“THE END”
(dal blog Un Tour du Laos)
E’ passato più di un mese dal rientro a Luang Prabang ma il riadattamento alle energie psichiche della città è durato poco. Non si può rimanere attaccati per sempre all'emozione estatica del rincontro con la Natura. Prima o poi l'aperto torna a farsi chiuso e bisogna fare i conti con la ripetizione. Ciò è vero soprattutto dopo la biciclettata più lunga della mia vita, anche e forse soprattutto perché è avvenuta dentro la sospensione epocale prodotta dalla pandemia. Il ritorno per questo è stato un riadattarsi a un ritmo ibrido di un presente che non sa di ripresa o di proiezione in avanti, ma di ripetizione orizzontale dello stesso, in un’attesa continua che l'Altro modifichi le regole del gioco. Ci troviamo un pò tutti a fare i conti con forme di spossessamento del sé e con un regime di impotenza imposto da una contingenza biologica. Ma ci sono fattori aggiuntivi perchè questo processo di assoggettazione avviene in forma consapevole, quasi accettata, in nome di un'emergenza che obbliga ad incorporare una rinnovata modalità esistenziale.
C’è però un aspetto di Luang Prabang che ha a che fare con la sua turisticizzazione\mercificazione e con la sua memoria contesa che si aggiunge alla sospensione pandemica e che rende peculiare la quotidiana esperienza del tempo, cioè di come passato e presente esistono nel presente. Ogni abitante di una città d'arte deve relazionarsi con l’apparente quanto necessaria immutabilità del suo patrimonio storico ed artistico. Da un punto di vista psichico, è come se ad un'impotenza di contesto determinata dall'epidemia se ne aggiunga una strutturale. Per certi versi un passato da conservare sostituisce o si aggiunge a tutta una serie di rituali formalizzati e, come quei rituali, partecipa di processi sociali che reificano gerarchie e ruoli. Conservare il patrimonio storico artistico di una città implica un insieme di dispositivi che aspirano a fissare, recintare, tutelare, impedire un uso piuttosto che un altro dello spazio. Ciò comporta un'esperienza storicizzante della quotidianità che produce soggettività radicalmente diverse da quelle di una città in cui è prassi comune distruggere il vecchio per ricostruire. Ma stabilisce anche un ordinamento giuridico-morale che ordina le modalità accettabili in cui il passato deve e può manifestarsi nel presente. Questo secondo aspetto è quello che più mi interessa ora perché ha a che fare con la “Legge” e con un ordine e fa del patrimonio storico artistico una modalità del godimento. Come tale, produce fantasie che si vincolano ai meccanismi di produzione del desiderio, o per dirla con Zizek, che “insegnano [al soggetto] a desiderare”.
In altre parole questo significa che in una città come Luang Prabang esistono tutta una serie di processi con cui la fantasia si allaccia alla memoria storica dei luoghi, quindi ad una memoria collettivizzata dai dispositivi del potere, per poi vivere quasi di vita propria, facendo immergere le diverse soggettività che la abitano in vere e proprie fantasticherie sul suo passato a volte grandioso, a volte taciuto. “Timeless” è la parola chiave che sintetizza questa atmosfera magica. Racconta un presente senza tempo su cui sono stati prodotti video, immagini e campagne pubblicitarie per il turismo da ormai 20 anni. Hotel, bar e ristoranti ne hanno fatto un paradigma distintivo dell’esperienza turistica che offre la città. Vecchi edifici coloniali, stanze di re e regine o giardini di principi e principesse che affacciano su uno dei più suggestivi fiumi dell'Asia sono oggi disponibili ai curiosi e facoltosi turisti che desiderano immergersi per qualche giorno in una ricostruzione immaginaria della Colonia o dell’epoca monarchica. Il passato si fa così performance quotidiana in cui tre generazioni di laotiani di tutte le etnie hanno imparato ad indossare abiti d’epoca e a servire mantenendo il sorriso e la postura corretta mentre esaudiscono ogni desiderio del visitatore. Molti di questi giovani arrivano da villaggi vicini in cerca di un salario o di maggior fortuna in città. Tutti insieme partecipiamo di una vera e propria costruzione utopica di Luang Prabang in cui la Storia riemerge sia come rimemorazione vivente del passato, sia come grande rimosso, cioè come racconto incompleto che non svela mai pienamente il suo segreto scabroso: quello di essere una città dal passato monarchico che oggi gode della sua bellezza architettonica per essere stata “responsabile” e, per questo salva, dai bombardamenti che hanno riguardato invece il resto del Paese. L'oscenità nascosta della sua bellezza è il motore immobile della città ma cosa significa abitarla cercando di non rimuovere l'orrore primordiale che ha costituito il suo patrimonio storico ed artistico?
