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    <title>📖Un capitolo al giorno📚</title>
    <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/</link>
    <description>DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022</description>
    <pubDate>Thu, 05 Nov 2026 05:58:39 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>MAGNIFICA HUMANITAS 15-16</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-15-16</link>
      <description>&lt;![CDATA[Rimanere umani&#xA;&#xA;15. Nel recente Giubileo Ordinario del 2025, abbiamo camminato come pellegrini di speranza e siamo stati colmati di grazie. Forti di questi doni, possiamo avanzare con animo fiducioso di fronte ai compiti ardui e alle sfide esigenti che si affacciano sul nostro futuro. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.&#xA;&#xA;16. A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.&#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Rimanere umani</em></p>

<p><strong>15</strong>. Nel recente Giubileo Ordinario del 2025, abbiamo camminato come pellegrini di speranza e siamo stati colmati di grazie. Forti di questi doni, possiamo avanzare con animo fiducioso di fronte ai compiti ardui e alle sfide esigenti che si affacciano sul nostro futuro. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.</p>

<p><strong>16</strong>. A tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal 85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.</p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-15-16</guid>
      <pubDate>Wed, 04 Nov 2026 08:48:04 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>MAGNIFICA HUMANITAS 11-14</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-11-14</link>
      <description>&lt;![CDATA[Costruire nel bene&#xA;&#xA;11. Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio. Riconoscere che la verità del suo amore ci chiama a una vita «in abbondanza» (Gv 10,10) e alla comunione con Lui. Insieme con sant’Agostino, anche noi possiamo dire: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te». [8] Dio, infatti, ha inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita, e la Chiesa, nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, avverte l’urgenza di custodire e orientare tale aspirazione verso la sua verità più profonda.&#xA;&#xA;12. In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un’autoaffermazione illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli.&#xA;&#xA;13. Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace. Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa.&#xA;&#xA;14. Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Note&#xA;&#xA;[8] S. Agostino, Confessiones, I, 1, 1: CCSL 27, Turnhout 1981, 1.&#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Costruire nel bene</em></p>

<p><strong>11</strong>. Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio. Riconoscere che la verità del suo amore ci chiama a una vita «in abbondanza» (Gv 10,10) e alla comunione con Lui. Insieme con sant’Agostino, anche noi possiamo dire: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te». <strong><em>[8]</em></strong> Dio, infatti, ha inscritto nel nostro cuore un desiderio di felicità che abbraccia tutte le dimensioni della vita, e la Chiesa, nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo, avverte l’urgenza di custodire e orientare tale aspirazione verso la sua verità più profonda.</p>

<p><strong>12</strong>. In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un’autoaffermazione illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli.</p>

<p><strong>13</strong>. Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità, prosperità e pace. Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa.</p>

<p><strong>14</strong>. Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace.</p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="note">Note</h2>

<p><strong><em>[8]</em></strong> <em>S. Agostino, Confessiones, I, 1, 1: CCSL 27, Turnhout 1981, 1.</em></p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-11-14</guid>
      <pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:07:46 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>MAGNIFICA HUMANITAS 7-10</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-7-10</link>
      <description>&lt;![CDATA[Due icone bibliche&#xA;&#xA;7. Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.&#xA;&#xA;8. Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.&#xA;&#xA;9. Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.&#xA;&#xA;10. Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi.&#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Due icone bibliche</em></p>

<p><strong>7</strong>. Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.</p>

<p><strong>8</strong>. Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.</p>

<p><strong>9</strong>. Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.</p>

<p><strong>10</strong>. Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi.</p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-7-10</guid>
      <pubDate>Mon, 02 Nov 2026 07:36:58 +0000</pubDate>
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      <title>MAGNIFICA HUMANITAS 4-6</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-4-6</link>
      <description>&lt;![CDATA[Le res novae del nostro tempo&#xA;&#xA;4. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». [5] Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa». [6] Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.&#xA;&#xA;5. Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». [7] Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.&#xA;&#xA;6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Note&#xA;&#xA;[5] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 69: AAS 101 (2009), 702.&#xA;&#xA;[6] Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 104: AAS 107 (2015), 888.&#xA;&#xA;[7]  Ibid.&#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Le <em>res novae</em> del nostro tempo</p>

<p><strong>4</strong>. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» <em>(rerum novarum)</em>, oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». <strong><em>[5]</em></strong> Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa». <strong><em>[6]</em></strong> Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.</p>

<p><strong>5</strong>. Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». <strong><em>[7]</em></strong> Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.</p>

<p><strong>6</strong>. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?</p>

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<h2 id="note">Note</h2>

<p><strong><em>[5]</em></strong> <em>Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 69: AAS 101 (2009), 702.</em></p>

<p><strong><em>[6]</em></strong> <em>Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 104: AAS 107 (2015), 888.</em></p>

<p><strong><em>[7]</em></strong> _ Ibid._</p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-4-6</guid>
      <pubDate>Sun, 01 Nov 2026 06:55:36 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>MAGNIFICA HUMANITAS 1-3</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-1-3</link>
      <description>&lt;![CDATA[INTRODUZIONE&#xA;&#xA;1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». [1] Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.&#xA;&#xA;2. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. [2] Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», [3] riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.&#xA;&#xA;3. Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario. Con quel documento, il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli. [4] Sono trascorsi molti decenni da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31).&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Note&#xA;&#xA;[1] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS 58 (1966), 1042.&#xA;&#xA;[2] Cfr ibid ., 11: AAS 58 (1966), 1033-1034.&#xA;&#xA;[3] Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965), 5.&#xA;&#xA;[4] Cfr Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 22: ASS 23 (1890-1891), 653.&#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong>INTRODUZIONE</strong></p>

<p><strong>1</strong>. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». <strong><em>[1]</em></strong> Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.</p>

<p><strong>2</strong>. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. <strong><em>[2]</em></strong> Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», <strong><em>[3]</em></strong> riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.</p>

<p><strong>3</strong>. Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica <em>Rerum novarum,</em> di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario. Con quel documento, il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli. <strong><em>[4]</em></strong> Sono trascorsi molti decenni da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un <em>corpus</em> vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31).</p>

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<h2 id="note">Note</h2>

<p><strong><em>[1]</em></strong> <em>Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS 58 (1966), 1042.</em></p>

<p><strong><em>[2]</em></strong> <em>Cfr ibid ., 11: AAS 58 (1966), 1033-1034.</em></p>

<p><strong><em>[3]</em></strong> <em>Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965), 5.</em></p>

<p><strong><em>[4]</em></strong> <em>Cfr Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 22: ASS 23 (1890-1891), 653.</em></p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/magnifica-humanitas-1-3</guid>
      <pubDate>Sat, 31 Oct 2026 08:46:03 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>2MACCABEI - Capitolo 15</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-15</link>
      <description>&lt;![CDATA[1Nicànore, avendo saputo che gli uomini di Giuda si trovavano nella regione della Samaria, decise di assalirli a colpo sicuro nel giorno del riposo. 2Poiché i Giudei che l&#39;avevano seguito per necessità gli dicevano: &#34;Assolutamente non devi ucciderli in modo così crudele e barbaro; piuttosto rispetta il giorno che è stato onorato e santificato da colui che tutto vede&#34;, 3quell&#39;uomo tre volte scellerato chiese se c&#39;era in cielo un Signore che aveva comandato di celebrare il giorno del sabato. 4Essi risposero: &#34;C&#39;è il Signore vivente; egli è il sovrano del cielo, che ha comandato di celebrare il settimo giorno&#34;. 5L&#39;altro ribatté: &#34;E io sono sovrano sulla terra, che comando di prendere le armi e di eseguire le disposizioni del re&#34;. Tuttavia non riuscì a mandare a effetto il suo crudele intento.&#xA;6Nicànore, dunque, che si era montato la testa con tutta la sua arroganza, aveva deciso di erigere un pubblico trofeo per la vittoria sugli uomini di Giuda. 7Il Maccabeo invece era fermamente convinto e sperava pienamente di ottenere protezione dal Signore. 8Esortava perciò i suoi uomini a non temere l&#39;attacco delle nazioni, ma a tenere impressi nella mente gli aiuti che in passato erano venuti loro dal Cielo e ad aspettare ora la vittoria che sarebbe stata loro concessa dall&#39;Onnipotente. 9Confortandoli così con le parole della legge e dei profeti e ricordando loro le lotte che avevano già condotto a termine, li rese più coraggiosi. 10Avendo così rinfrancato i loro sentimenti, espose e denunciò la malafede delle nazioni e la loro violazione dei giuramenti. 11Dopo aver armato ciascuno di loro non tanto con la sicurezza degli scudi e delle lance quanto con il conforto di quelle efficaci parole, li riempì di gioia, narrando loro un sogno degno di fede, anzi una vera visione. 12La sua visione era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote, uomo onesto e buono, modesto nel portamento, mite nel contegno, spedito ed elegante nel parlare, occupato fin dalla fanciullezza in tutto ciò che è proprio della virtù, con le mani protese pregava per tutta la comunità dei Giudei. 13Poi, allo stesso modo, era apparso un uomo distinto per età senile e maestà, circonfuso di dignità meravigliosa e piena di magnificenza. 14Presa la parola, Onia disse: &#34;Questi è l&#39;amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo e per la città santa, Geremia, il profeta di Dio&#34;. 15E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d&#39;oro, pronunciando queste parole nel porgerla: 16&#34;Prendi la spada sacra come dono di Dio; con questa abbatterai i nemici&#34;.&#xA;17Incoraggiati dalle parole di Giuda, molto belle e tali da spingere all&#39;eroismo e da rendere virile anche l&#39;animo dei giovani, stabilirono di non restare nel campo, ma di intervenire coraggiosamente e decidere la sorte attaccando battaglia con tutto il coraggio, perché la città e le cose sante e il tempio erano in pericolo. 18Minore era il loro timore per le donne e i figli come pure per i fratelli e i parenti, poiché la prima e principale preoccupazione era per il tempio consacrato. 19Anche per quelli rimasti in città non era piccola l&#39;angoscia, essendo tutti turbati per l&#39;ansia del combattimento in campo aperto. 20Tutti ormai attendevano la prova imminente, poiché i nemici già avevano cominciato ad attaccare e l&#39;esercito era in ordine di battaglia, gli elefanti erano piazzati in posizione opportuna e la cavalleria schierata ai lati. 21Il Maccabeo, dopo aver osservato la moltitudine dei presenti, la varietà delle armi pronte e la ferocia delle bestie, alzò le mani al cielo e invocò il Signore che compie prodigi, convinto che non è possibile vincere con le armi, ma che egli concede la vittoria a coloro che ne sono degni, secondo il suo giudizio. 22Nel pregare il Signore, si esprimeva in questo modo: &#34;Tu, Signore, inviasti il tuo angelo al tempo di Ezechia, re della Giudea, ed egli fece perire nel campo di Sennàcherib centoottantacinquemila uomini. 23Anche ora, sovrano del cielo, manda un angelo buono davanti a noi per incutere paura e tremore. 24Siano atterriti dalla potenza del tuo braccio coloro che bestemmiando sono venuti qui contro il tuo popolo santo&#34;. Con queste parole egli terminò.&#xA;&#xA;25Gli uomini di Nicànore avanzavano al suono delle trombe e degli inni di guerra. 26Gli uomini di Giuda invece si gettarono nella mischia contro i nemici tra invocazioni e preghiere. 27In tal modo, combattendo con le mani, ma pregando Dio con il cuore, travolsero non meno di trentacinquemila uomini, rallegrandosi grandemente per la manifesta presenza di Dio. 28Terminata la battaglia, mentre facevano ritorno pieni di gioia, riconobbero Nicànore caduto con tutte le sue armi. 29Levarono alte grida dandosi all&#39;entusiasmo, mentre benedicevano l&#39;Onnipotente nella lingua dei padri. 30Quindi colui che era stato sempre il primo a combattere per i suoi concittadini con anima e corpo, colui che aveva conservato l&#39;affetto dell&#39;età giovanile verso i suoi connazionali, comandò che tagliassero la testa di Nicànore e la sua mano con il braccio e li portassero a Gerusalemme. 31Quando vi giunse, convocati tutti i connazionali e collocati i sacerdoti davanti all&#39;altare, mandò a chiamare quelli della Cittadella 32e mostrò loro la testa dello scellerato Nicànore e la mano che quel bestemmiatore aveva steso contro la sacra dimora dell&#39;Onnipotente, pronunciando parole arroganti. 33Tagliata poi la lingua del sacrilego Nicànore, la fece gettare a pezzi agli uccelli e ordinò di appendere davanti al tempio la ricompensa della sua follia.&#xA;34Tutti allora, rivolti verso il cielo, benedissero il Signore glorioso dicendo: &#34;Benedetto colui che ha conservato la sua dimora inviolata&#34;. 35Fece poi appendere la testa di Nicànore alla Cittadella alla vista di tutti, perché fosse segno manifesto dell&#39;aiuto di Dio. 36Quindi deliberarono tutti insieme, con voto pubblico, di non lasciar passare inosservato quel giorno, ma di commemorarlo il tredici del dodicesimo mese - che in lingua aramaica si chiama Adar - il giorno precedente la festa di Mardocheo.&#xA;&#xA;EPILOGO&#xA;&#xA;37Così andarono le cose riguardo a Nicànore e, poiché da quel tempo la città è rimasta in mano agli Ebrei, anch&#39;io chiudo qui la mia narrazione. 38Se essa è riuscita ben ordinata, era quello che volevo; se invece è di poco conto e mediocre, questo solo ho potuto fare. 39Come il bere solo vino o bere solo acqua è nocivo, mentre vino mescolato con acqua è amabile e procura un delizioso piacere, così un discorso ben elaborato delizia gli orecchi di coloro che leggono la narrazione. E qui sia la fine.&#xA;&#xA;_________________________&#xA;Note&#xA;&#xA;15,29 nella lingua dei padri: in lingua ebraica. Al tempo dei Maccabei l’ebraico era pressoché sconosciuto come lingua parlata, in quanto sostituito dall’aramaico e anche dal greco.&#xA;&#xA;15,36 deliberarono: la festa del Giorno di Nicànore viene celebrata nello stesso mese della festa di Mardocheo, il giorno prima (vedi Est 9,20-32; sul Giorno di Nicànore vedi anche nota a 1Mac 7,49). Adar: nome di mese corrispondente al nostro febbraio-marzo.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Approfondimenti&#xA;&#xA;1-24. La spavalda affermazione di Nicanore (v. 5), è il punto di massima superbia nel libro: neanche il Dio del cielo può contrastare i voleri del generale sulla terra. È quanto l&#39;autore vuole mostrare stupidamente falso: il «Signore vivente» comanda anche sulla terra e le sue leggi vanno osservate, pena la rovina.&#xA;&#xA;6-24. Per i particolari, cfr. 1Mac 7,30-50. Qui vengono totalmente trascurati: non c&#39;è posto né per la geografia né per la scenografia né per l&#39;episodica; tutto lo spazio narrativo è riempito dalle visioni e dalla preghiere: sta per intervenire sulla terra, clamorosamente, quel «sovrano del cielo» da Nicanore così sprezzantemente messo fuori gioco.&#xA;&#xA;6-16. Una prima parte della preparazione, tutta spirituale, dei Giudei è occupata in larga misura (vv. 12-16) dalla descrizione dei due personaggi apparsi in sogno a Giuda: Onia III e Geremia, ambedue in atteggiamento di preghiera. Il sogno-visione termina con una specie di investitura per la guerra che richiama le visioni di vocazione dei profeti (cfr. Is 6,1ss.; Ger 1,4ss.; Ez 3,1ss.), ma se ne discosta per il contenuto militare anziché missionario. A parte l&#39;interessante sottolineatura della stima di cui godeva Geremia quale «amico dei fratelli» (v. 14), il brano testimonia la convinzione di una qualche sopravvivenza attiva dopo la morte, almeno dei grandi personaggi di Israele, e di un loro ruolo di intercessione che corrisponde alla preghiera di suffragio che i vivi possono rivolgere per i defunti (cfr. 12,38-45).&#xA;&#xA;17-24. La seconda parte della preparazione rileva l&#39;effetto delle parole di Giuda sui soldati, sottolineando che la spinta più forte a combattere viene dal pensiero che è in pericolo il tempio (v. 18). Constata, poi, che la vittoria è umanamente impossibile (v. 21) ma che con Dio sarà anche facile, come nei tempi andati (v. 22). La descrizione dei preparativi nemici (v. 20) lascia intendere che l&#39;autore pensa a una battaglia in campo aperto (cfr. v. 19), con larghi spazi di manovra. In realtà, stando a 1Mac 7,39s., la battaglia ebbe luogo a Bet-Oron, una regione di colline e rilievi anche dirupati.&#xA;&#xA;25-36. Un&#39;ultima descrizione, peraltro vivace, della battaglia come l&#39;autore l&#39;immagina (v. 26: coraggio e preghiera contro armi e tecnica militare) e un elogio particolarmente affettuoso di Giuda (v. 30), «protagonista» (così in gr.; secondo BC «il primo a combattere) di animo e di corpo in ogni impresa militare e giovanilmente innamorato della sua gente. Poi, la presentazione, persino un po&#39; macabra, della mutilazione di Nicanore, a mostrare che anch&#39;egli sottostà alla regola del contrappasso, con l&#39;amputazione della mano e della testa, strumenti della sua protervia. Particolare trattamento è riservato alla «lingua» che aveva bestemmiato e al «braccio» (gr. epicheiron) che riceve la sua «mercede» (gr. epicheira) per essersi proteso contro il tempio. La menzione dell&#39;Acra (vv. 31.35) è anacronistica perché fu conquistata dai Giudei una ventina di anni dopo, nel 141 a.C., con Simone (cfr. 1Mac 13,51).&#xA;&#xA;37-39. L&#39;autore lascia intravvedere che a lui interessa soprattutto il tempio, purificato e difeso da ulteriori tentativi di contaminazione e rovina: la storia narrata è in funzione di questo. Anche la città di Gerusalemme è per lui rimasta in mano agli Ebrei» (v. 37), pur se tuttora sotto il dominio siro, perché il tempio ha potuto da allora essere officiato regolarmente e svolgere la sua funzione di centro vitale dell&#39;ebraismo.&#xA;&#xA;(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei - in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)_ &#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong>1</strong>Nicànore, avendo saputo che gli uomini di Giuda si trovavano nella regione della Samaria, decise di assalirli a colpo sicuro nel giorno del riposo. <strong>2</strong>Poiché i Giudei che l&#39;avevano seguito per necessità gli dicevano: “Assolutamente non devi ucciderli in modo così crudele e barbaro; piuttosto rispetta il giorno che è stato onorato e santificato da colui che tutto vede”, <strong>3</strong>quell&#39;uomo tre volte scellerato chiese se c&#39;era in cielo un Signore che aveva comandato di celebrare il giorno del sabato. <strong>4</strong>Essi risposero: “C&#39;è il Signore vivente; egli è il sovrano del cielo, che ha comandato di celebrare il settimo giorno”. <strong>5</strong>L&#39;altro ribatté: “E io sono sovrano sulla terra, che comando di prendere le armi e di eseguire le disposizioni del re”. Tuttavia non riuscì a mandare a effetto il suo crudele intento.
<strong>6</strong>Nicànore, dunque, che si era montato la testa con tutta la sua arroganza, aveva deciso di erigere un pubblico trofeo per la vittoria sugli uomini di Giuda. <strong>7</strong>Il Maccabeo invece era fermamente convinto e sperava pienamente di ottenere protezione dal Signore. <strong>8</strong>Esortava perciò i suoi uomini a non temere l&#39;attacco delle nazioni, ma a tenere impressi nella mente gli aiuti che in passato erano venuti loro dal Cielo e ad aspettare ora la vittoria che sarebbe stata loro concessa dall&#39;Onnipotente. <strong>9</strong>Confortandoli così con le parole della legge e dei profeti e ricordando loro le lotte che avevano già condotto a termine, li rese più coraggiosi. <strong>10</strong>Avendo così rinfrancato i loro sentimenti, espose e denunciò la malafede delle nazioni e la loro violazione dei giuramenti. <strong>11</strong>Dopo aver armato ciascuno di loro non tanto con la sicurezza degli scudi e delle lance quanto con il conforto di quelle efficaci parole, li riempì di gioia, narrando loro un sogno degno di fede, anzi una vera visione. <strong>12</strong>La sua visione era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote, uomo onesto e buono, modesto nel portamento, mite nel contegno, spedito ed elegante nel parlare, occupato fin dalla fanciullezza in tutto ciò che è proprio della virtù, con le mani protese pregava per tutta la comunità dei Giudei. <strong>13</strong>Poi, allo stesso modo, era apparso un uomo distinto per età senile e maestà, circonfuso di dignità meravigliosa e piena di magnificenza. <strong>14</strong>Presa la parola, Onia disse: “Questi è l&#39;amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo e per la città santa, Geremia, il profeta di Dio”. <strong>15</strong>E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d&#39;oro, pronunciando queste parole nel porgerla: <strong>16</strong>“Prendi la spada sacra come dono di Dio; con questa abbatterai i nemici”.
<strong>17</strong>Incoraggiati dalle parole di Giuda, molto belle e tali da spingere all&#39;eroismo e da rendere virile anche l&#39;animo dei giovani, stabilirono di non restare nel campo, ma di intervenire coraggiosamente e decidere la sorte attaccando battaglia con tutto il coraggio, perché la città e le cose sante e il tempio erano in pericolo. <strong>18</strong>Minore era il loro timore per le donne e i figli come pure per i fratelli e i parenti, poiché la prima e principale preoccupazione era per il tempio consacrato. <strong>19</strong>Anche per quelli rimasti in città non era piccola l&#39;angoscia, essendo tutti turbati per l&#39;ansia del combattimento in campo aperto. <strong>20</strong>Tutti ormai attendevano la prova imminente, poiché i nemici già avevano cominciato ad attaccare e l&#39;esercito era in ordine di battaglia, gli elefanti erano piazzati in posizione opportuna e la cavalleria schierata ai lati. <strong>21</strong>Il Maccabeo, dopo aver osservato la moltitudine dei presenti, la varietà delle armi pronte e la ferocia delle bestie, alzò le mani al cielo e invocò il Signore che compie prodigi, convinto che non è possibile vincere con le armi, ma che egli concede la vittoria a coloro che ne sono degni, secondo il suo giudizio. <strong>22</strong>Nel pregare il Signore, si esprimeva in questo modo: “Tu, Signore, inviasti il tuo angelo al tempo di Ezechia, re della Giudea, ed egli fece perire nel campo di Sennàcherib centoottantacinquemila uomini. <strong>23</strong>Anche ora, sovrano del cielo, manda un angelo buono davanti a noi per incutere paura e tremore. <strong>24</strong>Siano atterriti dalla potenza del tuo braccio coloro che bestemmiando sono venuti qui contro il tuo popolo santo”. Con queste parole egli terminò.</p>

