Joan Miró – L'Or de l'Azur (L'oro dell'azzurro)
Un quadro che non ricordo d'aver mai visto, mi è comparso stamattina postato su Bluesky. Le riflessioni che mi ha suscitato non riguardano l'opera in sé, può piacere o non piacere, non era questo il mio punto. Mi son sempre chiesto, nei quadri astratti che è lo stile artistico che prediligo, quando e perché l'artista ritenga che sia completo. Non nascondo che anch'io faccio “quadri”, “lavori artistici” (e quadri e lavori artistici qui va preso con l'estensione più ampia possibile, così come una disegno (scarabocchio?) fatto da un bimbo è una espressione artistica), ma molto spesso resto bloccato. Le mie indecisioni mi portano all'inazione. Lo lascio lì, non finito e senza idea se un domani lo finirò. Spesso poi lo butto via come se fosse un esperimento che non sta portando a nulla e che sarebbe troppo stancante metterci mano per dargli almeno una possibilità. Credo ci sia una componente “psicologica” che mi appartiene profondamente “dentro” e che nella vita reale, quando poi ripenso a quali motivazioni m'abbiano portato ad reagire ad un accadimento, mi faccia comportare come un animale la cui reazione principale sia dettata dall'imperativo “resta immobile!” Senz'altro è un'interpretazione auto psicologica da 2 bicci al chilo. Per esempio in questo quadro. Se un pallino nero, uno qualsiasi, fosse stato un po' più grande o un po' più piccolo, appena spostato oppure cancellato, se un “asterisco” più piccolo fosse stato aggiunto o la linea ondulata fosse stata rivolta nella direzione opposta oppure ne fosse stata aggiunta un'altra, il quadro sarebbe sempre “lo stesso”? Ora, comprendo che l'artista ed in generale chi debba “fare qualcosa” nella vita reale, alla fine cristallizzi in un “ecco, così mi va bene” una tra le infinite possibilità di creazione. È naturale che sia così. È biologicamente “conveniente” ed è connaturato in noi. L'assoluta inazione porterebbe alla cessazione di qualsiasi attività. Lo stesso, una volta completato qualcosa, mi chiedo come sarebbe stato se avessi agito diverso. Se avessi aggiunto un pallino nero o tolto un asterisco. Perché, mi chiedo, una possibilità che aveva le stesse “chances” non si è materializzata. Perché un figlio che poteva essere nato non c'è? Perché un seme che non è germogliato e diventato albero così non è stato? Perché un'acciuga che poteva vivere la sua vita ora (non) ci guarda adagiata sul letto di ghiacciolini assieme a tante compagne in una pescheria? Va bene, sono d'accordo, è il caso e più non dimandare. E poi ci sono le possibilità che ci provano ma non avranno chances.
Google lens dice: “giovane piantina di cucurbitacea (zucca, melone, anguria) all'inizio della germogliazione”. L'ho fotografata l'altro giorno sulla spiaggia, sarà stata ad una trentina di metri dal bagnasciuga, la prima mareggiata invernale se la porterà e fine della possibilità. Non so perché ma vedo le due cose collegate, le infinite possibili scelte di pallini neri (e l'obbligo di sceglierne una) e l'obbligo di scegliere se tentare o no del seme di anguria (io punto su anguria, è più da spiaggia ma anche il melone la sua la può dire) che mi va a germogliare dove non ha possibilità (ma sempre di più che non germogliare). Domande bischere, poi si sopravvive lo stesso.
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