Le macchine desideranti
La risposta a questa domanda riprende direttamente alcune questioni lasciate aperte nel post precedente a proposito di società democratiche oltre i loro ordinamenti istituzionali e giuridici formali. In un suo libro recente, Recalcati analizza l'essenza delle comunità democratiche come comunità di desiderio. Rivisita radicalmente, in chiave psicanalitica, i rapporti di forza dei legami sociali e delle relazioni tra soggettività, suggerendo di spingerli dentro un continuo tentativo di superamento delle relazioni di reciprocità e delle dinamiche di colpa-debito. Piuttosto che osservarle materialmente attraverso pratiche come il dono, Recalcati si muove nell’inconscio per trovare un modo di pensare e quindi di vivere l’aperto e stabilire le forme “dell’eguaglianza dei non eguali”. Ritrova quelle dinamiche per superarle nella vitalità del desiderio che non può chiudersi nel suo Oggetto e si fa invece condizione di ricerca creativa continua; una spinta vitale che supera ogni sua rappresentazione consumistica. Contro ogni settarismo, Recalcati sembra qui accogliere alcuni temi cari a Deleuze e Guattari nel loro lavoro su Capitalismo e Schizofrenia. Sottolinea cioè l'importanza di un desiderio che si faccia deviante, spingendo verso un divenire femminile da opporre al divenire panico del desiderio contemporaneo, in cui le capacità empatiche dell'umano sembrano accartocciarsi sul gruppo, dentro percorsi identitari che escludono il non facilmente comprensibile. Come già suggeriva Bifo qualche anno fa, in questo mondo accelerato e caotico, in cui i vecchi ordinamenti istituzionali sembrano incapaci di arginare le deterritorializzazioni imposte dai flussi economici, demografici ed ambientali, a mancare non è il Padre, cioè, la legge o l'ordine, ma la Madre, intesa come eccesso emotivo, sensibilità e percezione dell'altro.
Come trasportare però questa necessità di cambiamento trasformativo dalla psiche e dalla soggettività al sociale e alle formazioni storiche? In che modo interpretare la performance messa in scena dalla foto di sopra? L'aprirsi al divenire femminile riguarda una profonda riconsiderazione delle dimamiche di dominio e delle forme della sua incorporazione. Riguarda le modalità di accoglienza dell’altro e le modalità di superamento delle ferite dell’incontro. Signfica assumere la necessità di ripensare sistemi produttivi e riproduttivi basati sullo sfruttamento di alcuni per il bene degli altri. In questo senso quella Jeep non lascia scampo. La sua simbologia fallica, che alcuni associano facilmente a violenze indicibili, trova nel restauro dell’economia di mercato una nuova vita “vintage” ma ripropone anche il mondo visto in “blocchi” che ha segnato la seconda metà del novecento e la storia recente del Laos in particolare. Il suo percorrere le vie della quotidianità si perde così nel mare delle immagini social che raccontano una città dalla bellezza senza tempo e dal passato idilliaco. Ma afferma anche tra le righe, che tutto è permesso, grazie all’impunità di coloro che arrivarono ed andarono via in silenzio ed ora “ritornano” per vendere un prodotto ma forse anche per riprendersi qualcosa attraverso un ricordo potente. Ecco quindi dispiegarsi il paradosso della creatività del desiderio che sembra fare del capitalismo una forza deluzianamente rivoluzionaria, capace di frantumare ogni barriera e muro divisorio ed affermarsi come l’unico sistema economico disponibile per rendere attuali le comunità di desiderio. In questa apparente riproposizione del “non c’è alternativa”, può allora essere utile riaffermare la natura profondamente anticapitalista del pensiero femminista in cui dovrebbe iscriversi il divenire femminile.
Come dimostrato dalla Federici, tra le altre, le “rivoluzioni industriali” che hanno dato vita al sistema capitalistico sono inestricabilmente relazionate allo sfruttamento della donna in quanto “sorgente” della forza lavoro. Il suo confinamento negli spazi chiusi della riproduzione e la sua esclusione sistematica da qualsiasi lavoro salariato per lunghi periodi storici hanno costituito uno schiavismo di classe che insieme ai processi di privatizzazione delle proprietà, le cosiddette enclosure, e alla tratta di persone, ha formato un asse portante dello sviluppo industriale-capitalistico occidentale. Con gradazioni e modalità diverse, tutto ciò è anche osservabile nei modelli di crescita economica e di gestione delle risorse dei paesi che furono “il secondo mondo”. Alcuni testi di antropologia sociale raccontano la transizione da economie centralizzate e statalizzate ad economie non regolamentate e di mercato nella loro riscoperta di reti familistiche e di strutture di appoggio informali che hanno permesso agli attori economici di gestire il rischio e l’incertezza delle nuove condizioni produttive. In alcuni casi, come quello descritto dalla Humphrey in Siberia, il passaggio “dallo Stato al Mercato” è avvenuto attraverso un vero e proprio revival di “tradizioni”, famiglia e di altre relazioni personali, tanto da ricostituire forme di fiducia e di reciprocità su di uno sfondo propriamente culturale piuttosto che burocratico e istituzionale.