<p><strong>25</strong>Gli uomini di Nicànore avanzavano al suono delle trombe e degli inni di guerra. <strong>26</strong>Gli uomini di Giuda invece si gettarono nella mischia contro i nemici tra invocazioni e preghiere. <strong>27</strong>In tal modo, combattendo con le mani, ma pregando Dio con il cuore, travolsero non meno di trentacinquemila uomini, rallegrandosi grandemente per la manifesta presenza di Dio. <strong>28</strong>Terminata la battaglia, mentre facevano ritorno pieni di gioia, riconobbero Nicànore caduto con tutte le sue armi. <strong>29</strong>Levarono alte grida dandosi all&#39;entusiasmo, mentre benedicevano l&#39;Onnipotente nella lingua dei padri. <strong>30</strong>Quindi colui che era stato sempre il primo a combattere per i suoi concittadini con anima e corpo, colui che aveva conservato l&#39;affetto dell&#39;età giovanile verso i suoi connazionali, comandò che tagliassero la testa di Nicànore e la sua mano con il braccio e li portassero a Gerusalemme. <strong>31</strong>Quando vi giunse, convocati tutti i connazionali e collocati i sacerdoti davanti all&#39;altare, mandò a chiamare quelli della Cittadella <strong>32</strong>e mostrò loro la testa dello scellerato Nicànore e la mano che quel bestemmiatore aveva steso contro la sacra dimora dell&#39;Onnipotente, pronunciando parole arroganti. <strong>33</strong>Tagliata poi la lingua del sacrilego Nicànore, la fece gettare a pezzi agli uccelli e ordinò di appendere davanti al tempio la ricompensa della sua follia.
<strong>34</strong>Tutti allora, rivolti verso il cielo, benedissero il Signore glorioso dicendo: “Benedetto colui che ha conservato la sua dimora inviolata”. <strong>35</strong>Fece poi appendere la testa di Nicànore alla Cittadella alla vista di tutti, perché fosse segno manifesto dell&#39;aiuto di Dio. <strong>36</strong>Quindi deliberarono tutti insieme, con voto pubblico, di non lasciar passare inosservato quel giorno, ma di commemorarlo il tredici del dodicesimo mese – che in lingua aramaica si chiama Adar – il giorno precedente la festa di Mardocheo.</p>

<p><strong>EPILOGO</strong></p>

<p><strong>37</strong>Così andarono le cose riguardo a Nicànore e, poiché da quel tempo la città è rimasta in mano agli Ebrei, anch&#39;io chiudo qui la mia narrazione. <strong>38</strong>Se essa è riuscita ben ordinata, era quello che volevo; se invece è di poco conto e mediocre, questo solo ho potuto fare. <strong>39</strong>Come il bere solo vino o bere solo acqua è nocivo, mentre vino mescolato con acqua è amabile e procura un delizioso piacere, così un discorso ben elaborato delizia gli orecchi di coloro che leggono la narrazione. E qui sia la fine.</p>

<p>__________________________
<em>Note</em></p>

<p><em><strong>15,29</strong> nella lingua dei padri: in lingua ebraica. Al tempo dei Maccabei l’ebraico era pressoché sconosciuto come lingua parlata, in quanto sostituito dall’aramaico e anche dal greco.</em></p>

<p><em><strong>15,36</strong> deliberarono: la festa del Giorno di Nicànore viene celebrata nello stesso mese della festa di Mardocheo, il giorno prima (vedi Est 9,20-32; sul Giorno di Nicànore vedi anche nota a 1Mac 7,49). Adar: nome di mese corrispondente al nostro febbraio-marzo.</em></p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="approfondimenti">Approfondimenti</h2>

<p><strong>1-24</strong>. La spavalda affermazione di Nicanore (v. 5), è il punto di massima superbia nel libro: neanche il Dio del cielo può contrastare i voleri del generale sulla terra. È quanto l&#39;autore vuole mostrare stupidamente falso: il «Signore vivente» comanda anche sulla terra e le sue leggi vanno osservate, pena la rovina.</p>

<p><strong>6-24</strong>. Per i particolari, cfr. 1Mac 7,30-50. Qui vengono totalmente trascurati: non c&#39;è posto né per la geografia né per la scenografia né per l&#39;episodica; tutto lo spazio narrativo è riempito dalle visioni e dalla preghiere: sta per intervenire sulla terra, clamorosamente, quel «sovrano del cielo» da Nicanore così sprezzantemente messo fuori gioco.</p>

<p><strong>6-16</strong>. Una prima parte della preparazione, tutta spirituale, dei Giudei è occupata in larga misura (vv. 12-16) dalla descrizione dei due personaggi apparsi in sogno a Giuda: Onia III e Geremia, ambedue in atteggiamento di preghiera. Il sogno-visione termina con una specie di investitura per la guerra che richiama le visioni di vocazione dei profeti (cfr. Is 6,1ss.; Ger 1,4ss.; Ez 3,1ss.), ma se ne discosta per il contenuto militare anziché missionario. A parte l&#39;interessante sottolineatura della stima di cui godeva Geremia quale «amico dei fratelli» (v. 14), il brano testimonia la convinzione di una qualche sopravvivenza attiva dopo la morte, almeno dei grandi personaggi di Israele, e di un loro ruolo di intercessione che corrisponde alla preghiera di suffragio che i vivi possono rivolgere per i defunti (cfr. 12,38-45).</p>

<p><strong>17-24</strong>. La seconda parte della preparazione rileva l&#39;effetto delle parole di Giuda sui soldati, sottolineando che la spinta più forte a combattere viene dal pensiero che è in pericolo il tempio (v. 18). Constata, poi, che la vittoria è umanamente impossibile (v. 21) ma che con Dio sarà anche facile, come nei tempi andati (v. 22). La descrizione dei preparativi nemici (v. 20) lascia intendere che l&#39;autore pensa a una battaglia in campo aperto (cfr. v. 19), con larghi spazi di manovra. In realtà, stando a 1Mac 7,39s., la battaglia ebbe luogo a Bet-Oron, una regione di colline e rilievi anche dirupati.</p>

<p><strong>25-36</strong>. Un&#39;ultima descrizione, peraltro vivace, della battaglia come l&#39;autore l&#39;immagina (v. 26: coraggio e preghiera contro armi e tecnica militare) e un elogio particolarmente affettuoso di Giuda (v. 30), «protagonista» (così in gr.; secondo BC «il primo a combattere) di animo e di corpo in ogni impresa militare e giovanilmente innamorato della sua gente. Poi, la presentazione, persino un po&#39; macabra, della mutilazione di Nicanore, a mostrare che anch&#39;egli sottostà alla regola del contrappasso, con l&#39;amputazione della mano e della testa, strumenti della sua protervia. Particolare trattamento è riservato alla «lingua» che aveva bestemmiato e al «braccio» <em>(gr. epicheiron)</em> che riceve la sua «mercede» <em>(gr. epicheira)</em> per essersi proteso contro il tempio. La menzione dell&#39;Acra (vv. 31.35) è anacronistica perché fu conquistata dai Giudei una ventina di anni dopo, nel 141 a.C., con Simone (cfr. 1Mac 13,51).</p>

<p><strong>37-39</strong>. L&#39;autore lascia intravvedere che a lui interessa soprattutto il tempio, purificato e difeso da ulteriori tentativi di contaminazione e rovina: la storia narrata è in funzione di questo. Anche la città di Gerusalemme è per lui rimasta in mano agli Ebrei» (v. 37), pur se tuttora sotto il dominio siro, perché il tempio ha potuto da allora essere officiato regolarmente e svolgere la sua funzione di centro vitale dell&#39;ebraismo.</p>

