▪︎Petra Von Kramp▪︎

Refusi, tanti; di riflessioni illuminanti, invece, nessuna traccia

Dopo aver ascoltato Slavoy Žižek

Forse ha senso smettere di guardare in maniera ossessiva dentro se stessi per arrivare a conoscersi (che poi è sempre una conoscenza parziale); diventa semmai necessario, impiegare gran parte di se stessi – e dunque, gran parte del proprio tempo e delle proprie energie – in una causa o attività specifica che ci impegni testa e corpo, quasi totalmente; non tanto per distrarci da noi stessi (in qualche modo forse anche, perché pure spostare l'attenzione aiuta), ma forse più per scoprire che, nonostante tutte le nostre magagne, i nostri traumi e le nostre paure, riusciamo comunque a rimanere in piedi ed essere altro.

Sicuramente la terapia, l'analisi, aiutano e tanto, ma nel corso del tempo, possono divenire forse, un modo per riconfermare a noi stessi che vogliamo comunque tenerci in equilibrio e lo facciamo con delle figure, si spera, il più possibile, fidate, che ci tengano la mano fino ad un certo punto del cammino. Mi è capitato di sentire non poche persone dire di aver fatto terapia per un “determinato” periodo di tempo, terminato il quale non ne avevano poi più così bisogno. Mi trovo, attualmente, ad invidiare queste persone perché so per certo che per alcune di loro significa essere arrivate ad un livello di consapevolezza sufficiente per dare continuità ad un percorso personale e umano, che aveva subìto un qualche tipo di frizione. Un tempo avrei considerato questa opzione di “terapia a scadenza” azzardata e poco ragionata; un tempo infatti cercavo tutte le risposte possibili. Io purtroppo sono ancora vittima di continue frizioni personali che mi rendono la salita ancora più ripida e dunque mi sento ancora in ballo, sento ancora il “bisogno”.

In parallelo, però, sento anche una curiosità: quella di sapermi e sentirmi completamente assorbita da altro che non siano le mie fobie; la curiosità di vedermi maneggiare il pensiero di quelle stesse fobie annose e logore e renderle altro rispetto a ciò che sono sempre state.

25/09/2026

Sulla vicenda delle orribile parole pronunciate dai turisti a cui, la tragica morte di un giovane lavoratore di 22 anni, ha impedito loro di visitare il Colosseo, cosa si può dire? Io personalmente vivrei con disagio il fatto di aver avuto tutta quella nonchalance nel dire quelle cose e non solo, anche di aver acconsentito a me stessa di dirle davanti a un microfono e a una telecamera, consapevole del giro enorme che queste parole avrebbero fatto. Questo perché credo che ognuno abbia il suo personale limite su cosa di fangoso e deprecabile può accettare negli altri e in se stesso. Ma è inutile dire che quei turisti, forse quello americano in special modo, non siano degni di essere definiti “umani” perché invece è proprio l'umanità che si manifesta – anche – in quei modi: fa schifo e discutere, ma è -anche – questo e dicendolo non sto scoprendo l'acqua, né voglio dare eccessiva colpa “ai tempi che corrono”; la realtà, io credo che sia sempre stata questa è solo il nostro modo di comunicare, attualmente, che fa pietà, secondo me. E ci sono dentro anche io eh.

Inoltre non voglio sintetizzare il tutto con “facciamo tutti schifo” accettiamolo. Forse mi stride l'accezione positiva che spesso si dà alla parola “umano”; ci sono persone compassionevoli e altre che non riescono a percepire oltre il loro minchia di naso. Questa dinamica, da buona Romana l'ho vista accadere tutte le volte che un povero cristo decideva di buttarsi sui binari della metro: alle mie orecchie arrivava spesso un commento del tipo “ma questo proprio qua se doveva buttà? Ao io devo annà a lavoro” – “ma non se poteva ammazzà senza causare problemi agli altri?”, eccoci qua.

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Tutto questo ciarlare, fondamentalmente, nasce dal fatto che io stessa lì per lì mi sono ritrovata disgustata a chiedermi: “ma cosa siamo diventati?” In realtà no, si è sempre stati e allora mi aggrappo al senso che dovrebbero avere le parole: che l'umano, a volte, è un essere che disgusta

Coazione a ripetere

Entrambi abbiamo agito in modo vile e spregevole con persone considerate da noi inferiori, per motivi, forse abbastanza scontati. Li abbiamo tenuti -e li teniamo ancora- con più o meno consapevolezza, in nostro potere. Detesto ammetterlo, ma siamo simili nel nostro essere infimi e infami.

Siamo simili nel nostro svalutare e pontificare; se tu sei più spietato è solo per il diverso innato temperamento, ma l'intento di schiacciare con il nostro fare da padri-padroni e madri-matrone è il medesimo.

Tutto questo parla più di noi e di quanto siamo piccoli; parla più delle nostre parti prese a calci e ricoperte di sputi. Non parla di chi subisce, no: loro forse ci amano, cercano un angolo dove mettere i nostri panni sporchi e dopo ci aiutano persino a smacchiarli.

Io e te, dopo aver mancato di gentilezza, ci prostriamo all'altro, ci spertichiamo in scuse convincenti e addolorate; vorremmo sotterrarci però, perché in fondo l'altro è sempre il nostro specchio e quel riflesso ha proprio dei contorni che ci portano solo nausea e vergogna.

