<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/">
  <channel>
    <title>buddhismo &amp;mdash; ut</title>
    <link>https://noblogo.org/naciketas/tag:buddhismo</link>
    <description>Blog di Antonio Vigilante </description>
    <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 04:51:34 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>In memoria di Thay</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/in-memoria-di-thay</link>
      <description>&lt;![CDATA[Quello di Thich Nhat Hanh è un buddhismo senza nibbida. I sutra insegnano che bisogna provare disgusto, nibbida appunto, nei confronti delle nostre sensazioni, del nostro corpo, delle nostre percezioni, della nostra stessa coscienza (Anattalakkhana Sutta, SN 22, 59). Si potrebbe tradurre -- poiché il disgusto è una forma di avversione, e l&#39;avversione non è un fattore di risveglio -- indifferenza; si tratta del distacco che viene dal non provare più alcun attaccamento verso qualcosa. &#xA;Un lettore occidentale non può che esserne sconcertato. Indifferenza verso le sensazioni? Verso il corpo? Perfino verso la coscienza, il nostro sacro cogito? È una cosa inaudita; e il traduttore pudicamente renderà con &#34;sereno disincanto&#34;.!--more--  &#xA;Il Buddhismo di Thich Nhat Hanh parla la voce dell&#39;Occidente. E non bisogna sorprendersi di trovare nella sua opera principale la seguente uscita:&#xA;&#xA;  Praticare il Buddhismo è un modo intelligente per godersi la vita. La felicità è già pronta, servitevene! (Essere pace, Ubaldini, Roma 1989, p. 67).&#xA;&#xA;E da qui alla mindfulness dei life-coach il passo può essere breve.&#xA;Non va diversamente con l&#39;Inter-essere. Nel Buddhismo si afferma che nulla è sostanza, in senso stretto: se con sostanza si intende spinozianamente quod concipitur per se et in se. Ogni cosa è intersezione momentanea di fattori diversi, qualcosa come un miraggio causato dal fortuito, casuale e fugace incrociarsi di riflessi solari. Ed è una ragione per non attaccarsi alle cose, al mondo esterno, più di quanto non ci si attacchi a noi stessi. Anche qui, nibbida.&#xA;In Thay invece questa trama di cose inconsistenti diventa in qualche modo solida. Che tutto sia intrecciato con tutto è una buona novella. Non è meraviglioso che in un foglio di carta ci sia il sole? Di più. Sfidando la legge di Hume, Thay fa di questa complicazione di tutto quel che è il fondamento di un&#39;etica. Poiché siamo tutti legati, poiché tutto è legato a tutto, dobbiamo essere fratelli di tutti e di tutto. Un&#39;etica universale ed ecologica fondata sulla glorificazione della prossimità e della contaminazione, che è un semplice fatto, non un valore in sé.  &#xA;Non sorprende il successo di Thay in Occidente. Il suo buddhismo impegnato, che ha meriti politici e sociali immensi, ha percorso lo stesso tragitto del cristianesimo, che da austero s&#39;è fatto gioioso; e il rischio di banalizzazione è lo stesso, appunto, cui si espone il Cristo amico di tutti che le chiese vendono nei grandi magazzini religiosi.  &#xA;Eppure. Eppure non era possibile ascoltare Thay, vederlo camminare, cogliere il suo sguardo senza avere l&#39;impressione di trovarsi di fronte ad un essere umano capace di far sprigionare qui ed ora, pura nonostante ogni contaminazione, la sorgente più autentica del Dharma.&#xA;&#xA;buddhismo&#xA;&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Quello di Thich Nhat Hanh è un buddhismo senza <em>nibbida</em>. I sutra insegnano che bisogna provare disgusto, <em>nibbida</em> appunto, nei confronti delle nostre sensazioni, del nostro corpo, delle nostre percezioni, della nostra stessa coscienza (<em>Anattalakkhana Sutta</em>, SN 22, 59). Si potrebbe tradurre — poiché il disgusto è una forma di avversione, e l&#39;avversione non è un fattore di risveglio — indifferenza; si tratta del distacco che viene dal non provare più alcun attaccamento verso qualcosa.
Un lettore occidentale non può che esserne sconcertato. Indifferenza verso le sensazioni? Verso il corpo? Perfino verso la coscienza, il nostro sacro <em>cogito</em>? È una cosa inaudita; e il traduttore pudicamente renderà con “sereno disincanto”.<br>
Il Buddhismo di Thich Nhat Hanh parla la voce dell&#39;Occidente. E non bisogna sorprendersi di trovare nella sua opera principale la seguente uscita:</p>

<blockquote><p>Praticare il Buddhismo è un modo intelligente per godersi la vita. La felicità è già pronta, servitevene! (<em>Essere pace</em>, Ubaldini, Roma 1989, p. 67).</p></blockquote>

