Naïf onesta

So di essere estremamente naïf mentre mi poggio, scomodamente, su pensieri dall'aspro sapore dell'invidia, ma sono anche questo: invidiosa, appunto.

Invidiosa di chi, grazie al lavoro che svolge gode di un diritto innato, forse appartenente a noi tutti e cioè il diritto alla vanità. E ne gode senza che questo lo faccia sembrare patetico: è il suo stesso lavoro che nobilita l'atto di mostrarsi, imbellettarsi, pavoneggiarsi e costruire nella mente degli altri un ricordo prestigioso di sé. Mi si potrebbe controbattere, a ragione, che magari il soggetto in questione per arrivare dov'è ha studiato, ha investito su di sé, insomma, quel posto lo ha immaginato, sognato, sudato(?) e dunque se lo è guadagnato. Niente di più vero, ma questo è un assunto che riguarda chiunque nella vita ottenga qualcosa con i propri sforzi.

Allora diciamo che continuo intrinsecamente a provare un fastidio atavico che a seconda dei casi infuoca le mie viscere in maniera più o meno intensa; poco importa, internamente sono comunque in fiamme. Tutto questo non mi fa vivere bene, perché indubbiamente ripercorro le mie scelte e quelle che i miei due adulti di riferimento avrebbero dovuto prendere in considerazione per me e si sa come si sta dopo certi pensieri; dunque mi sposto su ciò che ha portato all'origine di tutto questo modus operandi ormai collaudato, accettato e perfettamente integrato nella nostra società come se ciò potesse in qualche modo domare le fiammate, che si dipanano velocissime. Mi ritrovo con delle risposte fattuali ma con le interiora ridotte in cenere perché la sensazione perpetua è quella di far parte di un meccanismo in cui molti di noi divengono dei pezzi interscambiali, mangiati dalla fatica e con i cervelli, a volte, troppo stanchi per partorire concetti lucidi. Sento come se tutto questo riflettere su delle differenze così enormi ma reali, rischi di corroderci o forse sono io che mi sento -ingenuamente- corrosa