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Memoria di una generazione che provò a cambiare la società.

È passato mezzo secolo dai primi giorni del ’76, eppure a volte sembra ieri: quando ricordo quei volti sorridenti di noi ragazzi, molti appena ventenni, con le barbe incolte e i capelli lunghi; e le ragazze, con l'abbandono delle divise rassicuranti della “buona famiglia”, lo sguardo fiero di chi non abbassava più gli occhi e un modo di vestire libero, che per la società di allora erano entrambi un atto di insubordinazione, testimonianza di una diversità rispetto alla “norma” di un paese sperduto al Sud, che non era periferia geografica ma linea di frontiera, in cui malgrado tutto ci sentivamo parte di quel mondo giovanile il cui fermento sociale risaliva allo sconvolgimento del post-’68.

Ricordo come fosse adesso: le giornate passate al circolo Musica e Cultura. C’era un’artigianalità che oggi definirei povera ma sacra, ad inventarci le tessere per i soci o per i cineforum o per il teatro o i concerti: un cartoncino da ritagliare, poche parole scritte a mano. E poi le sere affollate e fumose dei cineforum, dei concerti, delle assemblee democratiche e partecipate e che erano l'anima stessa del circolo, dove le proposte trovavano vita o finivano nell'oblio tra discussioni accese.

Altre volte mi sembra un tempo lontanissimo: se penso a quanto c'è stato in mezzo, anche se tante problematiche sembrano rimaste immutate. C'è in me una sensazione da naufrago per aver perso quell'associazionismo che dava identità. Altre volte mi sento un sopravvissuto, un reduce per cui l'aver tenuto fede a quel fuoco formativo è diventata una condanna – non una pena, una condanna. Mi sento a volte relitto di un'epoca passata, custode di memorie che altrimenti sarebbero ormai perse.

Un valore che non sta nel replicare l’esperienza, ogni tempo ha i suoi linguaggi e le sue battaglie, ma nel trasmetterne la temperatura morale. E qui inciampo nell’ imbarazzo: mi chiedo con un certo smarrimento che valore abbia davvero quel fuoco oggi.

Altri anni sono scivolati via per quella fedeltà assoluta alla collettività delle decisioni. Anche se il circolo non esisteva più come luogo fisico, le persone sono rimaste, e a ognuna si chiedeva di contribuire a un racconto comune. Ma scrivere del proprio vissuto e delle proprie emozioni non è qualcosa che si impara sui banchi di scuola; deve nascere da un’esigenza interiore di comunicare, restando però lontani dal protagonismo, dalla retorica, dal facile sentimentalismo.

Quell’onda lunga iniziata nel ’68, a Cinisi, non era discussione sui massimi sistemi, non era teoria. Era pratica di vita vissuta a tavola quando andavano in frantumi i piatti e le ragazze venivano trainate dai genitori per casa, afferrate per i capelli. Non era banale ribellione: era il prezzo del distacco dall’affettività e dalla protezione della famiglia, per un altro modo di stare insieme – non scontato, non esperito, tutto da costruire. Un ideale da rendere concreto. Non so oggi se una scelta così radicale possa essere compresa dai giovani. Far comprendere come la libertà che cercavamo non era quella delle nostre case, e come il desiderio di essere se stessi ci mettesse in lite continua con la famiglia e la società del tempo.

Far parte di quel circolo non era svago: la cultura non era accademia, la musica non era solo evasione. Era lasciarsi dietro il vecchio mondo e provarne uno nuovo, con la musica come linguaggio universale, la cultura come contro-potere; l’alternativa all’omologazione del non sentire, non vedere, non parlare.

Eppure, tutto questo non spiega perché abbiamo impiegato cinquant'anni per raccontare questa esperienza, lasciando che altri dall'esterno la interpretassero a modo loro. Forse la cesura brutale dell’assassinio di Peppino, questo lutto mai elaborato collettivamente ma forse solo in parte a livello personale, per certi versi, ci ha sbandato. Nei primi anni, l'urgenza assoluta era politica e giudiziaria: dovevamo ribaltare una “verità” di comodo che era solo una menzogna di Stato.

Ci ha portato via più di venti anni.

Anche tutto questo però non lo sento come risposta esauriente. Qualcosa ancora sfugge. Tante volte ho fatto un parallelo pensando ai sopravvissuti della Shoah, al loro riserbo nel non raccontare in tutti quei primi anni. Lì c’era una sofferenza inaudita, una storia difficile da credere, una storia certamente molto diversa dalla nostra.

Della nostra, della mia, non saprei dire perché.

Per saperne di più su Peppino ed il circolo “Musica e Cultura” vai qui:

https://paolochirco.altervista.org/50-anni-circolo-musica-cultura-cinisi/

Giorgio Lotti e il silenzio del sacro nelle bacheche di Palermo.

