifiuti e il taglio di erba negli spazi pubblici. Ognuna di queste attività scandivano periodicamente la vita in comune oltre le abitudini festaiole, il “vicio” o le linee ideologiche dei diversi gruppi che confluivano tra i tre settori del Barrio. “Gli “evangelici” rappresentavano invece una cesura netta che evitava coscientemente di mischiare il loro stile di vita e le loro pur legittime attività con le atmosfere create dagli altri. Le donne non partecipavano nemmeno ad alcune attività ludiche come il bingo che occupava il tempo libero di molte, tra chiacchierate che non terminavano mai, pettegolezzi e risate. Alcune di loro avevano invece abbandonato i rituali più eterei del Barrio, quelli legati al tabacco perchè avevano iniziato a considerare questa pratica come “satanica”. Su questo punto servono forse delle spiegazioni aggiuntive.

Durante la mia permanenza a Buenvantura mi capitò varie volte di partecipare a delle riunioni di donne del Barrio che si incontravano di nascosto dentro una capanna improvvisata, in cui un uragano aveva abbattuto un’intera parete regalando una finestra inaspettata sui confini della foresta. Le donne sedevano in cerchio dentro quella stanza e ognuna di loro fumava tre, quattro o cinque sigari alla volta, inalando parte del fumo e lasciandolo vagare nell'aria che si faceva sempre più irrespirabile. Passavano i minuti e le ore e alla naturale intossicazione prodotta dal fumo, si aggiungeva l’alterazione da tabacco che induceva le giovani e tutti i presenti ad una qualche uscita, incamminati verso esplorazioni di un altrove. Erano questi riti segreti di streghe e stregoni che producevano un rimescolamento della sostanza spirituale del Barrio attraverso trance a volte dolorose che spingevano alcune delle presenti a denudarsi, a piangere ed urlare o a passeggiare silenziose in cerca di un impossibile angolo di refrigerio. Tutto si fondeva alle chiacchiere di chi invece divinava il futuro leggendo le ceneri di quei sigari che generavano una meritata fuoriuscita dal mondo conosciuto. Pomeriggi interi trascorrevano nell'esplorazione dei corpi e delle menti dentro trance che non nascondevano il “Reale” ma gli davano altre sembianze. Rimaterializzavano in questo modo una sostanza spirituale contesa probabilmente da sempre e con cui i presenti sembravano trovare forze e stimoli per resistere, lentamente e con pazienza infinita, alle oppressioni quotidiane.

Questi pomeriggi spesso aprivano le notti di baldoria del Barrio e di celebrazioni che si svolgevano senza denari da spendere o con collette tra chi non poteva permettersi “un sabato sera al bar”. Ai suoni dei tamburi si sostituivano gli altoparlanti di stereo messi su alla buona mentre i ritmi venivano scanditi dai liquori di contrabbando prodotti dalla saggezza popolare che mescolava spiriti ad erbe sconosciute ai più per aumentare le energie, lubrificare le connessioni neurali più invecchiate ed abbattere quei tabù che imponevano altre catene. Tutto ciò avveniva sempre in case di legno, lamiere e pochi mattoni sparse lungo le vie del Barrio che si facevano però notare per le chiacchierate infinite che a volte si trasformavano in tribunali politici dove più o meno ogni passante senza altro da fare si fermava per un saluto e magari un cicchettino. Le risate si mischiavano alle lacrime in base ai ricordi che venivano fuori e quando si era particolarmente fortunati si aggiungevano anche balli degni delle migliori balere di salsa, reggeton o choque del mondo. Le condizioni di indigenza generali non permettevano certo apici festaioli paragonabili ai party urbani più “alla moda”, come quelli che segnavano la casa dei Paisas durante le fughe di un capo, eppure ogni elemento, dalla preparazione pomeridiana fino alle pellegrinazioni nelle case a bere Viche “curato”, generava assembramenti che sfidavano paure ed aprivano le potenzialità in forme sempre nuove ed imprevedibili. Da qui sorgevano incontri e situazioni liminali che riconquistavano le notti del Barrio sovvertendo quella necessità impellente di chiudersi in casa per evitare di vedere o incontrare “los malos”. Avevano per questo il potere di fondare interregni effimeri ma che rimanevano nelle memorie dei partecipanti come un attimo di svago ben riuscito. Riportavano un pizzico di sabrosura (gustosità) del vivere ricordando anche che il “buen vivir” era una capacità profonda quanto complessa di rimanere ad una giusta distanza dal marciume (podridumbre), concetti di cui ho scritto brevemente nel post [1 di 3] e che meritano ora ulteriori specificazioni.