<p><em>(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)</em></p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-15</guid>
      <pubDate>Fri, 30 Oct 2026 06:29:16 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>2MACCABEI - Capitolo 14</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-14</link>
      <description>&lt;![CDATA[Missione e fine di Nicànore&#xA;1Dopo un periodo di tre anni, giunse notizia agli uomini di Giuda che Demetrio, figlio di Seleuco, sbarcato nel porto di Tripoli con un grande esercito e la flotta, 2si era impadronito del paese, eliminando Antioco e il suo tutore Lisia. 3Un certo Àlcimo, che era stato prima sommo sacerdote, ma che si era volontariamente contaminato al tempo della rivolta, avendo capito che non si apriva a lui in alcun modo una via di salvezza e non vi era più la possibilità di accedere al sacro altare, 4andò dal re Demetrio verso l&#39;anno centocinquantuno, offrendogli una corona d&#39;oro e una palma, oltre ai tradizionali ramoscelli di ulivo del tempio. Per quel giorno restò tranquillo. 5Ma colta l&#39;occasione favorevole alla sua follia, quando da Demetrio fu convocato a consiglio e interrogato su quali fossero lo stato d&#39;animo e le intenzioni dei Giudei, rispose: 6&#34;I Giudei che si dicono Asidei, a capo dei quali sta Giuda il Maccabeo, alimentano guerre e ribellioni e non lasciano che il regno trovi la calma. 7Per questo anch&#39;io, privato della dignità ereditaria, intendo dire del sommo sacerdozio, sono venuto qui, 8spinto anzitutto da schietta premura per gli interessi del re, ma in secondo luogo mirando anche ai miei concittadini, perché, a causa dell&#39;irragionevolezza di dette persone, tutto il nostro popolo si va impoverendo non poco. 9Ora che conosci bene ognuna di queste cose, tu, o re, provvedi al paese e alla nostra stirpe che va decadendo, con quella cortese benevolenza che hai con tutti. 10Fin quando Giuda è vivo, è impossibile che la situazione torni pacifica&#34;. 11Dopo queste sue parole, gli altri amici, irritati per i successi di Giuda, si affrettarono a infiammare Demetrio. 12Questi, designato subito Nicànore, che era a capo degli elefanti, e nominatolo stratega della Giudea, ve lo inviò 13con l&#39;ordine di eliminare Giuda, di disperdere i suoi uomini e di costituire Àlcimo sommo sacerdote del tempio massimo. 14Allora le nazioni della Giudea, che erano fuggite davanti a Giuda, si unirono in massa a Nicànore, pensando che le sfortune e le calamità dei Giudei sarebbero state apportatrici di fortuna per loro.&#xA;&#xA;15Quando seppero della venuta di Nicànore e dell&#39;aggressione delle nazioni, i Giudei, cosparsi di polvere, elevarono suppliche a colui che ha costituito il suo popolo per sempre e che con segni palesi protegge sempre coloro che sono la sua porzione. 16Poi, dati gli ordini, il capo mosse rapidamente di là e si scontrò con loro presso il villaggio di Dessau. 17Simone, fratello di Giuda, aveva già attaccato Nicànore, ma per l&#39;improvvisa comparsa dei nemici, lentamente aveva dovuto cedere. 18Tuttavia Nicànore, conosciuto il valore che avevano gli uomini di Giuda e il loro entusiasmo nelle lotte per la patria, non osava decidere la questione con spargimento di sangue. 19Per questo mandò Posidonio e Teodoto e Mattatia a dare e ricevere la destra. 20La cosa fu discussa lungamente e, quando il comandante ne diede comunicazione alle truppe, il parere risultò unanime e accettarono gli accordi. 21Fissarono il giorno nel quale sarebbero venuti a un incontro privato. Dall&#39;una e dall&#39;altra parte avanzò un carro e collocarono dei seggi. 22Giuda tuttavia dispose degli uomini armati nei luoghi opportuni, per paura che si verificasse d&#39;improvviso qualche tradimento da parte dei nemici. Così in buon accordo conclusero l&#39;incontro. 23Nicànore si trattenne a Gerusalemme e non fece alcun male; anzi licenziò le turbe raccogliticce che a lui si erano unite. 24Aveva sempre Giuda con sé e nutriva un intimo affetto per lui. 25Lo esortò a sposarsi e ad avere figli; si sposò, se ne stette tranquillo e visse normalmente la sua vita.&#xA;&#xA;26Ma Àlcimo, vedendo la loro reciproca simpatia e procuratosi copia degli accordi intercorsi, andò da Demetrio e gli disse che Nicànore seguiva una linea contraria agli interessi dello stato: aveva infatti nominato suo successore Giuda, il sobillatore del regno. 27Il re, contrariato e acceso di sdegno per le calunnie di quel genio malefico, scrisse a Nicànore, dichiarandogli di essere scontento delle alleanze concluse e ordinandogli che gli mandasse subito ad Antiòchia il Maccabeo in catene. 28Nicànore, quando gli giunse quest&#39;ordine, rimase sconcertato ed era riluttante a rompere i patti senza che quell&#39;uomo avesse commesso alcuna colpa. 29Ma, poiché non gli era possibile agire contro la volontà del re, cercava l&#39;occasione per effettuare la cosa con qualche stratagemma. 30Il Maccabeo, notando che Nicànore era più freddo nei suoi confronti e aspro nei consueti incontri, arguendo che questa freddezza non presagiva niente di buono, raccolti non pochi dei suoi, non si fece più vedere da Nicànore. 31Questi, accortosi di essere stato giocato abilmente da Giuda, salì al massimo e santo tempio, mentre i sacerdoti stavano compiendo i sacrifici prescritti, e ordinò che gli fosse consegnato quell&#39;uomo. 32I sacerdoti dichiararono con giuramento che non sapevano dove fosse il ricercato. 33Allora egli, stendendo la destra contro il tempio, giurò: &#34;Se non mi consegnerete Giuda in catene, spianerò questa dimora di Dio, abbatterò dalle fondamenta l&#39;altare e innalzerò qui uno splendido tempio a Diòniso&#34;. 34Detto questo, se ne andò. I sacerdoti, alzando le mani al cielo, invocarono il protettore sempre vigile del nostro popolo, dicendo: 35&#34;Tu, Signore, che di nulla hai bisogno, ti sei compiaciuto di porre il tempio della tua abitazione in mezzo a noi. 36Ora, Signore, santo di ogni santità, custodisci per sempre incontaminata questa tua casa, che da poco è stata purificata&#34;.&#xA;&#xA;37Fu denunciato a Nicànore un certo Razìs, degli anziani di Gerusalemme, uomo pieno di amore per la città, che godeva grandissima fama, chiamato padre dei Giudei per la sua benevolenza. 38Egli infatti, nei giorni precedenti la rivolta, si era attirato l&#39;accusa di giudaismo e realmente per il giudaismo aveva impegnato corpo e anima con piena generosità. 39Volendo Nicànore far nota a tutti l&#39;ostilità che aveva verso i Giudei, mandò più di cinquecento soldati per arrestarlo; 40pensava infatti che, prendendo costui, avrebbe arrecato loro un grave colpo. 41Ma, quando quella truppa stava per occupare la torre e tentava di forzare la porta del cortile, dando ordine di portare il fuoco e di appiccarlo alle porte, egli, accerchiato da ogni lato, rivolse la spada contro se stesso, 42preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli scellerati e subire insulti indegni della sua nobiltà. 43Non avendo però portato a segno il colpo per la fretta della lotta, mentre la folla premeva fuori delle porte, salì arditamente sulle mura e si gettò giù coraggiosamente sulla folla. 44Questa, subito indietreggiando, fece largo e così egli cadde in mezzo allo spazio vuoto. 45Poiché respirava ancora, con l&#39;animo infiammato, si alzò, mentre il sangue gli usciva a fiotti e le ferite lo straziavano, di corsa passò in mezzo alla folla, salì su di un tratto di roccia 46e, ormai completamente esangue, si strappò gli intestini e prendendoli con le mani li gettò contro la folla. Morì in tal modo, invocando il Signore della vita e dello spirito perché di nuovo glieli restituisse.&#xA;&#xA;_________________________&#xA;Note&#xA;&#xA;14,2 Seleuco IV, re di Siria, aveva inviato il figlio Demetrio a Roma come ostaggio al posto del proprio fratello Antioco IV. Alla morte di Seleuco, Antioco aveva però preso il potere, lasciandolo poi in eredità al figlio Antioco V Eupàtore. Demetrio, fuggito da Roma, si riprende il potere, dopo aver assassinato Antioco V.&#xA;&#xA;14,3 Àlcimo: il sommo sacerdote succeduto a Menelao. La contaminazione di cui si parla qui consiste nella sua adesione all’ellenismo (vedi anche 1Mac 7,9.13-17.25).&#xA;&#xA;14,4 anno centocinquantuno: è l’anno 161/160. corona d’oro, palma, ramoscelli d’ulivo: simboli di sottomissione.&#xA;&#xA;14,6 Asidei: nome di origine ebraica che vuol dire “pii”. Indica un gruppo di Giudei tenacemente attaccato alle tradizioni. Vedi anche nota a 1Mac 2,42.&#xA;&#xA;14,7 privato della dignità ereditaria: Àlcimo era discendente di Aronne, consacrato sacerdote da Mosè (Es 28,1-39; 1Mac 7,14).&#xA;&#xA;14,14 le nazioni della Giudea: quanti avevano accolto costumi e tradizioni dell’ellenismo.&#xA;&#xA;14,16 Dessau: nome non conosciuto altrove.&#xA;&#xA;14,26 successore: non è chiaro se la nomina di Giuda significhi successore di Nicànore o dello stesso Àlcimo.&#xA;&#xA;14,31-36 L’episodio delle minacce contro il tempio viene riportato, con alcune differenze, in 1Mac 7,33-35.&#xA;&#xA;14,37-46 Nel drammatico racconto del suicidio di Razìs, l’autore di 2Mac non si pone il problema morale del suicidio, ma vuole evidenziare l’eroicità del gesto, visto come amore per la patria, attaccamento al giudaismo, difesa della propria dignità.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Approfondimenti&#xA;&#xA;14,1-15,39. La fine di Nicanore riceve una trattazione molto ampia: due capitoli per complessivi 80 vv. contro i 24 di 1Mac 7,26-50. Per l&#39;autore di 2Mac è l&#39;esempio tipico della punizione divina per i bestemmiatori. Nicanore però non appare subito tale: in un primo tempo (vv. 15-25) si mostra sinceramente amico di Giuda; solo per le mene di Alcimo, che già aveva brigato presso Demetrio (vv. 1-14), passa all&#39;ostilità contro Giuda e contro il tempio (vv. 26-36), si dà alla persecuzione (vv. 37-46), si erge contro Dio (15,5) e così Giuda, forte dell&#39;aiuto di Dio (15,6-24), lo sconfigge e lo umilia (15,25-36).&#xA;&#xA;14,1-14. I «tre anni» del v. 1 vanno presi con elasticità: nel terzo anno. In effetti, siamo nel 161 a.C. («centocinquantuno» ES: v. 4) e gli eventi precedenti sono del 163 a.C. L&#39;elezione di Alcimo a sommo sacerdote (v. 3) dev&#39;essere avvenuta dopo l&#39;esecuzione capitale di Menelao; probabilmente però non aveva potuto o voluto entrare in funzione sapendo di essere inviso al movimento maccabaico. Ora, approfittando del cambiamento di regime (su Demetrio I, cfr. 1Mac 7,1ss.) cerca di prendere possesso della carica. Il discorso che l&#39;autore gli mette in bocca (vv. 6-10) è molto abile, a parte l&#39;imprecisione di fare di Giuda il capo degli «Asidei» (v. 6) che, pur collegati con gli Asmonei, conservarono libertà d&#39;azione.&#xA;&#xA;14,15-25. L&#39;amicizia tra Nicanore e Giuda è ignota a 1Mac, anzi difficilmente si può far entrare nel quadro da lui tratteggiato, con un Nicanore subdolo e intenzionato a tendere a Giuda un tranello, mentre qui vi appare saggio, interessato a una soluzione diplomatica del conflitto e mosso da sincera simpatia per il Maccabeo. Vista la profonda avversione del nostro autore per Nicanore, è evidente che questi tratti non se li è inventati; piuttosto 1Mac procede in tale caso sommariamente e con una certa tendenziosità. Il luogo dello scontro che precede le trattative, Dessaus (v. 16), è ignoto. Secondo 1Mac 7,31 si tratta di Cafarsalama.&#xA;&#xA;14,26-36. L&#39;amicizia tra Giuda e Nicanore non favoriva certo i piani di Alcimo che mette in cattiva luce Nicanore presso il re. Che cosa esattamente s&#39;intenda dicendo che «aveva nominato Giuda suo successore» (v. 26) non è chiaro: o la nomina a sommo sacerdote o ad &#34;amico del re&#34; che in alcune aree dell&#39;ellenismo veniva designato con il termine &#34;diadoco&#34;, successore. In ogni caso, in conseguenza di questo intervento di Alcimo, Nicanore passa dall&#39;amicizia all&#39;odio verso Giuda e nelle minacce va oltre lo stesso Antioco IV, giurando non solo di profanare ma di radere al suolo il tempio.&#xA;&#xA;14,37-46. Il personaggio è ignoto; tenue il raccordo con il quadro narrativo; anche topograficamente non c&#39;è molta chiarezza. Ma l&#39;episodio serve all&#39;autore per sfogare la sua golosità per il drammatico. Il racconto lascia capire che ancora non si era percepita l&#39;immoralità del suicidio, che viene elogiato come atto di eroismo dai tratti un po&#39; eccessivi, per evidenziare l&#39;importanza dell&#39;opposizione all&#39;ellenismo, l&#39;attaccamento al giudaismo (v. 38) e la speranza nella risurrezione (v. 46) fortemente sottolineata nella sua corporeità.&#xA;&#xA;(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei - in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)_ &#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Missione e fine di Nicànore</em></strong>
<strong>1</strong>Dopo un periodo di tre anni, giunse notizia agli uomini di Giuda che Demetrio, figlio di Seleuco, sbarcato nel porto di Tripoli con un grande esercito e la flotta, <strong>2</strong>si era impadronito del paese, eliminando Antioco e il suo tutore Lisia. <strong>3</strong>Un certo Àlcimo, che era stato prima sommo sacerdote, ma che si era volontariamente contaminato al tempo della rivolta, avendo capito che non si apriva a lui in alcun modo una via di salvezza e non vi era più la possibilità di accedere al sacro altare, <strong>4</strong>andò dal re Demetrio verso l&#39;anno centocinquantuno, offrendogli una corona d&#39;oro e una palma, oltre ai tradizionali ramoscelli di ulivo del tempio. Per quel giorno restò tranquillo. <strong>5</strong>Ma colta l&#39;occasione favorevole alla sua follia, quando da Demetrio fu convocato a consiglio e interrogato su quali fossero lo stato d&#39;animo e le intenzioni dei Giudei, rispose: <strong>6</strong>“I Giudei che si dicono Asidei, a capo dei quali sta Giuda il Maccabeo, alimentano guerre e ribellioni e non lasciano che il regno trovi la calma. <strong>7</strong>Per questo anch&#39;io, privato della dignità ereditaria, intendo dire del sommo sacerdozio, sono venuto qui, <strong>8</strong>spinto anzitutto da schietta premura per gli interessi del re, ma in secondo luogo mirando anche ai miei concittadini, perché, a causa dell&#39;irragionevolezza di dette persone, tutto il nostro popolo si va impoverendo non poco. <strong>9</strong>Ora che conosci bene ognuna di queste cose, tu, o re, provvedi al paese e alla nostra stirpe che va decadendo, con quella cortese benevolenza che hai con tutti. <strong>10</strong>Fin quando Giuda è vivo, è impossibile che la situazione torni pacifica”. <strong>11</strong>Dopo queste sue parole, gli altri amici, irritati per i successi di Giuda, si affrettarono a infiammare Demetrio. <strong>12</strong>Questi, designato subito Nicànore, che era a capo degli elefanti, e nominatolo stratega della Giudea, ve lo inviò <strong>13</strong>con l&#39;ordine di eliminare Giuda, di disperdere i suoi uomini e di costituire Àlcimo sommo sacerdote del tempio massimo. <strong>14</strong>Allora le nazioni della Giudea, che erano fuggite davanti a Giuda, si unirono in massa a Nicànore, pensando che le sfortune e le calamità dei Giudei sarebbero state apportatrici di fortuna per loro.</p>

<p><strong>15</strong>Quando seppero della venuta di Nicànore e dell&#39;aggressione delle nazioni, i Giudei, cosparsi di polvere, elevarono suppliche a colui che ha costituito il suo popolo per sempre e che con segni palesi protegge sempre coloro che sono la sua porzione. <strong>16</strong>Poi, dati gli ordini, il capo mosse rapidamente di là e si scontrò con loro presso il villaggio di Dessau. <strong>17</strong>Simone, fratello di Giuda, aveva già attaccato Nicànore, ma per l&#39;improvvisa comparsa dei nemici, lentamente aveva dovuto cedere. <strong>18</strong>Tuttavia Nicànore, conosciuto il valore che avevano gli uomini di Giuda e il loro entusiasmo nelle lotte per la patria, non osava decidere la questione con spargimento di sangue. <strong>19</strong>Per questo mandò Posidonio e Teodoto e Mattatia a dare e ricevere la destra. <strong>20</strong>La cosa fu discussa lungamente e, quando il comandante ne diede comunicazione alle truppe, il parere risultò unanime e accettarono gli accordi. <strong>21</strong>Fissarono il giorno nel quale sarebbero venuti a un incontro privato. Dall&#39;una e dall&#39;altra parte avanzò un carro e collocarono dei seggi. <strong>22</strong>Giuda tuttavia dispose degli uomini armati nei luoghi opportuni, per paura che si verificasse d&#39;improvviso qualche tradimento da parte dei nemici. Così in buon accordo conclusero l&#39;incontro. <strong>23</strong>Nicànore si trattenne a Gerusalemme e non fece alcun male; anzi licenziò le turbe raccogliticce che a lui si erano unite. <strong>24</strong>Aveva sempre Giuda con sé e nutriva un intimo affetto per lui. <strong>25</strong>Lo esortò a sposarsi e ad avere figli; si sposò, se ne stette tranquillo e visse normalmente la sua vita.</p>

<p><strong>26</strong>Ma Àlcimo, vedendo la loro reciproca simpatia e procuratosi copia degli accordi intercorsi, andò da Demetrio e gli disse che Nicànore seguiva una linea contraria agli interessi dello stato: aveva infatti nominato suo successore Giuda, il sobillatore del regno. <strong>27</strong>Il re, contrariato e acceso di sdegno per le calunnie di quel genio malefico, scrisse a Nicànore, dichiarandogli di essere scontento delle alleanze concluse e ordinandogli che gli mandasse subito ad Antiòchia il Maccabeo in catene. <strong>28</strong>Nicànore, quando gli giunse quest&#39;ordine, rimase sconcertato ed era riluttante a rompere i patti senza che quell&#39;uomo avesse commesso alcuna colpa. <strong>29</strong>Ma, poiché non gli era possibile agire contro la volontà del re, cercava l&#39;occasione per effettuare la cosa con qualche stratagemma. <strong>30</strong>Il Maccabeo, notando che Nicànore era più freddo nei suoi confronti e aspro nei consueti incontri, arguendo che questa freddezza non presagiva niente di buono, raccolti non pochi dei suoi, non si fece più vedere da Nicànore. <strong>31</strong>Questi, accortosi di essere stato giocato abilmente da Giuda, salì al massimo e santo tempio, mentre i sacerdoti stavano compiendo i sacrifici prescritti, e ordinò che gli fosse consegnato quell&#39;uomo. <strong>32</strong>I sacerdoti dichiararono con giuramento che non sapevano dove fosse il ricercato. <strong>33</strong>Allora egli, stendendo la destra contro il tempio, giurò: “Se non mi consegnerete Giuda in catene, spianerò questa dimora di Dio, abbatterò dalle fondamenta l&#39;altare e innalzerò qui uno splendido tempio a Diòniso”. <strong>34</strong>Detto questo, se ne andò. I sacerdoti, alzando le mani al cielo, invocarono il protettore sempre vigile del nostro popolo, dicendo: <strong>35</strong>“Tu, Signore, che di nulla hai bisogno, ti sei compiaciuto di porre il tempio della tua abitazione in mezzo a noi. <strong>36</strong>Ora, Signore, santo di ogni santità, custodisci per sempre incontaminata questa tua casa, che da poco è stata purificata”.</p>