La culturalizzazione delle relazioni economiche come risposta alle dinamiche deterritorializzanti del Capitale è un fenomeno vasto ed ubiquo. Tuttavia la subalternità delle donne è stata così riproposta come chiave di sopravvivenza di produzione e riproduzione. “La Madre” è cioè entrata in un processo di marketizzazione per cui l’aperto che rappresenta è divenuto un’àncora di salvataggio contro le periodiche crisi del Capitale che ravvivano desideri panici e protezionistici. In questa prospettiva, quel ritorno invocato da Bifo a livello dell’inconscio del soggetto ha prodotto nei capitalismi del nuovo millennio un altro confinamento produttivo della donna. Ora oltre al ruolo di generatrice della forza lavoro associa anche quello di protettrice ultima della continuità del Capitale e si oppone direttamente alle cicliche cadute della produzione (qui una bella testimonianza di questo processo nell’Italia pandemica). La religione del Capitalismo intercambia alla bisogna “Padre” o “Madre” in base alle necessità produttive e del marketing politico di quell’aperto apparente che è la liberalizzazione dei mercati. Il divenire femminile deve invece riguardare altro e cioè la capacità di superamento delle ferite che l’aperto e l’accoglienza dell’ignoto genera. Riguarda il superamento delle binarietà e dei legami biologici dentro una transizione in cui il divenire sia agito quanto subito. E deve necessariamente riportare il piacere che manca, come afferma Godani, non dell’imperativo capitalista “Godi!”, ma del “godi” che fa dell’ozio un’azione sovversiva delle microforme di dominio del quotidiano. Ma come materializzare questa trasformazione?
Al riguardo, potrebbe essere interessante raccontare qualcosa sulle comunità di desiderio di Luang Prabang e su come la pandemia sembra ne stia mostrando un lato più oscuro a causa del panico economico che si è diffuso tra certi segmenti popolazionali, creando una corsa all’accaparramento invece che spinte collaborative. Per ragioni che spiegherò meglio, la città ha costruito un’immagine di sè come avanguardia dei modelli di sviluppo sostenibile del sudest asiatico. Vorrei mostrare però che questa costruzione immaginaria è un prodotto di precise scelte di marketing che aspirano a posizionarla come un “marchio” sul mercato regionale turistico. Appare inoltre il frutto di una rinnovata spinta elitaria della città in cui il divenire femminile nasconde proprio quelle dinamiche di protezione del Capitale che ho discusso in precedenza e dietro cui si cela l’immagine della Jeep. Nonostante ciò esistono degli elementi della transizione in atto che mostrano percorsi di ibridazzione liminali che meritano una descrizione più accurata.
La pedagogia di Holliwood
Prima di tutto elencherò alcuni elementi che costituiscono nell’immaginario locale la specialità di Luang Prabang. 1. Da ormai due decadi, è considerata un luogo LGBTQ+ friendly; 2. Le donne hanno un ruolo economico di primaria importanza nelle dinamiche produttive urbane. 3. Da qualche anno i maggiori hotel cittadini hanno inziato un processo di conversione economica per garantire sostenibilità ambientale: dall’approvigionamento a chilometro zero, a prodotti biologici, dalla riduzione del consumo di plastica, ai primi timidi tentativi di utilizzo di forme di trasporto elettrificato. 4. In quanto patrimonio mondiale dell'UNESCO, è una delle poche città dell'area che possiede un piano regolatore che ordina, seppur parzialmente, il consumo del territorio e le scelte architettoniche e dei materiali di costruzione. 5. La burocrazia municipale è formata dentro scuole militari, ma per vedere armi bisogna andare fino al poligono di tiro sportivo. 6. E' un centro buddista di discreta rilevanza regionale con alcuni tratti dottrinali unici non rintracciabili in altre aree del Buddismo Theravada. 7. A Luang Prabang e dintorni la World Bank non finanzia strade e dighe ma progetti di conservazione della biodiversità. 8. Facebook è considerato la porta per la libertà di espressione e uno strumento imprescindibile di organizzazione di gruppi ed azioni collettive. L’insieme di questi elementi segnalano una certa potenzialità liminale della città ma potrebbero anche celare l’ipocrisia tardo capitalista e quella sostituzione di “Padre” e “Madre” citata in precedenza.
