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    <title>viaggiopensiero &amp;mdash; Con lo zaino in spalla</title>
    <link>https://noblogo.org/zainoinspalla/tag:viaggiopensiero</link>
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    <pubDate>Mon, 27 Apr 2026 08:40:12 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Viaggiare è spesso un privilegio di classe</title>
      <link>https://noblogo.org/zainoinspalla/viaggiare-e-spesso-un-privilegio-di-classe</link>
      <description>&lt;![CDATA[Vivo in Guatemala. Qui, tanto nei piccoli posti turistici, come nelle città più popolose, la gente ha un&#39;immagine stereotipata degli stranieri, che qui sono in maggioranza statunitensi. Qui la gente pensa che gli statunitensi siano bianchi, alti e coi capelli castani. In effetti non hanno tutti i torti, visto che è questo il tipo di persone che arriva qui, da quel paese. Tuttavia sappiamo che questi appartengono alla minoranza privilegiata che domina economicamente il resto delle &#34;razze&#34; in un paese fortemente multietnico. Nella piramide sociale e cromatica degli USA, i bianchi rappresentano il vertice, e la base è costituita da afroamericani, latinos e asiatici; eppure è proprio la classe più ricca quella che viaggia di più, arrivando a confondere gli abitanti dei paesi del Sud circa i tratti somatici dominanti negli States.&#xA;&#xA;I poveri, seppur costituiscano la maggior parte della popolazione (soprattutto nelle americhe, in cui la classe media è ridotta), sono sotto-rappresentati nella comunità dei viaggiatori. &#xA;Perché viaggiano meno? Perché hanno meno possibilità di farlo, per ragioni economiche e culturali. &#xA;!--more--&#xA;Ho passato anni in viaggio: dapprima come backpacker in Europa, muovendomi con un budget estremamente ridotto, cercando di spendere quanto meno possibile, usufruendo delle reti di ospitalità (tipo couchsurfing e hospitality club, di cui ho parlato in un post precedente ); poi in America Centrale e del Sud. Ho viaggiato in autostop via terra dal Guatemala verso il sud, impiegando un anno e mezzo per arrivare in Brasile, di cui ho conosciuto solo una piccolissima parte. Nel viaggio ho conosciuto ogni sorta di persone: turisti ricchi, giovani in gap year, vagabondi di lungo corso, esuli dai loro paesi in crisi, esploratori nomadi nel sangue, e molti altri tipi umani.&#xA;&#xA;Ho conosciuto una gran diversità di viaggiatori appartenenti a diverse classi sociali, eppure riconosco che è relativamente più facile muoversi, per chi appartiene a una classe sociale media o alta. Il vantaggio si manifesta in tanti modi: avere un po&#39; di soldi da parte o la sicurezza che ti dà un bonifico che i tuoi genitori ti possono fare in caso di emergenza. È come una rete di sicurezza, che ovviamente non tutti hanno. Inoltre, la povertà è multi-dimensionale. È povertà anche vivere in un ambiente in cui le ragazzine hanno il loro primo figlio a 16 o 17 anni, e il secondo entro i 20. È povertà anche il modo sopravvivenza che si attiva nelle classi sociali meno abbienti: chi lotta quotidianamente per mangiare, per pagare l&#39;affitto, chi deve ingoiare il rospo ogni giorno per far fronte al sovraffollamento di una casa in cui vivono otto o dieci persone, per far fronte ai soprusi sul lavoro tipici della struttura dittatoriale dei lavori in cui sei solo manodopera e ti maltrattano per il semplice gusto di farlo e perché sanno che hai un disperato bisogno di continuare a ricevere uno stipendio; se una persona vive queste difficoltà come una realtà quotidiana, ha meno probabilità di cercare di superarsi, di guarire, di esplorare, di conoscere per mezzo di un viaggio. La prospettiva non è viaggiare, al massimo emigrare verso un paese del Nord globale in cui vivere una vita decente. Da questo punto di vista, lo ammetto, il viaggio è un lusso e per questo è moooolto difficile trovare tra i viaggiatori il figlio del minatore di coltan in Congo, o la ragazza madre che vive nei sobborghi precari delle periferie di una capitale del Sud globale e che è rimasta incinta del nuovo fidanzato di sua madre, o uno dei tanti bambini-adulti che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero senza essere mai andati a scuola, o le bambine scalze delle comunità rurali del terzo mondo abituate all&#39;obbedienza e alla sottomissione, formate al loro ruolo di future gestanti e serve nella casa del marito. Per queste persone è incredibilmente difficile &#34;viaggiare&#34;, sono ancorate al loro nucleo di origine perché rappresenta l&#39;unica possibilità di sopravvivenza. La comunità, almeno in America Latina, è il nido di favori, prestiti, aiuti, obblighi, che ti permette di farcela con i pochi mezzi di cui si dispone. Abbandonarla è un grande salto nel vuoto che pochi sono disposti a fare.&#xA;&#xA;Eppure ogni tanto succede. Come quando mi sono messo in viaggio con la mia ex fidanzata guatemalteca, e il mio passaporto - rosso - copriva il suo permettendole di oltrepassare ogni frontiera senza problemi, mentre altri suoi connazionali avrebbero potuto essere fermati da un doganiere razzista e propenso a ostacolare il transito ad altri suoi simili in virtù del piccolo potere che la sua uniforme gli permetteva. O come Chepe, salvadoregno in viaggio in bici e senza soldi verso la Patagonia; come ci sia arrivato? non so, ma - conoscendolo - direi, pedalando. O come le migliaia di argentini e colombiani che lasciano casa con una moneta svalutata e attraversano chilometri con una chitarra, o delle clave da giocoleria, o con un po&#39; di braccialetti di macramè. O come quando ti inventi un lavoro da fare durante il viaggio e sei disposto a tutto pur di andare avanti: a dormire in spiaggia, nelle stazioni di servizio, a fare autostop per ore sotto il sole dei tropici o a cucinare ogni tuo pasto perché anche comprare un panino preparato sforerebbe il tuo budget giornaliero. &#xA;&#xA;Viaggiare è (quasi) sempre possibile. Il problema è che le classi dominanti usano questo pretesto per giustificare il loro dominio e far credere alle classi oppresse che, se si sforzano, possono arrivare molto in alto. E allo stesso tempo colpevolizzarle della loro povertà dicendo che sono persone pigre e che non lavorano abbastanza. Il lato oscuro del sogno americano. Ogni nero che negli USA sfonda nel basket o nella musica è un pretesto che i bianchi usano per dire &#34;vedi, il problema non è il sistema, il problema sei tu che non ti sforzi abbastanza, se lavori duro puoi farcela&#34;. Non voglio cadere in questa porcheria. Posso semplicemente dire quello che ho visto, e la realtà è duale, è molteplice. Da un lato viviamo in un sistema ingiusto, classista, razzista, neoliberale che crea una struttura sociale piramidale e opprime le classi inferiori non solo legalmente, ma anche psichicamente ancorandole ad una mentalità che non lascia molto spazio libero. D&#39;altro canto siamo tutti parte di questa piramide e qualunque posto occupiamo dentro di essa abbiamo sempre persone più in alto e persone più in basso di noi. Non siamo quasi mai nè i primi nè gli ultimi e siamo sempre contemporaneamente privilegiati e oppressi in un complesso sistema intersezionale composto di classe, etnia, genere, specie, geografia, ecc. Abbiamo quasi sempre qualche risorsa da usare a nostro vantaggio e un certo margine di azione che ci permette di ritagliarci un certo spazio vitale, a volte esiguo, a volte un po&#39; più grande. Per questo penso che dobbiamo essere coscienti delle ingiustizie e allo stesso tempo agire per migliorare tanto la nostra condizione quanto quella delle persone che stanno peggio di noi.&#xA;&#xA;#viaggi e #viaggiatori , #viaggiopensiero #disuguaglianze&#xA;&#xA; hr style=&#34;width:50%&#34; &#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Ho un account su Mastodon.&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Questo blog ha anche un mirror su Wordpress che permette l&#39;inserimento di commenti e di seguire i nuovi post via email.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Vivo in Guatemala. Qui, tanto nei piccoli posti turistici, come nelle città più popolose, la gente ha un&#39;immagine stereotipata degli stranieri, che qui sono in maggioranza statunitensi. Qui la gente pensa che gli statunitensi siano bianchi, alti e coi capelli castani. In effetti non hanno tutti i torti, visto che è questo il tipo di persone che arriva qui, da quel paese. Tuttavia sappiamo che questi appartengono alla minoranza privilegiata che domina economicamente il resto delle “razze” in un paese fortemente multietnico. Nella piramide sociale e cromatica degli USA, i bianchi rappresentano il vertice, e la base è costituita da afroamericani, latinos e asiatici; eppure è proprio la classe più ricca quella che viaggia di più, arrivando a confondere gli abitanti dei paesi del Sud circa i tratti somatici dominanti negli <em>States</em>.</p>

