📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Vocazione di Samuele 1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”“. Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. 11Allora il Signore disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa che risuonerà negli orecchi di chiunque l'udrà. 12In quel giorno compirò contro Eli quanto ho pronunciato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. 13Gli ho annunciato che io faccio giustizia della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha ammoniti. 14Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata la colpa della casa di Eli, né con i sacrifici né con le offerte!“. 15Samuele dormì fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però temeva di manifestare la visione a Eli. 16Eli chiamò Samuele e gli disse: “Samuele, figlio mio”. Rispose: “Eccomi”. 17Disse: “Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio faccia a te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto”. 18Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. E disse: “È il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene”. 19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. 21Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola.

4,1aLa parola di Samuele giunse a tutto Israele.

__________________________ Note

3,1 La chiamata di Samuele ricorda le grandi vocazioni profetiche dell’AT: quelle di Abramo, di Mosè, di Isaia, di Geremia.

3,20 Dan e Bersabea: stanno ai confini settentrionale e meridionale di Israele. L’espressione da Dan fino a Bersabea indica tutto il territorio di Israele da nord a sud.

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Approfondimenti

3,1-4,1a. La chiamata di Dio a Samuele si colloca in un tempo cruciale: nella tristezza dell'alleanza tradita, di un vecchio sacerdote addormentato (v. 2), di un popolo che ormai solo di rado percepisce quella presenza che lo aveva accompagnato nel cammino dell'esodo «con mano potente e braccio teso» (v. 1). D'improvviso, la «parola rara» del Signore risuona potentemente per affidare a un fanciullo il giudizio sulla storia trascorsa (v. 11). L'iniziativa parte da Dio, come nelle altre grandi vocazioni profetiche (Abramo, Mosè, Isaia, Geremia) con cui egli decide di imprimere una direzione nuova agli avvenimenti. Sono ormai imminenti la rovina della casa di Eli (vv. 12-14) e la perdita dell'arca (c. 4); mentre tutti sembrano essere diventati nemici di Dio (cfr. Gn 6,5-7.12). Samuele, «amato dal Signore» (Sir 46, 13), risveglia la speranza che il Signore non abbandonerà per sempre il suo popolo (cfr. 4, 22).

3. «La lampada di Dio non era ancora spenta»: si tratta del candelabro a sette braccia descritto in Es 25,31-39. Veniva preparato al mattino e acceso alla sera, all'ora del sacrificio dell'incenso (Es 30,7) affinché ardesse tutta la notte dinanzi al Signore (Es 27,21; Lv 24,3). L'annotazione significa che la visione di Samuele accade durante la notte, cioè nel tempo privilegiato delle rivelazioni divine (Gn 15,17; 28,11; 32,25; 1Re 19,9, Dn 4,1; 7,1-2).

10. È il momento in cui Samuele “conosce il Signore” (cfr. v. 7), o meglio in cui il Signore si fa conoscere a lui. Questa è la caratteristica della religione ebraico-cristiana: «Dio viene» (Gn 18,1-2; Es 3,8; 19,18.20; 34,5; 40,34; Is 40,3.10; 62,11; Ml 3,1.2.24; Mt 24,27; Gv 1,9.11.14; At 3,20-21; 1Cor 15,23; 1Ts 2,19; Ap 22,20).

13. «i suoi figli disonoravano Dio»: secondo i LXX. TM ha: «disprezzavano se stessi». I copisti hanno modificato il testo (lāhem invece di ’elōhîm) per evitare la contaminazione del nome divino con una parola sconveniente. In casi analoghi gli scribi hanno cambiato il verbo da «maledire» in «benedire» (1Re 21,10.13; Gb 1,5.11; 2,5.9). Tuttavia è interessante anche il senso offerto dal TM: chi fa il male pecca non solo contro Dio, ma anche contro se stesso e mette in pericolo la propria vita (cfr. 2, 25).

17. «Così Dio agisca con te e anche peggio», lett.: «così ti faccia Dio e così aggiunga, se..». È una formula usuale (14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35) con cui si invocava sugli spergiuri la sorte della vittima squartata durante il sacro rito del giuramento (Gn 15,10.17).

18. «Egli è il Signore»: Eli si sottomette con rassegnazione al verdetto di Dio, quasi con le medesime parole di Giobbe (Gb 1,21). C'è però lo stesso tono di passiva impotenza che aveva avuto verso la cattiva condotta dei figli (2,22-25). Davide in 2Sam 15,26 e 24,14 accetterà il castigo con una speranza più grande.

18-21. La rivelazione notturna ha segnato il passaggio dalla fanciullezza alla maturità di Samuele. La vocazione di Dio ha ratificato l'offerta di Anna (1,28) e l'ha portata a compimento (cfr. 1,23): Samuele ora parla come “profeta” dinanzi a tutto Israele (4,1), perché «il Signore era con lui» (v. 19).

21. I LXX inseriscono a questo punto la frase: «Eli era molto vecchio e i suoi figli andavano avanti imperterriti, e la loro condotta era cattiva davanti al Signore». Forse è una glossa posteriore destinata a collegare tra loro i cc. 3 e 4.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Cantico di Anna 1Allora Anna pregò così: “Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s'innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io gioisco per la tua salvezza. 2Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio. 3Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza, perché il Signore è un Dio che sa tutto e da lui sono ponderate le azioni. 4L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore. 5I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. 6Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. 7Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. 8Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi egli poggia il mondo. 9Sui passi dei suoi fedeli egli veglia, ma i malvagi tacciono nelle tenebre. Poiché con la sua forza l'uomo non prevale. 10Il Signore distruggerà i suoi avversari! Contro di essi tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re, innalzerà la potenza del suo consacrato”. 11Poi Elkanà tornò a Rama, a casa sua, e il fanciullo rimase a servire il Signore alla presenza del sacerdote Eli.

I figli di Eli 12Ora i figli di Eli erano uomini perversi; non riconoscevano il Signore 13né le usanze dei sacerdoti nei confronti del popolo. Quando uno offriva il sacrificio, veniva il servo del sacerdote, mentre la carne cuoceva, con in mano una forcella a tre denti, 14e la infilava nella pentola o nella marmitta o nel tegame o nella caldaia, e tutto ciò che la forcella tirava su il sacerdote lo teneva per sé. Così facevano con tutti gli Israeliti che venivano là a Silo. 15Inoltre, prima che fosse bruciato il grasso, veniva ancora il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: “Dammi la carne da arrostire per il sacerdote, perché non vuole avere da te carne cotta, ma cruda”. 16Se quegli rispondeva: “Si bruci prima il grasso, poi prenderai quanto vorrai!”, replicava: “No, me la devi dare ora, altrimenti la prenderò con la forza”. 17Il peccato di quei servitori era molto grande davanti al Signore, perché disonoravano l'offerta del Signore. 18Samuele prestava servizio davanti al Signore come servitore, cinto di efod di lino. 19Sua madre gli preparava una piccola veste e gliela portava ogni anno, quando andava con il marito a offrire il sacrificio annuale. 20Eli allora benediceva Elkanà e sua moglie e diceva: “Ti conceda il Signore altra prole da questa donna in cambio della richiesta fatta per il Signore”. Essi tornarono a casa 21e il Signore visitò Anna, che concepì e partorì ancora tre figli e due figlie. Frattanto il fanciullo Samuele cresceva presso il Signore. 22Eli era molto vecchio e sentiva quanto i suoi figli facevano a tutto Israele e come essi giacevano con donne che prestavano servizio all'ingresso della tenda del convegno. 23Perciò disse loro: “Perché fate tali cose? Io infatti sento che tutto il popolo parla delle vostre azioni cattive! 24No, figli, non è bene ciò che io odo di voi, che cioè sviate il popolo del Signore. 25Se un uomo pecca contro un altro uomo, Dio potrà intervenire in suo favore, ma se l'uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?“. Ma non ascoltarono la voce del padre, perché il Signore aveva deciso di farli morire. 26Invece il giovane Samuele andava crescendo ed era gradito al Signore e agli uomini.

Oracolo sulla destituzione dal sacerdozio 27Un giorno venne un uomo di Dio da Eli e gli disse: “Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, mentre erano in Egitto, in casa del faraone? 28L'ho scelto da tutte le tribù d'Israele come mio sacerdote, perché salga all'altare, bruci l'incenso e porti l'efod davanti a me. Alla casa di tuo padre ho anche assegnato tutti i sacrifici consumati dal fuoco, offerti dagli Israeliti. 29Perché dunque avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte, che ho ordinato nella mia dimora, e tu hai avuto più riguardo per i tuoi figli che per me, e vi siete pasciuti con le primizie di ogni offerta d'Israele mio popolo? 30Perciò, ecco l'oracolo del Signore, Dio d'Israele: Sì, avevo detto alla tua casa e alla casa di tuo padre che avrebbero sempre camminato alla mia presenza. Ma ora – oracolo del Signore – non sia mai! Perché chi mi onorerà anch'io l'onorerò, chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo. 31Ecco, verranno giorni in cui io troncherò il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, sì che non vi sia più un anziano nella tua casa. 32Vedrai un tuo nemico nella mia dimora e anche il bene che egli farà a Israele, mentre non ci sarà mai più un anziano nella tua casa. 33Qualcuno dei tuoi tuttavia non lo strapperò dal mio altare, perché ti si consumino gli occhi e si strazi il tuo animo, ma tutta la prole della tua casa morirà appena adulta. 34Sarà per te un segno quello che avverrà ai tuoi due figli, a Ofni e Fineès: nello stesso giorno moriranno tutti e due. 35Dopo, farò sorgere al mio servizio un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e il mio animo. Io gli darò una casa stabile e camminerà davanti al mio consacrato, per sempre. 36Chiunque sarà superstite nella tua casa, andrà a prostrarsi davanti a lui per un po' di denaro e per un pezzo di pane, e dirà: “Ammettimi a qualunque ufficio sacerdotale, perché possa mangiare un tozzo di pane”“.

__________________________ Note

2,1-11 Il cantico di Anna ricorda il linguaggio dei Salmi e, in molte espressioni, anticipa il cantico di Maria, il Magnificat (Lc 1,46-55).

2,10 consacrato: qui in parallelismo con re. La conclusione del cantico di Anna è profezia della protezione divina accordata al re, secondo 2Sam 7,16.

2,18 efod: è un abito sacerdotale, ma diverso da quello di Aronne in Es 39,2-7 (vedi anche v. 28).

2,34 L’oracolo si compirà nella battaglia di Afek per mano dei Filistei (4,11).

2,35 un sacerdote fedele: si tratta di Sadoc, scelto da Salomone dopo la destituzione di Ebiatàr, relegato ad Anatòt (1Re 2,26-27).