Per fondare empiricamente l’osservazione di queste dinamiche ho fatto di necessità virtù e, viste le mie difficoltà con il laotiano, in questi mesi ed anni ho sfruttato la conoscenza di altre lingue per immergermi, come molti e con fortune alterne, nel mondo dei migranti che, in un modo o nell’altro, hanno un regolare permesso di soggiorno: “gli expat”. Partirò quindi da questo campo di analisi per proporre alcune considerazioni sulle materializzazioni del divenire femminile a Luang Prabang.
Dividendo la società in due macrocategorie che sono quelle dei potenti e quella dei dominati, è probabile che la maggioranza degli expat (nonostante alcuni ricevano salari con molti zeri) rientrino nella seconda categoria. Sebbene vi siano indubbie differenze di classe tra gli “expat”, i più “vecchi” sono riusciti ad arricchirsi e a vivere al di sopra delle loro aspettative finanziarie proprio grazie alla decisione di migrare in Laos al momento giusto. Tante storie locali di successo condividono una precisa finestra temporale, il primo decennio del 2000, e raccontono un mix di capacità personali, etica del lavoro, opportunismo e sensibilità rispetto alle dinamiche socio-culturali locali. Su queste biografie “dell’individuo” si allaccia poi la necessità di regolarizzare la posizione migratoria per i fini dell’accumulazione di Capitale.
La migrazione per ragioni economiche ha infatti prodotto un’infrastruttura giuridico-legale che sostiene la presenza degli expat e dei loro investimenti nell’impossibilità di un expat di diventare “proprietario” di edifici e di terreni. La tipologia di visto ottenuta racconta quindi un’altra storia. In molti casi accade che l’arrivo in città sia dovuto ad un’amicizia che diventa amore. In altri la relazione è invece prettamente commerciale. Seguendo queste due traiettorie è possibile allora descrivere l’incontro tra gli expat e gli abitanti di Luang Prabang attraverso due macro categorie: 1. quella di legami di parentela con famiglie più o meno importanti formalizzatisi con matrimoni per amore o di comodo; 2. e quella di legami commerciali con reti locali di potere formalizzatisi con la costituzione di società con prestanomi o con soci locali. Come sempre accade ci sono diverse gradazioni e incroci possibili tra i diversi estremi, ma la sostanza del discorso non cambia. Ogni expat può essere inquadrato dentro questo spettro giuridico-legale attraverso il quale una prima forma di diversità è stata via via assorbita e normalizzata nelle dinamiche economiche della città.
E’ poi possibile identificare i flussi migratori intorno all’asse linguistico più che strettamente geografico o culturale. Ci sono quindi: filippini, coreani, cinesi\mandarino, cinesi\cantonese, tailandesi, vietnamiti, inglesi (americani, australiani, inglesi), francesi, canadesi, italiani eccetera. Ma vi è anche una componente religiosa legata a gruppi e sette che fanno capo a diverse forme del cristianesimo evangelico, dell’ebraismo, dello shivaismo, dell’islam e di altre pratiche buddiste zen. Sovrapponendo le diverse categorizzazioni tra di loro è possibile ritrovare reti di appoggio e\o commericali in cui individui, famiglie e gruppi impresariali locali sono inseriti e in cui l’elemento più propriamente culturale si intreccia con quello economico.
In tempi recenti, con l’aumentare dei mega progetti sul territorio nazionale e con l'accresciuta importanza degli investimenti esteri diretti (soprattutto nell'edilizia e nelle catene hotelere, nelle infrastrutture e nel settore minerario), i flussi migratori hanno iniziato a complicarsi ulteriormente venendo a mancare le reti di appoggio linguistiche sostituite direttamente dalle Company che portano gli operai attraverso il sistema di visti previsti dalle licenze commerciali, nazionali o internazionali. Ad esempio, alcuni campi di lavoro per infrastrutture hanno creato dei veri e propri spillover popolazionali sulle città e i villaggi che sorgevano nelle prossimità delle opere in costruzione. Negli anni sono poi aumentati anche i lavoratori specializzati, oltre al personale esperto di vari organismi internazionali, i quali però se non sviluppano legami emozionali del tipo 1 rimangono solo per pochi anni. Dentro questo insieme di regole e definizioni generali si articolano relazioni ed incontri che rappresentano in maniera evidente un aspetto della transizione iniziata in Laos alla fine del 1900 (qui un altro aspetto della transizione).