È passato molto tempo dal mio primo e unico “peccato di gioventù”: un corso di fotografia con Giorgio Lotti. Ritrovare queste diapositive è stata una vera sorpresa; ne avevo quasi dimenticato l’esistenza. Sono due scatti nati durante una visita condivisa al Museo Pitrè di Palermo — frammenti di un rullino che, in seguito, svelerò più ampiamente. Oggi, però, voglio soffermarmi su queste due immagini.

L’estetica del dolore e la materia del tempo

La prima fotografia, in bianco e nero, cattura un momento di quieta devozione dove il sacro si manifesta attraverso oggetti densi di storia. A sinistra, un crocifisso consunto dal tempo testimonia un sacrificio antico, caricatosi nei secoli di innumerevoli preghiere. Accanto, quasi a fare da baricentro alla fede, appaiono gli strumenti della disciplina: corde e cilici, reperti di una spiritualità fatta di privazione e mortificazione della carne. A destra emerge un busto — forse una Madonna o una santa — con il volto levato verso l’alto in un’espressione di serena contemplazione.

Ciò che mi colpisce è l’autenticità viscerale di questi oggetti. Sono reliquie che conservano la patina del tempo e la memoria tattile di chissà quante mani che le hanno sfiorate, di sguardi che le hanno cercate nel momento del bisogno. C’è qualcosa di profondamente umano in questi oggetti logorati: raccontano non solo la storia della religiosità, ma anche quella delle persone comuni che hanno trovato conforto e significato in queste forme di devozione.

Oltre la contemplazione: lo sguardo del rifiuto

Inizialmente, la composizione sembra suggerire un dialogo silenzioso tra il Cristo sofferente e la figura femminile che guarda “oltre”, verso una promessa di redenzione.

Oppure… sì, oppure c’è dell’altro.

Forse quello sguardo rivolto altrove non è contemplazione celeste, ma distoglimento. Quasi un rifiuto. Con il volto girato, la figura sembra voltare le spalle a quegli strumenti di autoflagellazione e sofferenza inflitta in nome della fede. È l’immagine di una sacralità che si sottrae, che nega il proprio sguardo a pratiche così estreme. Troppo spesso, infatti, la religiosità ha confuso la penitenza con la tortura del corpo. È un’immagine che racchiude una tensione teologica profonda: il conflitto tra chi crede che la salvezza passi attraverso la mortificazione della carne e una spiritualità più mite che, forse, riconosce nell’amore e nella compassione un cammino diverso. Quel volto rivolto altrove diventa allora un giudizio silenzioso, una dissociazione eloquente.

Se questa prima immagine scavava nel territorio della penitenza — tra il dolore del corpo e il peso della colpa — la seconda diapositiva si sposta verso la speranza e la gratitudine del “miracolo”. Entrambe, però, sono frammenti di uno stesso discorso: raccontano come la vita e la morte, la salute e la malattia, venissero gestite dal popolo siciliano attraverso un dialogo costante, quasi fisico, con il sacro.

La lezione del maestro: documentare la speranza

In questo secondo scatto, Giorgio Lotti è colto nel vivo del suo magistero, mentre dà indicazioni su come eseguire al meglio una foto di documentazione a un’allieva. Davanti a loro, una collezione di ex-voto anatomici: piccoli arti, cuori e volti in cera o metallo che i fedeli offrivano per implorare una guarigione o ringraziare per una grazia ricevuta.

La postura di Lotti e il suo sguardo attento sembrano interrogare questi oggetti, custodi di storie invisibili. La bacheca emana una luce radente che illumina appena la sua figura, facendola emergere dall’oscurità circostante; un contrasto che enfatizza il mistero profondo di questi reperti. Sono testimonianze silenziose di sofferenze passate, di un conforto cercato nel soprannaturale quando la medicina non bastava o la speranza vacillava.

In questo incontro tra l’occhio del fotografo e la materia votiva, il Museo Pitrè smette di essere un deposito di reliquie e torna a essere uno specchio dell’umano: un luogo dove la tecnica fotografica si piega con rispetto davanti alla fragilità e alla fede di chi ci ha preceduto.

https://paolochirco.altervista.org/fotografia-giorgio-lotti-museo-pitre-palermo/

Impressioni di un neurodivergente ... forse

Una giornata di vento, il mare agitato. C'è un momento in cui il rumore del mondo diventa un muro bianco, come schiuma di mare. Forse è la mia coscienza irrequieta e neurodivergente, in perenne sovraccarico. E non è un difetto di fabbrica, ma una frequenza diversa: un segnale che viaggia su onde più alte, più veloci, più feroci ... come onde del mare spumeggianti, che si accavallano, irrompono sulla spiaggia, travolgono e si sciolgono in un nulla. Forse c'è un richiamo più profondo, non è spettinare i pensieri, ma spazzarli per fare spazio. Il bisogno di un reset totale. Non è una fuga: è necessità sistemica: riformattare ogni percezione, spegnere il rumore, riformulare il dolore e le sovrastrutture per tornare all'essenziale. Ricominciare da capo. Come quest'acqua: capace di distruggersi per poi ricomporsi, sempre diversa, sempre nuova. Ricominciare, non dal nulla, ma da se stessi.