<p>E da qui alla <em>mindfulness</em> dei life-coach il passo può essere breve.
Non va diversamente con l&#39;Inter-essere. Nel Buddhismo si afferma che nulla è sostanza, in senso stretto: se con sostanza si intende spinozianamente <em>quod concipitur per se et in se</em>. Ogni cosa è intersezione momentanea di fattori diversi, qualcosa come un miraggio causato dal fortuito, casuale e fugace incrociarsi di riflessi solari. Ed è una ragione per non attaccarsi alle cose, al mondo esterno, più di quanto non ci si attacchi a noi stessi. Anche qui, <em>nibbida</em>.
In Thay invece questa trama di cose inconsistenti diventa in qualche modo solida. Che tutto sia intrecciato con tutto è una buona novella. Non è meraviglioso che in un foglio di carta ci sia il sole? Di più. Sfidando la <em>legge di Hume</em>, Thay fa di questa complicazione di tutto quel che è il fondamento di un&#39;etica. Poiché siamo tutti legati, poiché tutto è legato a tutto, dobbiamo essere fratelli di tutti e di tutto. Un&#39;etica universale ed ecologica fondata sulla glorificazione della prossimità e della contaminazione, che è un semplice fatto, non un <em>valore</em> in sé.<br>
Non sorprende il successo di Thay in Occidente. Il suo buddhismo impegnato, che ha meriti politici e sociali immensi, ha percorso lo stesso tragitto del cristianesimo, che da austero s&#39;è fatto gioioso; e il rischio di banalizzazione è lo stesso, appunto, cui si espone il Cristo amico di tutti che le chiese vendono nei grandi magazzini religiosi.<br>
Eppure. Eppure non era possibile ascoltare Thay, vederlo camminare, cogliere il suo sguardo senza avere l&#39;impressione di trovarsi di fronte ad un essere umano capace di far sprigionare qui ed ora, pura nonostante ogni contaminazione, la sorgente più autentica del Dharma.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/in-memoria-di-thay</guid>
      <pubDate>Sun, 23 Jan 2022 17:58:51 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il Buddha, Schopenhauer, Nietzsche</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/il-buddha-schopenhauer-nietzsche</link>
      <description>&lt;![CDATA[Il Buddha avrebbe disapprovato per più ragioni il pensiero di Schopenhauer; prima fra tutte, per la metafisica del Wille. Il Buddha resta sempre sul piano pragmatico: c&#39;è la sofferenza, la sofferenza nasce dal desiderio, il desiderio nasce dall&#39;ignoranza. Qualsiasi questione metafisica è inopportuna. Pensare che esista un Dio, un Essere o un Qualsiasi-altro non aggiunge nulla al lavoro per la liberazione, e rischia di togliere molto: perché questo fondamento metafisico, qualunque sia, diventa nuova fonte di attaccamento. Schopenhauer compie dunque una operazione occidentale sul tema buddhista -- ma più generalmente indiano -- della liberazione dalla sofferenza. Sposta l&#39;origine della sofferenza su un piano metafisico. Ma fa anche una cosa profondamente innovativa: fa di questo fondamento metafisico della nostra sofferenza un Principio dal quale allontanarsi. L&#39;etica del Mitleid è un etica dell&#39;allontanamento. Operare il bene non è più, come in tutta la tradizione occidentale, aderire all&#39;essere e al suo fondamento, ma allontanarsene: in qualche modo, ribellarsi. (Una operazione simile è compiuta in modi diversi, nel pensiero italiano, da Ferdinando Tartaglia e dall&#39;empietismo di Manlio Sgalambro).&#xA;Ma se Wille è l&#39;essenza del reale, il noumeno, non bisognerà aderirvi, piuttosto che allontanarsene? Non è un atto di vigliaccheria e debolezza, più che di ribellione, allontanarsi dal Wille? Non è allontanarsi dalla vita? Ed ecco Nietzsche, con il suo essere al di là del bene e del male. Ecco la sua pretesa trasmutazione di tutti i valori. Che in realtà fa un passo indietro rispetto a Schopenhauer, e che si inserisce pienamente nella tradizione occidentale. L&#39;agire di Nietzsche è al di là del bene e del male perché la realtà è al di là del bene e del male. C&#39;è ancora una fondazione metafisica dell&#39;etica, benché si tratti di un&#39;etica che intende porsi oltre e contro i valori occidentali.&#xA;&#xA;buddhismo]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il Buddha avrebbe disapprovato per più ragioni il pensiero di Schopenhauer; prima fra tutte, per la metafisica del <em>Wille</em>. Il Buddha resta sempre sul piano pragmatico: c&#39;è la sofferenza, la sofferenza nasce dal desiderio, il desiderio nasce dall&#39;ignoranza. Qualsiasi questione metafisica è inopportuna. Pensare che esista un Dio, un Essere o un Qualsiasi-altro non aggiunge nulla al lavoro per la liberazione, e rischia di togliere molto: perché questo fondamento metafisico, qualunque sia, diventa nuova fonte di attaccamento. Schopenhauer compie dunque una operazione occidentale sul tema buddhista — ma più generalmente indiano — della liberazione dalla sofferenza. Sposta l&#39;origine della sofferenza su un piano metafisico. Ma fa anche una cosa profondamente innovativa: fa di questo fondamento metafisico della nostra sofferenza un Principio dal quale allontanarsi. L&#39;etica del <em>Mitleid</em> è un etica dell&#39;allontanamento. Operare il bene non è più, come in tutta la tradizione occidentale, aderire all&#39;essere e al suo fondamento, ma allontanarsene: in qualche modo, ribellarsi. (Una operazione simile è compiuta in modi diversi, nel pensiero italiano, da Ferdinando Tartaglia e dall&#39;<em>empietismo</em> di Manlio Sgalambro).
Ma se <em>Wille</em> è l&#39;essenza del reale, il noumeno, non bisognerà aderirvi, piuttosto che allontanarsene? Non è un atto di vigliaccheria e debolezza, più che di ribellione, allontanarsi dal <em>Wille</em>? Non è allontanarsi dalla vita? Ed ecco Nietzsche, con il suo essere <em>al di là del bene e del male</em>. Ecco la sua pretesa trasmutazione di tutti i valori. Che in realtà fa un passo indietro rispetto a Schopenhauer, e che si inserisce pienamente nella tradizione occidentale. L&#39;agire di Nietzsche è al di là del bene e del male perché la realtà è al di là del bene e del male. C&#39;è ancora una fondazione metafisica dell&#39;etica, benché si tratti di un&#39;etica che intende porsi oltre e contro i valori occidentali.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/il-buddha-schopenhauer-nietzsche</guid>
      <pubDate>Wed, 03 Feb 2021 10:09:26 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sesso</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/sesso</link>
      <description>&lt;![CDATA[L&#39;Aggaññasutta (DN 27) racconta le origini del mondo come una progressiva degradazione.  Dopo aver cominciato a mangiare riso, gli umani diventano grossolani, cominciano a distinguere il bello e il brutto e compaiono nei loro corpi il pene e la vagina. Ed è allora che si desiderano. Dopo il primo rapporto restano storditi, sconvolti:&#xA;&#xA;&#39;Nassa asuci, nassa asucī’ti.&#xA;‘Kathañhi nāma satto sattassa evarūpaṃ karissatī’ti.&#xA;&#xA;&#34;Vai via, sporcizia! Vai via, sporcizia!&#xA;Com&#39;è possibile che un essere faccia una cosa del genere a un altro?&#34;&#xA;&#xA;E fu così che gli umani costruirono le città: asaddhammassa paṭicchādanatthaṃ, per nascondere i propri rapporti sessuali.&#xA;&#xA;buddhismo]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>L&#39;<em>Aggaññasutta</em> (DN 27) racconta le origini del mondo come una progressiva degradazione.  Dopo aver cominciato a mangiare riso, gli umani diventano grossolani, cominciano a distinguere il bello e il brutto e compaiono nei loro corpi il pene e la vagina. Ed è allora che si desiderano. Dopo il primo rapporto restano storditi, sconvolti:</p>