L’incontro multiculturale e cosmopolita tra classi medie e medio-basse si è così inserito ed intrecciato alle pratiche e alle narrazioni della ricostruzione e della pacificazione del Paese dopo la guerra americana. Si tratta di un processo spesso silenzioso e molto simbolico di riconciliazione ma anche di rievocazione di antiche divisioni (come mostrato dalla foto della Jeep). Non tutti i nuovi arrivati sono però in grado di percepirlo ed interpretarlo a causa di una naturale ignoranza delle storie locali sul passato conteso. In questa cronica incoscienza si gioca un aspetto cruciale delle modalità in cui passato e presente vivono nel presente. In estrema sintesi, sempre più persone in città non trovano eccessivamente problematica la presenza della Jeep sulle strade.
Pur partendo da traiettorie distinte o da credi politici per certi versi non conciliabili, a Luang Prabang è possibile definire una convergenza ideale intorno a posizioni politiche se non proprio “anticomuniste” per lo meno avvezze all’idea che il comunismo sia uno degli esperimenti politici falliti della contemporaneità. La transizione economica in atto ne sarebbe la prova più evidente. In questo senso il dispiegamento delle forze del Mercato rappresenta la vera energia rivoluzionaria che ravviva la quotidianità, tra consumo simbolico e microvittorie commerciali ed estetiche sul “vicino di casa”. Ad aiutare questo sviluppo creativo autoctono è il fatto che la forma del capitalismo di Luang Prabang non ha le sembianze invasive di un’acciaieria o di una miniera d’oro, ma quella della conservazione del patrimonio per l’industria turistica e ben si presta a costruzioni ideologiche nazionaliste ed identitarie. Non importa quindi da dove arrivano i materiali di costruzione o i fondi necessari per restauri, abbellimenti, ricostruzioni e conservazioni. E non importa se molti dei guadagni prodotti dipendono da rendite da posizione dominante oppure dal bassissimo costo del lavoro. Per ragioni di marketing e di profitto, la città viene tutelata e protetta non solo da certe forme antiestetiche di speculazione edilizia, ma anche da pensieri negativi sulla sua posizione cosmologica nella regione.
In questa prospettiva, le comunità di desiderio di Luang Prabang potrebbero avvicinarsi ad un’interpretazione destrorsa di “Capitalismo e Schizofrenia”, per cui la rivoluzione sembra dispiegarsi pienamente attraverso le forze di un capitalismo buono e giusto, che recinta le isole produttive e dispone sistemi di sicurezza intorno ad esse. Questa vittoria dell’economia di mercato si manifesta attraverso comunità di desiderio che creano esperienze produttive quasi archetipe e modelli di best practice da imitare. In un ipotetico continuum che rappresenta il nuovo capitalismo laotiano, troveremmo allora da un lato un vero e proprio elitismo hipster, sussidiato e biologico, e dall’altro forme di restaurazione del gusto nobiliare ed aristocratico di vecchi gruppi collaborazionisti con nuove ambizioni di potere. In mezzo al cammino si posizionano invece gli osceni tentativi del “Governo” di accaparrare risorse deturpando l’ambiente e censurando la creatività del desiderio. In questo modo il vecchio è tutto condensato su di un “capo espiatorio” che rinforza le spinte rivoluzionarie del capitalismo buono (1 e 2).
I tempi della memoria
Già nel 2008 Marina Abramovich aveva proposto un’interpretazione delle difficoltose rielaborazioni dei processi storici e sociali che erano in atto a Luang Prabang. Nelle foto e nei testi prodotti dopo circa 4 anni di workshop e percorsi esperienziali sono raccolte diverse testimonianze di una certa rilevanza sull’incontro tra temporalità e memorie. Nel suo caso specifico, la Abramovich aveva mostrato con eccezionale forza simbolica come monaci buddisti ed esercito comunista cercassero spazi di coabitazione, sopportazione e comprensione reciproca. Vista la sua personale biografia, il suo partecipare all’incontro segnalava una via d’uscita estetica ai conflitti latenti della città dentro percorsi di pacificazione che parevano innovare visioni culturaliste più mainstream secondo le quali comunismo e spiritualità non potevano trovare spazi di convivenza.
Nei diversi testi però non si entra mai nel merito di alcune riscotruzioni storiche del periodo bellico laotiano in cui si mostra che il movimento anticoloniale contava nelle sue fila anche molti monaci buddisti che mantenevano posizioni politiche dal nazionalismo fino al marxismo. Molti guerriglieri Pathet Lao provenivano dai monasteri non per via di infiltrazioni comuniste ma per oggettivite condizioni di marginalità e perchè vi erano entrati per essere educati non potendo accedere alle più costose scuole dell’elite coloniale. Questo comunismo come movimento di liberazione anche spirituale è spesso dimenticato nelle rieleborazioni locali. Attualmente sono molti i buddisti praticanti a sgranare gli occhi pensando che dei guerriglieri provenissero dai monasteri. Se alcuni negano in toto che ciò sia veramente accaduto, altri ritengono quella scelta un errore, come se quei novizi non avessero compreso “la via” e si sottoposero a necessità contingenti che nulla hanno a che fare con il Buddismo. Tuttavia, vi sono prove sufficienti che dimostrano che in alcune zone del paese i monasteri divennero obiettivi militari delle forze collaborazioniste. Mentre in altre, come a Luang Prabang, furono storicamente uno strumento di rafforzamento del potere simbolico della monarchia.