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Approfondimenti

1-11. Il cantico di Anna è una composizione di genere innico molto simile a quelle del libro dei Salmi, di cui non mancano reminiscenze quasi letterali. Il “Magnificat” (Lc 1, 46-55) ne riprende lo spirito e numerose espressioni, cosicché possiamo considerare la preghiera di Anna e quella di Maria come le due parti di un dittico, composto per celebrare la vittoriosa realizzazione della salvezza del Signore (1Sam 2,1; Lc 1,47): la prima in modo ancora provvisorio, la seconda nella pienezza del compimento. La struttura del cantico è la seguente:

  • Introduzione: esultanza e lode per quanto Dio ha compiuto (vv. 1-2).
  • Celebrazione della saggezza di Dio: i suoi disegni sono imperscrutabili (cfr. Sal 139,6; Rm 11,33-36). La “dimostrazione” viene condotta attraverso tre parallelismi antitetici (vv. 3-5).
  • Celebrazione dell'onnipotenza di Dio. Egli dispone le sorti degli uomini secondo la sua volontà, perché tutto gli appartiene (cfr. 1Cr 29,11-12). Inoltre, la sua onnipotenza si rivela nel capovolgimento dei destini dei grandi e dei miseri (1Sam 9,20-21; 18,23; cfr. Gb 5,11-18; Sal 75,8; 113,7-8; Sir 10,14; Dn 2,21). Lo stile dell'esposizione è il medesimo della parte precedente (sei parallelismi antitetici). Nel v. 8, quale argomento decisivo, si accenna alla creazione del mondo (vv. 6-8).
  • Grido finale di fiducia e certezza della piena vittoria di Dio. Per la prima volta nell'AT appare il nome del Messia (vv. 9-10).

L'esultanza di Anna si spinge ben oltre la sua vicenda personale; tocca infatti il mistero della provvidenza divina che regge il mondo con una miriade di piccoli miracoli quotidiani, segni di una presenza misteriosa nella vita di ogni uomo, anche del più misero.

1. «Il mio cuore»: nel pensiero semitico il cuore corrisponde a tutta l'attività interiore all'uomo: non solo i sentimenti o le passioni, ma anche i progetti, i pensieri, i ragionamenti, la memoria, la coscienza, la volontà, ossia l'orientamento spirituale globale (positivo o negativo) della persona. L'esultanza di Anna sgorga perciò dal profondo del suo animo e coinvolge tutto il suo essere (cfr. Lc 1,38 e 16,7). «la mia fronte»: lett. «il mio corno». Quest'immagine esprime l'idea del trionfo, della forza, e trae origine dal vigore del bufalo che incede con le corna ben erette (cfr. Sal 92,11). Ritornando nel v. 10 a mo' d'inclusione, il termine imprime un tono di fierezza a tutta la composizione. Il Sal 89 lo applica al popolo (v. 18) e al re (v. 25). Si noti che Sal 89,20-38 riprende l'episodio della profezia di Natan (2Sam 7), quindi viene interpretato generalmente in senso messianico. Lo stesso vale per Sal 132,17 (cfr. v. 10 e 2Sam 22,3).

5. «La sterile ha partorito sette volte»: è il simbolo della pienezza della fecondità (equivale a: “ha avuto numerosi figli”). Cfr. Sal 113,9; Gb 1,2; 42,13; Ger 15,9 (Is 54,1: il contrasto tra donna sterile e feconda). Questo versetto contiene l'unico accenno a sé da parte di Anna.

6. «fa morire e fa vivere»: Dio è Signore della vita e della morte (Dt 32,39); nonostante la tentazione di realizzare la propria vita “senza Dio” (Gn 3,5), l'uomo deve riconoscere la propria dipendenza ontologica dalla sua grazia (cfr. Rm 14,7-10; 1Cor 3,18-23; Gc 4,12). «scendere agli inferi e risalire»: Dio dimostra così la sua onnipotenza, perché dallo šᵉ’ôl non si ritorna (cfr. 28,11 e 2Sam 12,23). Tale miracolo anticipa oscuramente quello supremo della risurrezione (Sal 16,10-11; Is 53,10-11; Lc 20,38; Rm 6,8-11; 1Cor 15,26)

8. «i cardini della terra»: accenno alla cosmologia ebraica, secondo la quale la terra è una piattaforma circondata dalle acque, poggiante su colonne o pilastri le cui estremità s'immergono nelle profondità dell'abisso (cfr. Gb 9,6; 38,4-6; Sal 24,2; 75,4).

10. «re... Messia»: non è facile spiegare la presenza di questi termini nell'antico cantico. Poiché a quel tempo Israele non aveva ancora un “re” , la parola è forse da considerare frutto di un intervento redazionale tardivo. «Messia» è probabilmente da intendersi come titolo generico parallelo a “re” (i sovrani venivano consacrati con l'unzione – verbo mšḥ –; cfr, Gdc 9,8). Per l'interpretazione, è importante notare il riferimento quasi letterale a 2Sam 22,51 dove “re”, “'Messia” e “Davide” sono la stessa persona (con un richiamo anche alla profezia di Natan, 2Sam 7). Non è da escludere un riferimento implicito alla tematica messianica, che nei libri di Samuele trova la sua massima espressione proprio in 2Sam 7. A conferma si potrebbero aggiungere le reminiscenze messianiche dei Sal 89 e 132 riguardo al “corno”. L'inno di 2Sam 22 è posto a conclusione dell'opera come atto di riconoscenza per l'adempimento delle promesse, ma il cantico di Anna ci anticipa profeticamente gli stessi temi che saranno sviluppati nella storia di Samuele e Davide (legato a Samuele dall'unzione di 16, 13!). I due canti di lode abbracciano dunque 1-2 Sam, come celebrazione della “salvezza” operata dal sapiente e onnipotente Dio d'Israele.

12-17. In antitesi con la consacrazione di Samuele che viene lasciato a Silo per «servire il Signore» (v. 11), si descrive ora l'empietà dei due figli di Eli, sacerdoti anch'essi, che profanavano la santità del culto con la loro ingordigia. I pellegrini ne rimanevano scandalizzati, ma non c'era niente da fare. In ogni sacrificio che non fosse l'olocausto (in cui tutto l'animale immolato veniva bruciato, cfr. Lv 1,1-17) le parti più pregiate della vittima spettavano di diritto ai sacerdoti, a seconda del genere di sacrificio (Dt 18,3; norme dettagliate in Lv 6-7). Ma i figli di Eli non se ne accontentavano e prelevavano anche dal resto, destinato ai banchetti sacrificali dei pellegrini (vv. 13-14; cfr. 1,4). L'ingordigia era aggravata inoltre dal disprezzo per la legge, secondo la quale il grasso della vittima spettava esclusivamente a Dio (Lv 3; 7,31). Ebbene, anche su di esso avanzavano pretese (vv. 15-16). Il v. 17 giudica severamente il male commesso dai figli di Eli, preparando l'annuncio dell'inevitabile castigo (2,22-36).

18-21. Mentre Eli e la sua casa si avviano al declino, il piccolo Samuele «cresceva presso il Signore» (v. 21) sebbene non lo conosca ancora (3,7). Anche i figli di Eli non conoscevano il Signore (v. 12), ma nel senso che non avevano amore e devozione verso di lui (cfr. Os 4,1.6; 6,6; Ger 2,8). Invece Samuele è solo ai primi passi di una familiarità con lui che si consoliderà sempre più nel corso della vita, sino a divenire «profeta del Signore» (3,20), intercessore per Israele (7,8) come Mosè (Es 17,6-13), «uomo di Dio» (9,6.8).

18. «efod di lino»: era una veste sacerdotale (grembiule, perizoma o qualcosa di simile, cfr. 22,18; 2Sam 6,14), diversa rispetto allo speciale capo d'abbigliamento del sommo sacerdote, da portarsi sopra la tunica e il mantello (Es 28,6-14; 21,31-35; 39,2-7; Lv 8,7) e all'efod che serviva a consultare il Signore (v. 28; 14,18-19; 23,9-10; 30,8; vedi anche 14,41).

19. «piccola veste»: in ebraico mᵉ‘'îl. Abito esterno, comunemente tradotto con «mantello», era l'indumento abituale dei grandi personaggi (18,4; 24,5.12; 2Sam 13,18). Diverrà il segno distintivo di Samuele (15,27; 28,14).

22-26. L'attenzione passa di nuovo alla storia negativa dei figli del vecchio e stanco sacerdote Eli. I suoi rimproveri suonano patetici di fronte all'empietà ormai dilagante e all'irrevocabile decisione divina di punire tanto male.

22. «si univano alle donne»: sono le prostitute sacre, diffusissime nell'Oriente antico in relazione ai riti della fecondità. Talora anche Israele rimase impigliato in questa prassi, respinta come idolatrica (Nm 25,1-5; Dt 23,18; Os 4,11-14).

26. Di nuovo uno squarcio sereno, che rende ancor più cupa – per contrasto – la tempesta che si va addensando su Silo. L'infanzia di Samuele diventerà il prototipo di quelle di Giovanni il Battista (Lc 1,80) e di Gesù (Lc 2, 40.52).

27-36. Il misterioso uomo che giunge a Silo parla con la voce stessa di Dio, «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12): un giudizio durissimo, che rende vana ogni difesa e pare annullare tutta la storia precedente. Dio non si era sottratto alla conoscenza degli uomini (cfr. v. 12), si era «rivelato» (v. 27) fin dai tempi dell'esodo affidando «per sempre» al casato di Eli (discendente da uno dei figli di Aronne: Es 6,23 e 1Cr 24,3) l'esercizio delle funzioni sacerdotali in Israele (v. 28). Tutto ciò rende ancor più grave l'infedeltà perpetrata da Ofni e Finees con la complicità del loro padre (v. 29); Dio ha deciso perciò di ritirare la sua elezione (v. 30), annunciando lo sterminio della famiglia (vv. 31-34: «per sempre» è la promessa, «per sempre» è il ripudio!; cfr. 22,18-19) e la scelta di un sacerdote affidabile sul quale verrà trasferita la benedizione (vv. 35-36). Il brano sembra anticipare teologicamente il giudizio di Samuele su Saul il quale subirà la medesima sorte per ragioni simili (12,14-15; 13,13-14; 15,26-28).

31. «braccio»: in senso metaforico indica il vigore, l'attività, la potenza dell'uomo o di Dio (Dt 11,2). Il contesto ha indotto i LXX a leggere «discendenza», vocalizzando zera‘ («seme», in gr. sperma) invece di zᵉrōa‘. Il senso fondamentale rimane comunque invariato.

32. «sempre angustiato»: questa locuzione problematica ṣar mā‘on (cfr. v. 29) può essere ragionevolmente tradotta con l'epiteto «o avversario della Dimora», che si adatta bene all'accusa di complicità che il Signore rivolge a Eli. Dio ha il disegno di “abitare in mezzo al suo popolo” (cfr. 2Sam 7; 1Re 8,10-29; Ez 37,24-28), e lo porterà a compimento nonostante le infedeltà e gli ostacoli frapposti dall'uomo.

33. «per la spada»: aggiunta con i LXX.