<p>I poveri, seppur costituiscano la maggior parte della popolazione (soprattutto nelle americhe, in cui la classe media è ridotta), sono sotto-rappresentati nella comunità dei viaggiatori.
Perché viaggiano meno? Perché hanno meno possibilità di farlo, per ragioni economiche e culturali.

Ho passato anni in viaggio: dapprima come backpacker in Europa, muovendomi con un budget estremamente ridotto, cercando di spendere quanto meno possibile, usufruendo delle reti di ospitalità (tipo couchsurfing e hospitality club, di cui ho parlato in un <a href="https://noblogo.org/zainoinspalla/la-resistenza-nello-zaino" rel="nofollow">post precedente</a> ); poi in America Centrale e del Sud. Ho viaggiato in autostop via terra dal Guatemala verso il sud, impiegando un anno e mezzo per arrivare in Brasile, di cui ho conosciuto solo una piccolissima parte. Nel viaggio ho conosciuto ogni sorta di persone: turisti ricchi, giovani in <em>gap year</em>, vagabondi di lungo corso, esuli dai loro paesi in crisi, esploratori nomadi nel sangue, e molti altri tipi umani.</p>

<p>Ho conosciuto una gran diversità di viaggiatori appartenenti a diverse classi sociali, eppure riconosco che è relativamente più facile muoversi, per chi appartiene a una classe sociale media o alta. Il vantaggio si manifesta in tanti modi: avere un po&#39; di soldi da parte o la sicurezza che ti dà un bonifico che i tuoi genitori ti possono fare in caso di emergenza. È come una rete di sicurezza, che ovviamente non tutti hanno. Inoltre, la povertà è multi-dimensionale. È povertà anche vivere in un ambiente in cui le ragazzine hanno il loro primo figlio a 16 o 17 anni, e il secondo entro i 20. È povertà anche il modo sopravvivenza che si attiva nelle classi sociali meno abbienti: chi lotta quotidianamente per mangiare, per pagare l&#39;affitto, chi deve ingoiare il rospo ogni giorno per far fronte al sovraffollamento di una casa in cui vivono otto o dieci persone, per far fronte ai soprusi sul lavoro tipici della struttura dittatoriale dei lavori in cui sei solo manodopera e ti maltrattano per il semplice gusto di farlo e perché sanno che hai un disperato bisogno di continuare a ricevere uno stipendio; se una persona vive queste difficoltà come una realtà quotidiana, ha meno probabilità di cercare di superarsi, di guarire, di esplorare, di conoscere per mezzo di un viaggio. La prospettiva non è viaggiare, al massimo emigrare verso un paese del Nord globale in cui vivere una vita decente. Da questo punto di vista, lo ammetto, il viaggio è un lusso e per questo è moooolto difficile trovare tra i viaggiatori il figlio del minatore di coltan in Congo, o la ragazza madre che vive nei sobborghi precari delle periferie di una capitale del Sud globale e che è rimasta incinta del nuovo fidanzato di sua madre, o uno dei tanti bambini-adulti che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero senza essere mai andati a scuola, o le bambine scalze delle comunità rurali del terzo mondo abituate all&#39;obbedienza e alla sottomissione, formate al loro ruolo di future gestanti e serve nella casa del marito. Per queste persone è incredibilmente difficile “viaggiare”, sono ancorate al loro nucleo di origine perché rappresenta l&#39;unica possibilità di sopravvivenza. La comunità, almeno in America Latina, è il nido di favori, prestiti, aiuti, obblighi, che ti permette di farcela con i pochi mezzi di cui si dispone. Abbandonarla è un grande salto nel vuoto che pochi sono disposti a fare.</p>