Tra i lavori del progetto si possono leggere poi reinterpretazioni del passato coloniale francese che mostrano il lato accogliente della Colonia. Sottolineano le migliorie architettoniche apportate alla città e i diversi restauri proposti alla cittadinanza. Raccontano di quanto povero fosse il Laos e quanto costoso e non economico fosse il mantenimento dell’apparato amministrativo locale. Dirigono quindi l’attenzione verso una dominazione “illuminista” e non opprimente, selvaggia o razzista. Si omettono purtroppo molte altre storie come la prima guerra di Indocina e le tante testimonianze di diserzione che riguardarono i soldati della legione straniera. Cercano quindi di stabilire un ponte verso la trasformazione “positiva” di vecchie e nuove relazioni emozionali quanto commerciali, in funzione di un rinnovato incontro fra nazionalità e soprattutto fra le reti francesi e di rifugiati francofoni di ritorno in Laos e tutti gli altri. In questo lavoro di reinterpretazione della memoria, Luang Prabang emerge quindi nella sua potenzialità utopica di spazio di ricostruzione e convivenza della diversità. Tuttavia l’immagine prodotta sembra non riuscire pienamente a sostenere il peso del rimosso che contestualmente impone. Si apre necessariamente un “Fuori”, oltre le frontiere urbane, altrettanto vasto che partecipa dell’incoscienza della città. Qui sono confinati simbolicamente e silenziosamente i fantasmi del passato; quelli di una guerra civile protratta, troppo superficialmente analizzata dentro i parametri della guerra fredda, lungo le divisioni imposte dal comunismo e dall’anticomunismo.
Negli anni la costruzione del discorso sulla “fortuna e sulla bellezza di Luang Prabang” o sulla sua specialità nel panorama regionale si è inserita sul tagliio tra l’Isola UNESCO, dove risiede il patrimonio storico ed artistico da tutelare e rivalutare attraverso il turismo, ed il suo Fuori, fatto invece di povertà e di marginalità da assistere e prodotto delle inadepienze del “Capo Espiatorio”, il governo comunista. La jeep dei marine rimessa a nuovo aspira a posizionarsi quindi su di un rinnovato spazio di indefinizione tra questi poli. La sua presenza simbolica cerca nuovi significati attraverso i dispositivi dell’alterità messi a disposizione dal capitalismo globale. L’idea che la sostiene è sostanzialmente che anche il rimosso possa trovare una sua funzione commerciale ed essere trasformato da ricordo doloroso a materializzazione proficua e pacificante. Immagina quindi di poter liberare il soggetto dal trauma originario che è l’irragiungibilità dell’Oggetto ripulendo la Jeep del suo ricordo bellico attraverso una compensazione economica che ha le sembianze del mercato. Entrambe le operazioni che produce, quella psichica e quella materiale, avvengono attraverso una conversione monetaria che si interpone e media il passaggio da trauma rimosso a presa di coscienza addolcita (un pò come fanno le società petrolifere che compensano monetariamente per le devastazioni ambientali che producono alcune aree ma non altre). L’unico problema è che questa “liberazione di mercato” impone risorse finanziarie idonee. Chi non può accedere ai meccanismi della compensazione, deve allora trovare un lavoro salariato o capire come arricchirsi per non vivere più in un passato ormai ricordo sbiadito e troppo imperfetto, in cui la vittoria si è tramutata in sconfitta, e dove la città che perse ma si salvò, oggi è la vetrina della laotianità nel mondo.