La nozione di sabrosura rispecchiava la tensione tra la pulsione di morte ed il desiderio creativo, libero da ogni castrazione. Era la capacità di vivere il piacere, di “gozarse la vida” (godere della vita), nonostante il “male del Puerto” attraverso i dettagli, dal cibo al ballo, dal sesso alla contemplazione della natura. Era da intendere come un ritmo dell'esperienza vissuta piuttosto che un concetto etico che ordinava il giusto e lo sbagliato. Implicava la capacità di ascoltare il flusso delle cose e di muoversi di conseguenza. Per sperimentare e poter dire senza dubbi “sabroso” (gustoso) bisognava ad esempio imparare a bere il Viche senza cadere nella tentazione di trangugiare ogni bicchiere che veniva offerto. Molte volte era necessario ricevere il bicchiere e poi educatamente sputare il suo liquido o versarlo velocemente per terra ma fuori dal cerchio di sedie in cui ci si trovava. Nei racconti del pacifico l’alcol, come ogni sostanza psicoattiva, era un ponte che consegnava ad esplorazioni della vita. Ogni eccesso etilico o di altro aveva però in sè qualcosa di demoniaco quando la persona perdeva memoria e controllo, svuotandosi del suo fiato vitale e, secondo alcuni, della sua stessa umanità. Come già scritto in quel post introduttivo, solo l’azione e l’abitudine saggia erano invece in grado di generare un flusso equilibrato tra forze opposte, creative e riproduttive o distruttrici e caotiche.

L’alcol ed altre sostanze producevano accelerazioni emotive che in alcuni casi avvicinavano troppo al marciume generando non sabrosura ma un inizio di discorso con la morte. Troppe persone erano infatti tentate di parlarle nei momenti sbagliati e senza le giuste conoscenze. Per questo iniziavano a vivere come pazzi (vivir como locos) alla ricerca di una falsa sabrosura che trasformava gli spazi dell’adentro in un luogo di fantasmi. In altre parole partendo da una gioia che pareva piena poichè tutta protesa al presente troppo spesso si sconfinava in un altrove potenzialmente pericoloso in cui era possibile incontrare i tanti rimossi del vivere. Questo incontro certamente doloroso era sempre imprevedibile. Le trance partecipavano di riti che lo elaboravano a partire da uno spazio codificato e protetto in cui si metteva effettivamente in moto una qualche forma di liberazione da pesi esistenziali inconsci. Il lavoro del Pastore si muoveva nella stessa direzione chiudendo però le possibilità di incontro con un’alterità che poteva far riemergere il rimosso al di fuori della sua autorità. Per fare ciò, l’azione evangelica tendeva a criminalizzare ed a segmentare il marciume cercando a tutti i costi di recintarlo e di confinarlo al di fuori degli spazi dell’ecclesia. I suoi adepti tendevano quindi a farsi setta. I festini improvvisati invece erano per loro natura aperti e senza regole rispetto alla gestione di quell’incontro. Generavano sempre “instabilità” o “locura” (follia) che ad andar bene si incanalavano dentro balli che duravano ore o ad andar meno bene in personaggi che si spegnevano da qualche parte nel Barrio “a parlar da soli” dopo sconclusionate e dolorose confessioni fiume che non avevano aiutato la buena vibra (buona energia) della festa. Senza dubbio l’intrecciarsi di questi diversi spazi di libertà agiva dentro conflittualità profonde del quartiere e sulla natura stessa della guerra civile che prendeva forma quotidiana. La tendenza però ad associare al demoniaco queste feste come quelle trance, in una città come Buenaventura, generava forme di criminalizzazione che avevano il potere di portare a degenerazioni reali, costruendo ogni volta nuovi nemici.

Nella terza epoca, gli spazi di tolleranza per questi “non-rituali” non erano certo scomparsi. Erano semmai più nascosti ma apparivano accresciutisi nel corso del “passaggio” lungo un percorso che li stava inquadrando dentro processi commerciali e di produzione di profitto. Tutti i progetti di sviluppo cui partecipammo nel 2011 terminarono in un generale oblio ma a rimescolare le sensazioni, tra l’amaro e la sopresa, vi fu la scoperta che al posto di una delle aree produttive, invece di orti, pollai, tilapie e maiali, c’era un bar con tavolini e spazio per i balli che segnalavano un evidente miglioramento rispetto alla vecchia cantina di Maria che ormai, povera lei, si trovava praticamente di fronte alla grande chiesa e nel bel mezzo di una penuria di clientela. Alle case che sporadicamente diventavano i centri dei bagordi notturni per le feste comunitarie a basso costo, si era quindi sostituito un luogo specifico ed identificabile dove era accettabile la perdita parziale del senno per qualche ora della notte; forse anche protetti da qualcuno che era meglio non fare arrabbiare e che non aveva le sembianze di un Dio lontano o di un potente sciamano. Nella micro gestione dei percorsi locali di urbanizzazione, vi era stata una chiusura della festa e dei non adepti della chiesa in un altro spazio, altrettanto “affascinante”, ma che prima non esisteva nel Barrio. Ora anche lì c’era un luogo ufficialmente dedicato alle feste con tutte le sue implicazioni di politica-economica di quartiere circa i fornitori di musiche ed alcol ed i costi al consumo non più condivisibili e partecipati ma legati alle tasche di ognuno ed alla voglia di spendere e di regalare di alcuni.

Nel prossimo post proseguirò nella descrizione etnografica di queste diverse atmosfere osservando le frontiere e le continue trasformazioni imposte dal “nuovo ordine”.