<p>Eppure ogni tanto succede. Come quando mi sono messo in viaggio con la mia ex fidanzata guatemalteca, e il mio passaporto – rosso – copriva il suo permettendole di oltrepassare ogni frontiera senza problemi, mentre altri suoi connazionali avrebbero potuto essere fermati da un doganiere razzista e propenso a ostacolare il transito ad altri suoi simili in virtù del piccolo potere che la sua uniforme gli permetteva. O come Chepe, salvadoregno in viaggio in bici e senza soldi verso la Patagonia; come ci sia arrivato? non so, ma – conoscendolo – direi, pedalando. O come le migliaia di argentini e colombiani che lasciano casa con una moneta svalutata e attraversano chilometri con una chitarra, o delle clave da giocoleria, o con un po&#39; di braccialetti di macramè. O come quando ti inventi un lavoro da fare durante il viaggio e sei disposto a tutto pur di andare avanti: a dormire in spiaggia, nelle stazioni di servizio, a fare autostop per ore sotto il sole dei tropici o a cucinare ogni tuo pasto perché anche comprare un panino preparato sforerebbe il tuo budget giornaliero.</p>

<p>Viaggiare è (quasi) sempre possibile. Il problema è che le classi dominanti usano questo pretesto per giustificare il loro dominio e far credere alle classi oppresse che, se si sforzano, possono arrivare molto in alto. E allo stesso tempo colpevolizzarle della loro povertà dicendo che sono persone pigre e che non lavorano abbastanza. Il lato oscuro del sogno americano. Ogni nero che negli USA sfonda nel basket o nella musica è un pretesto che i bianchi usano per dire “vedi, il problema non è il sistema, il problema sei tu che non ti sforzi abbastanza, se lavori duro puoi farcela”. Non voglio cadere in questa porcheria. Posso semplicemente dire quello che ho visto, e la realtà è duale, è molteplice. Da un lato viviamo in un sistema ingiusto, classista, razzista, neoliberale che crea una struttura sociale piramidale e opprime le classi inferiori non solo legalmente, ma anche psichicamente ancorandole ad una mentalità che non lascia molto spazio libero. D&#39;altro canto siamo tutti parte di questa piramide e qualunque posto occupiamo dentro di essa abbiamo sempre persone più in alto e persone più in basso di noi. Non siamo quasi mai nè i primi nè gli ultimi e siamo sempre contemporaneamente privilegiati e oppressi in un complesso sistema intersezionale composto di classe, etnia, genere, specie, geografia, ecc. Abbiamo quasi sempre qualche risorsa da usare a nostro vantaggio e un certo margine di azione che ci permette di ritagliarci un certo spazio vitale, a volte esiguo, a volte un po&#39; più grande. Per questo penso che dobbiamo essere coscienti delle ingiustizie e allo stesso tempo agire per migliorare tanto la nostra condizione quanto quella delle persone che stanno peggio di noi.</p>