I raid Pirata
C’è però un’altra via in cui l’incoscienza del passato trova uno sviluppo dentro un’esperienza materialmente innovativa del tempo e di un divenire femminile rivoluzionario che non riscopre la “Madre” per prendersi cura del Capitale durante le cicliche crisi economiche, ma sostiene relazioni produttive fondamentalmente egualitarie perchè così si sviluppano nella contingente comprensione e necessità dell’altro. Riguardano relazioni economiche che si fondano sulla condivisione di mansioni, rendite e spese in base alle disponibilità giornaliere, dentro luoghi e spazi disponibili per periodi di “prova” (se non propriamente occupati) che durano di solito un anno o poco più o poco meno. Non fanno ricorso o non hanno accesso ai sussidi della cooperazione allo svilluppo, di imprese metallargiche e di autotrasporti o minerarie e non contano sui salari delle catene di alberghi e ristoranti. Orbitano autonomamente intorno all’Isola UNESCO e solo marginalmente ne sfruttano le potenzialità economiche. Per questa ragione, durante l’attuale chiusura delle frontiere hanno continuato a produrre socialità e sostentamento per un numero probabilmemte maggioritario di persone rispetto a quelle sussidiate dai “programmi di aiuto” ufficiali. Durante la mia permanenza ho osservato molteplici realtà di questo tipo e frequentate diretttamente solo alcune. Riguardano una vasta gamma di attività economiche che aprono e chiudono in forma improvvisa per poi spostarsi e riaprire e richiudere ancora. Si tratta di attività economiche di vario tipo, da negozi per la vendita di frutte e verdure che provengono da mercati non regolamentati, a cucine economiche che aprono sfruttando reti di quartiere che evitano la loro proliferazione “di mercato” in modo da garantire sia prezzi bassi sia piccoli margini di guadagno. Mi riferisco anche ad alcuni negozi che prestano servizi come il tagliio di capelli o le manicure e ad alcuni centri per giocare a videogiochi online.
Un caso che ho seguito per circa 3 anni è quello di una famiglia di fruttivendoli ambulanti che dopo aver lavorato per lungo tempo in una zona della città a ridosso dell’Isola sono stati mandati via in seguito alle opere di riqualificazione dell’area. A trovare spazio nei nuovi negozi con affitti abbastanza costosi è stata invece una cooperativa di produzioni organiche di alcune realtà produttive locali sussidiate dalla cooperazione internazionale e un altro fruttivendolo che era già proprietario dello spazio. Nonostante moglie, marito, figli e famiglia allargata non avessero alcuna intenzione di andare via, sono stati costretti a lasciare la zona per alcuni mesi. La “Madre” tuttavia non ha abbandonato lo spazio ed ogni mattina ha iniziato a vendere non più frutta ma fiori decorativi per i monasteri. Dopo qualche tempo di continua presenza giornaliera in cui insieme a lei sulla strada si alternavano il marito, la cugina e la figlia maggiore, tutti insieme hanno poi rioccupato l’area adiacente che non era stata ammodernata e che rappresentava un fastidioso non-finito estetico nella bellezza della città. A distanza di un anno sono ancora fieramente lì a vendere frutta.
Potrei fare esempi analoghi, sia di occupazioni di terre per uso abitativo e commerciale sia di casi di sfratti forzati ma non necessariamente violenti spesso culminati con ricollocazioni accettabili per le parti in causa. Questa accettazione riguarda proprio un’attitudine a considerare l’occupazione temporanea in modo da sfruttare le potenzialità degli spazi finchè possibile. Se da un lato questo processo facilita la gentrificazione di alcune aree della città, dall’altra costituisce una specifica esperienza urbana che non può essere semplicemente intepretata dentro i parametri della sopravvivenza se non proprio dell’indigenza. Si tratta di vite urbane nomadiche che vivono l’aperto cogliendo opportunità e riducendo, grazie a dinamiche di solideriatà che si mettono in moto in forma quasi sponatena, le difficoltà delle ricollocazioni.
Certamente ci sono anche altre storie non di successo ma altrettanto degne e che riguardano, ad esempio, alcuni nuovi disoccuppati. Alcuni di loro hanno inziato a muovere i primi passi cucinando e preparando i pasti oppure tenendo i figli mentre la moglie lavora. C’è anche chi si dedica alle pulizie di casa. In un caso che conosco da vicino, quello di una sartoria, la nascita di un bambino ha impegnato solidalmente tutti gli impiegati a prendersene cura in modo da dare alla madre la possibilità di continuare a lavorare seppur a ritmi ridotti. Questo le ha permesso di ricevere lo stesso salario e di non avere preoccupazioni. Il posto di lavoro si è così trasformato in un piacevole spazio di convivenza e convivialità in cui il bambino ha imparato fin da subito a vivere tra la gente e ad ascoltare lingue diverse senza dover ricorrere ai costosi asili dell’elite cittadina e senza dover chiedere aiuto ai familiari che vivono in villaggi lontani. Questo tipo di pratiche sono decisamente più comuni e diffuse di quanto non si creda parlando della “povertà laotiana”. Soprattutto mi pare che costruiscano pratiche di socialismo reale in cui esigenze produttive e riproduttive si posizionano fuori dalle dinamiche di mercato dominanti e permettono di vivere oltre le differenze di genere, il piacere del “godi” che libera dalle dominazioni quotidiane. Sono pratiche femministe spontanee che non hanno il bisogno di un’agenzia per la cooperazione che educhi a relazioni paritarie in casa.