<p><strong>37</strong>Fu denunciato a Nicànore un certo Razìs, degli anziani di Gerusalemme, uomo pieno di amore per la città, che godeva grandissima fama, chiamato padre dei Giudei per la sua benevolenza. <strong>38</strong>Egli infatti, nei giorni precedenti la rivolta, si era attirato l&#39;accusa di giudaismo e realmente per il giudaismo aveva impegnato corpo e anima con piena generosità. <strong>39</strong>Volendo Nicànore far nota a tutti l&#39;ostilità che aveva verso i Giudei, mandò più di cinquecento soldati per arrestarlo; <strong>40</strong>pensava infatti che, prendendo costui, avrebbe arrecato loro un grave colpo. <strong>41</strong>Ma, quando quella truppa stava per occupare la torre e tentava di forzare la porta del cortile, dando ordine di portare il fuoco e di appiccarlo alle porte, egli, accerchiato da ogni lato, rivolse la spada contro se stesso, <strong>42</strong>preferendo morire nobilmente piuttosto che divenire schiavo degli scellerati e subire insulti indegni della sua nobiltà. <strong>43</strong>Non avendo però portato a segno il colpo per la fretta della lotta, mentre la folla premeva fuori delle porte, salì arditamente sulle mura e si gettò giù coraggiosamente sulla folla. <strong>44</strong>Questa, subito indietreggiando, fece largo e così egli cadde in mezzo allo spazio vuoto. <strong>45</strong>Poiché respirava ancora, con l&#39;animo infiammato, si alzò, mentre il sangue gli usciva a fiotti e le ferite lo straziavano, di corsa passò in mezzo alla folla, salì su di un tratto di roccia <strong>46</strong>e, ormai completamente esangue, si strappò gli intestini e prendendoli con le mani li gettò contro la folla. Morì in tal modo, invocando il Signore della vita e dello spirito perché di nuovo glieli restituisse.</p>

<p>__________________________
<em>Note</em></p>

<p><em><strong>14,2</strong> Seleuco IV, re di Siria, aveva inviato il figlio Demetrio a Roma come ostaggio al posto del proprio fratello Antioco IV. Alla morte di Seleuco, Antioco aveva però preso il potere, lasciandolo poi in eredità al figlio Antioco V Eupàtore. Demetrio, fuggito da Roma, si riprende il potere, dopo aver assassinato Antioco V.</em></p>

<p><em><strong>14,3</strong> Àlcimo: il sommo sacerdote succeduto a Menelao. La contaminazione di cui si parla qui consiste nella sua adesione all’ellenismo (vedi anche 1Mac 7,9.13-17.25).</em></p>

<p><em><strong>14,4</strong> anno centocinquantuno: è l’anno 161/160. corona d’oro, palma, ramoscelli d’ulivo: simboli di sottomissione.</em></p>

<p><em><strong>14,6</strong> Asidei: nome di origine ebraica che vuol dire “pii”. Indica un gruppo di Giudei tenacemente attaccato alle tradizioni. Vedi anche nota a 1Mac 2,42.</em></p>

<p><em><strong>14,7</strong> privato della dignità ereditaria: Àlcimo era discendente di Aronne, consacrato sacerdote da Mosè (Es 28,1-39; 1Mac 7,14).</em></p>

<p><em><strong>14,14</strong> le nazioni della Giudea: quanti avevano accolto costumi e tradizioni dell’ellenismo.</em></p>

<p><em><strong>14,16</strong> Dessau: nome non conosciuto altrove.</em></p>

<p><em><strong>14,26</strong> successore: non è chiaro se la nomina di Giuda significhi successore di Nicànore o dello stesso Àlcimo.</em></p>

<p><em><strong>14,31-36</strong> L’episodio delle minacce contro il tempio viene riportato, con alcune differenze, in 1Mac 7,33-35.</em></p>

<p><em><strong>14,37-46</strong> Nel drammatico racconto del suicidio di Razìs, l’autore di 2Mac non si pone il problema morale del suicidio, ma vuole evidenziare l’eroicità del gesto, visto come amore per la patria, attaccamento al giudaismo, difesa della propria dignità.</em></p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="approfondimenti">Approfondimenti</h2>

<p><strong>14,1-15,39</strong>. La fine di Nicanore riceve una trattazione molto ampia: due capitoli per complessivi 80 vv. contro i 24 di 1Mac 7,26-50. Per l&#39;autore di 2Mac è l&#39;esempio tipico della punizione divina per i bestemmiatori. Nicanore però non appare subito tale: in un primo tempo (vv. 15-25) si mostra sinceramente amico di Giuda; solo per le mene di Alcimo, che già aveva brigato presso Demetrio (vv. 1-14), passa all&#39;ostilità contro Giuda e contro il tempio (vv. 26-36), si dà alla persecuzione (vv. 37-46), si erge contro Dio (15,5) e così Giuda, forte dell&#39;aiuto di Dio (15,6-24), lo sconfigge e lo umilia (15,25-36).</p>

<p><strong>14,1-14</strong>. I «tre anni» del v. 1 vanno presi con elasticità: nel terzo anno. In effetti, siamo nel 161 a.C. («centocinquantuno» ES: v. 4) e gli eventi precedenti sono del 163 a.C. L&#39;elezione di Alcimo a sommo sacerdote (v. 3) dev&#39;essere avvenuta dopo l&#39;esecuzione capitale di Menelao; probabilmente però non aveva potuto o voluto entrare in funzione sapendo di essere inviso al movimento maccabaico. Ora, approfittando del cambiamento di regime (su Demetrio I, cfr. 1Mac 7,1ss.) cerca di prendere possesso della carica. Il discorso che l&#39;autore gli mette in bocca (vv. 6-10) è molto abile, a parte l&#39;imprecisione di fare di Giuda il capo degli «Asidei» (v. 6) che, pur collegati con gli Asmonei, conservarono libertà d&#39;azione.</p>

<p><strong>14,15-25</strong>. L&#39;amicizia tra Nicanore e Giuda è ignota a 1Mac, anzi difficilmente si può far entrare nel quadro da lui tratteggiato, con un Nicanore subdolo e intenzionato a tendere a Giuda un tranello, mentre qui vi appare saggio, interessato a una soluzione diplomatica del conflitto e mosso da sincera simpatia per il Maccabeo. Vista la profonda avversione del nostro autore per Nicanore, è evidente che questi tratti non se li è inventati; piuttosto 1Mac procede in tale caso sommariamente e con una certa tendenziosità. Il luogo dello scontro che precede le trattative, Dessaus (v. 16), è ignoto. Secondo 1Mac 7,31 si tratta di Cafarsalama.</p>

<p><strong>14,26-36</strong>. L&#39;amicizia tra Giuda e Nicanore non favoriva certo i piani di Alcimo che mette in cattiva luce Nicanore presso il re. Che cosa esattamente s&#39;intenda dicendo che «aveva nominato Giuda suo successore» (v. 26) non è chiaro: o la nomina a sommo sacerdote o ad “amico del re” che in alcune aree dell&#39;ellenismo veniva designato con il termine “diadoco”, successore. In ogni caso, in conseguenza di questo intervento di Alcimo, Nicanore passa dall&#39;amicizia all&#39;odio verso Giuda e nelle minacce va oltre lo stesso Antioco IV, giurando non solo di profanare ma di radere al suolo il tempio.</p>

<p><strong>14,37-46</strong>. Il personaggio è ignoto; tenue il raccordo con il quadro narrativo; anche topograficamente non c&#39;è molta chiarezza. Ma l&#39;episodio serve all&#39;autore per sfogare la sua golosità per il drammatico. Il racconto lascia capire che ancora non si era percepita l&#39;immoralità del suicidio, che viene elogiato come atto di eroismo dai tratti un po&#39; eccessivi, per evidenziare l&#39;importanza dell&#39;opposizione all&#39;ellenismo, l&#39;attaccamento al giudaismo (v. 38) e la speranza nella risurrezione (v. 46) fortemente sottolineata nella sua corporeità.</p>

<p><em>(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)</em></p>

<hr>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-14</guid>
      <pubDate>Thu, 29 Oct 2026 06:26:01 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>2MACCABEI - Capitolo 13</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-13</link>
      <description>&lt;![CDATA[Spedizione e ritirata di Antioco Eupàtore&#xA;&#xA;1Nell&#39;anno centoquarantanove giunse notizia agli uomini di Giuda che Antioco Eupàtore muoveva contro la Giudea con numerose truppe; 2era con lui Lisia, suo tutore e incaricato d&#39;affari, che aveva con sé un esercito greco di centodiecimila fanti, cinquemilatrecento cavalieri, ventidue elefanti e trecento carri falcati. 3A costoro si era unito anche Menelao, il quale incoraggiava con molta astuzia Antioco, non per la salvezza della patria, ma per la speranza di tornare al potere. 4Ma il re dei re eccitò l&#39;ira di Antioco contro quello scellerato e, avendogli Lisia dimostrato che era causa di tutti i mali, ordinò che fosse condotto a Berea e messo a morte secondo l&#39;usanza del luogo. 5Vi è là una torre di cinquanta cubiti piena di cenere, dotata di un ordigno girevole che da ogni lato pende a precipizio sulla cenere. 6Di lassù tutti possono spingere verso la morte chi è reo di sacrilegio o chi ha raggiunto il colmo di altri delitti. 7In tal modo morì Menelao, che non ebbe in sorte nemmeno la terra per la sepoltura. 8Giusto castigo poiché, dopo aver commesso molti delitti attorno all&#39;altare, il cui fuoco è sacro quanto la cenere, nella cenere trovò la sua morte.&#xA;&#xA;9Il re avanzava con barbari sentimenti e con l&#39;intenzione di far provare ai Giudei trattamenti peggiori di quelli che avevano subìto sotto suo padre. 10Quando Giuda seppe queste cose, ordinò al popolo di pregare il Signore giorno e notte perché, come altre volte, così anche ora aiutasse coloro che correvano il rischio di essere privati della legge, della patria e del tempio santo 11e non permettesse che il popolo, che aveva appena goduto di un breve respiro, cadesse in mano a quelle nazioni infami. 12Quando tutti insieme ebbero fatto ciò, supplicando il Signore misericordioso con gemiti e digiuni e prostrazioni per tre giorni consecutivi, Giuda li esortò e comandò loro di tenersi pronti. 13Quindi, incontratosi da solo con gli anziani, decise che con l&#39;aiuto di Dio si doveva risolvere la situazione uscendo a battaglia prima che l&#39;esercito del re entrasse nella Giudea e si impadronisse della città. 14Affidando poi ogni cura al Creatore dell&#39;universo, esortò i suoi a combattere da prodi fino alla morte per le leggi, il tempio, la città, la patria, le loro istituzioni, e pose il campo vicino a Modin. 15Data ai suoi uomini la parola d&#39;ordine &#34;Vittoria di Dio&#34;, con giovani, scelti tra i più valorosi, piombò di notte sulla tenda del re nell&#39;accampamento, uccise circa duemila uomini e trafisse il più grosso degli elefanti insieme con l&#39;uomo che era nella torretta. 16Alla fine, riempito il campo di terrore e confusione, se ne tornarono soddisfatti per il successo ottenuto. 17Quando già spuntava il giorno, l&#39;impresa era compiuta, per la protezione del Signore che aveva assistito Giuda.&#xA;&#xA;18Il re, avuto questo saggio dell&#39;audacia dei Giudei, tentò di prendere con astuzia quei luoghi. 19Marciò contro Bet-Sur, una ben munita fortezza dei Giudei, ma fu respinto, ostacolato e battuto, 20poiché Giuda fece giungere il necessario agli assediati. 21Intanto un certo Ròdoco, dell&#39;esercito dei Giudei, aveva rivelato i segreti ai nemici: fu ricercato, catturato e tolto di mezzo. 22Il re tornò a trattare con quelli che erano a Bet-Sur, diede e ricevette la destra e se ne andò. Assalì gli uomini di Giuda, ma ebbe la peggio. 23Venne poi a sapere che Filippo, lasciato ad Antiòchia come incaricato d&#39;affari, era uscito di senno. Costernato, invitò i Giudei a trattare, si sottomise, si obbligò con giuramento a rispettare tutte le giuste condizioni, ristabilì l&#39;accordo e offrì un sacrificio, onorò il tempio e beneficò il luogo santo. 24Poi ricevette il Maccabeo e lasciò Egemònide come stratega da Tolemàide fino al paese dei Gerreni. 25Venne a Tolemàide, ma i cittadini di Tolemàide si mostrarono malcontenti per quegli accordi; erano irritati contro coloro che avevano voluto abolire i loro privilegi. 26Lisia allora salì sulla tribuna, fece la sua difesa meglio che poté, li persuase, li calmò, li rese ragionevoli; poi tornò ad Antiòchia. Così si svolsero i fatti relativi alla spedizione del re e alla sua ritirata.&#xA;&#xA;_________________________&#xA;Note&#xA;&#xA;13,1 anno centoquarantonove: è l’anno 163/162.&#xA;&#xA;13,2 carri falcati: carri armati di falci, usati soprattutto dai popoli dell’Oriente.&#xA;&#xA;13,4 Berea: nome ellenistico dato alla città siriana di Aleppo da Seleuco Nicàtore, il fondatore della dinastia (305-281).&#xA;&#xA;13,5 cinquanta cubiti: circa m. 25.&#xA;&#xA;3,21 Ròdoco: il nome non compare altrove.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Approfondimenti&#xA;&#xA;Le scene di questo penultimo atto del dramma sono: la fine di Menelao (vv. 1-8), la sconfitta di Lisia-Antioco (vv. 9-17), la tregua concordata (vv. 18- 26).&#xA;&#xA;1-8. Siamo nel 163 a.C. (anno centoquarantanove»: v. 1), qualche tempo dopo la battaglia di Maresa, dunque probabilmente in autunno. Secondo 1Mac 6,28ss. la ragione di questa campagna sira è stato il tentativo di Giuda di impadronirsi dell&#39;Acra. L&#39;autore, che delinea l&#39;azione con i suoi personaggi, preferisce fissare l&#39;attenzione su «Menelao» (v. 3: cfr. 4,23ss.) facendolo corresponsabile di questa gigantesca spedizione. La morte gli è inflitta un po&#39; macchinosamente, ma all&#39;autore piace richiamare la legge del contrappasso (v. 8).&#xA;&#xA;9-17. Da 1Mac 6,31 sappiamo che lo scontro di Bet-Zaccaria si risolse in un nulla di fatto perché Giuda non osò insistere, vista la superiorità del nemico. 2Mac, interessato agli elementi religiosi del fatto, presenta come vittoria il successo parziale di un colpo di mano.&#xA;&#xA;18-26. In confronto a 1Mac 6,48-63, qui vengono taciute le sconfitte e i ripiegamenti mentre gli accordi con i Siri vengono presentati quasi come una loro capitolazione (cfr. v. 23); si inserisce qualche fatterello (v. 21) e si racconta con compiacenza l&#39;ostilità dei cittadini di Tolemaide per il re (vv. 25s.).&#xA;&#xA;(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei - in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)_ &#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Spedizione e ritirata di Antioco Eupàtore</em></strong></p>