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      <guid>https://noblogo.org/zainoinspalla/viaggiare-e-spesso-un-privilegio-di-classe</guid>
      <pubDate>Sun, 29 Aug 2021 20:38:24 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La Resistenza nello zaino</title>
      <link>https://noblogo.org/zainoinspalla/la-resistenza-nello-zaino</link>
      <description>&lt;![CDATA[C&#39;è qualcosa che mi ha fatto riflettere, in questi giorni. È il fatto che, a volte, in un viaggio cerchiamo di scoprire mondi migliori di quello in cui viviamo, soprattutto quando questo ci sembra grigio, monotono, insostenibile sotto tanti punti di vista.&#xA;&#xA;Non sono ancora partito, ma esistono altri modi di vivere il viaggio. Una di queste è ospitare viaggiatori a casa. Esistono alcuni siti per farlo: c&#39;è couchsurfing, che è più grande e commerciale, e c&#39;è anche trustroots più piccolo e indipendente. Il meccanismo è semplice: come viaggiatore fai una ricerca nella città in cui vuoi andare, trovi una certa quantità di persone, ognuna con il suo profilo, mandi qualche messaggio e con un po&#39; di fortuna qualcuno ti ospita.&#xA;&#xA;Negli ultimi mesi ho ricevuto un po&#39; di gente proveniente da diversi paesi del mondo: Giappone, Stati Uniti, Cina, Messico, Repubblica Ceca. I viaggiatori erano molto diversi tra di loro, anche a livello umano: dal classico turista in giro per il mondo, ai viaggiatori più accaniti degni del miglior libro di Jack Kerouac. Con alcuni il dialogo è semplice, rimane sul di dove sei cosa fai da dove vieni dove vai com&#39;è quel posto come sono i cibi nel tuo paese qual è il tuo lavoro che musica ascolti eccetera eccetera. Con altri, invece, si crea una connessione più profonda, ci si arriva a confrontare su altre esperienze della vita e ragioni più profonde che ci spingono al viaggio e a fare le cose che facciamo.&#xA;&#xA;In particolare con un paio di persone ho intravisto una tendenza, o una caratteristica, comune, che posso provare a riassumere così: la ricerca nel viaggio di libertà soprattutto come fuga da un contesto di origine caratterizzato da una forte pressione sociale, regole rigide e non adatte al benessere umano. Insomma persone che vanno via perché, se stanno a casa, impazziscono.&#xA;!--more--&#xA;Questo mi ricorda l&#39;esperienza di Augusto Boal, fondatore del Teatro dell&#39;oppresso. Le sue tecniche nacquero in Brasile, nell&#39;America del sud della guerra fredda, violenta contro i manifestanti, in lotta tra imposizione del sistema capitalista e le rivendicazioni dei lavoratori per i loro diritti. Una terra contesa tra i due blocchi contrapposti: da un lato la dottrina Monroe che voleva trasformare le Americhe nello zerbino degli Stati Uniti, dall&#39;altro l&#39;Unione Sovietica che cercava di attirare quanti più paesi nella sua orbita di influenza.&#xA;Nella contesa dei grandi tori, le piccole rane della grande periferia americana cercavano di agire anche loro sul loro territorio per portare avanti la loro lotta. La guerriglia con gli AK-47, i paramilitari con gli M16, gli studenti con le occupazioni, gli operai con gli scioperi, gli artisti con le loro opere.. e poi c&#39;era chi si inventava altri modi come, appunto, Boal.&#xA;&#xA;La sua tecnica si basa sul far emergere coscienza nelle classi oppresse, in modo creativo, per mezzo del teatro. Lui e i suoi collaboratori creavano situazioni in cui ci fosse una descrizione diretta o metaforica delle situazioni di oppressione, e invitavano il pubblico a partecipare irrompendo sulla scena e sostituendosi a qualcuno degli attori per proporre soluzioni ai problemi di oppressione sociale ed economica. &#xA;&#xA;Poi Boal viaggiò in Europa: Francia, Italia.. e si trovò di fronte ad una situazione inaspettata: se in Sud America era evidente chi fossero gli oppressori e gli oppressi, se era evidente quali fossero le persone che marciavano per i loro diritti e chi li voleva ricondurre con il manganello a dei salari da fame, se era evidente QUALI fossero gli ostacoli alla liberazione delle classi oppresse, in Europa la situazione era diversa. Sembrava che ci fossero altre inibizioni interne agli stessi cittadini che, ancor prima degli ostacoli esterni, non gli permettessero di esprimersi liberamente. Per descrivere questo stato di cose creò l&#39;espressione &#34;Le flic dans la tête&#34; (il poliziotto nella testa).&#xA;Boal individuò difficoltà psicologiche, internalizzazione delle regole del sistema, insomma non c&#39;è bisogno della repressione degli squadroni della morte: sai già cosa non devi fare e come ti devi comportare.&#xA;&#xA;Nella nostra società c&#39;è tutta una serie di regole che abbiamo internalizzato, assorbito fin dall&#39;infanzia, e che magari non siamo neanche in grado di riconoscere immediatamente perché ci sembrano normali. &lt; Studia, trovati un buon lavoro, pensa ai soldi, metti su famiglia, fai figli, se sei femmina devi essere magra alta e bella, se sei maschio devi scopare come un toro, se sei madre devi avere pazienza e farti carico della casa e dei figli, se sei padre devi guadagnare più di tua moglie, se sei single sei incompleto, se hai un account sui social network devi avere tanti follower e tanti likes, se vuoi avere tanti likes devi sembrare cool, intelligente nel tuo campo o mostrare una tetta, se lavori devi essere contento del tuo lavoro ed essere produttivo, e devi anche ringraziare la tua azienda per darti denaro a cambio delle tue energie, in un contesto sociale devi essere sempre positivo/a allegro/a brillante, se sei maschio devi nascondere i tuoi problemi perché parlarne ti rende vulnerabile, ti fa meno uomo, eccetera eccetera eccetera   Non è umano vivere così. Queste regole sono, semplicemente, insostenibili. La costrizione sotto la quale viviamo, a seguirle tutte, crea una forte pressione psicologica, una tensione tra quello che vogliamo, quello che ci farebbe stare bene, quello di cui abbiamo bisogno e quello che ci viene richiesto dalla società. Siamo esseri umani creativi ed è un insulto alla natura sciuparci pensando a &#34;che diranno gli altri&#34;.&#xA;&#xA;Nella mia esperienza con i viaggiatori ho incontrato diverse persone che hanno vissuto una sofferenza psicologica derivante dalle regole assurde del contesto da cui provenivano. In maggioranza venivano da paesi &#34;sviluppati&#34;, ma non solo. &#xA;Mi hanno raccontato che finché erano a casa stavano male: storie di depressione, ansia, insoddisfazione, terapie, farmaci e tanto dolore. &#xA;&#xA;Penso che la medicina occidentale abbia inventato macchine portentose capaci di osservare dentro il corpo senza aprirlo, di ingrandire cose infinitamente piccole e decifrare catene di molecole attribuendo loro un significato. Però, quando si tratta della psiche, ha delle profonde mancanze perché mette in discussione solamente il paziente e non la società. Analizzare la depressione come un problema individuale, senza osservare il contesto di competitività, senza osservare cosa significa sopravvivere in un sistema capitalista basato sul profitto e sull&#39;egoismo mi sembra, semplicemente, incompleto.&#xA;Per me è ovvio che se ti propongono di vivere facendo cose che non ti interessano, al servizio di un&#39;entità che non sei tu, per il resto della tua vita con una miseria di momenti di tempo libero, potresti non starci. E se sei circondato/a da persone che sono già addomesticate e non fanno che ripeterti &#34;così è la vita&#34;, potresti sentirti solo/a, inadeguato/a.&#xA;È ovvio che se la misura dell&#39;accettazione sociale è essere fighi, facendo cose difficili o innaturali o inutili o superficiali, è sano che ti fai delle domande, che dubiti che sia l&#39;unico o il miglior sistema possibile.&#xA;E tuttavia quella continua ad essere la tua gabbia, perché tutto intorno a te funziona così: le persone, le strutture, le istituzioni. Fino a quando decidi di evadere dalla gabbia. E lì è il viaggio.&#xA;&#xA;Quanto sarebbe bello il mondo se parte dello sforzo che si fa per innovare la tecnologia fosse destinato a prenderci cura delle nostre ferite. Se qualche anno fa, quando avevamo ancora i telefoni senza schermo grande, e si viveva tranquillamente, anziché investire miliardi in sviluppare la tecnologia degli smartphone si fossero spesi in terapie per conoscersi meglio e diventare persone migliori. Nel prossimo futuro avremo macchine che si guidano da sole, ma siamo incapaci di sentirci felici. Avremo sistemi di intelligenza artificiale negli apparati domestici ma continueremo ad avere profonde divisioni di classe, razzismo, attacchi d&#39;ansia. Avremo un futuro profondamente tecnologico mentre lottiamo ancora con le nostre miserie umane da secoli.&#xA;Chi è malato? Chi deve prendere le medicine: l&#39;individuo o il sistema?&#xA;&#xA;Il viaggio ti permette di vedere la cultura in cui sei nato/a da un punto di vista esterno. Comincia con la voglia di andar via, di evadere dalla gabbia. Comincia con il sogno di qualcos&#39;altro, qualsiasi altra cosa che non sia la palude stagnante che conosci già. Il desiderio di ricominciare da zero in un contesto nuovo, ideale, dove non ti conosce nessuno e puoi proporti così come ti senti, così come vorresti essere. Poi vabbè, la tua ombra viaggia con te e ti porti dietro un po&#39; dei tuoi mostri, ma per fortuna non tutti. Qualcuno sei riuscito a lasciarlo a casa. E intanto scopri mondi nuovi, altre culture, altre persone. Altri modi di vivere la vita, persone che finalmente la pensano come te. E allora scopri di non essere solo/a in questa resistenza. Sì: resistenza. Come i partigiani durante l&#39;occupazione nazista, come le reti clandestine sotto ogni dittatura: chi non si rassegna, chi non accetta, chi si ribella anche prima di capire esattamente cosa vuole, prima di avere un&#39;analisi perfetta della situazione, prima di poter strutturare coerentemente e compiutamente una teoria del tutto, in base all&#39;innato istinto che ti dice che qualcosa non va. Dubiti per un tempo interminabile se il problema sei tu o qualcos&#39;altro fuori di te. Molti non ce la fanno e rimangono &#34;a casa&#34;. Molti si rassegnano e si spengono. Ma ogni tanto qualcuno ce la fa a bucare la coltre di nubi e scoprire che al di là c&#39;è il sole.&#xA;&#xA;E poi.. poi c&#39;è la complicata operazione di far quadrare il cerchio. Rimettere insieme tutti i pezzi e fare qualcosa che sta insieme.&#xA;Qualche tempo fa parlavo con alcuni viaggiatori di alcune droghe sintetiche, tipo LSD o DMT. Loro, entusiasti, ma anche saggiamente, dicevano che creano uno squarcio, aprono una finestra che per mezz&#39;ora ti fa vedere come [il mondo] potrebbe essere. Poi la richiudono. E sta a te trovare il modo di ritrovare la strada tra la tua realtà quotidiana e quella cosa che ti è stata prospettata in un momento di -forse- illuminazione.&#xA;Non mi interessa entrare qui nel dibattito sulle droghe (&#34;evasione o terapia?&#34;); l&#39;unica cosa che voglio recuperare da quest&#39;aneddoto è la sensazione di quando, con le droghe o con il viaggio, dopo aver vissuto un&#39;esperienza che ti ha portato fuori dalla tua realtà abituale, devi fare in modo che questa sia sostenibile. Insomma che l&#39;evasione si trasformi in un&#39;alternativa. Devi ritagliarti il tuo spazio vitale fuori dalle convenzioni per abitarlo in modo permanente. E anche che &#34;il viaggio&#34; qualunque esso sia stato, sia servito per trovare degli spazi di innovazione tra l&#39;essere e il possibile, tra il qui e il lì, insomma che abbia fatto circolare delle idee provenienti da altri luoghi in cui si vive meglio e che questo possa contribuire a migliorare la realtà in cui ti trovi o da cui sei partito.&#xA;&#xA;Sì, forse il viaggio è proprio questo: una medicina degli individui e dei popoli, perché è da sempre stato così come sono circolate le idee, soprattutto quelle buone. Rimedio contro l&#39;ottusità tradizionalista, via di fuga dal consumismo schiavista e dal ticchettio degli orologi che ci inquadrano nei loro ingranaggi.&#xA;&#xA;#viaggiopensiero #resistenza&#xA;&#xA; hr style=&#34;width:50%&#34; &#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Ho un account su Mastodon.&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Questo blog ha anche un mirror su Wordpress che permette l&#39;inserimento di commenti e di seguire i nuovi post via email.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>C&#39;è qualcosa che mi ha fatto riflettere, in questi giorni. È il fatto che, a volte, in un viaggio cerchiamo di scoprire mondi migliori di quello in cui viviamo, soprattutto quando questo ci sembra grigio, monotono, insostenibile sotto tanti punti di vista.</p>