35. «sacerdote fedele»: è probabilmente Zadok, discendente da un altro figlio di Aronne, che sarà nominato sommo sacerdote da Salomone in sostituzione di Ebiatar, unico sopravvissuto della casa di Eli (1Re 2,26-27; cfr. 1Sam 22,20). I discendenti di Zadok saranno depositari del sacerdozio sino alle soglie del NT (anche i Maccabei apparterranno a questa famiglia: 1Mac 2,1; 1Cr 9,10). Come ricompensa per la sua fedeltà, il Signore gli darà una casa «fedele» (la radice ’mn indica, oltre la fedeltà, anche la stabilità e la durata). «come mio consacrato»: BC non esprime correttamente la relazione fra il «sacerdote fedele» e il «consacrato» (lett. «Unto, Messia»). I LXX e la Vg sono concordi nel tradurre con TM «davanti al suo consacrato». Il sacerdozio è completamente al servizio del “Messia”, concretamente presente nel re davidico. Il testo spalanca la prospettiva verso il futuro: l'“Unto” ci rimanda a Davide e alla sua discendenza, eletti «per sempre» (2Sam 7,13), e il «sacerdote fedele» prefigura il Sacerdote «degno di fede» (LXX: pistos) di Eb 2,17; 3,1-2. Con la dovuta prudenza, lo sguardo si protende dunque fino al giorno in cui la triplice dignità regale, sacerdotale e profetica sarà attribuita definitivamente a una sola persona: Gesù Cristo.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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SAMUELE E I FIGLI DI ELI (1Sam 1,1-4,1a)

Nascita e consacrazione di Samuele 1C'era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà, figlio di Ierocàm, figlio di Eliu, figlio di Tocu, figlio di Suf, l'Efraimita. 2Aveva due mogli, l'una chiamata Anna, l'altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva.

3Quest'uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, dove erano i due figli di Eli, Ofni e Fineès, sacerdoti del Signore. 4Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. 5Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. 6La sua rivale per giunta l'affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. 7Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. 8Elkanà, suo marito, le diceva: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?”.

9Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. 10Ella aveva l'animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. 11Poi fece questo voto: “Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo”. 12Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. 14Le disse Eli: “Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!”. 15Anna rispose: “No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia angoscia”. 17Allora Eli le rispose: “Va' in pace e il Dio d'Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. 18Ella replicò: “Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi”. Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima.

19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20Così al finir dell'anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, “perché – diceva – al Signore l'ho richiesto”. 21Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, 22Anna non andò, perché disse al marito: “Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”. 23Le rispose Elkanà, suo marito: “Fa' pure quanto ti sembra meglio: rimani finché tu l'abbia svezzato. Adempia il Signore la sua parola!“. La donna rimase e allattò il figlio, finché l'ebbe svezzato. 24Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un'efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo. 25Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli 26e lei disse: “Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. 27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. 28Anch'io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”. E si prostrarono là davanti al Signore.

__________________________ Note

1,1 Ramatàim: significa “le due alture” e corrisponde alla Rama del v. 19 (e 2,11) e all’Arimatea di Mt 27,57 e Gv 19,38; Èfraim è la regione montuosa a nord di Giuda, da cui proviene Elkanà, discendente di Suf, l’Efraimita.

1,3 Signore degli eserciti: l’espressione indica il Dio di Israele, sia in riferimento al suo invincibile aiuto sui campi di battaglia, sia in riferimento alla sua signoria sul creato, in particolare sugli astri e sugli angeli. Qui l’espressione è legata all’arca dell’alleanza, custodita a Silo (4,3), un santuario molto importante al tempo dei Giudici (Gdc 21,19-23).

1,11 Come Sansone, Samuele è un nazireo, consacrato al Signore (sul “nazireo”, vedi Nm 6,1-21; Gdc 13,5; 16,17).

1,24 un giovenco di tre anni: è l’offerta prevista in Nm 15,1-10 per soddisfare un voto.

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Approfondimenti

1,1—4,1a. I primi tre capitoli presentano la condizione politico-religiosa d'Israele e le circostanze provvidenziali attraverso le quali Dio predispone una svolta decisiva nella persona di Samuele, ultimo dei “giudici” e investitore dei primi re. Gli eventi si svolgono nella regione centrale della Palestina, «le montagne di Efraim» (1, 1), e riguardano la storia, in parte intrecciata, di due famiglie: quella di Elkana e quella del sacerdote Eli. Quest'ultima è simbolo di una storia vecchia, stanca e corrotta che sta finendo a causa di un peccato su cui pende l'inappellabile giudizio divino (2, 27-36); una storia senza futuro e senza speranza, cui si contrappone la freschezza della nascita miracolosa di un bambino, esito della preghiera fiduciosa di una donna esasperata. Com'è già successo in altre occasioni (Gn 6,5-8; 17; 45,7-8; Es 1-2; 14), Dio riprende in mano la situazione e offre all'uomo l'opportunità di un nuovo inizio; lo lascia in balia della sua fragilità, per poi fargli vedere che solo la sua grazia può dargli l'energia necessaria a vivere secondo le esigenze dell'alleanza. Israele non può accampare alcuna pretesa: tutto gli è dato in dono, oltre ogni ragionevole attesa. Il cantico di Anna (c. 2) esprimerà profeticamente a nome di tutto Israele la lode al «Dio che sa tutto..., fa morire e fa vivere» (2,3.6).

1. «Ramataim»: comunemente viene identificata con l'Arimatea del Nuovo Testamento (Mt 27,57; Gv 19,38). Dal v. 19 in poi la località è chiamata anche Rama. «Elkana»: la sua genealogia è ripresa da 1Cr 6,18-23 (33-38), dove si dice che egli era di stirpe levita.

2. «Anna»: significa «grazia». È il nome più adatto a descrivere la sua vita, allietata dalla maternità dopo un lungo periodo di sterilità. Anna non aveva prole perché l'aveva voluto il Signore (vv. 5.6), così com'era accaduto alle mogli dei patriarchi (Sara: Gn 16,2; Rebecca: Gn 25,21; Rachele: Gn 29,31 e 30,1). I figli che Dio concesse loro furono il segno della sua volontà di restare fedele – nel tempo – all'alleanza fatta con Abramo (Gn 17). Ora, la condizione di Anna viene esposta quasi con le medesime parole, perché sia chiaro che il piccolo Samuele avrà da svolgere una missione non meno importante di quella di Isacco, Giacobbe, Giuseppe (e anche di Sansone: cfr. Gdc 13,2) in ordine al compimento del piano salvifico di Dio su Israele. Nel Nuovo Testamento vediamo questo principio applicato alla storia di Elisabetta madre di Giovanni il Battista (Lc 1,7-25) e anche – ma solo analogicamente – alla madre di Gesù (che non è sterile, bensì vergine, in quanto il figlio che nascerà «sarà santo e chiamato Figlio di Dio», Lc 1,35). Non a caso il “Magnificat” di Maria è modellato sul cantico di Anna (c. 2).

3. «Silo»: è l'attuale Seilun, tra Sichem e Betel. Fin dal tempo dei giudici (Gdc 21,19) vi si celebrava una festa, da identificare con la festa del raccolto (Es 23,16) o con la festa delle Capanne (Dt 16,13). Per lungo tempo fu il santuario centrale d'Israele in ragione dell'arca dell'alleanza che vi era custodita. Alla presenza dell'arca sembra essere collegato l'epiteto «Signore degli eserciti» (cfr. 4,4). Quando l'arca sarà trasportata a Gerusalemme, anche il titolo divino la seguirà nel nuovo santuario (2Sam 6,2.18; 7,8.26.27). Esso non intende celebrare né la natura guerriera del Dio d'Israele, né la sua sovranità sulle forze del cosmo o sulle schiere angeliche; basandoci sulla traduzione corrente dei LXX – Kyrios pantokratōr – possiamo intenderlo come un'attribuzione di potenza e maestà. In tal senso ricorre in Isaia e nei profeti postesilici (Ger, Ag, Zc, Ml) che lo usano quando intendono sottolineare fortemente la pienezza del potere divino.

4. «le loro parti»: il sacrificio di comunione era seguito da un pasto rituale durante il quale gli offerenti si cibavano delle carni immolate, in segno di “comunione” con il Signore.

5. La sterilità era considerata una vergogna (Gn 30,23; Lc 1,25) e un castigo di Dio (2Sam 6,23; Os 9,11; cfr. però Sap 3,13-4,1). Il marito aveva tutte le ragioni per disprezzare la moglie che si dimostrava incapace di dargli una discendenza. Invece qui risalta delicatamente la preferenza di Elkana verso Anna: se egli le dà una parte sola della vittima sacrificata (cfr. Dt 12,18), non lo fa per ripicca, ma in ossequio alle norme legali, accettando con sofferenza la volontà del Signore che «ne aveva reso sterile il grembo» (cfr. anche le tenere parole di consolazione nel v. 8). Ma l'elezione del Signore segue criteri diversi dai nostri (cfr. Is 55,8-9), perché l'uomo guarda le apparenze, mentre egli guarda il cuore (cfr. 1Sam 16,7); così Samuele, il salvatore d'Israele, nascerà proprio da Anna che tutti deridevano per la sua sterilità vergognosa.

6-7. L'autore descrive con finezza psicologica sorprendente il conflitto tra le due donne: quella più fortunata non perde alcuna occasione per umiliare l'altra, approfittando con cattiveria del momento in cui anche gli estranei possono osservare la disparità del loro trattamento.

8. Dopo la parentesi dei vv. 4b-7, destinata ad informare il lettore su quanto avveniva abitualmente in occasione del pellegrinaggio a Silo, si ritorna a “quel giorno” da cui la narrazione aveva preso le mosse nel v. 4.

9. «sul sedile»: la formula indica probabilmente che Eli stava esercitando le sue funzioni di “giudice”, a disposizione di coloro che avessero voluto rivolgersi a lui nelle loro vertenze.