<p><em>&#39;Nassa asuci, nassa asucī’ti.</em>
<em>‘Kathañhi nāma satto sattassa evarūpaṃ karissatī’ti.</em></p>

<p>“Vai via, sporcizia! Vai via, sporcizia!
Com&#39;è possibile che un essere faccia una cosa del genere a un altro?”</p>

<p>E fu così che gli umani costruirono le città: <em>asaddhammassa paṭicchādanatthaṃ</em>, per nascondere i propri rapporti sessuali.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/sesso</guid>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2020 17:28:04 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Autorità femminile</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/autorita-femminile</link>
      <description>&lt;![CDATA[Nel Siṅgālasutta (DN 31) è affrontato, tra gli altri, il delicato tema del rapporto tra il padre di famiglia e la moglie. Il testo dice che il marito deve essere presente per la moglie in questi cinque modi:&#xA;&#xA;sammānanāya anavamānanāya anaticariyāya issariyavossaggena alaṅkārānuppadānena.&#xA;&#xA;“trattandola con onore (sammānanā, che viene da mānanā, onore, che a sua volta rimanda a māna, orgoglio), senza disprezzo (avimānana), non tradendola, conferendole autorità (issariyavossaggena) e fornendole degli ornamenti.”&#xA;&#xA;Leggiamo ora la traduzione italiana di Eugenio Frola (Canone Buddhista. Discorsi Lunghi, Laterza):&#xA;&#xA;“Un marito deve onorare la moglie: colla stima, colla mancanza di sospetto, col non tradirla, col non concederle autorità, col provvedere al suo ornamento.”&#xA;&#xA;Poiché anche Pio Filippani-Ronconi traduce allo stesso modo, mi viene il dubbio. Il  Pali-English Dictionary della Pali Text Society traduce issariyavossagga con “handing over of authority”. E Maurice Walshe traduce “by giving authority to her” (The Long Discourses of the Buddha. A Translation of the Dīgha Nikāya, by M. W., Wisdom Publication, Boston 1995, p. 467).&#xA;&#xA;buddhismo&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Nel <em>Siṅgālasutta</em> (DN 31) è affrontato, tra gli altri, il delicato tema del rapporto tra il padre di famiglia e la moglie. Il testo dice che il marito deve essere presente per la moglie in questi cinque modi:</p>

<p><em>sammānanāya anavamānanāya anaticariyāya issariyavossaggena alaṅkārānuppadānena.</em></p>

<p>“trattandola con onore (<em>sammānanā</em>, che viene da <em>mānanā</em>, onore, che a sua volta rimanda a <em>māna</em>, orgoglio), senza disprezzo (<em>avimānana</em>), non tradendola, <em>conferendole autorità</em> (<em>issariyavossaggena</em>) e fornendole degli ornamenti.”</p>

<p>Leggiamo ora la traduzione italiana di Eugenio Frola (<em>Canone Buddhista. Discorsi Lunghi</em>, Laterza):</p>

<p>“Un marito deve onorare la moglie: colla stima, colla mancanza di sospetto, col non tradirla, col <em>non concederle autorità</em>, col provvedere al suo ornamento.”</p>

<p>Poiché anche Pio Filippani-Ronconi traduce allo stesso modo, mi viene il dubbio. Il  <em>Pali-English Dictionary</em> della Pali Text Society traduce <em>issariyavossagga</em> con “handing over of authority”. E Maurice Walshe traduce “by giving authority to her” (<em>The Long Discourses of the Buddha. A Translation of the Dīgha Nikāya</em>, by M. W., Wisdom Publication, Boston 1995, p. 467).</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/autorita-femminile</guid>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2020 07:23:29 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Nimittakarana</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/nimittakarana</link>
      <description>&lt;![CDATA[Da una mail a un maestro zen&#xA;&#xA;Come buddhista theravada, mi è stato insegnato che la vera meditazione buddhista è la vipassana, e che la samatha ha un valore preparatorio.È convinzione e pratica diffusa nei monasteri theravada, ed è ripetuta negli studi sulla meditazione buddhista, con pochissime eccezioni. Ora, leggendo i sutra a me pare evidente il contrario. Considerare la samatha come una meditazione che consiste nello sperimentare degli stati di coscienza particolari, in qualche modo alterati, è un grosso equivoco; così come lo è considerarla accessoria. Lo Yuganaddha Sutta (AN 4.170) al riguardo è chiarissimo: è possibile raggiungere lo stato di arahant sviluppando vipassana preceduta da samatha, o samatha preceduta da vipassana, o con samatha e vipassana in parallelo, o con un quarta via, &#34;tenere sotto controllo qualsiasi irrequietezza rispetto al Dhamma  (dhammuddhaccaviggahitaṃ)&#34;, che mi pare indicare la possibilità di un Risveglio improvviso, senza meditazione.&#xA;Come sa, nel buddhismo sono centrali i &#34;tre veleni&#34;, raga, dosa e moha. Ora, questi veleni non sono solo alla base della nostra sofferenza, ma sono anche la causa del modo ordinario in cui vediamo il mondo.   Secondo il Mahāvedalla Sutta (MN 43), i tre veleni sono nimittakaraṇa: creano, cioè, i segni interiori (nimitta) che si presentano in noi ogni volta che percepiamo qualcosa. Dunque: percepisco il mondo, nasce in me un segno, una immagine di questo mondo esteriore, che è immediatamente legata ad attaccamento ed avversione. È evidente che è qui un anello che bisogna spezzare: intervenire sul nimitta. Ed è esattamente quello che fa la meditazione samatha. Guardo una fiamma, evoco dentro di me l&#39;immagine e mi concentro su di essa. Ma poi, nei jhana successivi, distruggo progressivamente quell&#39;immagine, fino a liberarmene del tutto. Ritenere che fissare una fiamma serva solo a concentrare la mente è una visione estremanente superficiale del processo.&#xA;Azzardando forse un po&#39;, si può dire che la meditazione samatha interviene sulla percezione del mondo esterno, decostruendo la nostra visione concettuale (il buddhismo è anti-aristotelismo radicale), mentre la vipassana interviene sul mondo interno, decostruendo il soggetto.&#xA;&#xA;buddhismo]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Da una mail a un maestro zen</em></p>