Verso il 48° anniversario ... e sembra ieri.

Qui voglio ricordare la celebrazione passata: come dopo tanti anni è ancora importante esserci, contarsi. Il concentramento davanti quella che fu la sede di Radio AUT, a Terrasini: gli stessi volti di sempre, a contarci ancora: quelli che conosci da sempre, qualcuno non c'è più e qualche nuova faccia si aggiunge, tutti un po' più vecchi, un po' più delusi dalle continue emrgenze, mischiati all'entusiasmo dei volti nuovi: giovani che hanno capito o che vogliono capire meglio il senso di portare sulle spalle una lotta contro le mafie, assetati di conoscenza, che reclamano il racconto del Peppino reale, non l'icona del film. Ed in mezzo a tutti i sindaci, tanti, da tutta Italia, a rappresentare un potere amministrativo che sa da quale parte stare. E tanti striscioni che firmano la presenza di tante realtà e di tante scuole in un sentire comune. E poi il corteo che unisce i due paesi come un filo di memoria, una strada che non è sempre la stessa, che non è solo asfalto ma è speranza.

Quello che mi ha colpito, che porterò sempre con me, è quell'immagine di giovane donna, con un bambino sull'anca come una radice, un germoglio di futuro aggrappato alla vita, che tra omogeneizzato e slogan imponeva il suo silenzio marciando accanto ai compagni con lo storico striscione. Non un grido, non un nome, non un vessillo ... una marcia silenziosa,la dimostrazione che cullare un figlio mentre si porta il peso della memoria è il gesto più rivoluzionario che ci sia.

Questa è la marcia più vera: questo è Peppino che vive anche dove non ce lo apsetteremmo. In quel gesto, in quella scena, c’era tutto: la fragilità, la forza, il futuro sulle spalle, la memoria nei passi. Un’eredità silenziosa. Un atto politico fatto di carne, di amore, di coraggio.

È stato il cuore pulsante di Peppino che batte ancora, forte, nel petto di chi non dimentica e di chi, come questa giovane madre, continua a tessere il filo della speranza.

Peppino è vivo. Ed ha vinto ancora.

Testo e foto del corteo qui: https://paolochirco.altervista.org/paolo-chirco-peppino-impastato-47-anni-sorriso-memoria/

la Luce e il Sangue, le Bambine e il Riscatto.

Il ricordo di unincontro a Palermo e la forza di uno sguardo che ha usato la fotografia come arma di legittima difesa.

Credo fosse il 2014 quando andai a trovare Letizia Battaglia nella sua casa di Palermo. In quegli anni stavo completando una videostoria, allora quasi inedita, dedicata al gruppo femminile/femminista che operava a Cinisi mentre Peppino Impastato era ancora in vita. Il suo interesse per il mio lavoro sul gruppo femminista di Cinisi non era casuale: Letizia capiva profondamente il valore di quelle donne che, insieme a Peppino, cercavano di scardinare i codici patriarcali e mafiosi. Fu un’intervista breve, ma intensa: l’occasione per catturare un ritratto e scambiare pensieri su una storia comune.

Non era la prima volta che le nostre strade si incrociavano. Ci eravamo ritrovati a fotografare negli stessi luoghi, durante le stesse ore collettive: dai funerali di Piersanti Mattarella ai cortei di Cinisi, fino alle feste religiose in Sicilia. Percorreva le stesse strade, con Lei, anche Franco Zecchin. A volte li accompagnava anche una figura silenziosa, Josef Koudelka. Lei era già la professionista affermata, la “maestra” riconosciuta; io, poco più che un hobbista della domenica, la guardavo muoversi sul campo con rispetto e ammirazione.

Oltre la cronaca nera

Oggi, a distanza di anni, sento che non bisogna chiamarla solo “la fotografa della mafia”. Sarebbe un errore imperdonabile, come definire l’immensità del mare basandosi solo sui suoi naufragi. Letizia Battaglia è stata, prima di tutto, un atto di disobbedienza vivente.

In una Palermo che negli “anni di piombo” cercava rifugio dietro persiane sprangate e silenzi di cemento, lei sceglieva di uscire contromano. Con la sua sigaretta perennemente accesa e quella macchina fotografica stretta tra le mani, ha trasformato l’obiettivo in un’arma di legittima difesa contro la barbarie e l’indifferenza.

https://paolochirco.altervista.org/letizia-battaglia-fotografia-cinisi-femminismo/