<p><strong>1</strong>Nell&#39;anno centoquarantanove giunse notizia agli uomini di Giuda che Antioco Eupàtore muoveva contro la Giudea con numerose truppe; <strong>2</strong>era con lui Lisia, suo tutore e incaricato d&#39;affari, che aveva con sé un esercito greco di centodiecimila fanti, cinquemilatrecento cavalieri, ventidue elefanti e trecento carri falcati. <strong>3</strong>A costoro si era unito anche Menelao, il quale incoraggiava con molta astuzia Antioco, non per la salvezza della patria, ma per la speranza di tornare al potere. <strong>4</strong>Ma il re dei re eccitò l&#39;ira di Antioco contro quello scellerato e, avendogli Lisia dimostrato che era causa di tutti i mali, ordinò che fosse condotto a Berea e messo a morte secondo l&#39;usanza del luogo. <strong>5</strong>Vi è là una torre di cinquanta cubiti piena di cenere, dotata di un ordigno girevole che da ogni lato pende a precipizio sulla cenere. <strong>6</strong>Di lassù tutti possono spingere verso la morte chi è reo di sacrilegio o chi ha raggiunto il colmo di altri delitti. <strong>7</strong>In tal modo morì Menelao, che non ebbe in sorte nemmeno la terra per la sepoltura. <strong>8</strong>Giusto castigo poiché, dopo aver commesso molti delitti attorno all&#39;altare, il cui fuoco è sacro quanto la cenere, nella cenere trovò la sua morte.</p>

<p><strong>9</strong>Il re avanzava con barbari sentimenti e con l&#39;intenzione di far provare ai Giudei trattamenti peggiori di quelli che avevano subìto sotto suo padre. <strong>10</strong>Quando Giuda seppe queste cose, ordinò al popolo di pregare il Signore giorno e notte perché, come altre volte, così anche ora aiutasse coloro che correvano il rischio di essere privati della legge, della patria e del tempio santo <strong>11</strong>e non permettesse che il popolo, che aveva appena goduto di un breve respiro, cadesse in mano a quelle nazioni infami. <strong>12</strong>Quando tutti insieme ebbero fatto ciò, supplicando il Signore misericordioso con gemiti e digiuni e prostrazioni per tre giorni consecutivi, Giuda li esortò e comandò loro di tenersi pronti. <strong>13</strong>Quindi, incontratosi da solo con gli anziani, decise che con l&#39;aiuto di Dio si doveva risolvere la situazione uscendo a battaglia prima che l&#39;esercito del re entrasse nella Giudea e si impadronisse della città. <strong>14</strong>Affidando poi ogni cura al Creatore dell&#39;universo, esortò i suoi a combattere da prodi fino alla morte per le leggi, il tempio, la città, la patria, le loro istituzioni, e pose il campo vicino a Modin. <strong>15</strong>Data ai suoi uomini la parola d&#39;ordine “Vittoria di Dio”, con giovani, scelti tra i più valorosi, piombò di notte sulla tenda del re nell&#39;accampamento, uccise circa duemila uomini e trafisse il più grosso degli elefanti insieme con l&#39;uomo che era nella torretta. <strong>16</strong>Alla fine, riempito il campo di terrore e confusione, se ne tornarono soddisfatti per il successo ottenuto. <strong>17</strong>Quando già spuntava il giorno, l&#39;impresa era compiuta, per la protezione del Signore che aveva assistito Giuda.</p>

<p><strong>18</strong>Il re, avuto questo saggio dell&#39;audacia dei Giudei, tentò di prendere con astuzia quei luoghi. <strong>19</strong>Marciò contro Bet-Sur, una ben munita fortezza dei Giudei, ma fu respinto, ostacolato e battuto, <strong>20</strong>poiché Giuda fece giungere il necessario agli assediati. <strong>21</strong>Intanto un certo Ròdoco, dell&#39;esercito dei Giudei, aveva rivelato i segreti ai nemici: fu ricercato, catturato e tolto di mezzo. <strong>22</strong>Il re tornò a trattare con quelli che erano a Bet-Sur, diede e ricevette la destra e se ne andò. Assalì gli uomini di Giuda, ma ebbe la peggio. <strong>23</strong>Venne poi a sapere che Filippo, lasciato ad Antiòchia come incaricato d&#39;affari, era uscito di senno. Costernato, invitò i Giudei a trattare, si sottomise, si obbligò con giuramento a rispettare tutte le giuste condizioni, ristabilì l&#39;accordo e offrì un sacrificio, onorò il tempio e beneficò il luogo santo. <strong>24</strong>Poi ricevette il Maccabeo e lasciò Egemònide come stratega da Tolemàide fino al paese dei Gerreni. <strong>25</strong>Venne a Tolemàide, ma i cittadini di Tolemàide si mostrarono malcontenti per quegli accordi; erano irritati contro coloro che avevano voluto abolire i loro privilegi. <strong>26</strong>Lisia allora salì sulla tribuna, fece la sua difesa meglio che poté, li persuase, li calmò, li rese ragionevoli; poi tornò ad Antiòchia. Così si svolsero i fatti relativi alla spedizione del re e alla sua ritirata.</p>

<p>__________________________
<em>Note</em></p>

<p><em><strong>13,1</strong> anno centoquarantonove: è l’anno 163/162.</em></p>

<p><em><strong>13,2</strong> carri falcati: carri armati di falci, usati soprattutto dai popoli dell’Oriente.</em></p>

<p><em><strong>13,4</strong> Berea: nome ellenistico dato alla città siriana di Aleppo da Seleuco Nicàtore, il fondatore della dinastia (305-281).</em></p>

<p><em><strong>13,5</strong> cinquanta cubiti: circa m. 25.</em></p>

<p><em><strong>3,21</strong> Ròdoco: il nome non compare altrove.</em></p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="approfondimenti">Approfondimenti</h2>

<p>Le scene di questo penultimo atto del dramma sono: la fine di Menelao (vv. 1-8), la sconfitta di Lisia-Antioco (vv. 9-17), la tregua concordata (vv. 18- 26).</p>

<p><strong>1-8</strong>. Siamo nel 163 a.C. (anno centoquarantanove»: v. 1), qualche tempo dopo la battaglia di Maresa, dunque probabilmente in autunno. Secondo 1Mac 6,28ss. la ragione di questa campagna sira è stato il tentativo di Giuda di impadronirsi dell&#39;Acra. L&#39;autore, che delinea l&#39;azione con i suoi personaggi, preferisce fissare l&#39;attenzione su «Menelao» (v. 3: cfr. 4,23ss.) facendolo corresponsabile di questa gigantesca spedizione. La morte gli è inflitta un po&#39; macchinosamente, ma all&#39;autore piace richiamare la legge del contrappasso (v. 8).</p>

<p><strong>9-17</strong>. Da 1Mac 6,31 sappiamo che lo scontro di Bet-Zaccaria si risolse in un nulla di fatto perché Giuda non osò insistere, vista la superiorità del nemico. 2Mac, interessato agli elementi religiosi del fatto, presenta come vittoria il successo parziale di un colpo di mano.</p>

<p><strong>18-26</strong>. In confronto a 1Mac 6,48-63, qui vengono taciute le sconfitte e i ripiegamenti mentre gli accordi con i Siri vengono presentati quasi come una loro capitolazione (cfr. v. 23); si inserisce qualche fatterello (v. 21) e si racconta con compiacenza l&#39;ostilità dei cittadini di Tolemaide per il re (vv. 25s.).</p>