9-11. Consapevole che solo il Signore potrebbe esaudire il suo desiderio più intimo, Anna riversa nella preghiera l'amarezza del cuore. «Affidare al Signore il proprio affanno» (Sal 10,35; 31; 37,5; 55,23; Sir 2,1-18; 1Pt 5,7) non è affatto una capitolazione umiliante, bensì un'espressione matura e ragionevole della propria dipendenza di fronte a colui che è l'Alfa e l'Omega di tutto l'universo (Is 41,4; 44,6.24; Col 1,16-17; Ap 1,8; 21,6). La grandezza dell'uomo consiste appunto nel riconoscersi “fatto” spalancando il proprio “nulla” al “tutto” di Dio che lo ha creato a propria immagine (cfr. Gn 1,26-27). Anna si rivolge al «Signore degli eserciti» umilmente, insistendo per ben tre volte sulla propria misera condizione di «schiava». Sa di fare una richiesta esigente e che Dio ha la potestà di esaudirla, ma sa pure che deve confessare la propria indegnità a ricevere tale grazia. Nell'incontro con Elisabetta la «piena di grazia» pronuncerà le medesime parole, riconoscendosi «serva» dell'evento supremo dell'incarnazione che si sta realizzando attraverso di lei (Lc 1,48). «Ricordati... non dimenticare..»: è una formula tipica del linguaggio deuteronomistico, generalmente messa sulla bocca del Signore come appello ad Israele affinché perseveri saldamente nell'alleanza (cfr. Dt 4,9; 6,12; 1,18; 8,2.14.18.19; ecc.). Nel nostro testo le parti si scambiano: è Anna, la sterile infelice, che osa sollecitare il Signore a mostrarsi benevolo nei suoi confronti. Anna sembra ricattarlo (“se tu mi dai... io ti darò...”), ma in questo non c'è alcun egoismo; è piuttosto l'audacia della fede che si esprime senza mezze misure. D'altra parte Anna è disposta fin d'ora a ricambiare la misericordia di Dio con l'offerta immediata del figlio ricevuto. Neppure per un istante tenta di appropriarsi di ciò che riconosce essere puro dono. Samuele sarà consacrato a servire il Signore nel tempio di Silo. I capelli intonsi saranno il segno pubblico di questa consacrazione, secondo le prescrizioni di Nm 6,1-21. Però Samuele, a differenza di Sansone (Gdc 13,5), non viene mai chiamato esplicitamente “'nazireo” (nazîr).

14-18. Non doveva essere cosa rara vedere degli ubriachi aggirarsi attorno al santuario di Silo in occasione dei banchetti sacri (cfr. Is 22,13; Am 2,8). Il rimprovero di Eli, che sta osservando la scena, si muta in dolce augurio allorché Anna gli manifesta la sua sofferenza. Eli non conosce il contenuto della supplica ma non importa, perché il Dio d'Israele esaudisce sempre l'umile preghiera del povero che grida a lui nell'afflizione (cfr. Sal 10; 22; 40; 55; 56; 102; 142). L'augurio del sacerdote conferma la fiducia di Anna, che se ne parte consolata (cfr. Sal 30,12).

19-28. Il brano narra l'esaudimento della preghiera segreta di Anna. Il Signore, come essa aveva chiesto, «si ricordò di lei» concedendole la maternità. Quando il figlio sarà grandicello, tornerà a Silo per sciogliere il suo voto, consacrandolo al servizio del Signore.

20. «al finir dell'anno»: la formula ci rimanda ad altre nascite miracolose, che hanno luogo generalmente un anno dopo l'annuncio (cfr. Gn 17,21; 18,10.14; 2Re 4,16). Nel nostro caso ciò significa: “quando fu nuovamente ora di andare a Silo” (v. 21; cfr. Es 34,22 e 23,16 in riferimento alla festa delle Capanne). Stavolta però Anna rimarrà a casa ad accudire il neonato! «Samuele»: il testo fornisce un'etimologia popolare del nome, facendolo derivare dal verbo š’l «chiedere» (sul quale si gioca nei vv. 27-28). Da questo verbo proviene anche il nome Saul «richiesto al Signore» (cfr. v. 28). Vi sono alcune etimologie scientifiche, nessuna delle quali s'impone in modo definitivo: «il suo nome (di colui che l'ha dato) è Dio»; «il nome di Dio»; «figlio di Dio» (basandosi su paralleli accadici e assiro-babilonesi).

27-28. Dopo aver dato nel v. 20 l'etimologia del nome con il verbo š’l, ora l'autore completa la definizione dell'identità di Samuele per mezzo di un difficile e intraducibile gioco di parole sullo stesso verbo, sfruttandone le varie sfumature di significato. Possiamo rendere così il senso della frase in ebraico: «Io ho chiesto (v. 27a) e Dio ha risposto (v. 27b); ora Dio chiede (v. 28a) e io rispondo (v. 28b)». La frase «io lo do in cambio al Signore» (v. 28a) suona letteralmente: «Io lo faccio oggetto di richiesta da parte del Signore». Dio ha concesso ad Anna un figlio, togliendole la vergogna della sterilità, ma facendo questo ha acquisito un “diritto” sul bambino, che si chiama appunto Samuele, «il suo nome è Dio», perché appartiene totalmente al Signore, «richiesto dal Signore».

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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IL RISCATTO E LE NOZZE (4,1-22)

La rinuncia del riscattatore 1Booz dunque salì alla porta della città e lì si sedette. Ed ecco passare colui che aveva il diritto di riscatto e del quale Booz aveva parlato. Booz lo chiamò: “Vieni a sederti qui, amico mio!”. Quello si avvicinò e si sedette. 2Poi Booz prese dieci degli anziani della città e disse loro: “Sedete qui”. Quelli si sedettero. 3Allora Booz disse a colui che aveva il diritto di riscatto: “Il campo che apparteneva al nostro fratello Elimèlec, lo mette in vendita Noemi, tornata dai campi di Moab. 4Ho pensato bene di informartene e dirti: “Compralo davanti alle persone qui presenti e davanti agli anziani del mio popolo”. Se vuoi riscattarlo, riscattalo pure; ma se non lo riscatti, fammelo sapere. Infatti, oltre a te, nessun altro ha il diritto di riscatto, e io vengo dopo di te”. Quegli rispose: “Lo riscatto io”. 5E Booz proseguì: “Quando acquisterai il campo da Noemi, tu dovrai acquistare anche Rut, la moabita, moglie del defunto, per mantenere il nome del defunto sulla sua eredità”. 6Allora colui che aveva il diritto di riscatto rispose: “Non posso esercitare il diritto di riscatto, altrimenti danneggerei la mia stessa eredità. Subentra tu nel mio diritto. Io non posso davvero esercitare questo diritto di riscatto”. 7Anticamente in Israele vigeva quest'usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all'altro. Questa era la forma di autenticazione in Israele. 8Allora colui che aveva il diritto di riscatto rispose a Booz: “Acquìstatelo tu”. E si tolse il sandalo. 9Allora Booz disse agli anziani e a tutta la gente: “Voi siete oggi testimoni che io ho acquistato tutto quanto apparteneva a Elimèlec, a Chilion e a Maclon dalle mani di Noemi, 10e che ho preso anche in moglie Rut, la moabita, già moglie di Maclon, per mantenere il nome del defunto sulla sua eredità, e perché il nome del defunto non scompaia tra i suoi fratelli e alla porta della sua città. Voi ne siete oggi testimoni”. 11Tutta la gente che si trovava presso la porta rispose: “Ne siamo testimoni”. Gli anziani aggiunsero: “Il Signore renda la donna, che entra in casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che edificarono la casa d'Israele. Procùrati ricchezza in Èfrata, fatti un nome in Betlemme! 12La tua casa sia come la casa di Peres, che Tamar partorì a Giuda, grazie alla posterità che il Signore ti darà da questa giovane!“.

Le nozze di Booz e Rut 13Così Booz prese in moglie Rut. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: ella partorì un figlio. 14E le donne dicevano a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! 15Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. 16Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. 17Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

Genealogia di Davide 18Questa è la discendenza di Peres: Peres generò Chesron, 19Chesron generò Ram, Ram generò Amminadàb, 20Amminadàb generò Nacson, Nacson generò Salmon, 21Salmon generò Booz, Booz generò Obed, 22Obed generò Iesse e Iesse generò Davide.

__________________________ Note

4,1 porta della città: il luogo dove venivano discussi gli affari e si amministrava la giustizia.

4,7 Il sandalo, col quale si calpesta la terra, è simbolo di possesso (vedi Sal 60,10). Il gesto di togliersi il sandalo sanziona qui la rinuncia del riscattatore al diritto di proprietà sulla terra di Noemi.

4,11 Rachele e Lia: erano venerate come madri del popolo ebraico; gli anziani introducono a pieno titolo Rut nella casa d’Israele.

4,12 Peres: antenato di Booz, è il figlio che Giuda ebbe da Tamar; la loro vicenda, legata anch’essa alla pratica del levirato, presenta analogie con quella di Rut e Booz (Gen 38).

4,18-22 Il libro termina con una breve genealogia, che costituisce un documento a sé, il cui contenuto si ritrova anche in 1Cr 2,5-15 in un quadro genealogico più ampio. Lo scopo evidente è quello di specificare il legame che unisce Davide alle tradizioni patriarcali. Il vangelo di Matteo (1,3-6) accoglie questa genealogia e inserisce anche Rut tra gli antenati di Gesù.

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Approfondimenti

4,1-22.

  • I vv. 1-6 informano sulla rinuncia del “riscattatore” al proprio diritto;
  • i vv. 7-13 presentano le procedure legali del riscatto e del matrimonio;
  • i vv. 18-22 aggiungono una genealogia, che fa di Booz e Rut gli avi di Davide.

1. La porta della città era non solo luogo di passaggio, ma anche luogo abituale d'incontro e di commercio, in cui si trattavano gli affari pubblici e si svolgevano i processi (cfr. Gn 23,10.18; Dt 22,15; Am 5,10.15; Zc 8,16; Prv 24,7).

5. Secondo Dt 25,5-10, la “legge del levirato” obbliga solo i fratelli che convivono. In Rt invece l'obbligo è esteso al «parente più stretto» (3,12) e quindi a Booz, cioè è allargato al clan. L'anonimo consanguineo è disposto a comprare il campo di Noemi, ma non a sposare Rut (v. 6).

6. Sposando Rut, questo parente innominato sarebbe costretto a spartire la sua eredità coi figli che potrà avere da lei, col rischio di disintegrare il patrimonio. L'uomo cede il «diritto di riscatto» a Booz.

8. «si tolse il sandalo»: il gesto è simbolico. Può dirsi proprietario di un fondo colui che vi mette il piede (Sal 60,10; 108,10). In Dt 25,9s. il gesto ha carattere infamante, mentre qui significa che l'anonimo parente si spoglia del proprio diritto per passarlo a Booz.

9. La procedura richiedeva la presenza di almeno dieci anziani della città, che fungevano da testimoni.

11-12. Con una formula tradizionale, gli anziani rivolgono alla coppia i loro auguri. La sposa è paragonata a Lia e a Rachele, madri della nazione, e a Tamar, grazie alla quale la discendenza di Giuda, minacciata di estinzione, fu perpetuata. Perez è il figlio che Giuda ebbe da Tamar (Gn 38,29), qui considerato frutto di una unione leviratica.

13-17. Secondo la legge, il figlio che nasce dal nuovo matrimonio è figlio di Noemi e di Elimelech (vv. 16-17:«Noemi prese il bambino e se lo pose in grembo» indica il rito d'adozione, cfr. Gn 48,5).

18-22. Hanno chiaramente il tono dell'aggiunta, come s'è fatto notare nell'introduzione. La genealogia ricorre, ampliata, in 1Cr 2,5-15. Grazie ad essa, Booz e Rut diventano antenati di Davide. Mt 1,5 inserirà Rut, la straniera di Moab, nella genealogia di Gesù.