<p>Non sono ancora partito, ma esistono altri modi di vivere il viaggio. Una di queste è ospitare viaggiatori a casa. Esistono alcuni siti per farlo: c&#39;è <a href="https://www.couchsurfing.com" rel="nofollow">couchsurfing</a>, che è più grande e commerciale, e c&#39;è anche <a href="https://www.trustroots.org/" rel="nofollow">trustroots</a> più piccolo e indipendente. Il meccanismo è semplice: come viaggiatore fai una ricerca nella città in cui vuoi andare, trovi una certa quantità di persone, ognuna con il suo profilo, mandi qualche messaggio e con un po&#39; di fortuna qualcuno ti ospita.</p>

<p>Negli ultimi mesi ho ricevuto un po&#39; di gente proveniente da diversi paesi del mondo: Giappone, Stati Uniti, Cina, Messico, Repubblica Ceca. I viaggiatori erano molto diversi tra di loro, anche a livello umano: dal classico turista in giro per il mondo, ai viaggiatori più accaniti degni del miglior libro di Jack Kerouac. Con alcuni il dialogo è semplice, rimane sul di dove sei cosa fai da dove vieni dove vai com&#39;è quel posto come sono i cibi nel tuo paese qual è il tuo lavoro che musica ascolti eccetera eccetera. Con altri, invece, si crea una connessione più profonda, ci si arriva a confrontare su altre esperienze della vita e ragioni più profonde che ci spingono al viaggio e a fare le cose che facciamo.</p>

<p>In particolare con un paio di persone ho intravisto una tendenza, o una caratteristica, comune, che posso provare a riassumere così: la ricerca nel viaggio di libertà soprattutto come fuga da un contesto di origine caratterizzato da una forte pressione sociale, regole rigide e non adatte al benessere umano. Insomma persone che vanno via perché, se stanno a casa, impazziscono.