<p>Come buddhista theravada, mi è stato insegnato che la vera meditazione buddhista è la vipassana, e che la samatha ha un valore preparatorio.È convinzione e pratica diffusa nei monasteri theravada, ed è ripetuta negli studi sulla meditazione buddhista, con pochissime eccezioni. Ora, leggendo i sutra a me pare evidente il contrario. Considerare la samatha come una meditazione che consiste nello sperimentare degli stati di coscienza particolari, in qualche modo alterati, è un grosso equivoco; così come lo è considerarla accessoria. Lo <em>Yuganaddha Sutta</em> (AN 4.170) al riguardo è chiarissimo: è possibile raggiungere lo stato di arahant sviluppando vipassana preceduta da samatha, o samatha preceduta da vipassana, o con samatha e vipassana in parallelo, o con un quarta via, “tenere sotto controllo qualsiasi irrequietezza rispetto al Dhamma  (<em>dhammuddhaccaviggahitaṃ</em>)“, che mi pare indicare la possibilità di un Risveglio improvviso, senza meditazione.
Come sa, nel buddhismo sono centrali i “tre veleni”, raga, dosa e moha. Ora, questi veleni non sono solo alla base della nostra sofferenza, ma sono anche la causa del modo ordinario in cui vediamo il mondo.   Secondo il <em>Mahāvedalla Sutta</em> (MN 43), i tre veleni sono <em>nimittakaraṇa</em>: creano, cioè, i segni interiori (<em>nimitta</em>) che si presentano in noi ogni volta che percepiamo qualcosa. Dunque: percepisco il mondo, nasce in me un segno, una immagine di questo mondo esteriore, che è immediatamente legata ad attaccamento ed avversione. È evidente che è qui un anello che bisogna spezzare: intervenire sul nimitta. Ed è esattamente quello che fa la meditazione samatha. Guardo una fiamma, evoco dentro di me l&#39;immagine e mi concentro su di essa. Ma poi, nei jhana successivi, distruggo progressivamente quell&#39;immagine, fino a liberarmene del tutto. Ritenere che fissare una fiamma serva solo a concentrare la mente è una visione estremanente superficiale del processo.
Azzardando forse un po&#39;, si può dire che la meditazione samatha interviene sulla percezione del mondo esterno, decostruendo la nostra visione concettuale (il buddhismo è anti-aristotelismo radicale), mentre la vipassana interviene sul mondo interno, decostruendo il soggetto.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/nimittakarana</guid>
      <pubDate>Wed, 16 Sep 2020 17:39:01 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>I fiori immaginari</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/fiori</link>
      <description>&lt;![CDATA[Yo nājjhagamā bhavesu sāraṃ,&#xA;Vicinaṃ pupphamivā udumbaresu;&#xA;So bhikkhu jahāti orapāraṃ,&#xA;Urago jiṇṇamivattacaṃ purāṇaṃ.&#xA;&#xA;Il monaco che non vede negli esseri alcuna essenza (sāra)&#xA;-- come se si cercasse un fiore (puppha) su un albero di fico (udumbara) --&#xA;abbandona questo mondo e l&#39;altro (orapāraṃ)&#xA;come un serpente (uraga) che si libera della vecchia pelle.&#xA; &#xA;(Suttanipata, I, 5)!--more--&#xA;&#xA;Paragone suggestivo. Pare però che i fiori del fico esistano: e sono i fichi stessi. O meglio: si trovano all&#39;interno del fico, che propriamente non è un frutto, ma un&#39;infiorescenza.&#xA;Paragone a parte, è chiaro che dal punto di vista del Dhamma del Buddha tutta la filosofia occidentale, da Platone e Aristotele in poi, è una secolare e folle ricerca di fiori immaginari: le Idee, la sostanza, l&#39;anima, Dio. &#xA;&#xA;buddhismo&#xA;&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Yo nājjhagamā bhavesu sāraṃ,
Vicinaṃ pupphamivā udumbaresu;
So bhikkhu jahāti orapāraṃ,
Urago jiṇṇamivattacaṃ purāṇaṃ.</em></p>

<p>Il monaco che non vede negli esseri alcuna essenza (sāra)
— come se si cercasse un fiore (puppha) su un albero di fico (udumbara) —
abbandona questo mondo e l&#39;altro (orapāraṃ)
come un serpente (uraga) che si libera della vecchia pelle.</p>