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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RUT E BOOZ: L’INCONTRO DECISIVO (3,1-18)

Il piano di Noemi 1Un giorno Noemi, sua suocera, le disse: “Figlia mia, non devo forse cercarti una sistemazione, perché tu sia felice? 2Ora, tu sei stata con le serve di Booz: egli è nostro parente e proprio questa sera deve ventilare l'orzo sull'aia. 3Làvati, profùmati, mettiti il mantello e scendi all'aia. Ma non ti far riconoscere da lui prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. 4Quando si sarà coricato – e tu dovrai sapere dove si è coricato – va', scoprigli i piedi e sdraiati lì. Ti dirà lui ciò che dovrai fare”. 5Rut le rispose: “Farò quanto mi dici”.

L’incontro notturno sull’aia 6Scese all'aia e fece quanto la suocera le aveva ordinato. 7Booz mangiò, bevve e con il cuore allegro andò a dormire accanto al mucchio d'orzo. Allora essa venne pian piano, gli scoprì i piedi e si sdraiò. 8Verso mezzanotte quell'uomo ebbe un brivido di freddo, si girò e vide una donna sdraiata ai suoi piedi. 9Domandò: “Chi sei?”. Rispose: “Sono Rut, tua serva. Stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto”. 10Egli disse: “Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà è ancora migliore del primo, perché non sei andata in cerca di uomini giovani, poveri o ricchi che fossero. 11Ora, figlia mia, non temere! Farò per te tutto quanto chiedi, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna di valore. 12È vero: io ho il diritto di riscatto, ma c'è un altro che è parente più stretto di me. 13Passa qui la notte e domani mattina, se lui vorrà assolvere il diritto di riscatto, va bene, lo faccia; ma se non vorrà riscattarti, io ti riscatterò, per la vita del Signore! Rimani coricata fino a domattina”. 14Ella rimase coricata ai suoi piedi fino alla mattina e si alzò prima che una persona riesca a riconoscere un'altra. Booz infatti pensava: “Nessuno deve sapere che questa donna è venuta nell'aia!”. 15Le disse: “Apri il mantello che hai addosso e tienilo forte”. Lei lo tenne ed egli vi versò dentro sei misure d'orzo. Glielo pose sulle spalle e Rut rientrò in città.

Ritorno nella fiducia 16Arrivata dalla suocera, questa le chiese: “Com'è andata, figlia mia?”. Ella le raccontò quanto quell'uomo aveva fatto per lei 17e aggiunse: “Mi ha anche dato sei misure di orzo, dicendomi: “Non devi tornare da tua suocera a mani vuote”“. 18Noemi disse: “Sta' tranquilla, figlia mia, finché non sai come andrà a finire la cosa. Di certo quest'uomo non si darà pace, finché non avrà concluso oggi stesso questa faccenda”.

__________________________ Note

3,9 Stendi il lembo del tuo mantello: compiere questo gesto su una donna significava prenderla sotto la propria protezione, equivaleva ad un atto nuziale. L’usanza, tipicamente orientale, si è mantenuta ancora oggi presso alcune tribù arabe.

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Approfondimenti

3,1-18. La scena si svolge sull'aia di Booz. Il contadino, dopo il raccolto, deve ventilare l'orzo, un'operazione svolta nel tardo pomeriggio, quando da ponente soffiano venti favorevoli. La separazione dell'orzo (o del grano) dalla pula è fatta lanciando in aria con il ventilabro il cereale battuto, così che il vento porti via la pula. Finita la spulatura, Booz e i suoi braccianti trascorrono la notte sull'aia, onde evitare furti.

9. «stendi il lembo del mantello sulla tua serva»: è espressione che equivale a una formale domanda di matrimonio da parte di Rut. Stendere il lembo del proprio mantello su una donna significa dunque prenderla in sposa. Booz è intenzionato a sposare Rut, ma prima deve superare la difficoltà creata dal parente prossimo (vv. 12.18).

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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RUT, LA SPIGOLATRICE, NEI CAMPI DI BOOZ (2,1-23)

L’iniziativa di Rut 1Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. 2Rut, la moabita, disse a Noemi: “Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare”. Le rispose: “Va' pure, figlia mia”. 3Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec.

La benevolenza di Booz 4Proprio in quel mentre Booz arrivava da Betlemme. Egli disse ai mietitori: “Il Signore sia con voi!”. Ed essi gli risposero: “Ti benedica il Signore!”. 5Booz disse al sovrintendente dei mietitori: “Di chi è questa giovane?”. 6Il sovrintendente dei mietitori rispose: “È una giovane moabita, quella tornata con Noemi dai campi di Moab. 7Ha detto di voler spigolare e raccogliere tra i covoni dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta in casa”. 8Allora Booz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo. Non allontanarti di qui e sta' insieme alle mie serve. 9Tieni d'occhio il campo dove mietono e cammina dietro a loro. Ho lasciato detto ai servi di non molestarti. Quando avrai sete, va' a bere dagli orci ciò che i servi hanno attinto”. 10Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?“. 11Booz le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. 12Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti”. 13Ella soggiunse: “Possa rimanere nelle tue grazie, mio signore! Poiché tu mi hai consolato e hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave”. 14Poi, al momento del pasto, Booz le disse: “Avvicìnati, mangia un po' di pane e intingi il boccone nell'aceto”. Ella si mise a sedere accanto ai mietitori. Booz le offrì del grano abbrustolito; lei ne mangiò a sazietà e ne avanzò. 15Poi si alzò per tornare a spigolare e Booz diede quest'ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. 16Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela”. 17Così Rut spigolò in quel campo fino alla sera. Batté quello che aveva raccolto e ne venne fuori quasi un'efa di orzo. 18Se lo caricò addosso e rientrò in città. Sua suocera vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede.

Dal campo alla casa 19La suocera le chiese: “Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!”. Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: “L'uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Booz”. 20Noemi disse alla nuora: “Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!”. E aggiunse: “Quest'uomo è un nostro parente stretto, uno di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto”. 21Rut, la moabita, disse: “Mi ha anche detto di rimanere insieme ai suoi servi, finché abbiano finito tutta la mietitura”. 22Noemi disse a Rut, sua nuora: “Figlia mia, è bene che tu vada con le sue serve e non ti molestino in un altro campo”. 23Ella rimase dunque con le serve di Booz a spigolare, sino alla fine della mietitura dell'orzo e del frumento, e abitava con la suocera.

__________________________ Note

2,2 Lasciami andare in campagna: Rut si riferisce all’antica usanza, divenuta legge (Lv 19,9-10; Dt 24,19-21), secondo la quale i poveri, le vedove e i forestieri avevano il diritto di raccogliere i resti della mietitura e della vendemmia per garantirsi la sussistenza.

2,12 sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti: l’immagine, frequente nella preghiera del Salterio (ad es., Sal 17,8; 36,8; 91,4), sembra risalire alla presenza delle figure alate dei cherubini sul coperchio dell’arca dell’alleanza (Es 25,20). Nella tradizione rabbinica posteriore l’espressione allude al passaggio dei proseliti alla fede giudaica.

2,20 parente con diritto di riscatto: il termine ebraico corrispondente è gō’el, e designa colui al quale spettava il diritto di riscattare la terra del parente defunto e di assicurarne la discendenza, sposandone la vedova, come prescriveva la legge del levirato (vedi nota a 1,11).

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Approfondimenti

2,1-23. In un ambiente idilliaco e familiare avviene l'incontro fra i due protagonisti del libro: Rut e Booz. Secondo Lv 19,9.10; 23,22 e Dt 24,19-22, durante la mietitura si doveva lasciare quanto cresceva “sull'orlo del campo”, perché i forestieri e i poveri potessero nutrirsene. JHWH, che guida i deboli, conduce provvidenzialmente Rut nei campi di Booz. Il capitolo ha un suo interesse anche per il linguaggio, abbondante di gentilezze e convenevoli tipicamente orientali.

14. Più che aceto, è bevanda fermentata, composta d'acqua, di aceto di vino e di altri ingredienti.

20. Booz è «parente stretto» e ha «diritto di riscatto». «Riscattatore» o «redentore» in ebraico è gō’el, un termine tecnico del diritto familiare, che indica il parente più vicino, responsabile delle faccende di famiglia; più precisamente, il soccorritore di consanguinei caduti in necessità e, in senso specifico, il riscattatore di un patrimonio fondiario, di una proprietà perduta (gᵉ’ullâ). È lui che ha il dovere di reintegrare la famiglia nella sua condizione sociale, se questa cade in schiavitù, riscattando la vita dei suoi membri e il loro patrimonio (Lv 25,25.47ss.). Nel nostro caso, il parente più stretto è tenuto a riscattare il campo di Elimelech e Noemi. A questo dovere è ricollegato quello del matrimonio con la nuora rimasta vedova (cfr. anche 3,9; 4,3ss.). La legge del levirato non è che un'applicazione dell'istituzione del gō’el a un caso specifico (cfr. c. 4). Il costume era diffuso presso molte popolazioni del vicino Oriente. Di esso si trovano tracce anche presso gli Hittiti, gli Assiri, gli Elamiti. Il fine è di assicurare al defunto una “discendenza”, un figlio che porti avanti il nome del padre e ne erediti i beni. Nel caso di Rut, il parente più vicino rinuncia in favore di Booz, il quale riscatta sia il campo che Rut. Peraltro, secondo la legge del levirato, il bimbo nato da Booz e Rut avrebbe dovuto essere considerato figlio del primo marito di Rut, Elimelech, mentre nella genealogia figura come figlio di Booz. Il termine gō’el è importante non solo in campo giuridico. L'elemento salvifico insito nell'accezione giuridica trova sviluppi di enorme rilievo nel linguaggio religioso e teologico, dove non a caso il verbo g’l «redimere» è usato spesso in parallelo con verbi similari, quali «aiutare», «sanare», «consolare» e soprattutto «redimere, riscattare, liberare» (pd‘). JHWH è detto pertanto, in questo contesto, gō’el d'Israele, suo parente prossimo. Il Secondo Isaia in modo particolare applica questo concetto a JHWH, per consolare Israele in esilio e prospettare al popolo affranto un nuovo esodo (Is 49,26; cfr. anche Is 41,14; 43,14; 44,24; 47,4; 48,17; 49,7; 54,5.8). E così fa al suo seguito il Tritoisaia (59,20; 60,16). Anche in Giobbe (19,25) Dio è detto gō’el nel senso più antico del termine, quello di «vindice del sangue» (gō’el haddam), che nell'ambiente ebraico, come in quello arabo, si riferisce anzitutto al padre, al fratello e al figlio.

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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ELIMÈLEC E NOEMI NEL PAESE DI MOAB (1,1-5)

1Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. 2Quest'uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. 3Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. 4Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l'altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. 5Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.