<p><em>(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)</em></p>

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      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-13</guid>
      <pubDate>Wed, 28 Oct 2026 06:56:45 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>2MACCABEI - Capitolo 12</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-12</link>
      <description>&lt;![CDATA[Nuove azioni militari di Giuda&#xA;1Conclusi questi accordi, Lisia ritornò presso il re; i Giudei invece si diedero a coltivare la terra. 2Ma alcuni dei comandanti dei distretti, e precisamente Timòteo e Apollònio, figlio di Genneo, Girolamo e Demofonte e, oltre questi, Nicànore, il comandante dei mercenari di Cipro, non li lasciavano tranquilli né vivere in pace. 3Gli abitanti di Giaffa perpetrarono un&#39;empietà di questo genere: invitarono i Giudei che abitavano con loro a salire con le mogli e con i figli su barche allestite da loro, come se non ci fosse alcuna cattiva intenzione a loro riguardo, 4ma fosse un&#39;iniziativa di tutta la cittadinanza. Essi accettarono, desiderosi di rinsaldare la pace, e lontani da ogni sospetto. Ma quando furono al largo, li fecero affondare in numero non inferiore a duecento. 5Quando Giuda fu informato di questa crudeltà compiuta contro i suoi connazionali, diede ordini ai suoi uomini 6e, invocando Dio, giusto giudice, mosse contro gli assassini dei suoi fratelli e nella notte incendiò il porto, bruciò le navi e uccise di spada quanti vi si erano rifugiati. 7Poi, dato che il luogo era sbarrato, abbandonò l&#39;impresa con l&#39;idea di tornare un&#39;altra volta e di estirpare tutta la cittadinanza di Giaffa. 8Avendo poi appreso che anche i cittadini di Iàmnia volevano usare lo stesso sistema con i Giudei che abitavano con loro, 9piombando di notte sui cittadini di Iàmnia, incendiò il porto con la flotta, così che si vedeva il bagliore delle fiamme fino a Gerusalemme, che è distante duecentoquaranta stadi.&#xA;10Quando si furono allontanati di là per nove stadi, mentre marciavano contro Timòteo, non meno di cinquemila Arabi con cinquecento cavalieri irruppero contro Giuda. 11Ne nacque una zuffa furiosa, ma gli uomini di Giuda, con l&#39;aiuto di Dio, ebbero la meglio. I nomadi invece, sopraffatti, supplicarono Giuda che desse loro la destra, promettendo di cedergli bestiame e di aiutarlo in tutto il resto. 12Giuda, prevedendo che gli sarebbero stati veramente utili in molte cose, acconsentì a fare la pace con loro ed essi, strette le destre, tornarono alle loro tende.&#xA;13Attaccò anche una città difesa da contrafforti, circondata da mura e abitata da gente d&#39;ogni stirpe, chiamata Casfin. 14Quelli di dentro, sicuri della solidità delle mura e delle riserve di viveri, si mostravano insolenti con gli uomini di Giuda, insultandoli e anche bestemmiando e pronunciando frasi che non è lecito riferire. 15Ma gli uomini di Giuda, invocato il grande Signore dell&#39;universo, il quale senza arieti e senza macchine ingegnose aveva fatto cadere Gerico al tempo di Giosuè, assalirono furiosamente le mura. 16Presa la città per volere di Dio, fecero innumerevoli stragi, cosicché il lago adiacente, largo due stadi, sembrava pieno del sangue che vi colava dentro.&#xA;17Allontanatisi di là settecentocinquanta stadi, giunsero a Càraca, presso i Giudei chiamati Tubiani; 18da quelle parti però non trovarono Timòteo, il quale era già partito dalla zona, senza avere intrapreso alcuna azione, ma lasciando in un certo luogo un presidio molto forte. 19Dositeo e Sosìpatro, due capitani del Maccabeo, in una sortita sterminarono gli uomini di Timòteo lasciati nella fortezza, che erano più di diecimila. 20Il Maccabeo ordinò il suo esercito dividendolo in reparti, pose costoro al comando dei reparti e mosse contro Timòteo, il quale aveva con sé centoventimila fanti e duemilacinquecento cavalieri. 21Quando Timòteo seppe dell&#39;arrivo di Giuda, mandò avanti le donne, i fanciulli e tutto il bagaglio nel luogo chiamato Kàrnion: era questa una posizione inespugnabile e inaccessibile per la strettezza di tutti i passaggi. 22All&#39;apparire del primo reparto di Giuda, si diffuse tra i nemici il panico e il terrore, perché si verificò contro di loro l&#39;apparizione di colui che dall&#39;alto tutto vede, e perciò cominciarono a fuggire precipitandosi chi da una parte chi dall&#39;altra, cosicché spesso erano colpiti dai propri compagni e trafitti dalle punte delle loro spade. 23Giuda li inseguì con ogni energia, trafiggendo quegli scellerati e uccidendone circa trentamila. 24Lo stesso Timòteo, caduto in mano agli uomini di Dositeo e Sosìpatro, supplicava con molta astuzia di essere rilasciato sano e salvo, perché tratteneva come ostaggi i genitori di molti di loro e di altri i fratelli, ai quali sarebbe capitato di essere trattati senza riguardo. 25Avendo egli con molti discorsi prestato solenne promessa di restituire incolumi gli ostaggi, lo lasciarono libero per la salvezza dei propri fratelli.&#xA;26Giuda mosse poi contro Kàrnion e l&#39;Atargatèo e uccise venticinquemila uomini. 27Dopo la sconfitta e lo sterminio di questi, marciò contro la fortezza di Efron, nella quale si trovava Lisia con una moltitudine di gente di ogni razza. Davanti alle mura erano schierati i giovani più forti, che combattevano vigorosamente, mentre nella città stavano pronte molte riserve di macchine e di proiettili. 28Ma, invocato il Signore che con potenza distrugge le forze dei nemici, fecero cadere la città nelle proprie mani e uccisero venticinquemila di coloro che vi stavano dentro. 29Partiti di là, mossero contro Scitòpoli, che dista seicento stadi da Gerusalemme. 30Ma poiché i Giudei che vi abitavano testimoniarono che i cittadini di Scitòpoli avevano dimostrato loro benevolenza e buona comprensione nel tempo della sventura, 31li ringraziarono e li esortarono a essere ben disposti anche in seguito verso il loro popolo. Poi raggiunsero Gerusalemme; era già vicina la festa delle Settimane.&#xA;32Dopo questa festa, chiamata Pentecoste, mossero contro Gorgia, stratega dell&#39;Idumea. 33Questi avanzò con tremila fanti e quattrocento cavalieri. 34Si schierarono in combattimento; cadde però un piccolo numero di Giudei. 35Un certo Dositeo, valoroso cavaliere degli uomini di Bacènore, aveva afferrato Gorgia e lo teneva per il mantello, mentre lo trascinava con forza, poiché voleva prendere vivo quello scellerato; uno dei cavalieri traci si gettò su di lui tagliandogli il braccio e Gorgia poté fuggire a Maresà. 36Poiché gli uomini di Esdrin combattevano da lungo tempo ed erano stanchi, Giuda supplicò il Signore che si mostrasse loro alleato e guida nella battaglia. 37Poi, intonato nella lingua dei padri il grido di guerra accompagnato da inni, diede un assalto improvviso alle truppe di Gorgia e le mise in fuga.&#xA;38Giuda poi radunò l&#39;esercito e venne alla città di Odollàm; poiché stava per iniziare il settimo giorno, si purificarono secondo l&#39;uso e vi passarono il sabato. 39Il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di Giuda andarono a raccogliere i cadaveri dei caduti per deporli con i loro parenti nei sepolcri dei loro padri. 40Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iàmnia, che la legge proibisce ai Giudei. Così fu a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. 41Perciò tutti, benedicendo Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, 42si misero a pregare, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto a causa del peccato di quelli che erano caduti. 43Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dracme d&#39;argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un&#39;azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. 44Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. 45Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.&#xA;&#xA;_________________________&#xA;Note&#xA;&#xA;12,8 àmnia: città costiera a sud di Gerusalemme. Secondo il testo (v. 9), ne disterebbe duecentoquaranta stadi, cioè circa 44 chilometri (uno stadio corrisponde a m. 185).&#xA;&#xA;12,10-31 È testo parallelo, pur con notevoli differenze, a 1Mac 5,9-54. nove stadi: poco più di 1,5 chilometri. È distanza imprecisa che non si può ricollegare alle precedenti spedizioni.&#xA;&#xA;12,13 Casfin: città della Transgiordania settentrionale, nel Golan.&#xA;&#xA;12,17 settecentocinquanta stadi: quasi 140 chilometri; corrispondono ai tre giorni di marcia di 1Mac 5,24, ma è misura eccessiva per la distanza tra Casfin e i Tubiani. Càraca: nome proprio, per indicare una città non bene identificata, o nome comune, che indica un campo fortificato da una palizzata. I Tubiani abitavano probabilmente la regione dell’Ammanìtide, il territorio della famiglia di Tobia. Vedi 3,11 e nota relativa.&#xA;&#xA;12,26 Atargatèo: nome del tempio-fortezza della città di Karnion, dedicato alla dea Atargate (12,21).&#xA;&#xA;12,27 Efron: città fortificata in Transgiordania.&#xA;&#xA;12,29 Scitòpoli: nome ellenistico della città di Bet-Sean. (vedi 1Mac 5,52 e nota relativa); seicento stadi corrispondono alla reale distanza da Gerusalemme: circa 110 chilometri.&#xA;&#xA;12,31 la festa delle Settimane: è la festa detta, con nome greco, “Pentecoste”. Si celebrava sette settimane dopo la Pasqua. Era la festa della mietitura, in cui si offrivano al Signore le primizie del raccolto (Es 34,22; Lv 23,15-16; Dt 16,9-10).&#xA;&#xA;12,35 Maresà: vedi nota a 1Mac 5,66.&#xA;&#xA;12,36 Esdrin: forse da identificare con Eleàzaro di 8,23.&#xA;&#xA;12,38-46 Nell’episodio del seppellimento dei caduti, alla fede nella risurrezione si aggiunge un pensiero nuovo, quello dell’efficacia del sacrificio per la remissione delle colpe dei defunti. il settimo giorno: viene dedicato alla purificazione del corpo e dei vestiti, in quanto il fatto di uccidere e di toccare un morto rendeva impuri per sette giorni (Nm 31,19). Odollàm: a 15 chilometri da Maresà, è l’antica Adullàm della storia di Davide (1Sam 22,1). In Vg e in NVg il v. 45 si conclude con sentimenti di pietà. Le parole seguenti costituiscono il v. 46.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Approfondimenti&#xA;&#xA;Un grappolo di episodi mostra il Maccabeo intento a colpire a raggiera intorno al territorio di Giuda popolazioni e città ostili al movimento di liberazione o avversari del giudaismo. Buona parte del contenuto ha corrispondenza in 1Mac 5. La narrazione non sembra seguire un particolare criterio geografico. Si inizia dalla costa meridionale con la dura lezione inflitta a Giaffa e Iamnia (vv. 1-9); si passa nella Transgiordania (Galaad) alla caccia di Timoteo (vv. 10-16); ci si sposta verso nord (battaglia di Carnion: vv. 17-26), poi verso sud, prima Beisan (Scitopoli) (vv. 27-31), poi in Idumea (vv. 32-37), per concludere nel sud della Giudea, a Odollam (vv. 38-45).&#xA;&#xA;1-9. Questa sezione è un&#39;appendice del capitolo precedente: gli accordi stipulati non sono seguiti da una tregua effettiva per l&#39;intemperanza dei generali siri dei quali ci è noto Timoteo, mentre rimangono sconosciuti gli altri, anche Nicanore, qualificato «comandante dei mercenari di Cipro» e dunque non il comandante in capo dell&#39;esercito di cui in 8,1ss. e successivamente nei cc. 14-15. Siamo sempre nel 164 a.C., vivente ancora Antioco IV, anche se l&#39;autore fa riferimento al successore, dato che suppone il re in Antiochia (v. 1). L&#39;episodio di Giaffa non è propriamente un atto di prepotenza di un generale siro ma un caso di intolleranza antigiudaica (cfr. 1Mac 5, 15.55-62) a cui Giuda risponde secondo la legge del taglione. «Giaffa» è l&#39;odierna Jafo (Tel Aviv) e «Iamnias è a ca. 50 km nord (v. 9: 240 «stadi» è un dato approssimativo) da Gerusalemme.&#xA;&#xA;10-16. Passaggio narrativo brusco e malaccorto: i «nove stadi», infatti (ca. 1,5 km), non si possono contare partendo da Iamnia di cui ha appena parlato perché suppone la scena nel Galaad, oltre il Giordano: «Casfin» (v. 13; 1Mac 5,26: Casfo) è a ca. 20 km est del lago di Tiberiade. L&#39;episodio corrisponde a 1Mac 5,24ss. anche se divergono i particolari, probabilmente perché il nostro autore segue una specie di cliché (cfr. 10,32ss.; 12,27ss.) nel raccontare. In particolare sottolinea l&#39;aspetto religioso del fatto d&#39;arme ponendo regolarmente in bocca agli avversari insulti e bestemmie e richiamando l&#39;intervento miracoloso di Dio («grande Signore del mondo»: v. 15) come nelle saghe della conquista della Palestina.&#xA;&#xA;17-26. Giuda muove per ca. 140 km («settecentocinquanta stadi»: v. 17) da Casfin («di là») verso sud: i «Giudei chiamati Tubiani» si trovano probabilmente nell&#39;Ammanitide, il territorio di Tobia (cfr. 1Mac 5,13). Occupa la fortezza di Caraca (l&#39;attuale Araq el Emir) e, sempre inseguendo Timoteo, si riporta quasi al punto di partenza, a «Carnion» (1Mac 5,26-43.44: Karnain) che è a ca. 20 km est di Casfin. Quasi 300 km di marcia per regioni impervie se non desertiche! Qualcosa nel racconto non quadra bene, per cui si suggerisce di collegare i 740 stadi con il v. 10. L&#39;«Atergateo (v. 26), che qualcuno considera identico con Carnion (tempio-fortezza), era il santuario di Atergatide, dea sira della fertilità, paredra del dio Hadad e identificata con Astarte.&#xA;&#xA;27-37. La conquista di Efron, a ca. 50 km sud-ovest di Carnion verso il Giordano, e di Beisan (Scitopoli), nella zona giordanica della valle di Esdrelon, serve a mostrare la magnanimità di Giuda e a richiamare l&#39;esigenza di celebrare le solennità dell&#39;anno liturgico, in questo caso Pentecoste («festa delle Settimane»: v. 31; cfr. v. 32) del 163 a.C. Il «Lisia» del v. 27 non può essere il viceré di Siria. L&#39;ultima battaglia di questa campagna è nell&#39;Idumea (v. 32) che allora, almeno amministrativamente, si estendeva più a nord della vecchia sede e verso la costa mediterranea. E di scena Gorgia, di cui già in 8,9 e 10,14, e che offre l&#39;occasione per un gesto di temerario valore di Dositeo il quale si aggrappa alla mantellina («clamide: v. 35) del comandante per catturarlo vivo, ma ha il braccio amputato da una guardia del corpo.&#xA;&#xA;38-45. L&#39;episodio del suffragio per i morti costituisce un punto forte nella riflessione di Israele sull&#39;oltretomba, perché testimonia la convinzione che non solo Dio è più potente della morte (risurrezione), ma concede agli stessi uomini, almeno ai membri del popolo di Dio, di influire a vantaggio dei defunti. La prospettiva è quella della risurrezione (cfr. v. 43): preghiere e sacrifici rimettono il fedele nella linea della risurrezione, che è riservata ai giusti. Non è chiaro se l&#39;autore supponga una vita intermedia tra la morte e la risurrezione né come immagini propriamente l&#39;efficacia della preghiera, in quanto l&#39;espressione «supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato» (v. 42) si può intendere nel senso di non imputato ulteriormente al popolo (cfr. Es 34,7). Dal punto di vista della storia della tradizione, il brano sembra aver subito dei rimaneggiamenti, in particolare nei vv. 44 e 4), ma in ogni caso l&#39;idea del valore dell&#39;intercessione per i defunti è chiaramente affermata. La successione dei pensieri è questa. Dopo la battaglia di Maresa, trascorso il sabato nel riposo regolamentare che l&#39;autore ha caro sottolineare (v. 38), si passa con urgenza (cfr. v. 39) alla sepoltura dei caduti, dato che la stagione aveva accelerato il processo di decomposizione. Con stupore si constata che hanno indosso degli amuleti pagani, prelevati da qualche tempio, e si conclude che la morte è stata per loro una punizione (cfr. Dt 7,25). Per purificarli da questa sozzura - che peraltro non impedisce che siano considerati morti «con sentimenti di pietà» (v. 45) in quanto combattenti per lo jahvismo - e per preservare l&#39;esercito da ulteriori castighi divini, Giuda, con una decisione che l&#39;autore giudica saggia e opportuna, fa celebrare a Gerusalemme un sacrificio espiatorio solenne (v. 43: «duemila dracme»).&#xA;&#xA;(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei - in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)_ &#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Nuove azioni militari di Giuda</em></strong>
<strong>1</strong>Conclusi questi accordi, Lisia ritornò presso il re; i Giudei invece si diedero a coltivare la terra. <strong>2</strong>Ma alcuni dei comandanti dei distretti, e precisamente Timòteo e Apollònio, figlio di Genneo, Girolamo e Demofonte e, oltre questi, Nicànore, il comandante dei mercenari di Cipro, non li lasciavano tranquilli né vivere in pace. <strong>3</strong>Gli abitanti di Giaffa perpetrarono un&#39;empietà di questo genere: invitarono i Giudei che abitavano con loro a salire con le mogli e con i figli su barche allestite da loro, come se non ci fosse alcuna cattiva intenzione a loro riguardo, <strong>4</strong>ma fosse un&#39;iniziativa di tutta la cittadinanza. Essi accettarono, desiderosi di rinsaldare la pace, e lontani da ogni sospetto. Ma quando furono al largo, li fecero affondare in numero non inferiore a duecento. <strong>5</strong>Quando Giuda fu informato di questa crudeltà compiuta contro i suoi connazionali, diede ordini ai suoi uomini <strong>6</strong>e, invocando Dio, giusto giudice, mosse contro gli assassini dei suoi fratelli e nella notte incendiò il porto, bruciò le navi e uccise di spada quanti vi si erano rifugiati. <strong>7</strong>Poi, dato che il luogo era sbarrato, abbandonò l&#39;impresa con l&#39;idea di tornare un&#39;altra volta e di estirpare tutta la cittadinanza di Giaffa. <strong>8</strong>Avendo poi appreso che anche i cittadini di Iàmnia volevano usare lo stesso sistema con i Giudei che abitavano con loro, <strong>9</strong>piombando di notte sui cittadini di Iàmnia, incendiò il porto con la flotta, così che si vedeva il bagliore delle fiamme fino a Gerusalemme, che è distante duecentoquaranta stadi.
<strong>10</strong>Quando si furono allontanati di là per nove stadi, mentre marciavano contro Timòteo, non meno di cinquemila Arabi con cinquecento cavalieri irruppero contro Giuda. <strong>11</strong>Ne nacque una zuffa furiosa, ma gli uomini di Giuda, con l&#39;aiuto di Dio, ebbero la meglio. I nomadi invece, sopraffatti, supplicarono Giuda che desse loro la destra, promettendo di cedergli bestiame e di aiutarlo in tutto il resto. <strong>12</strong>Giuda, prevedendo che gli sarebbero stati veramente utili in molte cose, acconsentì a fare la pace con loro ed essi, strette le destre, tornarono alle loro tende.
<strong>13</strong>Attaccò anche una città difesa da contrafforti, circondata da mura e abitata da gente d&#39;ogni stirpe, chiamata Casfin. <strong>14</strong>Quelli di dentro, sicuri della solidità delle mura e delle riserve di viveri, si mostravano insolenti con gli uomini di Giuda, insultandoli e anche bestemmiando e pronunciando frasi che non è lecito riferire. <strong>15</strong>Ma gli uomini di Giuda, invocato il grande Signore dell&#39;universo, il quale senza arieti e senza macchine ingegnose aveva fatto cadere Gerico al tempo di Giosuè, assalirono furiosamente le mura. <strong>16</strong>Presa la città per volere di Dio, fecero innumerevoli stragi, cosicché il lago adiacente, largo due stadi, sembrava pieno del sangue che vi colava dentro.
<strong>17</strong>Allontanatisi di là settecentocinquanta stadi, giunsero a Càraca, presso i Giudei chiamati Tubiani; <strong>18</strong>da quelle parti però non trovarono Timòteo, il quale era già partito dalla zona, senza avere intrapreso alcuna azione, ma lasciando in un certo luogo un presidio molto forte. <strong>19</strong>Dositeo e Sosìpatro, due capitani del Maccabeo, in una sortita sterminarono gli uomini di Timòteo lasciati nella fortezza, che erano più di diecimila. <strong>20</strong>Il Maccabeo ordinò il suo esercito dividendolo in reparti, pose costoro al comando dei reparti e mosse contro Timòteo, il quale aveva con sé centoventimila fanti e duemilacinquecento cavalieri. <strong>21</strong>Quando Timòteo seppe dell&#39;arrivo di Giuda, mandò avanti le donne, i fanciulli e tutto il bagaglio nel luogo chiamato Kàrnion: era questa una posizione inespugnabile e inaccessibile per la strettezza di tutti i passaggi. <strong>22</strong>All&#39;apparire del primo reparto di Giuda, si diffuse tra i nemici il panico e il terrore, perché si verificò contro di loro l&#39;apparizione di colui che dall&#39;alto tutto vede, e perciò cominciarono a fuggire precipitandosi chi da una parte chi dall&#39;altra, cosicché spesso erano colpiti dai propri compagni e trafitti dalle punte delle loro spade. <strong>23</strong>Giuda li inseguì con ogni energia, trafiggendo quegli scellerati e uccidendone circa trentamila. <strong>24</strong>Lo stesso Timòteo, caduto in mano agli uomini di Dositeo e Sosìpatro, supplicava con molta astuzia di essere rilasciato sano e salvo, perché tratteneva come ostaggi i genitori di molti di loro e di altri i fratelli, ai quali sarebbe capitato di essere trattati senza riguardo. <strong>25</strong>Avendo egli con molti discorsi prestato solenne promessa di restituire incolumi gli ostaggi, lo lasciarono libero per la salvezza dei propri fratelli.
<strong>26</strong>Giuda mosse poi contro Kàrnion e l&#39;Atargatèo e uccise venticinquemila uomini. <strong>27</strong>Dopo la sconfitta e lo sterminio di questi, marciò contro la fortezza di Efron, nella quale si trovava Lisia con una moltitudine di gente di ogni razza. Davanti alle mura erano schierati i giovani più forti, che combattevano vigorosamente, mentre nella città stavano pronte molte riserve di macchine e di proiettili. <strong>28</strong>Ma, invocato il Signore che con potenza distrugge le forze dei nemici, fecero cadere la città nelle proprie mani e uccisero venticinquemila di coloro che vi stavano dentro. <strong>29</strong>Partiti di là, mossero contro Scitòpoli, che dista seicento stadi da Gerusalemme. <strong>30</strong>Ma poiché i Giudei che vi abitavano testimoniarono che i cittadini di Scitòpoli avevano dimostrato loro benevolenza e buona comprensione nel tempo della sventura, <strong>31</strong>li ringraziarono e li esortarono a essere ben disposti anche in seguito verso il loro popolo. Poi raggiunsero Gerusalemme; era già vicina la festa delle Settimane.
<strong>32</strong>Dopo questa festa, chiamata Pentecoste, mossero contro Gorgia, stratega dell&#39;Idumea. <strong>33</strong>Questi avanzò con tremila fanti e quattrocento cavalieri. <strong>34</strong>Si schierarono in combattimento; cadde però un piccolo numero di Giudei. <strong>35</strong>Un certo Dositeo, valoroso cavaliere degli uomini di Bacènore, aveva afferrato Gorgia e lo teneva per il mantello, mentre lo trascinava con forza, poiché voleva prendere vivo quello scellerato; uno dei cavalieri traci si gettò su di lui tagliandogli il braccio e Gorgia poté fuggire a Maresà. <strong>36</strong>Poiché gli uomini di Esdrin combattevano da lungo tempo ed erano stanchi, Giuda supplicò il Signore che si mostrasse loro alleato e guida nella battaglia. <strong>37</strong>Poi, intonato nella lingua dei padri il grido di guerra accompagnato da inni, diede un assalto improvviso alle truppe di Gorgia e le mise in fuga.
<strong>38</strong>Giuda poi radunò l&#39;esercito e venne alla città di Odollàm; poiché stava per iniziare il settimo giorno, si purificarono secondo l&#39;uso e vi passarono il sabato. <strong>39</strong>Il giorno dopo, quando ormai la cosa era diventata necessaria, gli uomini di Giuda andarono a raccogliere i cadaveri dei caduti per deporli con i loro parenti nei sepolcri dei loro padri. <strong>40</strong>Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iàmnia, che la legge proibisce ai Giudei. Così fu a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. <strong>41</strong>Perciò tutti, benedicendo Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, <strong>42</strong>si misero a pregare, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto a causa del peccato di quelli che erano caduti. <strong>43</strong>Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dracme d&#39;argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un&#39;azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. <strong>44</strong>Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. <strong>45</strong>Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.</p>

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<em>Note</em></p>

<p><em><strong>12,8</strong> àmnia: città costiera a sud di Gerusalemme. Secondo il testo (v. 9), ne disterebbe duecentoquaranta stadi, cioè circa 44 chilometri (uno stadio corrisponde a m. 185).</em></p>

<p><em><strong>12,10-31</strong> È testo parallelo, pur con notevoli differenze, a 1Mac 5,9-54. nove stadi: poco più di 1,5 chilometri. È distanza imprecisa che non si può ricollegare alle precedenti spedizioni.</em></p>

<p><em><strong>12,13</strong> Casfin: città della Transgiordania settentrionale, nel Golan.</em></p>

<p><em><strong>12,17</strong> settecentocinquanta stadi: quasi 140 chilometri; corrispondono ai tre giorni di marcia di 1Mac 5,24, ma è misura eccessiva per la distanza tra Casfin e i Tubiani. Càraca: nome proprio, per indicare una città non bene identificata, o nome comune, che indica un campo fortificato da una palizzata. I Tubiani abitavano probabilmente la regione dell’Ammanìtide, il territorio della famiglia di Tobia. Vedi 3,11 e nota relativa.</em></p>