<p>(Suttanipata, I, 5)</p>

<p>Paragone suggestivo. Pare però che i fiori del fico esistano: e sono i fichi stessi. O meglio: si trovano all&#39;interno del fico, che propriamente non è un frutto, ma un&#39;infiorescenza.
Paragone a parte, è chiaro che dal punto di vista del Dhamma del Buddha tutta la filosofia occidentale, da Platone e Aristotele in poi, è una secolare e folle ricerca di fiori immaginari: le Idee, la sostanza, l&#39;anima, Dio.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/fiori</guid>
      <pubDate>Fri, 04 Sep 2020 10:50:43 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il giusto mezzo</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/gusto_mezzo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Da una mail a un maestro zen.&#xA;&#xA;Il pensiero del Buddha va interpretato, mi pare, in relazione con tre cose:&#xA;Una concezione rituale, sacrificale e in qualche modo misterica della salvezza.&#xA;Una concezione gnostica della salvezza.&#xA;Una concezione ascetica della salvezza.&#xA;La prima è quella della tradizione brahmanica, contro la quale l&#39;opposizione del Buddha è dura e decisa. Da un lato, rifiutando apertamente qualsiasi linguaggio oscuro, evocativo, qualsiasi trasmissione esoterica, ed enfatizzando il carattere verificabile - ehipassiko - del suo messaggio. Dall&#39;altro, eticizzando i rituali. Sono non pochi i sutra nei quali un brahmano interroga il Buddha su questo o quel rituale, e il Buddha propone una nuova versione del rituale che consiste nel compiere azioni etiche. Ashoka farà la stessa cosa, ma con l&#39;autorità di un imperatore. Dunque: non ci si salva con i rituali; piuttosto occorre fare il bene.&#xA;La seconda concezione è quella del Samkhya, il più antico sistema filosofico indiano. La salvezza si ottiene grazie alla conoscenza del carattere illusorio di questo mondo e alla discriminazione di Spirito (Purusha) e Natura (Prakriti).&#xA;Su questa base si innesta la terza concezione, quella ascetica dello Yoga classico di Patanjali. Non basta la conoscenza, occorre separare lo Spirito dall&#39;elemento materiale attraverso una serie di pratiche di riduzione. !--more--&#xA;Ora, è impossibile appurarlo, per via dei noti problemi di datazione dei testi indiani, ma è probabile che il giovane Siddhattha, prima di diventare il Buddha, sia entrato in contatto con tutte queste concezioni. Stando ad Ashvagosha, i maestri di Siddhattha gli avrebbero insegnato ad entrare in stati di assorbimento meditativo sempre più raffinati, in modo da svincolare lo Spirito dal corpo. Il Buddha rifiuta questa via, perché - sempre stando ad Ashvagosha - ritiene che la credenza nell&#39;esistenza di uno Spirito sia fonte di nuovo attaccamento. E tuttavia resta, per così dire, nei paraggi: anche per il Dharma del Buddha la liberazione è questione, insieme, di conoscenza e di ascesi (nel senso etimologico di esercizio).&#xA;Se ne differenzia in due punti, che hanno a che fare con il giusto mezzo. Il primo è appunto quello dell&#39;ascesi. Dal momento che non esiste uno Spirito da liberare dal corpo, non c&#39;è in realtà nessuna necessità di mortificare il corpo. Per questo il Buddha condanna le rigide pratiche ascetiche diffuse al suo tempo. Mi pare che la funzione dell&#39;ascesi nel buddhismo sia solo quella di evitare la proliferazione del desiderio, che è fonte di eccitazione ed agitazione e impedisce la meditazione. Da questo punto di vista, la via del Buddha sembra essere realmente una via di mezzo tra l&#39;ascesi mortificante e la vita dell&#39;uomo e dalla donna comuni.&#xA;L&#39;altra questione è quella della conoscenza. Qui il Buddha, come lei nota giustamente, si pone al di fuori di ogni estremo, né si può dire che si collochi nel mezzo. Al tempo del Buddha - lo vediamo dai sutra - c&#39;erano infiniti dibattiti, in particolare tra i seguaci dei diversi shramana, primi fra tutti quelli di Mahavira, che appare come il principale interlocutore/avversario del Buddha. La salvezza è questione di conoscenza, ma non di teoria. Per questo il Buddha resta in silenzio quando gli fanno domande che richiedono risposte teoriche. E la ragione non è diversa da quella che lo ha condotto a rifiutare la soluzione dei suoi primi maestri: come la concezione di un Sé o di uno Spirito, così qualsiasi teoria diventa fonte di attaccamento e si risolve in un ostacolo alla liberazione. Quindi né A né non A. Né eternalismo né nichilismo, né affermazione né negazione del Sé, eccetera; e nemmeno la posizione intermedia tra questi due estremi. &#xA;&#xA;buddhismo]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Da una mail a un maestro zen.</em></p>