NOEMI E RUT TORNANO A BETLEMME (1,6-22)

Il realismo di Noemi 6Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito”. E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: “No, torneremo con te al tuo popolo”. 11Noemi insistette: “Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me”. 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.

Rut rifiuta di separarsi dalla suocera 15Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata”. 16Ma Rut replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”.

Arrivo a Betlemme 18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: “Ma questa è Noemi!”. 20Ella replicava: “Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l'Onnipotente mi ha resa infelice?“. 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.

__________________________ Note

1,1 Nei nomi, dall’evidente valore simbolico, si compendia il dramma della famiglia: a parte Elimèlec, che significa “il mio Dio è re”, tutti gli altri sono funzionali al ruolo dei personaggi, come dimostra il mutamento di Noemi (“mia dolcezza”) in Mara (“amarezza”: 1,20). Maclon e Chilion vogliono dire rispettivamente “malattia” e “consunzione”; Orpa è “colei che volta le spalle”, mentre Rut può significare sia “compagna” sia “riconfortata”; Booz (2,1) e Obed (4,21), infine, significano l’uno “fermezza” e l’altro “servo (del Signore)”. I campi di Moab sono il fertile altopiano al di là del Mar Morto, compreso tra Ammon al nord e Edom al sud; il popolo che vi abitava non intrattenne mai rapporti amichevoli con Israele.

1,2 Efratei, di Betlemme: cioè appartenenti al clan giudeo di Èfrata, che si era insediato nella regione di Betlemme (1Sam 17,12); da qui l’associazione tra i due nomi, attestata anche nella profezia messianica di Mi 5,1, ripresa da Mt 2,5-6.

1,11 Ho forse ancora in grembo figli... mariti?: allusione alla pratica del levirato (da levir, in latino “cognato”). Secondo questa legge (Dt 25,5-6), la vedova del marito morto senza figli doveva andare sposa al parente più prossimo del defunto, in primo luogo al fratello, allo scopo di perpetuare la discendenza e assicurare la stabilità del patrimonio familiare.

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Approfondimenti

1,1-22. La vicenda è ambientata «al tempo in cui governavano i giudici» (v. 1), un'espressione generica, che intende proiettare i fatti in tempi remoti, premonarchici. L'emigrazione per carestia (v. 1) non è un fenomeno insolito nella Bibbia. Abramo (Gn 12,10) per lo stesso motivo emigrò in Egitto, Isacco (Gn 26,1) nel paese dei Filistei, Giacobbe (Gn 42,1) mandò i figli ancora in Egitto (cfr. anche 1Re 17,7-24; 2Re 8,1). Ora Elimelech è costretto a trasferirsi a Moab, che 2Re 3,4 definisce un paese fertile. Moab, a est del Mar Morto, fra Ammon al nord e Edom al sud, al tempo della monarchia era sede di una civiltà urbano-agricola non molto distante da quella israelitica. Nm 21-25 informa ampiamente sulla situazione di Moab prima dell'insediamento degli Ebrei in Canaan e sui rapporti tra Israeliti e Moabiti. S'è già detto dell'amicizia tra Davide e il re di Moab. Dopo Davide, Moab divenne un regno vassallo d'Israele (cfr. 2Sam 8,2). La celebre stele di Mesa ne parla, menzionando l'indipendenza ottenuta quindi dallo stesso Israele (cfr. 2Re 1,1; 3,4ss.). Nel nostro libretto i Moabiti, grazie a Rut, sono posti in una luce favorevole, anche se la famiglia di Noemi nel loro paese incontra solo sventure.

2-5. A parte Elimelech = «il mio Dio è re», gli altri nomi dei personaggi di Rt hanno un significato simbolico. Noemi significa «mia dolcezza» o «mia piacevolezza» o «mia bellezza». Il suo nome diventerà, per suo stesso desiderio, Mara (v. 20), che vuol dire «amara» (cfr. Es 15,23). Maclon ha il significato di «debolezza» e Chilion vuol dire «consunzione». Orpa significa «infedele», «colei che volta le spalle» e Rut è «l'amica, la compagna» o anche «la riconfortata». Quanto al nome di Booz, vuol dire «solidità, fermezza».

16-17a. A differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare a far parte di un altro popolo. Di Rut il testo sottolinea spesso la provenienza non israelitica (Rut è «moabita», 1,4; 2,2.6.21, è «straniera», 2,10) e, d'altro canto, ne mette in evidenza la bontà, quasi a voler sconfessare Dt 23,4-7.

17b. «Il Signore mi punisca come vuole» è, alla lettera, «Questo mi faccia JHWH e vi aggiunga quest'altro (male)». Si tratta della formula del “giuramento imprecatorio”, la cui origine va ricercata nel rito sacro del giuramento, col quale s'invocava sul capo dello spergiuro la fine stessa della vittima che veniva spaccata in due per il sacrificio (cfr. Gn 15,10.17). Qui peraltro la formula è usata in senso indeterminato (cfr. Nm 5,21s.; 1Sam 3,17; 14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35), senza la menzione dei mali concreti imprecati sullo spergiuro. Durante il rito sacro, invece, chi pronunciava il giuramento nominava uno ad uno i mali che imprecava sopra di sé in caso di inadempienza. Dietro a questo rito c'è la convinzione della validità automatica di una formula, accompagnata dal timore sacro della trasgressione, considerata l'efficacia magica della maledizione imprecata invocando il nome divino. Qui la primitività della concezione è andata perduta, come in genere nella Bibbia, che preferisce attribuire questi comportamenti a personaggi negativi, come Saul, o li critica espressamente (cfr. 1Sam 14,29-30).

20-21. Noemi assume un atteggiamento analogo a quello di Giobbe (Gb 1,21). Diversamente da Giobbe peraltro, non chiede a JHWH ragione di queste sue disgrazie. Dio è l'Onnipotente, secondo la versione LXX. che ha ho hikanos tradotto dalla Vulgata con omnipotens. Il Testo masoretico ha invece (’el) šadday, un nome proprio di Dio ricorrente una cinquantina di volte in tutto l'Antico Testamento e che i LXX traducono con theos, o anche theos šadday, e talune volte con ho kyrios, ho epouranios, ho hikanos. Questo nome divino è di etimologia e significato molto discussi (il giudaismo interpreta il titolo nel senso di «colui che basta»). Si può dire che siamo di fronte comunque a un nome prejahvistico (cananeo?), nell'Antico Testamento usato talvolta come epiteto arcaicizzante, specialmente in testi più recenti (oltre a Rt 1,20.21, cfr. Is 13,6; Gl 1,15; Ez 1,24; 10,5). L'epiteto ricopre una certa importanza nell'antica magia, come nome con poteri magici, e ciò persino nelle leggende musulmane. L'interpretazione di šadday nel senso di pantokratōr, diffusasi anche con la versione omnipotens di Girolamo, è una delle basi su cui si fonda la tradizione cristiana per parlare di Dio “onnipotente” (nei LXX invece Kyrios pantrokratōr, rende abitualmente JHWH ṣᵉba’ot).

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Gli Israeliti avevano giurato a Mispa: “Nessuno di noi darà la propria figlia in moglie a un Beniaminita”. 2Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce, prorompendo in pianto, 3e disse: “Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù?”. 4Il giorno dopo il popolo si alzò di buon mattino, costruì in quel luogo un altare e offrì olocausti e sacrifici di comunione. 5Poi gli Israeliti dissero: “Fra tutte le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta all'assemblea davanti al Signore?”. Perché contro chi non fosse venuto alla presenza del Signore a Mispa si era pronunciato questo grande giuramento: “Sarà messo a morte”. 6Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: “Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. 7Come faremo per procurare donne ai superstiti, dato che abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie?“. 8Dissero dunque: “Fra le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta davanti al Signore a Mispa?”. Risultò che nessuno di Iabes di Gàlaad era venuto all'accampamento dove era l'assemblea; 9fatta la rassegna del popolo, si era trovato che là non vi era nessuno degli abitanti di Iabes di Gàlaad.

10Allora la comunità vi mandò dodicimila uomini dei più valorosi e ordinò: “Andate e passate a fil di spada gli abitanti di Iabes di Gàlaad, comprese le donne e i bambini. 11Farete così: voterete allo sterminio ogni maschio e ogni donna che abbia avuto rapporti con un uomo; invece risparmierete le vergini”. Quelli fecero così. 12Trovarono fra gli abitanti di Iabes di Gàlaad quattrocento fanciulle vergini, che non avevano avuto rapporti con un uomo, e le condussero all'accampamento, a Silo, che è nella terra di Canaan. 13Tutta la comunità mandò messaggeri per parlare ai figli di Beniamino, che erano alla roccia di Rimmon, e per proporre loro la pace. 14Allora i Beniaminiti tornarono e furono date loro quelle donne di Iabes di Gàlaad a cui era stata risparmiata la vita; ma non erano sufficienti per tutti.

15Il popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia fra le tribù d'Israele. 16Gli anziani della comunità dissero: “Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state sterminate?”. 17Soggiunsero: “Bisogna conservare il possesso di un resto a Beniamino, perché non sia soppressa una tribù in Israele. 18Ma noi non possiamo dare loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: “Maledetto chi darà una moglie a Beniamino!”“. 19Aggiunsero: “Ecco, ogni anno si fa una festa per il Signore a Silo”. Questa città è a settentrione di Betel, a oriente della strada che sale da Betel a Sichem e a mezzogiorno di Lebonà. 20Diedero quest'ordine ai figli di Beniamino: “Andate, appostatevi nelle vigne 21e state attenti: quando le fanciulle di Silo usciranno per danzare in coro, uscite dalle vigne, rapite ciascuno una donna tra le fanciulle di Silo e andatevene nel territorio di Beniamino. 22Quando i loro padri o i loro fratelli verranno a discutere con noi, diremo loro: “Perdonateli: non le hanno prese una ciascuno in guerra, né voi le avete date loro: solo in tal caso sareste in colpa”“. 23I figli di Beniamino fecero a quel modo: si presero mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nel loro territorio, riedificarono le città, e vi stabilirono la loro dimora.

24In quel medesimo tempo, gli Israeliti se ne andarono ciascuno nella sua tribù e nella sua famiglia e da quel luogo ciascuno si diresse verso la sua eredità. 25In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene.

__________________________ Note

21,1-25 I seicento Beniaminiti superstiti (20,47) garantiscono la sopravvivenza della tribù, perché a loro vengono procurate le mogli. Secondo una tradizione, vengono rapite le vergini di Iabes di Gàlaad, secondo un’altra, le figlie di Silo.

21,10 Iabes di Gàlaad: città tra lo Iarmuk e lo Iabbok, affluenti di sinistra del Giordano. Era in buoni rapporti con la tribù di Beniamino (vedi 1Sam 11; 31,11-13).

21,19 una festa per il Signore a Silo: forse una festa locale in occasione della vendemmia (vv. 21-22). Silo è a est della strada Betel-Sichem, 15 chilometri a nord di Betel.