<p><em><strong>12,26</strong> Atargatèo: nome del tempio-fortezza della città di Karnion, dedicato alla dea Atargate (12,21).</em></p>

<p><em><strong>12,27</strong> Efron: città fortificata in Transgiordania.</em></p>

<p><em><strong>12,29</strong> Scitòpoli: nome ellenistico della città di Bet-Sean. (vedi 1Mac 5,52 e nota relativa); seicento stadi corrispondono alla reale distanza da Gerusalemme: circa 110 chilometri.</em></p>

<p><em><strong>12,31</strong> la festa delle Settimane: è la festa detta, con nome greco, “Pentecoste”. Si celebrava sette settimane dopo la Pasqua. Era la festa della mietitura, in cui si offrivano al Signore le primizie del raccolto (Es 34,22; Lv 23,15-16; Dt 16,9-10).</em></p>

<p><em><strong>12,35</strong> Maresà: vedi nota a 1Mac 5,66.</em></p>

<p><em><strong>12,36</strong> Esdrin: forse da identificare con Eleàzaro di 8,23.</em></p>

<p><em><strong>12,38-46</strong> Nell’episodio del seppellimento dei caduti, alla fede nella risurrezione si aggiunge un pensiero nuovo, quello dell’efficacia del sacrificio per la remissione delle colpe dei defunti. il settimo giorno: viene dedicato alla purificazione del corpo e dei vestiti, in quanto il fatto di uccidere e di toccare un morto rendeva impuri per sette giorni (Nm 31,19). Odollàm: a 15 chilometri da Maresà, è l’antica Adullàm della storia di Davide (1Sam 22,1). In Vg e in NVg il v. 45 si conclude con sentimenti di pietà. Le parole seguenti costituiscono il v. 46.</em></p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="approfondimenti">Approfondimenti</h2>

<p>Un grappolo di episodi mostra il Maccabeo intento a colpire a raggiera intorno al territorio di Giuda popolazioni e città ostili al movimento di liberazione o avversari del giudaismo. Buona parte del contenuto ha corrispondenza in 1Mac 5. La narrazione non sembra seguire un particolare criterio geografico. Si inizia dalla costa meridionale con la dura lezione inflitta a Giaffa e Iamnia (vv. 1-9); si passa nella Transgiordania (Galaad) alla caccia di Timoteo (vv. 10-16); ci si sposta verso nord (battaglia di Carnion: vv. 17-26), poi verso sud, prima Beisan (Scitopoli) (vv. 27-31), poi in Idumea (vv. 32-37), per concludere nel sud della Giudea, a Odollam (vv. 38-45).</p>

<p><strong>1-9</strong>. Questa sezione è un&#39;appendice del capitolo precedente: gli accordi stipulati non sono seguiti da una tregua effettiva per l&#39;intemperanza dei generali siri dei quali ci è noto Timoteo, mentre rimangono sconosciuti gli altri, anche Nicanore, qualificato «comandante dei mercenari di Cipro» e dunque non il comandante in capo dell&#39;esercito di cui in 8,1ss. e successivamente nei cc. 14-15. Siamo sempre nel 164 a.C., vivente ancora Antioco IV, anche se l&#39;autore fa riferimento al successore, dato che suppone il re in Antiochia (v. 1). L&#39;episodio di Giaffa non è propriamente un atto di prepotenza di un generale siro ma un caso di intolleranza antigiudaica (cfr. 1Mac 5, 15.55-62) a cui Giuda risponde secondo la legge del taglione. «Giaffa» è l&#39;odierna Jafo (Tel Aviv) e «Iamnias è a ca. 50 km nord (v. 9: 240 «stadi» è un dato approssimativo) da Gerusalemme.</p>

<p><strong>10-16</strong>. Passaggio narrativo brusco e malaccorto: i «nove stadi», infatti (ca. 1,5 km), non si possono contare partendo da Iamnia di cui ha appena parlato perché suppone la scena nel Galaad, oltre il Giordano: «Casfin» (v. 13; 1Mac 5,26: Casfo) è a ca. 20 km est del lago di Tiberiade. L&#39;episodio corrisponde a 1Mac 5,24ss. anche se divergono i particolari, probabilmente perché il nostro autore segue una specie di <em>cliché</em> (cfr. 10,32ss.; 12,27ss.) nel raccontare. In particolare sottolinea l&#39;aspetto religioso del fatto d&#39;arme ponendo regolarmente in bocca agli avversari insulti e bestemmie e richiamando l&#39;intervento miracoloso di Dio («grande Signore del mondo»: v. 15) come nelle saghe della conquista della Palestina.</p>

<p><strong>17-26</strong>. Giuda muove per ca. 140 km («settecentocinquanta stadi»: v. 17) da Casfin («di là») verso sud: i «Giudei chiamati Tubiani» si trovano probabilmente nell&#39;Ammanitide, il territorio di Tobia (cfr. 1Mac 5,13). Occupa la fortezza di Caraca (l&#39;attuale Araq el Emir) e, sempre inseguendo Timoteo, si riporta quasi al punto di partenza, a «Carnion» (1Mac 5,26-43.44: Karnain) che è a ca. 20 km est di Casfin. Quasi 300 km di marcia per regioni impervie se non desertiche! Qualcosa nel racconto non quadra bene, per cui si suggerisce di collegare i 740 stadi con il v. 10. L&#39;«Atergateo (v. 26), che qualcuno considera identico con Carnion (tempio-fortezza), era il santuario di Atergatide, dea sira della fertilità, paredra del dio Hadad e identificata con Astarte.</p>

<p><strong>27-37</strong>. La conquista di Efron, a ca. 50 km sud-ovest di Carnion verso il Giordano, e di Beisan (Scitopoli), nella zona giordanica della valle di Esdrelon, serve a mostrare la magnanimità di Giuda e a richiamare l&#39;esigenza di celebrare le solennità dell&#39;anno liturgico, in questo caso Pentecoste («festa delle Settimane»: v. 31; cfr. v. 32) del 163 a.C. Il «Lisia» del v. 27 non può essere il viceré di Siria. L&#39;ultima battaglia di questa campagna è nell&#39;Idumea (v. 32) che allora, almeno amministrativamente, si estendeva più a nord della vecchia sede e verso la costa mediterranea. E di scena Gorgia, di cui già in 8,9 e 10,14, e che offre l&#39;occasione per un gesto di temerario valore di Dositeo il quale si aggrappa alla mantellina («clamide: v. 35) del comandante per catturarlo vivo, ma ha il braccio amputato da una guardia del corpo.</p>

<p><strong>38-45</strong>. L&#39;episodio del suffragio per i morti costituisce un punto forte nella riflessione di Israele sull&#39;oltretomba, perché testimonia la convinzione che non solo Dio è più potente della morte (risurrezione), ma concede agli stessi uomini, almeno ai membri del popolo di Dio, di influire a vantaggio dei defunti. La prospettiva è quella della risurrezione (cfr. v. 43): preghiere e sacrifici rimettono il fedele nella linea della risurrezione, che è riservata ai giusti. Non è chiaro se l&#39;autore supponga una vita intermedia tra la morte e la risurrezione né come immagini propriamente l&#39;efficacia della preghiera, in quanto l&#39;espressione «supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato» (v. 42) si può intendere nel senso di non imputato ulteriormente al popolo (cfr. Es 34,7). Dal punto di vista della storia della tradizione, il brano sembra aver subito dei rimaneggiamenti, in particolare nei vv. 44 e 4), ma in ogni caso l&#39;idea del valore dell&#39;intercessione per i defunti è chiaramente affermata. La successione dei pensieri è questa. Dopo la battaglia di Maresa, trascorso il sabato nel riposo regolamentare che l&#39;autore ha caro sottolineare (v. 38), si passa con urgenza (cfr. v. 39) alla sepoltura dei caduti, dato che la stagione aveva accelerato il processo di decomposizione. Con stupore si constata che hanno indosso degli amuleti pagani, prelevati da qualche tempio, e si conclude che la morte è stata per loro una punizione (cfr. Dt 7,25). Per purificarli da questa sozzura – che peraltro non impedisce che siano considerati morti «con sentimenti di pietà» (v. 45) in quanto combattenti per lo jahvismo – e per preservare l&#39;esercito da ulteriori castighi divini, Giuda, con una decisione che l&#39;autore giudica saggia e opportuna, fa celebrare a Gerusalemme un sacrificio espiatorio solenne (v. 43: «duemila dracme»).</p>

<p><em>(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)</em></p>

<hr>

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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-12</guid>
      <pubDate>Tue, 27 Oct 2026 08:32:02 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>2MACCABEI - Capitolo 11</title>
      <link>https://noblogo.org/uncapitoloalgiorno/2maccabei-capitolo-11</link>
      <description>&lt;![CDATA[1Poco tempo dopo, Lisia, tutore e parente del re e incaricato degli affari di stato, mal sopportando l&#39;accaduto, 2raccolti circa ottantamila uomini e tutta la cavalleria, mosse contro i Giudei, contando di ridurre la città a residenza dei Greci, 3di imporre tasse al tempio come agli altri edifici di culto delle nazioni e di mettere in vendita ogni anno il sommo sacerdozio. 4Egli non teneva in nessun conto la potenza di Dio, ma confidava soltanto nelle sue miriadi di fanti, nelle migliaia di cavalieri e negli ottanta elefanti. 5Entrato nella Giudea e avvicinatosi a Bet-Sur, che era una posizione fortificata distante da Gerusalemme circa venti miglia, la cinse d&#39;assedio. 6Quando gli uomini del Maccabeo vennero a sapere che quello assediava le fortezze, tra gemiti e lacrime supplicarono con tutto il popolo il Signore che inviasse l&#39;angelo buono a salvare Israele. 7Lo stesso Maccabeo, cingendo per primo le armi, esortò gli altri a esporsi con lui al pericolo per andare in aiuto dei loro fratelli: tutti insieme partirono con coraggio. 8Mentre si trovavano ancora vicino a Gerusalemme, apparve come condottiero davanti a loro un cavaliere in sella, vestito di bianco, che brandiva armi d&#39;oro. 9Tutti insieme benedissero Dio misericordioso e si sentirono rincuorati, pronti ad assalire non solo gli uomini ma anche le bestie più feroci e mura di ferro. 10Procedevano in ordine, con un alleato venuto dal cielo, per la misericordia che il Signore aveva avuto di loro. 11Gettatisi come leoni sui nemici, stesero al suolo undicimila fanti e milleseicento cavalieri e costrinsero tutti a fuggire. 12Costoro in gran parte riuscirono a salvarsi feriti e spogliati. E lo stesso Lisia si salvò fuggendo vergognosamente.&#xA;13Ma, non privo di intelligenza, pensando alla sconfitta subita e constatando che gli Ebrei erano invincibili, perché il Dio potente combatteva al loro fianco, 14mandò a proporre un accordo su tutto ciò che fosse giusto, assicurando che a questo scopo avrebbe persuaso il re, facendo pressione su di lui perché diventasse loro amico. 15Il Maccabeo, badando a ciò che più conveniva, acconsentì a tutto quanto Lisia chiedeva. Infatti, quanto il Maccabeo aveva presentato a Lisia per iscritto riguardo ai Giudei, il re lo accordò.&#xA;&#xA;Scambi epistolari&#xA;16Il contenuto della lettera scritta da Lisia ai Giudei era del seguente tenore:&#xA;17&#34;Lisia al popolo dei Giudei, salute! Giovanni e Assalonne, inviati da voi, ci hanno consegnato il documento sotto riportato e hanno chiesto la ratifica dei punti in esso contenuti. 18Quanto era necessario riferire anche al re, gliel&#39;ho esposto ed egli ha accordato quanto era accettabile. 19Se dunque continuerete a essere favorevoli agli interessi del regno, cercherò anche in avvenire di procurarvi dei favori. 20Su questi punti e sui particolari ho dato ordine ai vostri e ai miei incaricati di trattare con voi. 21State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il ventiquattro del mese di Dioscorinzio&#34;.&#xA;&#xA;22La lettera del re si esprimeva così:&#xA;&#34;Il re Antioco al fratello Lisia, salute! 23Dopo che nostro padre è passato tra gli dèi, vogliamo che i cittadini del regno possano tranquillamente attendere ai loro interessi. 24Avendo sentito che i Giudei non intendono accettare l&#39;ellenizzazione voluta da nostro padre, ma, attaccati al loro sistema di vita, chiedono di attenersi alle proprie leggi, 25volendo perciò che anche questa nazione sia libera da turbamenti, decretiamo che il tempio sia loro restituito e si governino secondo le tradizioni dei loro antenati. 26Farai bene, dunque, a inviare loro messaggeri e a dare loro la destra, perché, conosciuta la nostra decisione, si sentano rincuorati e riprendano a loro agio la cura delle proprie cose&#34;.&#xA;&#xA;27La lettera del re indirizzata alla nazione era così concepita:&#xA;&#34;Il re Antioco al consiglio degli anziani dei Giudei e agli altri Giudei, salute! 28Se state bene, è appunto come noi vogliamo; anche noi godiamo ottima salute. 29Menelao ci ha rivelato che voi volete tornare a vivere nelle vostre sedi. 30A quelli che si metteranno in viaggio entro i trenta giorni del mese di Xàntico sarà garantita sicurezza e facoltà 31di usare, come Giudei, delle loro regole alimentari e delle loro leggi, come prima, e nessuno di loro potrà essere molestato da alcuno per le mancanze commesse per ignoranza. 32Ho anche mandato Menelao per rassicurarvi. 33State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico&#34;.&#xA;&#xA;34Anche i Romani inviarono loro questa lettera:&#xA;&#34;Quinto Memmio e Tito Manio, legati dei Romani, al popolo dei Giudei, salute! 35Riguardo a ciò che Lisia, parente del re, vi ha concesso, anche noi siamo d&#39;accordo. 36Riguardo invece a quei punti che egli ha giudicato dover riferire al re, mandate subito qualcuno, dopo averli esaminati, perché possiamo riferire le cose in modo conveniente per voi. Noi siamo in viaggio per Antiòchia. 37Mandate dunque in fretta dei messaggeri per farci conoscere di quale parere siete. 38State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico&#34;.&#xA;&#xA;_________________________&#xA;Note&#xA;&#xA;11,1 tutore e parente del re: titoli di corte.&#xA;&#xA;11,5 Bet-Sur: al tempo dei Seleucidi era una fortezza che controllava i confini dell’Idumea. Vedi 1Mac 4,29 e nota relativa.&#xA;&#xA;11,16-38 Vengono riportati quattro documenti ufficiali, scritti in forma di lettera, aventi tutti come argomento comune il trattato di pace. La loro attendibilità e cronologia sono tuttora discusse.&#xA;&#xA;11,17 Giovanni e Assalonne: gli ambasciatori inviati da Giuda.&#xA;&#xA;11,21 L’anno centoquarantotto: la data della prima lettera, 164/163. Dioscorinzio: non si conosce nei calendari nessun mese con questo nome, che letteralmente vuol dire “Zeus di Corinto”.&#xA;&#xA;11,23 è passato tra gli dèi: dopo la morte i re ellenistici venivano divinizzati; per primo Antioco I (281-261) fondò il culto del padre Seleuco.&#xA;&#xA;11,30 mese di Xàntico: secondo alcuni, corrisponde a quello indicato come Dioscorinzio in 1,21.&#xA;&#xA;11,33 L’anno centoquarantotto: è l’anno 164/163.&#xA;&#xA;11,35 parente del re: titolo di corte. Vedi 11,1.&#xA;&#xA;=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=&#xA;Approfondimenti&#xA;&#xA;Questa sezione ha chiaramente due parti: una, narrativa, sulla battaglia di Bet-Zur (vv. 1-12), e l&#39;altra, documentaria, contenente quattro lettere (vv. 13-37) indirizzate rispettivamente da Lisia ai Giudei (vv. 17-21), da Antioco V a Lisia (vv. 22-26), dal re ai Giudei (vv. 27-33), dai Romani ai Giudei per chiarimenti (vv. 34-38). Le lettere pongono problemi sia letterari che cronologici. La lettera di Antioco V a Lisia (vv. 22-26), non datata, sembra da ricollegare con gli accordi di pace dopo la seconda campagna del generale in Giudea (13,1-26). Sarebbe della fine del 163 a.C. L&#39;averla collocata nel contesto attuale dipende probabilmente da una svista dell&#39;epitomatore. Le altre tre lettere sono tutte datate al 148 ES (= 164 a.C.) e propriamente: la prima, «il ventiquattro del mese di «Dioscorinzio» (= Giove di Corinto) normalmente detto Xàntico, cioè febbraio/marzo; la terza il 15 e la quarta il 25 dello stesso mese, dunque sotto Antioco IV, che mentre si trovava in Persia e Lisia fungeva da reggente in patria. Supponendo un carteggio tra re e reggente (cfr. v. 18) che avrebbe scritto contemporaneamente al re e ai Giudei, il tempo tra la prima e la terza lettera è veramente troppo breve per i corrieri di allora. Si aggiunga che nella terza lettera, spedita dalla Persia il 15 del mese Xàntico, si fissa come scadenza per l&#39;esecuzione della facoltà concessa il 30 dello stesso mese (v. 30) quando ci voleva ben più di quindici giorni solamente per coprire la distanza tra Persia e Palestina! La difficoltà non sussiste per l&#39;epitomatore che suppone il re (Antioco V!) ad Antiochia. Queste date, pur nella sostanziale storicità delle lettere, sono probabilmente alterate.&#xA;&#xA;1-12. La battaglia di Bet-Zur (cfr. 1Mac 4,26-35) avvenne nel 164 a.C. vivente ancora Antioco IV e dunque è da collocare subito dopo 8,36. Perché l&#39;autore abbia compiuto questo trasferimento cronologico, non appare chiaro.&#xA;&#xA;13-15. Di queste trattative di pace non parla 1Mac 4,35 ché anzi accenna ai preparativi della Siria per una nuova spedizione. Tuttavia anche 1Mac sembra supporre almeno una sospensione degli scontri (cfr. 1Mac 4,36-5,8: purificazione del tempio, spedizioni contro popoli vicini), presumibilmente in conseguenza di trattative almeno avviate.&#xA;&#xA;16-21. Dei negoziatori giudei, «Giovanni» potrebbe essere il primo dei fratelli asmonei (cfr. 1Mac 2,2), «Assalonne» (il padre di un Mattatia: cfr. 1Mac 11,70) e «Gionata» (cfr. 1Mac 13,11) ufficiali nell&#39;esercito asmoneo. I punti in discussione non sono esposti; si potrebbe pensare a quanto elencato nella lettera di Antioco ai Giudei (vv. 29-31).&#xA;&#xA;22-26. Più ampie, rispetto a tale lettera, sono le concessioni fatte in questa che si colloca in contesto storico diverso. Si tratta di vera libertà religiosa, con diritto di governarsi secondo proprie leggi e revoca del decreto di ellenizzazione forzata emanato dal padre.&#xA;&#xA;27-33. La lettera dell&#39;Epifane ai Giudei, probabilmente inviata dalla Persia con l&#39;intento di ridurre la tensione in zone calde dell&#39;impero, va incontro ad alcune richieste giudaiche ma senza spingersi troppo oltre. Anzitutto perché fa leva su «Menelao», sommo sacerdote che il movimento maccabaico non accettava: sia per far capire che considerava il partito filoellenistico l&#39;unico interlocutore valido, sia per accreditarlo maggiormente, presentandolo seriamente intenzionato alla ricerca della pace (v. 29). Poi, perché il ritorno a «vivere nelle proprie sedi» (v. 29) è probabilmente invito implicito ai partigiani e sostenitori di Giuda a lasciare la macchia. Comunque, la revoca dell&#39;abolizione del culto giudaico e la concessione di seguire le usanze patrie, anche alimentari (v. 31), sono un buon risultato per i Giudei.&#xA;&#xA;34-38. La lettera dei Romani non è conseguenza del trattato (cfr. 1Mac 8) non ancora stipulato. Probabilmente è una proposta di arbitrato che Roma avanza per inserirsi più da vicino nelle faccende della Siria. In sé non dice altro se non che considera valide le proposte avanzate da parte sira, ma ha bisogno di ulteriori informazioni da parte dei Giudei. I due legati non sono conosciuti, per cui anche i nomi nelle versioni appaiono alterati.&#xA;&#xA;(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei - in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)_ &#xA;&#xA;----&#xA;🔝 ● C A L E N D A R I ● Indice BIBBIA ● Homepage]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong>1</strong>Poco tempo dopo, Lisia, tutore e parente del re e incaricato degli affari di stato, mal sopportando l&#39;accaduto, <strong>2</strong>raccolti circa ottantamila uomini e tutta la cavalleria, mosse contro i Giudei, contando di ridurre la città a residenza dei Greci, <strong>3</strong>di imporre tasse al tempio come agli altri edifici di culto delle nazioni e di mettere in vendita ogni anno il sommo sacerdozio. <strong>4</strong>Egli non teneva in nessun conto la potenza di Dio, ma confidava soltanto nelle sue miriadi di fanti, nelle migliaia di cavalieri e negli ottanta elefanti. <strong>5</strong>Entrato nella Giudea e avvicinatosi a Bet-Sur, che era una posizione fortificata distante da Gerusalemme circa venti miglia, la cinse d&#39;assedio. <strong>6</strong>Quando gli uomini del Maccabeo vennero a sapere che quello assediava le fortezze, tra gemiti e lacrime supplicarono con tutto il popolo il Signore che inviasse l&#39;angelo buono a salvare Israele. <strong>7</strong>Lo stesso Maccabeo, cingendo per primo le armi, esortò gli altri a esporsi con lui al pericolo per andare in aiuto dei loro fratelli: tutti insieme partirono con coraggio. <strong>8</strong>Mentre si trovavano ancora vicino a Gerusalemme, apparve come condottiero davanti a loro un cavaliere in sella, vestito di bianco, che brandiva armi d&#39;oro. <strong>9</strong>Tutti insieme benedissero Dio misericordioso e si sentirono rincuorati, pronti ad assalire non solo gli uomini ma anche le bestie più feroci e mura di ferro. <strong>10</strong>Procedevano in ordine, con un alleato venuto dal cielo, per la misericordia che il Signore aveva avuto di loro. <strong>11</strong>Gettatisi come leoni sui nemici, stesero al suolo undicimila fanti e milleseicento cavalieri e costrinsero tutti a fuggire. <strong>12</strong>Costoro in gran parte riuscirono a salvarsi feriti e spogliati. E lo stesso Lisia si salvò fuggendo vergognosamente.
<strong>13</strong>Ma, non privo di intelligenza, pensando alla sconfitta subita e constatando che gli Ebrei erano invincibili, perché il Dio potente combatteva al loro fianco, <strong>14</strong>mandò a proporre un accordo su tutto ciò che fosse giusto, assicurando che a questo scopo avrebbe persuaso il re, facendo pressione su di lui perché diventasse loro amico. <strong>15</strong>Il Maccabeo, badando a ciò che più conveniva, acconsentì a tutto quanto Lisia chiedeva. Infatti, quanto il Maccabeo aveva presentato a Lisia per iscritto riguardo ai Giudei, il re lo accordò.</p>