<p>Il pensiero del Buddha va interpretato, mi pare, in relazione con tre cose:
Una concezione rituale, sacrificale e in qualche modo misterica della salvezza.
Una concezione gnostica della salvezza.
Una concezione ascetica della salvezza.
La prima è quella della tradizione brahmanica, contro la quale l&#39;opposizione del Buddha è dura e decisa. Da un lato, rifiutando apertamente qualsiasi linguaggio oscuro, evocativo, qualsiasi trasmissione esoterica, ed enfatizzando il carattere verificabile – ehipassiko – del suo messaggio. Dall&#39;altro, eticizzando i rituali. Sono non pochi i sutra nei quali un brahmano interroga il Buddha su questo o quel rituale, e il Buddha propone una nuova versione del rituale che consiste nel compiere azioni etiche. Ashoka farà la stessa cosa, ma con l&#39;autorità di un imperatore. Dunque: non ci si salva con i rituali; piuttosto occorre fare il bene.
La seconda concezione è quella del Samkhya, il più antico sistema filosofico indiano. La salvezza si ottiene grazie alla conoscenza del carattere illusorio di questo mondo e alla discriminazione di Spirito (Purusha) e Natura (Prakriti).
Su questa base si innesta la terza concezione, quella ascetica dello Yoga classico di Patanjali. Non basta la conoscenza, occorre separare lo Spirito dall&#39;elemento materiale attraverso una serie di pratiche di riduzione. 
Ora, è impossibile appurarlo, per via dei noti problemi di datazione dei testi indiani, ma è probabile che il giovane Siddhattha, prima di diventare il Buddha, sia entrato in contatto con tutte queste concezioni. Stando ad Ashvagosha, i maestri di Siddhattha gli avrebbero insegnato ad entrare in stati di assorbimento meditativo sempre più raffinati, in modo da svincolare lo Spirito dal corpo. Il Buddha rifiuta questa via, perché – sempre stando ad Ashvagosha – ritiene che la credenza nell&#39;esistenza di uno Spirito sia fonte di nuovo attaccamento. E tuttavia resta, per così dire, nei paraggi: anche per il Dharma del Buddha la liberazione è questione, insieme, di conoscenza e di ascesi (nel senso etimologico di esercizio).
Se ne differenzia in due punti, che hanno a che fare con il giusto mezzo. Il primo è appunto quello dell&#39;ascesi. Dal momento che non esiste uno Spirito da liberare dal corpo, non c&#39;è in realtà nessuna necessità di mortificare il corpo. Per questo il Buddha condanna le rigide pratiche ascetiche diffuse al suo tempo. Mi pare che la funzione dell&#39;ascesi nel buddhismo sia solo quella di evitare la proliferazione del desiderio, che è fonte di eccitazione ed agitazione e impedisce la meditazione. Da questo punto di vista, la via del Buddha sembra essere realmente una via di mezzo tra l&#39;ascesi mortificante e la vita dell&#39;uomo e dalla donna comuni.
L&#39;altra questione è quella della conoscenza. Qui il Buddha, come lei nota giustamente, si pone al di fuori di ogni estremo, né si può dire che si collochi nel mezzo. Al tempo del Buddha – lo vediamo dai sutra – c&#39;erano infiniti dibattiti, in particolare tra i seguaci dei diversi shramana, primi fra tutti quelli di Mahavira, che appare come il principale interlocutore/avversario del Buddha. La salvezza è questione di conoscenza, ma non di teoria. Per questo il Buddha resta in silenzio quando gli fanno domande che richiedono risposte teoriche. E la ragione non è diversa da quella che lo ha condotto a rifiutare la soluzione dei suoi primi maestri: come la concezione di un Sé o di uno Spirito, così qualsiasi teoria diventa fonte di attaccamento e si risolve in un ostacolo alla liberazione. Quindi né A né non A. Né eternalismo né nichilismo, né affermazione né negazione del Sé, eccetera; e nemmeno la posizione intermedia tra questi due estremi.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/gusto_mezzo</guid>
      <pubDate>Mon, 31 Aug 2020 17:04:36 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Gli individui che non siamo</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/gli-individui-che-non-siamo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Il re greco Menandro, che regnò nel secondo secolo a.C. su un territorio che comprendeva l’India del nord e l’attuale Pakistan, fu con ogni probabilità uno dei primi occidentali convertiti al buddhismo, grazie ai lunghi dialoghi con un saggio buddhista, Nagasena, registrati in uno dei testi più importanti del buddhismo antico, il Milindapañha (Milinda è il nome greco del re). Al re che gli chiede il suo nome, il saggio buddhista risponde di chiamarsi Nagasena, ma precisa che si tratta solo di una convenzione, “perché nessuna persona è presente qui” (Milinda’s Questions, Luzac &amp; Company, London 1969, vol I, p.34). Il re resta sconcertato. Come può essere che Nagasena dica una cosa del genere? Come può essere che lì, di fronte a lui, dica di non esistere?!--more--&#xA;Non è diverso lo sconcerto – lo choc culturale – di un occidentale di oggi quando si avvicina al pensiero buddhista. Fin dalle sue radici greche, la visione del mondo occidentale è fondata su tre cose: la solidità delle cose, assicurata dall’idea di sostanza; la solidità, razionalità, comprensibilità del mondo, assicurata dall’esistenza di Dio; la solidità di noi stessi, che nemmeno la morte può intaccare: l’immortalità dell’anima. A partire dall’età moderna questi tre pilastri dell’Occidente sono stati progressivamente attaccati, fino a sgretolarsi. Il mondo ordinato, solido, strutturato gerarchicamente come un sistema di enti con al centro l’uomo (proprio nel senso di maschio) entra in crisi sotto i colpi congiunti della scienza e del libero pensiero, mentre l’ascesa della borghesia spazza via i rapporti di produzione feudali. La morte di Dio annunciata da Nietzsche è il momento più noto, ma non necessariamente il più significativo, di questa lunga decostruzione. L’eclissi di Dio è un dato sociologico: nelle società occidentali il sacro tradizionale ha ormai un ruolo marginale. Restano saldi invece nel senso comune gli altri due pilastri: la certezza della cosa e la certezza dell’io.&#xA;Queste due certezze attacca uno dei libri più coraggiosi e interessanti prodotti dalla filosofia italiana negli ultimi anni: Tratti. Perché gli individui non esistono di Paolo Godani (Ponte alle Grazie, Milano 2020; il libro è uscito prima in edizione francese con il titolo: Traits. Une métaphysique du singulier). La tesi di Godani, che ripercorre il pensiero occidentale da Aristotele ad Heidegger e Deleuze, ma rilegge anche L’uomo senza qualità  di Musil, è quella del sottotitolo: gli individui non esistono. Non esiste tesi più irritante per il senso comune. L’individuo è ciò che ho di fronte a me, lo vedo, lo tocco, posso anche annusarlo: come dire che non esiste? E tuttavia le cose non sono così semplici. Questa realtà individuale, questa cosa o questa persona qui, è mutevole. Posso guardarla, farne esperienza, ma ogni volta sarà in modo diverso. Non ho mai una esperienza assolutamente identica di una realtà individuale. In cosa consiste allora il suo essere individuo? Dobbiamo postulare, in modo esplicito o implicito, che al di sotto di tutte le modificazioni esista qualcosa, un sostrato stabile, e che questo qualcosa sia l’individuo al di là delle sue modificazioni. Il libro di Godani, che sto riguardando ora per scrivere questo articolo, si presenta in un certo modo, con una certa luce dovuta al fatto che mi trovo alla mia scrivania, ed alla mia sinistra ho una finestra aperta con una tenda rossa. Se ora lo portassi in un’altra stanza, il libro apparirebbe diverso, con una diversa luce. Sarebbe lo stesso libro? Sì, pensiamo: è uno stesso libro che si mostra in modo diverso. Così pensando operiamo una distinzione tra un’essenza e le sue caratteristiche contingenti. Ma questa essenza, scrive Godani, è “una X indicibile e impensabile” (p. 145). L’alternativa proposta è quella di pensare “la coappartenanza essenziale dell’essere e delle sue determinazioni” (ivi). Il libro e l’ombra che appare sulla pagina in questo preciso momento; non un libro-essenza che ha ora, qui, questo particolare aspetto. Questo vuol dire pensare la realtà come una costellazione di tratti che si compongono in un certo modo, qui ed ora, ma che sempre possono tornare a comporsi in modi diversi.