Questo mi ricorda l&#39;esperienza di Augusto Boal, fondatore del Teatro dell&#39;oppresso. Le sue tecniche nacquero in Brasile, nell&#39;America del sud della guerra fredda, violenta contro i manifestanti, in lotta tra imposizione del sistema capitalista e le rivendicazioni dei lavoratori per i loro diritti. Una terra contesa tra i due blocchi contrapposti: da un lato la dottrina Monroe che voleva trasformare le Americhe nello zerbino degli Stati Uniti, dall&#39;altro l&#39;Unione Sovietica che cercava di attirare quanti più paesi nella sua orbita di influenza.
Nella contesa dei <a href="https://duckduckgo.com/?t=ffab&amp;q=i+tori+e+le+rane&amp;ia=web" rel="nofollow">grandi tori, le piccole rane</a> della grande periferia americana cercavano di agire anche loro sul loro territorio per portare avanti la loro lotta. La guerriglia con gli AK-47, i paramilitari con gli M16, gli studenti con le occupazioni, gli operai con gli scioperi, gli artisti con le loro opere.. e poi c&#39;era chi si inventava altri modi come, appunto, Boal.</p>

<p>La sua tecnica si basa sul far emergere coscienza nelle classi oppresse, in modo creativo, per mezzo del teatro. Lui e i suoi collaboratori creavano situazioni in cui ci fosse una descrizione diretta o metaforica delle situazioni di oppressione, e invitavano il pubblico a partecipare irrompendo sulla scena e sostituendosi a qualcuno degli attori per proporre soluzioni ai problemi di oppressione sociale ed economica.</p>

<p>Poi Boal viaggiò in Europa: Francia, Italia.. e si trovò di fronte ad una situazione inaspettata: se in Sud America era evidente chi fossero gli oppressori e gli oppressi, se era evidente quali fossero le persone che marciavano per i loro diritti e chi li voleva ricondurre con il manganello a dei salari da fame, se era evidente QUALI fossero gli ostacoli alla liberazione delle classi oppresse, in Europa la situazione era diversa. Sembrava che ci fossero altre inibizioni <strong>interne</strong> agli stessi cittadini che, ancor prima degli ostacoli esterni, non gli permettessero di esprimersi liberamente. Per descrivere questo stato di cose creò l&#39;espressione “<em><a href="https://www.istituto-formazione-politica.eu/le-flic-dans-la-tete-storie-ordinaria-oppressione/" rel="nofollow">Le flic dans la tête</a></em>” (il poliziotto nella testa).
Boal individuò difficoltà psicologiche, internalizzazione delle regole del sistema, insomma non c&#39;è bisogno della repressione degli squadroni della morte: <em>sai già</em> cosa non devi fare e come ti devi comportare.</p>

<p>Nella nostra società c&#39;è tutta una serie di regole che abbiamo internalizzato, assorbito fin dall&#39;infanzia, e che magari non siamo neanche in grado di riconoscere immediatamente perché ci sembrano <em>normali</em>. &lt;&lt; Studia, trovati un buon lavoro, pensa ai soldi, metti su famiglia, fai figli, se sei femmina devi essere magra alta e bella, se sei maschio devi scopare come un toro, se sei madre devi avere pazienza e farti carico della casa e dei figli, se sei padre devi guadagnare più di tua moglie, se sei single sei incompleto, se hai un account sui social network devi avere tanti follower e tanti likes, se vuoi avere tanti likes devi sembrare cool, intelligente nel tuo campo o mostrare una tetta, se lavori devi essere contento del tuo lavoro ed essere produttivo, e devi anche ringraziare la tua azienda per darti denaro a cambio delle tue energie, in un contesto sociale devi essere sempre positivo/a allegro/a brillante, se sei maschio devi nascondere i tuoi problemi perché parlarne ti rende vulnerabile, ti fa meno uomo, eccetera eccetera eccetera &gt;&gt;</p>

<p>Non è umano vivere così. Queste regole sono, semplicemente, insostenibili. La costrizione sotto la quale viviamo, a seguirle tutte, crea una forte pressione psicologica, una tensione tra quello che vogliamo, quello che ci farebbe stare bene, quello di cui abbiamo bisogno e quello che ci viene richiesto dalla società. Siamo esseri umani creativi ed è un insulto alla natura sciuparci pensando a “che diranno gli altri”.</p>

<p>Nella mia esperienza con i viaggiatori ho incontrato diverse persone che hanno vissuto una sofferenza psicologica derivante dalle regole assurde del contesto da cui provenivano. In maggioranza venivano da paesi “sviluppati”, ma non solo.
Mi hanno raccontato che finché erano a casa stavano male: storie di depressione, ansia, insoddisfazione, terapie, farmaci e tanto dolore.</p>

<p>Penso che la medicina occidentale abbia inventato macchine portentose capaci di osservare <strong>dentro</strong> il corpo senza aprirlo, di ingrandire cose infinitamente piccole e decifrare catene di molecole attribuendo loro un significato. Però, quando si tratta della psiche, ha delle profonde mancanze perché mette in discussione solamente il paziente e non la società. Analizzare la depressione come un problema individuale, senza osservare il contesto di competitività, senza osservare cosa significa sopravvivere in un sistema capitalista basato sul profitto e sull&#39;egoismo mi sembra, semplicemente, incompleto.
Per me è ovvio che se ti propongono di vivere facendo cose che non ti interessano, al servizio di un&#39;entità che non sei tu, per il resto della tua vita con una miseria di momenti di tempo libero, potresti non starci. E se sei circondato/a da persone che sono già addomesticate e non fanno che ripeterti “così è la vita”, potresti sentirti solo/a, inadeguato/a.
È ovvio che se la misura dell&#39;accettazione sociale è essere fighi, facendo cose difficili o innaturali o inutili o superficiali, è sano che ti fai delle domande, che dubiti che sia l&#39;unico o il miglior sistema possibile.
E tuttavia quella continua ad essere la tua gabbia, perché tutto intorno a te funziona così: le persone, le strutture, le istituzioni. Fino a quando decidi di evadere dalla gabbia. E lì è il viaggio.</p>