Tutte queste storie potrebbero essere inserite in un’appendice ideale di un libro recentemente pubblicato anche in italiano, L’Utopia Pirata di Libertalia. In questo testo, David Graeber desacrive come nel XVIII secolo, nel mezzo di traffici economici segnati dalla violenza e dal “colore dei soldi” siano sorte delle comunità spontaneamente egalitarie, durate forse poche generazioni, ma che misero insieme nuovi arrivati, come alcune navi pirata provenienti dai carabi in cerca di rifugio, e alcune popolazioni malagasce. Non vi sono archivi storici che ne confermino in maniera inconfutabile l’esistenza. Tuttavia l’elemento interessente riguarda il fatto che il racconto su di loro venne tramandato e raccolto dentro un genere letterario all’epoca molto in voga che trattava di pirati e pirateria non come predatori senza pietà ma come avventurieri capaci di vivere oltre i confini imposti dalle società retrograde da cui provenivano. In alcuni casi, dopo essere approdati ed essere stati accolti, pare addirittura che l’incontro con “gli indigeni e le indigene” abbia dato il via ad esperienze di democrazia diretta che non avevano precedenti sia nelle aree di arrivo, sia in quelle da cui erano partiti. L’esperienza di questi villaggi malagasci superò così i confini dell’isola fino a far ritenere che i salotti buoni della corte di Re Luigi XIV ne parlassero interessati. In qualche modo quindi parteciparono alla creazione dell’utopia socialista che avrebbe poi segnato il panorama culturale della rivoluzione francese prima e della comune di Parigi più tardi.
Nel caso di Luang Prabang però i racconti della resistenza non entrano nei report ufficiali di organizzazioni governative e non. Certamente non sono proposti come segno distitivo dell’esperienza di viaggio in città da parte delle agenzie turistiche. Al contrario sono spesso strumentalmente utilizzati per segnalare l’indecenza del “Capo Espiatorio”, il governo comunista, senza però cogliere che queste realtà sono tutte intorno alle isole produttive del nuovo capitalismo laotiano di cui fa parte chi critica il “Capo”. Mentre si guerreggia per il consumo più oculato o per il SUV più nuovo, ci si dimentica che tra quelle genti più d’una ha ben chiara la cruda ironia di quella jeep. Non credo però siano in molte quelle tra loro che invochino il ritorno del “buon colonialista”.
Concludendo Un Tour Du Laos
Sono così arrivato alla fine di questo viaggio di due mesi e mezzo circa a bordo di una bicicletta durante il quale mi sono sentito un eroe romantico che riscopriva il potere curativo della Natura e dei suoi spazi selvaggi. L'incontro con il suo corpo oscuro, maledetto, senza alcuna pietà e compassione è stato solo sporadico. In fin dei conti, ho navigato in un mondo di confine ma urbanizzato, aperto ma già recintato e reso accessibile. Ho così goduto appieno della ricerca del sublime perché ho viaggiato nell'ignoto “in sicurezza”. Come scrive Bodei “quando scalo ripide e alte montagne, quando affronto la navigazione o i viaggi di scoperta in mari e territori sconosciuti [...] io misuro la mia capacità di resistere all'avvilimento e alle intimidazioni. Il sublime è quello sforzo titanico di rovesciare i rapporti di depressione [...]“. In fin dei conti, il mio personale confronto con la Natura è terminato vittoriosamente. L’ho squarciata da nord a sud e poi circumnavigata attraverso i suoi passi più alti da est ad ovest a bordo di una bicicletta lungo un percorso di oltre 2500km. Recuperate le forze fisiche, i mini post su telegram, i video di Relive e tutto il resto mi sembrano ora tracce di una fuga che ha avuto successo ma che devo ancora imparare a riconoscere. Un lungo viaggio è per definizione una lenta presa di coscienza del proprio sé nel mondo. Che si tratti di una migrazione o di un’esplorazione, credo non faccia molta differenza dal punto di vista della coscienza. Tuttavia ora, nel ritorno alla scrivania, al tempo delle letture e del pensiero, delle pulizie di casa e del giardino e di tutto il resto che offre riparo dall'illimitato, quel sé mostra un altro aspetto, forse più malinconico ma non per questo da rifiutare. Fa tutto parte di quel “godi” di cui scrive Godani. Certo mi trovassi a condividere un magazzino con altre 30 persone che sono riuscite chissà come a passare la frontiera, la malinconia non avrebbe tempo di manifestarsi nella lentezza di queste giornate e probabilmente assumerebbe altre forme. Ma il mio viaggio è stato un ritorno che aspirava a una ripartenza, non era solo un andare. Attraverso il semplice movimento, la biciclettata aveva modellato la malinconia, una pedalata alla volta, dentro la ricerca quotidiana del sublime. Ora mi dedicherò ad altro per darle un’altra forma. Grazie per l’ascolto.