&#xA;Al re Menandro-Milinda, il saggio Nagasena rispose con il noto paragone del carro. Cos’è un carro, se non un insieme di elementi che non sono carro? Tolti le aste, le ruote, il telaio eccetera, non ne resta nulla. E tuttavia nessuna di queste cose, in sé, è il carro. Lo stesso vale per noi. Come ogni cosa, non siamo che il momentaneo aggregarsi di alcune caratteristiche. Nel libro di Godani il buddhismo compare di sfuggita, attraverso Derek Parfit, uno dei pensatori che con maggior rigore hanno messo in discussione l’identità individuale; ma vi compare nel momento decisivo: quando si tratta di trarre le conclusioni. Se non siamo individui, ma costellazioni di tratti, allora la morte non è (più), come nell’esistenzialismo, il segno della nostra irripetibilità ed autenticità, ma si spezza in “una molteplicità di piccole morti ricorrenti” (p. 223). E si presenta l’idea di una liberazione dall’io che non è davvero diversa dalla via che nel buddhismo conduce al nibbana.&#xA;Il libro di Godani conferma, mi pare, che al di là dei penosi e lucrosi fraintendimenti occidentali della tradizione spirituale orientale – con la meditazione vipassana che diventa mindfulness: una pratica per il trascendimento dell’io messa al servizio della crescita personale – è possibile una convergenza tra i temi più difficili e sofferti del pensiero occidentale contemporaneo e la millenaria riflessione buddhista. Il buddhismo è fin dall’inizio lì dove l’Occidente è sospinto dalla sua vis critica: un mondo fatto di relazioni più che di sostanze, una rete di connessioni che non impiglia, ma libera.&#xA;&#xA;Gli Stati Generali, 8 agosto 2020.&#xA;&#xA;#filosofia #buddhismo #glistatigenerali&#xA;&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il re greco Menandro, che regnò nel secondo secolo a.C. su un territorio che comprendeva l’India del nord e l’attuale Pakistan, fu con ogni probabilità uno dei primi occidentali convertiti al buddhismo, grazie ai lunghi dialoghi con un saggio buddhista, Nagasena, registrati in uno dei testi più importanti del buddhismo antico, il <em>Milindapañha</em> (Milinda è il nome greco del re). Al re che gli chiede il suo nome, il saggio buddhista risponde di chiamarsi Nagasena, ma precisa che si tratta solo di una convenzione, “perché nessuna persona è presente qui” (<em>Milinda’s Questions</em>, Luzac &amp; Company, London 1969, vol I, p.34). Il re resta sconcertato. Come può essere che Nagasena dica una cosa del genere? Come può essere che lì, di fronte a lui, dica di non esistere?
Non è diverso lo sconcerto – lo choc culturale – di un occidentale di oggi quando si avvicina al pensiero buddhista. Fin dalle sue radici greche, la visione del mondo occidentale è fondata su tre cose: la solidità delle cose, assicurata dall’idea di sostanza; la solidità, razionalità, comprensibilità del mondo, assicurata dall’esistenza di Dio; la solidità di noi stessi, che nemmeno la morte può intaccare: l’immortalità dell’anima. A partire dall’età moderna questi tre pilastri dell’Occidente sono stati progressivamente attaccati, fino a sgretolarsi. Il mondo ordinato, solido, strutturato gerarchicamente come un sistema di enti con al centro l’uomo (proprio nel senso di maschio) entra in crisi sotto i colpi congiunti della scienza e del libero pensiero, mentre l’ascesa della borghesia spazza via i rapporti di produzione feudali. La morte di Dio annunciata da Nietzsche è il momento più noto, ma non necessariamente il più significativo, di questa lunga decostruzione. L’eclissi di Dio è un dato sociologico: nelle società occidentali il sacro tradizionale ha ormai un ruolo marginale. Restano saldi invece nel senso comune gli altri due pilastri: la certezza della cosa e la certezza dell’io.
Queste due certezze attacca uno dei libri più coraggiosi e interessanti prodotti dalla filosofia italiana negli ultimi anni: <em>Tratti. Perché gli individui non esistono</em> di Paolo Godani (Ponte alle Grazie, Milano 2020; il libro è uscito prima in edizione francese con il titolo: <em>Traits. Une métaphysique du singulier</em>). La tesi di Godani, che ripercorre il pensiero occidentale da Aristotele ad Heidegger e Deleuze, ma rilegge anche <em>L’uomo senza qualità</em>  di Musil, è quella del sottotitolo: gli individui non esistono. Non esiste tesi più irritante per il senso comune. L’individuo è ciò che ho di fronte a me, lo vedo, lo tocco, posso anche annusarlo: come dire che non esiste? E tuttavia le cose non sono così semplici. Questa realtà individuale, questa cosa o questa persona qui, è mutevole. Posso guardarla, farne esperienza, ma ogni volta sarà in modo diverso. Non ho mai una esperienza assolutamente identica di una realtà individuale. In cosa consiste allora il suo essere individuo? Dobbiamo postulare, in modo esplicito o implicito, che al di sotto di tutte le modificazioni esista qualcosa, un sostrato stabile, e che questo qualcosa sia l’individuo al di là delle sue modificazioni. Il libro di Godani, che sto riguardando ora per scrivere questo articolo, si presenta in un certo modo, con una certa luce dovuta al fatto che mi trovo alla mia scrivania, ed alla mia sinistra ho una finestra aperta con una tenda rossa. Se ora lo portassi in un’altra stanza, il libro apparirebbe diverso, con una diversa luce. Sarebbe lo stesso libro? Sì, pensiamo: è uno stesso libro che si mostra in modo diverso. Così pensando operiamo una distinzione tra un’essenza e le sue caratteristiche contingenti. Ma questa essenza, scrive Godani, è “una X indicibile e impensabile” (p. 145). L’alternativa proposta è quella di pensare “la coappartenanza essenziale dell’essere e delle sue determinazioni” (ivi). Il libro e l’ombra che appare sulla pagina in questo preciso momento; non un libro-essenza che ha ora, qui, questo particolare aspetto. Questo vuol dire pensare la realtà come una <em>costellazione di tratti</em> che si compongono in un certo modo, qui ed ora, ma che sempre possono tornare a comporsi in modi diversi.
Al re Menandro-Milinda, il saggio Nagasena rispose con il noto paragone del carro. Cos’è un carro, se non un insieme di elementi che non sono carro? Tolti le aste, le ruote, il telaio eccetera, non ne resta nulla. E tuttavia nessuna di queste cose, in sé, è il carro. Lo stesso vale per noi. Come ogni cosa, non siamo che il momentaneo aggregarsi di alcune caratteristiche. Nel libro di Godani il buddhismo compare di sfuggita, attraverso Derek Parfit, uno dei pensatori che con maggior rigore hanno messo in discussione l’identità individuale; ma vi compare nel momento decisivo: quando si tratta di trarre le conclusioni. Se non siamo individui, ma costellazioni di tratti, allora la morte non è (più), come nell’esistenzialismo, il segno della nostra irripetibilità ed autenticità, ma si spezza in “una molteplicità di piccole morti ricorrenti” (p. 223). E si presenta l’idea di una liberazione dall’io che non è davvero diversa dalla via che nel buddhismo conduce al nibbana.
Il libro di Godani conferma, mi pare, che al di là dei penosi e lucrosi fraintendimenti occidentali della tradizione spirituale orientale – con la meditazione vipassana che diventa mindfulness: una pratica per il trascendimento dell’io messa al servizio della <em>crescita personale</em> – è possibile una convergenza tra i temi più difficili e sofferti del pensiero occidentale contemporaneo e la millenaria riflessione buddhista. Il buddhismo è fin dall’inizio lì dove l’Occidente è sospinto dalla sua vis critica: un mondo fatto di relazioni più che di sostanze, una rete di connessioni che non impiglia, ma libera.</p>