Qui di lieto non c'è niente, ma solo dinamiche che si reiterano nel tempo, perché la frustrazione di ritrovarsi in una condizione che in realtà non avremmo voluto vivere o si impara a maneggiare o si finisce per essere maneggiati a propria volta con mani di acciaio gelide e ingenerose

Naïf onesta

So di essere estremamente naïf mentre mi poggio, scomodamente, su pensieri dall'aspro sapore dell'invidia, ma sono anche questo: invidiosa, appunto.

Invidiosa di chi, grazie al lavoro che svolge gode di un diritto innato, forse appartenente a noi tutti e cioè il diritto alla vanità. E ne gode senza che questo lo faccia sembrare patetico: è il suo stesso lavoro che nobilita l'atto di mostrarsi, imbellettarsi, pavoneggiarsi e costruire nella mente degli altri un ricordo prestigioso di sé. Mi si potrebbe controbattere, a ragione, che magari il soggetto in questione per arrivare dov'è ha studiato, ha investito su di sé, insomma, quel posto lo ha immaginato, sognato, sudato(?) e dunque se lo è guadagnato. Niente di più vero, ma questo è un assunto che riguarda chiunque nella vita ottenga qualcosa con i propri sforzi.

Allora diciamo che continuo intrinsecamente a provare un fastidio atavico che a seconda dei casi infuoca le mie viscere in maniera più o meno intensa; poco importa, internamente sono comunque in fiamme. Tutto questo non mi fa vivere bene, perché indubbiamente ripercorro le mie scelte e quelle che i miei due adulti di riferimento avrebbero dovuto prendere in considerazione per me e si sa come si sta dopo certi pensieri; dunque mi sposto su ciò che ha portato all'origine di tutto questo modus operandi ormai collaudato, accettato e perfettamente integrato nella nostra società come se ciò potesse in qualche modo domare le fiammate, che si dipanano velocissime. Mi ritrovo con delle risposte fattuali ma con le interiora ridotte in cenere perché la sensazione perpetua è quella di far parte di un meccanismo in cui molti di noi divengono dei pezzi interscambiali, mangiati dalla fatica e con i cervelli, a volte, troppo stanchi per partorire concetti lucidi. Sento come se tutto questo riflettere su delle differenze così enormi ma reali, rischi di corroderci o forse sono io che mi sento -ingenuamente- corrosa

Tanto tu proprio non ci arrivi a capire che quando faccio accenno al concetto di potere, a quello che nello specifico schiaccia e lenisce, io penso a te e al potere che hai esercitato deliberatamente su di me perché mi ritenevi l'animale più debole

Tu hai talmente cancellato il mio dolore, ci sei talmente passato e ripassato più volte sopra, che io e lui, siamo ormai diventati nulli: non abbiamo più un corpo né una densità, né tanto meno un peso; pure il nostro ricordo ha abbandonato il tuo cervello

Nel tuo cuore non è mai stato una presenza.

E dunque penso al concetto di potere che viene subìto e agìto; bisogna solo capire chi farà cosa con chi e soprattutto quando. Il momento è fondamentale: delinea le priorità personali e aiuta a comprendere cosa si è sempre voluto, a prescindere dal ruolo interpretato

Spero, ma non credo, che ciò che hai ottenuto possa bastarti

PEZZI //0

Altrui corpi, nomi, velleità. Il mio lo sento estraneo da me Il mio non è insipido come me Le mie, quali sono?

Davvero mi sento minacciata quando in realtà sono già morta da anni? Morta perché fatta a pezzi.

Lo capirà mai, mentre mette in atto la migliore rappresentazione di sé stesso con la complicità, suadente e giocosa, della sua equipe?

Non lo farà.

PEZZI //0

Altrui corpi, nomi, velleità. Il mio lo sento estraneo da me Il mio non è insipido come me Le mie, quali sono?

Davvero mi sento minacciata quando in realtà sono già morta da anni? Morta perché fatta a pezzi.

Lo capirà mai, mentre mette in atto la migliore rappresentazione di sé stesso con la complicità, suadente e giocosa, della sua equipe?

Non lo farà.

[Di refusi, probabilmente in abbondanza]

Da ragazzina, verso i 14/15 anni, ricordo che passavo molto tempo a scrivere al computer. Avevo l'abitudine di usare un font che poi non ho mai più usato, né rivisto, il “Monotype Corsiva”. Mi piaceva inspiegabilmente moltissimo. Scrivevo, stampavo e spillavo. Poi rileggevo ovviamente, come fosse una rivista – che il numero di pagine era comunque modesto, sebbene contenesse tutte le mie paturnie adolescenziali e quindi dolorosissime, se sei una come me. Tempo dopo, tutto è andato perso, ma non in qualche cestino: banalmente, ho perso tutto. In realtà credo di averlo solo nascosto molto bene. Infatti, potrebbe benissimo essere che quella breve raccolta autobiografica sia chissà dove a casa dei miei genitori. Altre volte invece penso che, dopo averlo riesumato e letto, siano stati proprio loro, colpiti da troppa compassione e pena per me, ad averlo gettato. Fatto sta che quella voglia di scrivere è riemersa in me circa trent'anni dopo quel periodo e nel mezzo, solo un lunghissimo e immotivato silenzio. Non so che farmene di questa voglia ora come ora, quel che so è che ad un certo punto è importante che esca. Qui, oggi, inizia qualcosa; col tempo capirò cosa e come. Di “perché” ne ho parecchi