<p><strong><em>Scambi epistolari</em></strong>
<strong>16</strong>Il contenuto della lettera scritta da Lisia ai Giudei era del seguente tenore:
<strong>17</strong>“Lisia al popolo dei Giudei, salute! Giovanni e Assalonne, inviati da voi, ci hanno consegnato il documento sotto riportato e hanno chiesto la ratifica dei punti in esso contenuti. <strong>18</strong>Quanto era necessario riferire anche al re, gliel&#39;ho esposto ed egli ha accordato quanto era accettabile. <strong>19</strong>Se dunque continuerete a essere favorevoli agli interessi del regno, cercherò anche in avvenire di procurarvi dei favori. <strong>20</strong>Su questi punti e sui particolari ho dato ordine ai vostri e ai miei incaricati di trattare con voi. <strong>21</strong>State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il ventiquattro del mese di Dioscorinzio”.</p>

<p><strong>22</strong>La lettera del re si esprimeva così:
“Il re Antioco al fratello Lisia, salute! <strong>23</strong>Dopo che nostro padre è passato tra gli dèi, vogliamo che i cittadini del regno possano tranquillamente attendere ai loro interessi. <strong>24</strong>Avendo sentito che i Giudei non intendono accettare l&#39;ellenizzazione voluta da nostro padre, ma, attaccati al loro sistema di vita, chiedono di attenersi alle proprie leggi, <strong>25</strong>volendo perciò che anche questa nazione sia libera da turbamenti, decretiamo che il tempio sia loro restituito e si governino secondo le tradizioni dei loro antenati. <strong>26</strong>Farai bene, dunque, a inviare loro messaggeri e a dare loro la destra, perché, conosciuta la nostra decisione, si sentano rincuorati e riprendano a loro agio la cura delle proprie cose”.</p>

<p><strong>27</strong>La lettera del re indirizzata alla nazione era così concepita:
“Il re Antioco al consiglio degli anziani dei Giudei e agli altri Giudei, salute! <strong>28</strong>Se state bene, è appunto come noi vogliamo; anche noi godiamo ottima salute. <strong>29</strong>Menelao ci ha rivelato che voi volete tornare a vivere nelle vostre sedi. <strong>30</strong>A quelli che si metteranno in viaggio entro i trenta giorni del mese di Xàntico sarà garantita sicurezza e facoltà <strong>31</strong>di usare, come Giudei, delle loro regole alimentari e delle loro leggi, come prima, e nessuno di loro potrà essere molestato da alcuno per le mancanze commesse per ignoranza. <strong>32</strong>Ho anche mandato Menelao per rassicurarvi. <strong>33</strong>State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico”.</p>

<p><strong>34</strong>Anche i Romani inviarono loro questa lettera:
“Quinto Memmio e Tito Manio, legati dei Romani, al popolo dei Giudei, salute! <strong>35</strong>Riguardo a ciò che Lisia, parente del re, vi ha concesso, anche noi siamo d&#39;accordo. <strong>36</strong>Riguardo invece a quei punti che egli ha giudicato dover riferire al re, mandate subito qualcuno, dopo averli esaminati, perché possiamo riferire le cose in modo conveniente per voi. Noi siamo in viaggio per Antiòchia. <strong>37</strong>Mandate dunque in fretta dei messaggeri per farci conoscere di quale parere siete. <strong>38</strong>State bene. L&#39;anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico”.</p>

<p>__________________________
<em>Note</em></p>

<p><em><strong>11,1</strong> tutore e parente del re: titoli di corte.</em></p>

<p><em><strong>11,5</strong> Bet-Sur: al tempo dei Seleucidi era una fortezza che controllava i confini dell’Idumea. Vedi 1Mac 4,29 e nota relativa.</em></p>

<p><em><strong>11,16-38</strong> Vengono riportati quattro documenti ufficiali, scritti in forma di lettera, aventi tutti come argomento comune il trattato di pace. La loro attendibilità e cronologia sono tuttora discusse.</em></p>

<p><em><strong>11,17</strong> Giovanni e Assalonne: gli ambasciatori inviati da Giuda.</em></p>

<p><em><strong>11,21</strong> L’anno centoquarantotto: la data della prima lettera, 164/163. Dioscorinzio: non si conosce nei calendari nessun mese con questo nome, che letteralmente vuol dire “Zeus di Corinto”.</em></p>

<p><em><strong>11,23</strong> è passato tra gli dèi: dopo la morte i re ellenistici venivano divinizzati; per primo Antioco I (281-261) fondò il culto del padre Seleuco.</em></p>

<p><em><strong>11,30</strong> mese di Xàntico: secondo alcuni, corrisponde a quello indicato come Dioscorinzio in 1,21.</em></p>

<p><em><strong>11,33</strong> L’anno centoquarantotto: è l’anno 164/163.</em></p>

<p><em><strong>11,35</strong> parente del re: titolo di corte. Vedi 11,1.</em></p>

<p>=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=</p>

<h2 id="approfondimenti">Approfondimenti</h2>

<p>Questa sezione ha chiaramente due parti: una, narrativa, sulla battaglia di Bet-Zur (vv. 1-12), e l&#39;altra, documentaria, contenente quattro lettere (vv. 13-37) indirizzate rispettivamente da Lisia ai Giudei (vv. 17-21), da Antioco V a Lisia (vv. 22-26), dal re ai Giudei (vv. 27-33), dai Romani ai Giudei per chiarimenti (vv. 34-38). Le lettere pongono problemi sia letterari che cronologici. La lettera di Antioco V a Lisia (vv. 22-26), non datata, sembra da ricollegare con gli accordi di pace dopo la seconda campagna del generale in Giudea (13,1-26). Sarebbe della fine del 163 a.C. L&#39;averla collocata nel contesto attuale dipende probabilmente da una svista dell&#39;epitomatore. Le altre tre lettere sono tutte datate al 148 ES (= 164 a.C.) e propriamente: la prima, «il ventiquattro del mese di «Dioscorinzio» (= Giove di Corinto) normalmente detto Xàntico, cioè febbraio/marzo; la terza il 15 e la quarta il 25 dello stesso mese, dunque sotto Antioco IV, che mentre si trovava in Persia e Lisia fungeva da reggente in patria. Supponendo un carteggio tra re e reggente (cfr. v. 18) che avrebbe scritto contemporaneamente al re e ai Giudei, il tempo tra la prima e la terza lettera è veramente troppo breve per i corrieri di allora. Si aggiunga che nella terza lettera, spedita dalla Persia il 15 del mese Xàntico, si fissa come scadenza per l&#39;esecuzione della facoltà concessa il 30 dello stesso mese (v. 30) quando ci voleva ben più di quindici giorni solamente per coprire la distanza tra Persia e Palestina! La difficoltà non sussiste per l&#39;epitomatore che suppone il re (Antioco V!) ad Antiochia. Queste date, pur nella sostanziale storicità delle lettere, sono probabilmente alterate.</p>

<p><strong>1-12</strong>. La battaglia di Bet-Zur (cfr. 1Mac 4,26-35) avvenne nel 164 a.C. vivente ancora Antioco IV e dunque è da collocare subito dopo 8,36. Perché l&#39;autore abbia compiuto questo trasferimento cronologico, non appare chiaro.</p>

<p><strong>13-15</strong>. Di queste trattative di pace non parla 1Mac 4,35 ché anzi accenna ai preparativi della Siria per una nuova spedizione. Tuttavia anche 1Mac sembra supporre almeno una sospensione degli scontri (cfr. 1Mac 4,36-5,8: purificazione del tempio, spedizioni contro popoli vicini), presumibilmente in conseguenza di trattative almeno avviate.</p>

<p><strong>16-21</strong>. Dei negoziatori giudei, «Giovanni» potrebbe essere il primo dei fratelli asmonei (cfr. 1Mac 2,2), «Assalonne» (il padre di un Mattatia: cfr. 1Mac 11,70) e «Gionata» (cfr. 1Mac 13,11) ufficiali nell&#39;esercito asmoneo. I punti in discussione non sono esposti; si potrebbe pensare a quanto elencato nella lettera di Antioco ai Giudei (vv. 29-31).</p>

<p><strong>22-26</strong>. Più ampie, rispetto a tale lettera, sono le concessioni fatte in questa che si colloca in contesto storico diverso. Si tratta di vera libertà religiosa, con diritto di governarsi secondo proprie leggi e revoca del decreto di ellenizzazione forzata emanato dal padre.</p>

<p><strong>27-33</strong>. La lettera dell&#39;Epifane ai Giudei, probabilmente inviata dalla Persia con l&#39;intento di ridurre la tensione in zone calde dell&#39;impero, va incontro ad alcune richieste giudaiche ma senza spingersi troppo oltre. Anzitutto perché fa leva su «Menelao», sommo sacerdote che il movimento maccabaico non accettava: sia per far capire che considerava il partito filoellenistico l&#39;unico interlocutore valido, sia per accreditarlo maggiormente, presentandolo seriamente intenzionato alla ricerca della pace (v. 29). Poi, perché il ritorno a «vivere nelle proprie sedi» (v. 29) è probabilmente invito implicito ai partigiani e sostenitori di Giuda a lasciare la macchia. Comunque, la revoca dell&#39;abolizione del culto giudaico e la concessione di seguire le usanze patrie, anche alimentari (v. 31), sono un buon risultato per i Giudei.</p>

<p><strong>34-38</strong>. La lettera dei Romani non è conseguenza del trattato (cfr. 1Mac 8) non ancora stipulato. Probabilmente è una proposta di arbitrato che Roma avanza per inserirsi più da vicino nelle faccende della Siria. In sé non dice altro se non che considera valide le proposte avanzate da parte sira, ma ha bisogno di ulteriori informazioni da parte dei Giudei. I due legati non sono conosciuti, per cui anche i nomi nelle versioni appaiono alterati.</p>

<p><em>(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)</em></p>

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      <pubDate>Mon, 26 Oct 2026 06:35:58 +0000</pubDate>
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