<p><em>Gli Stati Generali</em>, 8 agosto 2020.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:filosofia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">filosofia</span></a> <a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a> <a href="/naciketas/tag:glistatigenerali" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">glistatigenerali</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/gli-individui-che-non-siamo</guid>
      <pubDate>Sat, 08 Aug 2020 16:55:36 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Dhamma</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/dhamma</link>
      <description>&lt;![CDATA[Il Buddhadhamma è una via apollinea per giungere al dionisiaco. {28.07.2020} &#xA;&#xA;buddhismo]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Il Buddhadhamma è una via apollinea per giungere al dionisiaco. {28.07.2020}</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/dhamma</guid>
      <pubDate>Tue, 28 Jul 2020 19:32:07 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La mente asteroide</title>
      <link>https://noblogo.org/naciketas/evagrius</link>
      <description>&lt;![CDATA[τότε ἀνατελεῖ σοι καρδίας ἀπάθεια καὶ νοῦν ἀστεροειδῆ ὄψει ἐν προσευχῇ.&#xA;&#34;E allora sorgerà per te l&#39;apatia del cuore e nella preghiera vedrai la mente come una stella.&#34; Evagrius Ponticus, Περὶ διαφόρων πονηρῶν λογισμῶν, 43.&#xA;&#xA;Evagrio Pontico è il punto di massima prossimità del cristianesimo al buddhismo. I demòni di cui parla altro non sono che i किलेस, e la preghiera è la tecnologia del sé che libera la mente dalla loro azione. La mente-asteroide non è troppo diversa dal तथागतगर्भ.&#xA;&#xA;buddhismo&#xA;]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>τότε ἀνατελεῖ σοι καρδίας ἀπάθεια καὶ νοῦν ἀστεροειδῆ ὄψει ἐν προσευχῇ.
“E allora sorgerà per te l&#39;apatia del cuore e nella preghiera vedrai la mente come una stella.” Evagrius Ponticus, <em>Περὶ διαφόρων πονηρῶν λογισμῶν</em>, 43.</p>

<p>Evagrio Pontico è il punto di massima prossimità del cristianesimo al buddhismo. I demòni di cui parla altro non sono che i किलेस, e la preghiera è la tecnologia del sé che libera la mente dalla loro azione. La mente-asteroide non è troppo diversa dal तथागतगर्भ.</p>

<p><a href="/naciketas/tag:buddhismo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">buddhismo</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/naciketas/evagrius</guid>
      <pubDate>Sat, 04 Jul 2020 09:12:30 +0000</pubDate>
    </item>
  </channel>
</rss>