<p>Quanto sarebbe bello il mondo se parte dello sforzo che si fa per innovare la tecnologia fosse destinato a prenderci cura delle nostre ferite. Se qualche anno fa, quando avevamo ancora i telefoni senza schermo grande, e si viveva tranquillamente, anziché investire miliardi in sviluppare la tecnologia degli smartphone si fossero spesi in terapie per conoscersi meglio e diventare persone migliori. Nel prossimo futuro avremo macchine che si guidano da sole, ma siamo incapaci di sentirci felici. Avremo sistemi di intelligenza artificiale negli apparati domestici ma continueremo ad avere profonde divisioni di classe, razzismo, attacchi d&#39;ansia. Avremo un futuro profondamente tecnologico mentre lottiamo ancora con le nostre miserie umane da secoli.
Chi è malato? Chi deve prendere le medicine: l&#39;individuo o il sistema?</p>

<p>Il viaggio ti permette di vedere la cultura in cui sei nato/a da un punto di vista esterno. Comincia con la voglia di andar via, di evadere dalla gabbia. Comincia con il sogno di <em>qualcos&#39;altro</em>, qualsiasi altra cosa che non sia la palude stagnante che conosci già. Il desiderio di ricominciare da zero in un contesto nuovo, ideale, dove non ti conosce nessuno e puoi proporti così come ti senti, così come vorresti essere. Poi vabbè, la tua ombra viaggia con te e ti porti dietro un po&#39; dei tuoi mostri, ma per fortuna non tutti. Qualcuno sei riuscito a lasciarlo a casa. E intanto scopri mondi nuovi, altre culture, altre persone. Altri modi di vivere la vita, persone che <strong>finalmente</strong> la pensano come te. E allora scopri di non essere solo/a in questa resistenza. Sì: resistenza. Come i partigiani durante l&#39;occupazione nazista, come le reti clandestine sotto ogni dittatura: chi non si rassegna, chi non accetta, chi si ribella anche prima di capire esattamente cosa vuole, prima di avere un&#39;analisi perfetta della situazione, prima di poter strutturare coerentemente e compiutamente una teoria del tutto, in base all&#39;innato istinto che ti dice che qualcosa non va. Dubiti per un tempo interminabile se il problema sei tu o qualcos&#39;altro fuori di te. Molti non ce la fanno e rimangono “a casa”. Molti si rassegnano e si spengono. Ma ogni tanto qualcuno ce la fa a bucare la coltre di nubi e scoprire che al di là c&#39;è il sole.</p>

<p>E poi.. poi c&#39;è la complicata operazione di far quadrare il cerchio. Rimettere insieme tutti i pezzi e fare qualcosa che sta insieme.
Qualche tempo fa parlavo con alcuni viaggiatori di alcune droghe sintetiche, tipo LSD o DMT. Loro, entusiasti, ma anche saggiamente, dicevano che creano uno squarcio, aprono una finestra che per mezz&#39;ora ti fa vedere come [il mondo] potrebbe essere. Poi la richiudono. E sta a te trovare il modo di ritrovare la strada tra la tua realtà quotidiana e quella cosa che ti è stata prospettata in un momento di -forse- illuminazione.
Non mi interessa entrare qui nel dibattito sulle droghe (“evasione o terapia?”); l&#39;unica cosa che voglio recuperare da quest&#39;aneddoto è la sensazione di quando, con le droghe o con il viaggio, dopo aver vissuto un&#39;esperienza che ti ha portato fuori dalla tua realtà abituale, devi fare in modo che questa sia sostenibile. Insomma che l&#39;evasione si trasformi in un&#39;alternativa. Devi ritagliarti il tuo spazio vitale fuori dalle convenzioni per abitarlo in modo permanente. E anche che “il viaggio” qualunque esso sia stato, sia servito per trovare degli spazi di innovazione tra l&#39;essere e il possibile, tra il qui e il lì, insomma che abbia fatto circolare delle idee provenienti da altri luoghi in cui si vive meglio e che questo possa contribuire a migliorare la realtà in cui ti trovi o da cui sei partito.</p>

<p>Sì, forse il viaggio è proprio questo: una medicina degli individui e dei popoli, perché è da sempre stato così come sono circolate le idee, soprattutto quelle buone. Rimedio contro l&#39;ottusità tradizionalista, via di fuga dal consumismo schiavista e dal ticchettio degli orologi che ci inquadrano nei loro ingranaggi.</p>

<p><a href="/zainoinspalla/tag:viaggiopensiero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">viaggiopensiero</span></a> <a href="/zainoinspalla/tag:resistenza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">resistenza</span></a></p>