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Approfondimenti

21,1-25. La guerra intertribale e fratricida non è celebrata con canti di gioia, ma con pianti di dolore per la tribù eliminata. Si cerca di aiutarla a risorgere, ma il giuramento degli Israeliti di non dare mai più donne in spose ai Beniaminiti comporterebbe l'estinzione totale della tribù. Due diverse tradizioni, qui armonizzate, propongono soluzioni al problema. Il racconto procede in maniera disorganica e piuttosto dimessa.

1-9. L'assemblea d'Israele questa volta avviene a Betel, 22 chilometri a nord di Gerusalemme, ai confini tra Beniamino ed Efraim. Era il centro cultuale più importante per Israele (cfr. 20,18.26; inoltre Gn 28,10ss; 35,1-8, ecc.; vedi anche 1,22ss.). La scena presenta una breve liturgia penitenziale, commovente (il popolo «prorompe in pianto», v. 2). A Betel l'altare c'era già, contrariamente a quanto dice il v. 4. Gli abitanti di Iabes di Galaad (vv. 8-9) non erano intervenuti contro Beniamino, perché non si erano legati con giuramento. Questa loro assenza meritava una punizione. Iabes di Galaad si trovava tra lo Iabbok e lo Iarmuk.

10-13. La punizione arriva, esemplare, secondo i canoni dello sterminio (ḥērem, vedi Gs 7), almeno secondo il testo. Ma considerata l'importanza che la città ebbe in seguito, è difficile pensare a uno sterminio totale. Sono risparmiate in ogni caso le vergini, destinate ai Beniaminiti superstiti.

15-24. È chiaro che siamo dinanzi a una tradizione diversa. I vv. 15-16 ripetono i vv. 6-7, il v. 18 riprende quanto è già stato detto più volte in 21,1-9. Silo, 17 chilometri circa a nord di Betel, è anch'esso santuario centrale d'Israele (Gs 18,1.8-10; 19,51; 21,2; 22,9.12; Gdc 18,31. Vedi anche 18,31). La festa di cui si parla può essere quella dei Tabernacoli, che si celebrava alla fine dei raccolti

25. Cfr. 17,6; 18,1; 19,1. Il redattore finale ribadisce La propria tesi in favore della monarchia: queste cose succedevano in quanto in Israele mancava il re a garantire la pace tribale e nazionale.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Allora tutti gli Israeliti uscirono, da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad, e la comunità si radunò come un sol uomo dinanzi al Signore, a Mispa. 2I capi di tutto il popolo e tutte le tribù d'Israele si presentarono all'assemblea del popolo di Dio, in numero di quattrocentomila fanti che maneggiavano la spada. 3I figli di Beniamino vennero a sapere che gli Israeliti erano venuti a Mispa. Gli Israeliti dissero: “Parlate! Com'è avvenuta questa scelleratezza?”. 4Allora il levita, il marito della donna che era stata uccisa, rispose: “Io ero giunto con la mia concubina a Gàbaa di Beniamino, per passarvi la notte. 5Ma gli abitanti di Gàbaa insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo. Volevano uccidere me; quanto alla mia concubina, le usarono violenza fino al punto che ne morì. 6Io presi la mia concubina, la feci a pezzi e mandai i pezzi a tutti i territori dell'eredità d'Israele, perché costoro hanno commesso un delitto e un'infamia in Israele. 7Eccovi qui tutti, Israeliti: consultatevi e decidete qui”. 8Tutto il popolo si alzò insieme gridando: “Nessuno di noi tornerà alla tenda, nessuno di noi rientrerà a casa. 9Ora ecco quanto faremo a Gàbaa: tireremo a sorte 10e prenderemo in tutte le tribù d'Israele dieci uomini su cento, cento su mille e mille su diecimila, i quali andranno a cercare viveri per il popolo, per quelli che andranno a punire Gàbaa di Beniamino, come merita l'infamia che ha commesso in Israele”. 11Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. 12Le tribù d'Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? 13Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti.

14I figli di Beniamino uscirono dalle loro città e si radunarono a Gàbaa per combattere contro gli Israeliti. 15Si passarono in rassegna i figli di Beniamino usciti dalle città: formavano un totale di ventiseimila uomini che maneggiavano la spada, senza contare gli abitanti di Gàbaa. 16Fra tutta questa gente c'erano settecento uomini scelti, che erano ambidestri. Tutti costoro erano capaci di colpire con la fionda un capello, senza mancarlo. 17Si fece pure la rassegna degli Israeliti, non compresi quelli di Beniamino, ed erano quattrocentomila uomini in grado di maneggiare la spada, tutti guerrieri. 18Gli Israeliti si mossero, vennero a Betel e consultarono Dio, dicendo: “Chi di noi andrà per primo a combattere contro i figli di Beniamino?”. Il Signore rispose: “Giuda andrà per primo”. 19Il mattino dopo, gli Israeliti si mossero e si accamparono presso Gàbaa. 20Gli Israeliti uscirono per combattere contro Beniamino e si disposero in ordine di battaglia contro di loro, presso Gàbaa. 21Allora i figli di Beniamino uscirono da Gàbaa e in quel giorno sterminarono ventiduemila Israeliti, 22ma l'esercito degli Israeliti si rinfrancò ed essi tornarono a schierarsi in battaglia dove si erano schierati il primo giorno. 23Gli Israeliti salirono a piangere davanti al Signore fino alla sera e consultarono il Signore, dicendo: “Devo continuare a combattere contro Beniamino, mio fratello?”. Il Signore rispose: “Andate contro di loro”. 24Gli Israeliti vennero a battaglia con i figli di Beniamino una seconda volta. 25I Beniaminiti una seconda volta uscirono da Gàbaa contro di loro e sterminarono altri diciottomila uomini degli Israeliti, tutti atti a maneggiare la spada. 26Allora tutti gli Israeliti e tutto il popolo salirono a Betel, piansero e rimasero davanti al Signore e digiunarono quel giorno fino alla sera e offrirono olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. 27Gli Israeliti consultarono il Signore – l'arca dell'alleanza di Dio in quel tempo era là 28e Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio di Aronne, prestava servizio davanti ad essa in quel tempo – e dissero: “Devo continuare ancora a uscire in battaglia contro i figli di Beniamino, mio fratello, o devo cessare?”. Il Signore rispose: “Andate, perché domani li consegnerò in mano vostra”. 29Israele tese quindi un agguato intorno a Gàbaa. 30Gli Israeliti andarono il terzo giorno contro i figli di Beniamino e si disposero a battaglia presso Gàbaa come le altre volte. 31I figli di Beniamino fecero una sortita contro il popolo, si lasciarono attirare lontano dalla città e cominciarono a colpire e a uccidere, come le altre volte, alcuni del popolo d'Israele, lungo le strade che portano l'una a Betel e l'altra a Gàbaon, in aperta campagna: ne uccisero circa trenta. 32Già i figli di Beniamino pensavano: “Eccoli sconfitti davanti a noi come la prima volta”. Ma gli Israeliti dissero: “Fuggiamo e attiriamoli dalla città sulle strade!”. 33Tutti gli Israeliti abbandonarono la loro posizione e si disposero a battaglia a Baal-Tamar, mentre quelli di Israele che erano in agguato sbucavano dal luogo dove si trovavano, a occidente di Gàbaa. 34Diecimila uomini scelti in tutto Israele giunsero davanti a Gàbaa. Il combattimento fu aspro: quelli non si accorgevano del disastro che stava per colpirli. 35Il Signore sconfisse Beniamino davanti a Israele; gli Israeliti uccisero in quel giorno venticinquemilacento uomini di Beniamino, tutti atti a maneggiare la spada. 36I figli di Beniamino si accorsero di essere sconfitti. Gli Israeliti avevano ceduto terreno a Beniamino, perché confidavano nell'agguato che avevano teso presso Gàbaa. 37Quelli che stavano in agguato, infatti, si gettarono d'improvviso contro Gàbaa e, fattavi irruzione, passarono a fil di spada l'intera città. 38C'era un segnale convenuto fra gli Israeliti e quelli che stavano in agguato: questi dovevano far salire dalla città una colonna di fumo. 39Gli Israeliti avevano dunque voltato le spalle nel combattimento e gli uomini di Beniamino avevano cominciato a colpire e uccidere circa trenta uomini d'Israele. Essi dicevano: “Ormai essi sono sconfitti davanti a noi, come nella prima battaglia!”. 40Ma quando il segnale, la colonna di fumo, cominciò ad alzarsi dalla città, quelli di Beniamino si voltarono indietro ed ecco, tutta la città saliva in fiamme verso il cielo. 41Allora gli Israeliti tornarono indietro e gli uomini di Beniamino furono presi dal terrore, vedendo il disastro piombare loro addosso. 42Voltarono le spalle davanti agli Israeliti e presero la via del deserto; ma i combattenti li incalzavano e quelli che venivano dalla città piombavano in mezzo a loro massacrandoli. 43Circondarono i Beniaminiti, li inseguirono senza tregua, li incalzarono fino di fronte a Gàbaa, dal lato orientale. 44Caddero dei Beniaminiti diciottomila uomini, tutti valorosi. 45I superstiti voltarono le spalle e fuggirono verso il deserto, in direzione della roccia di Rimmon e gli Israeliti ne rastrellarono per le strade cinquemila, li incalzarono fino a Ghìdeom e ne colpirono altri duemila. 46Così il numero totale dei Beniaminiti che caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiare la spada, tutta gente di valore. 47Seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto, raggiunsero la roccia di Rimmon e rimasero alla roccia di Rimmon quattro mesi. 48Intanto gli Israeliti tornarono contro i figli di Beniamino, passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono.

__________________________ Note

20,1 da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad: i due primi nomi indicano il confine storico del territorio d’Israele; il terzo, Gàlaad, serve per includervi anche le tribù a oriente del Giordano. Mispa è a 13 chilometri a nord di Gerusalemme.

20,18 Betel: santuario importante già al tempo del patriarca Giacobbe, 17 chilometri a nord di Gerusalemme, sulla strada di Sichem.

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Approfondimenti

20,1-48. Il capitolo insiste sul coinvolgimento di tutto Israele, sia nella “dieta” (vv. 1-13), che nella battaglia contro Beniamino (vv. 14-18). Il testo non è coerente e denuncia almeno due forme di interventi redazionali.