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<p>Questo blog ha anche un <a href="https://lozainoevia.wordpress.com/" rel="nofollow">mirror su Wordpress</a> che permette l&#39;inserimento di commenti e di seguire i nuovi post via email.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/zainoinspalla/la-resistenza-nello-zaino</guid>
      <pubDate>Thu, 12 Aug 2021 04:27:17 +0000</pubDate>
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      <title>Il proposito del viaggio</title>
      <link>https://noblogo.org/zainoinspalla/il-proposito-del-viaggio</link>
      <description>&lt;![CDATA[Nel post precedente ho descritto la parte tecnica che mi ha portato ad aprire il blog qui su noblogo. Adesso voglio raccontare un po&#39; qual è l&#39;idea del viaggio, il modo, il proposito.&#xA;!--more--&#xA;Sono tanti i temi che mi interessano: software libero, ecologia e sostenibilità, antispecismo, questioni di genere.. Per ognuno di questi ho cercato in rete gruppi, collettivi, individui, che sono attivi in questi campi. Ne ho trovati parecchi, soprattutto aiutandomi con le reti sociali (ahimè!) mainstream, ed in ogni profilo osservando chi fossero gli account seguiti, gli hashtag più frequenti, le collaborazioni. &#xA;&#xA;Il Brasile è un paese grande. Quanto un continente, con una popolazione di tanti milioni di persone, una lunga storia di attivismo ed organizzazione sociale. Non deve sorprenderci che le entità che si muovono su questi temi siano centinaia, migliaia forse.&#xA;Quelle che cerco sono le piccole realtà, i piccoli gruppi o collettivi, con cui scambiare qualche idea, da cui apprendere, poterli conoscere, magari descrivere, o semplicemente farmi ispirare, farci amicizia, fare rete.&#xA;Mi piacerebbe prendere contatti, arrivare in un posto, collaborare con loro qualche giorno, una settimana, magari anche due, e poi ripartire, conoscere altre realtà, e così via per qualche mese.&#xA;&#xA;E poi... e poi si vedrà. Avrò tempo durante il cammino per prendere decisioni più sensate di quelle che posso immaginare in questo momento. Già, perché quando viaggi la tua mente cambia, i tuoi pensieri, valutazioni, si riassettano in base alle esperienze fatte. Ma non solo.. direi quasi per ... l&#39;aria che respiri. Quando sei fermo a casa, nella routine di lavoro, mercato, cucina, sussistenza, pensi in modo &#34;standard&#34;. Quando ti circondi di gente &#34;normale&#34;.. poi diventi anche tu &#34;normale&#34;. Pensi che un viaggio così sia una grande impresa, molto lontana dalla tua vita quotidiana e, per questo, rappresenti un tuffo fuori dalla comfort zone.&#xA;E poi all&#39;improvviso arriva un couchsurfer a casa tua a ricordarti che il viaggio è lì che ti aspetta, che il nomadismo è la tua linfa vitale, che esiste tutto un mondo da esplorare fuori dalla porta di casa tua. Sembra una frase banale, ma è così: basta lasciarsi contagiare un po&#39; dallo spirito del viaggio, per ricordare che un tempo anch&#39;io vivevo così, anch&#39;io ho vissuto quelle esperienze, e posso.. no, desidero tornare a viverle! Quindi, presto, tornerò on the road.&#xA;&#xA;viaggiopensiero&#xA;&#xA; hr style=&#34;width:50%&#34; &#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Ho un account su Mastodon.&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Questo blog ha anche un mirror su Wordpress che permette l&#39;inserimento di commenti e di seguire i nuovi post via email.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Nel post precedente ho descritto la parte tecnica che mi ha portato ad aprire il blog qui su noblogo. Adesso voglio raccontare un po&#39; qual è l&#39;idea del viaggio, il modo, il proposito.

Sono tanti i temi che mi interessano: software libero, ecologia e sostenibilità, antispecismo, questioni di genere.. Per ognuno di questi ho cercato in rete gruppi, collettivi, individui, che sono attivi in questi campi. Ne ho trovati parecchi, soprattutto aiutandomi con le reti sociali (ahimè!) mainstream, ed in ogni profilo osservando chi fossero gli account seguiti, gli hashtag più frequenti, le collaborazioni.</p>

<p>Il Brasile è un paese grande. Quanto un continente, con una popolazione di <em>tanti</em> milioni di persone, una lunga storia di attivismo ed organizzazione sociale. Non deve sorprenderci che le entità che si muovono su questi temi siano centinaia, migliaia forse.
Quelle che cerco sono le piccole realtà, i piccoli gruppi o collettivi, con cui scambiare qualche idea, da cui apprendere, poterli conoscere, magari descrivere, o semplicemente farmi ispirare, farci amicizia, fare rete.
Mi piacerebbe prendere contatti, arrivare in un posto, collaborare con loro qualche giorno, una settimana, magari anche due, e poi ripartire, conoscere altre realtà, e così via per qualche mese.</p>

<p>E poi... e poi si vedrà. Avrò tempo durante il cammino per prendere decisioni più sensate di quelle che posso immaginare in questo momento. Già, perché quando viaggi la tua mente cambia, i tuoi pensieri, valutazioni, si riassettano in base alle esperienze fatte. Ma non solo.. direi quasi per ... l&#39;aria che respiri. Quando sei fermo a casa, nella routine di lavoro, mercato, cucina, sussistenza, pensi in modo “standard”. Quando ti circondi di gente “normale”.. poi diventi anche tu “normale”. Pensi che un viaggio così sia una grande impresa, molto lontana dalla tua vita quotidiana e, per questo, rappresenti un tuffo fuori dalla comfort zone.
E poi all&#39;improvviso arriva un couchsurfer a casa tua a ricordarti che il viaggio è lì che ti aspetta, che il nomadismo è la tua linfa vitale, che esiste tutto un mondo da esplorare fuori dalla porta di casa tua. Sembra una frase banale, ma è così: basta lasciarsi contagiare un po&#39; dallo spirito del viaggio, per ricordare che un tempo anch&#39;io vivevo così, anch&#39;io ho vissuto quelle esperienze, e posso.. no, <strong>desidero</strong> tornare a viverle! Quindi, presto, tornerò <em>on the road</em>.</p>

<p><a href="/zainoinspalla/tag:viaggiopensiero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">viaggiopensiero</span></a></p>

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<p>Questo blog ha anche un <a href="https://lozainoevia.wordpress.com/" rel="nofollow">mirror su Wordpress</a> che permette l&#39;inserimento di commenti e di seguire i nuovi post via email.</p>
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      <guid>https://noblogo.org/zainoinspalla/il-proposito-del-viaggio</guid>
      <pubDate>Thu, 05 Aug 2021 21:28:24 +0000</pubDate>
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