1-13. L'assemblea si raccoglie a Mizpa, non lontano da Gabaa, anche se già in territorio efraimita. È presentata con tratti ideali e con l'accentuazione dell'aspetto liturgico, il che sembra denunciare tardivi interventi, sullo stile del Cronista, come risulta anche nella seconda parte del capitolo, dove la tribù di Giuda è messa in rilievo, secondo una prospettiva peculiare dell'opera cronistica. Dominano espressioni quali «tutto il popolo», «tutte le tribù d'Israele», «tutti gli Israeliti», «tutto il territorio della nazione d'Israele», cui fanno da contrasto «tutta la tribù di Beniamino», «i figli di Beniamino». Il popolo che si raduna è in ebraico la ‘ēdāh, che è «convocata» (uso del verbo qhl, v. 1, vedi commento a Dt 23,2-9). Al v. 2 si parla ancora della «assemblea» (qabal) del popolo ‘ēdāh. Le cifre, qui e più avanti, sono iperboliche e anche incoerenti. Il numero dei morti non torna e risulta circa il doppio dei partecipanti alla battaglia. Questo dato, e altri che noteremo sotto, fanno pensare a una fusione – in un primo intervento redazionale – di due diverse tradizioni.

14-48. Il racconto della battaglia di Gabaa non è linea-re. I vv. 29-35 e 36-42a sembrano due versioni di uno stesso episodio; i vv. 30-34 contengono oscurità e ripetizioni. Sostanzialmente tuttavia il brano ricalca il racconto della conquista di Ai (Gs 7-8). Si hanno anzitutto due tentativi di attacco frontale da parte degli Israeliti (vv. 15-23.24-28). Entrambi falliscono. Al terzo tentativo (vv. 29-48) gli Israeliti cambiano tattica. Simulano un attacco frontale in massa e invece mettono sul campo solo parte dei soldati, mentre gli altri si nascondono attorno a Gabaa. Le truppe in campo aperto vengono sconfitte e fuggono e i Beniaminiti, inseguendole, si allontanano dalla città. Gli Israeliti in agguato incendiano Gabaa. Il fumo richiama indietro i Beniaminiti, che vengono a trovarsi così attanagliati dal nemico e costretti a fuggire verso il deserto, dove sono «rastrellati» (così il testo) in grande numero. Solo «seicento» si salvano, sulla roccia di Rimmon, verso est, poco lontano dal luogo dello scontro.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il delitto di Gàbaa e la guerra contro Beniamino (19,1-21,25) 1In quel tempo, quando non c'era un re in Israele, un levita, che dimorava all'estremità delle montagne di Èfraim, si prese per concubina una donna di Betlemme di Giuda. 2Ma questa sua concubina provò avversione verso di lui e lo abbandonò per tornare alla casa di suo padre, a Betlemme di Giuda, e vi rimase per un certo tempo, per quattro mesi. 3Suo marito si mosse e andò da lei, per parlare al suo cuore e farla tornare. Aveva preso con sé il suo servo e due asini. Ella lo condusse in casa di suo padre; quando il padre della giovane lo vide, gli andò incontro con gioia. 4Il padre della giovane, suo suocero, lo trattenne ed egli rimase con lui tre giorni; mangiarono e bevvero e passarono la notte in quel luogo. 5Il quarto giorno si alzarono di buon'ora e il levita si disponeva a partire. Il padre della giovane disse al genero: “Prendi un boccone di pane per ristorarti; poi ve ne andrete”. 6Così sedettero tutti e due insieme, mangiarono e bevvero. Poi il padre della giovane disse al marito: “Accetta di passare qui la notte e il tuo cuore gioisca”. 7Quell'uomo si alzò per andarsene; ma il suocero fece tanta insistenza che accettò di passare la notte in quel luogo. 8Il quinto giorno egli si alzò di buon'ora per andarsene e il padre della giovane gli disse: “Ristòrati prima”. Così indugiarono fino al declinare del giorno e mangiarono insieme. 9Quando quell'uomo si alzò per andarsene con la sua concubina e con il suo servo, il suocero, il padre della giovane, gli disse: “Ecco, il giorno ora volge a sera: state qui questa notte. Ormai il giorno sta per finire: passa la notte qui e riconfòrtati. Domani vi metterete in viaggio di buon'ora e andrai alla tua tenda”. 10Ma quell'uomo non volle passare la notte in quel luogo; si alzò, partì e giunse di fronte a Gebus, cioè Gerusalemme, con i suoi due asini sellati, la sua concubina e il servo.

11Quando furono vicino a Gebus, il giorno era molto avanzato e il servo disse al suo padrone: “Vieni, deviamo il cammino verso questa città dei Gebusei e passiamo lì la notte”. 12Il padrone gli rispose: “Non entreremo in una città di stranieri, i cui abitanti non sono Israeliti, ma andremo oltre, fino a Gàbaa”. 13E disse al suo servo: “Vieni, raggiungiamo uno di quei luoghi e passeremo la notte a Gàbaa o a Rama”. 14Così passarono oltre e continuarono il viaggio; il sole tramontava quando si trovarono nei pressi di Gàbaa, che appartiene a Beniamino. 15Deviarono in quella direzione per passare la notte a Gàbaa. Il levita entrò e si fermò sulla piazza della città; ma nessuno li accolse in casa per la notte. 16Quand'ecco un vecchio, che tornava la sera dal lavoro nei campi – era un uomo delle montagne di Èfraim, che abitava come forestiero a Gàbaa, mentre la gente del luogo era beniaminita –, 17alzàti gli occhi, vide quel viandante sulla piazza della città. Il vecchio gli disse: “Dove vai e da dove vieni?”. 18Quegli rispose: “Andiamo da Betlemme di Giuda fino all'estremità delle montagne di Èfraim. Io sono di là ed ero andato a Betlemme di Giuda; ora mi reco alla casa del Signore, ma nessuno mi accoglie sotto il suo tetto. 19Eppure abbiamo paglia e foraggio per i nostri asini e anche pane e vino per me, per la tua serva e per il giovane che è con i tuoi servi: non ci manca nulla”. 20Il vecchio gli disse: “La pace sia con te! Prendo a mio carico quanto ti occorre; non devi passare la notte sulla piazza”. 21Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. 22Mentre si stavano riconfortando, alcuni uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa, bussando fortemente alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: “Fa' uscire quell'uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui”. 23Il padrone di casa uscì e disse loro: “No, fratelli miei, non comportatevi male; dal momento che quest'uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere quest'infamia! 24Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina: io ve le condurrò fuori, violentatele e fate loro quello che vi pare, ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. 25Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e la violentarono tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell'alba. 26Quella donna sul far del mattino venne a cadere all'ingresso della casa dell'uomo presso il quale stava il suo padrone, e là restò finché fu giorno chiaro. 27Il suo padrone si alzò alla mattina, aprì la porta della casa e uscì per continuare il suo viaggio, ed ecco che la donna, la sua concubina, giaceva distesa all'ingresso della casa, con le mani sulla soglia. 28Le disse: “Àlzati, dobbiamo partire!”. Ma non ebbe risposta. Allora il marito la caricò sull'asino e partì per tornare alla sua abitazione. 29Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d'Israele. 30Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d'Israele: “È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”“. Quanti vedevano, dicevano: “Non è mai accaduta e non si è mai vista una cosa simile, da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi!”.

__________________________ Note

19,10 Gebus: è Gerusalemme, chiamata così dagli Israeliti perché abitata dai Gebusei (vedi 1,21).

19,15 a Gàbaa o a Rama: sono rispettivamente a sei e a nove chilometri da Gerusalemme, lungo la strada da Gerusalemme a Betel e Sichem. La prima è chiamata anche Gàbaa di Beniamino o Gàbaa di Saul (oggi Tell el-Ful).

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Approfondimenti

19,1-21,25. Questa seconda appendice al libro dei Giudici parla di eventi che risalgono al primo periodo della conquista, anche se l'attuale forma del racconto è dovuta a una mano postesilica.

Lo svolgersi dell'azione è, almeno all'inizio, lineare. Un levita di Efraim di ritorno da Betlemme dove era andato a riprendersi la concubina fuggita (19,1-9) fa tappa a Gabaa di Beniamino, 6 chilometri a nord di Gerusalemme, dove è ospitato da un anziano Efraimita (vv. 10-21) e durante la notte in una tragedia allucinante la concubina del levita muore (vv. 22-28), e questi reagisce con un gesto di estrema provocazione (vv. 28-30), tale da coinvolgere tutto Israele.

Il c. 20 presenta (vv. 1-13) un'assemblea degli Israeliti a Mizpa, importante centro politico e cultuale premonarchico, 13 chilometri a nord di Gerusalemme. Si decide di punire Beniamino. La guerra intertribale decima la tribù colpevole (vv. 14-18).

Il c. 21 è dedicato interamente alla ricostruzione della tribù di Beniamino e, con essa, dell'unità e integrità d'Israele. Gli Israeliti «si pentono» d'aver distrutto Beniamino e, nell'assemblea di Betel, decidono misure adatte a ridare consistenza alla tribù punita (vv. 1-7) a spese, si fa per dire, delle vergini di Iabes (vv. 8-14) e poi delle danzatrici di Silo (vv. 15-25). Diversamente dalla prima appendice, il centro dell'attenzione qui è la confederazione delle dodici tribù e l'argomento principale la solidarietà che lega gli Israeliti tra loro nel bene e nel male.

19,1-30. Sul piano letterario è uno dei capitoli più belli dell'Antico Testamento, in cui scene e dialoghi improntati a familiarità e serenità (vv. 4-9.16-21) si contrappongono a quadri d'orrore, con abili variazioni del ritmo narrativo. Un motivo centrale è quello dell'ospitalità, concessa generosamente, o negata e violata nella sua sacralità.

1. Cfr. 17,6; 18,1 e 21,25. Nonostante queste formule redazionali, poste in punti chiave, i racconti non sono primariamente in funzione monarchica.

2. «lo abbandonò». Il TM ha «si prostituì», il che pone meglio in risalto l'iniziativa del marito che, ancora innamorato, perdona la donna infedele e va a ricercarla (cfr. Os 2-3). Le concubine erano legalmente ammesse.

9. «andrai alla tua tenda» è espressione idiomatica, che ricorda il periodo della vita nomadica. Significa semplicemente «tornerai a casa».

10. Gebus, come nome di Gerusalemme, qui (anche al v. 11) e in 1Cr 11,4s.

13. Gabaa e Rama si trovano sulla strada che da Gerusalemme porta al nord. Gabaa è la città di Saul. Rama è – secondo la tradizione (cfr. Ger 31,15) – il luogo dove morì Rachele (Gn capitolo 35). Si trova un po' più a nord di Gabaa.

22. «gente iniqua», lett. «figli di Belial». Belial è un appellativo del diavolo.

23. «cattiva azione», in ebr. nᵉbalâ da nabal, «stolto» col senso molto accentuato di «cosa infamante», «infamia», «vergogna» (cfr. Dt 32,6.21). Il racconto richiama qui la pagina di Sodoma (Gn 19).

24-25. Le iniziative dell'anziano Efraimita e del levita sono considerate lecite. Abramo non aveva esitato a fare altrettanto (e in casi meno gravi) con Sara (Gn 12 e 20). Giaele (Gdc 4,17ss.) fece lo stesso di sua iniziativa, e così farà Giuditta.

29-30. Cfr. 1Sam 11,7, dove si parla di Saul che però squarta un paio di buoi.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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