È sempre lo stesso, Aidan Knight, eppure non lo è più. Te ne accorgi subito quando sussurra al microfono, all’inizio di “Each Other”, con sobrio timbro Callahan-iano: “Congratulate, my friends, on the birth of a healthy son…”. Messa così, sembra che si parli di una banale maturazione anagrafica, a un certo punto arrivano i figli, non sei più l’artista scapestrato, scrivi della prima volta in cui hai cambiato un pannolino etc.
Degnissimo, ma non è quanto accade nel seducente, astratto ma viscerale, nuovo disco del cantautore canadese, che possiamo considerare la sua consacrazione anche per la firma per un’etichetta non secondaria come la Full Time Hobby... https://artesuono.blogspot.com/2016/02/aidan-knight-each-other-2016.html
Tra le sue molte doti, Joe Bonamassa ha quella di continuare a pubblicare dischi (siano essi album in studio, collaborazioni o live) a un ritmo costante e accelerato, non facendo passare mai nemmeno un anno tra un’uscita e l’altra. “Blues Of Desperation” si incastra quindi in una produzione che ancora oggi non sembra mostrare il minimo cedimento e ha un titolo che lascia presagire in modo chiaro quali saranno le atmosfere che lo pervadono... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/joe-bonamassa-blues-of-desperation-2016.html
Nella foto di copertina – la prima a cambiare gli usuali temi “gotici” disegnati dall'illustratore Wes Freed – i colori sono sbiaditi, la bandiera sventola a mezz'asta, il contrasto con i toni grigi e crepuscolari dell'immagine è quasi impercettibile. È l'America dopo gli otto anni della presidenza Obama, quella che si è risvegliata dalla spinta dell'ottimismo e di una progressiva ripresa economica e ha dovuto affrontare l'altra faccia della medaglia: l'improvviso riemergere della questione razziale mai risolta, l'ineguaglianza crescente, la violenza delle armi e la brutalità della polizia, il terrorismo e la fobia del diverso da sé... https://artesuono.blogspot.com/2016/10/drive-by-truckers-american-band-2016.html
Caro Justin,è da qualche anno che non ci sentiamo, per la precisione dal 2013, quando uscì Grownass Man, disco del tuo progetto parallelo, Shouting Matches. In quell’occasione, ti dissi che avevi fatto un mezzo passo falso e che il disco era una discreta cagata. Certo, tu sei uno che anche fuori dall’egida Bon Iver di cose ne ha provate tante, e ti do atto di una straordinaria creatività . Però, quella volta, la ciambella ti è venuta senza il buco. Capita. Mi dispiace che tu te la sia presa: per me l’amicizia è anche dirsi le cose in faccia, senza filtri e con onestà. In fin dei conti, come ben sai, quando ho potuto spendere per te le mie migliori parole, l’ho sempre fatto con entusiasmo e appassionatamente, senza aspettarmi nulla in cambio... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bon-iver-22-million-2016.html
Nel 1998 un ragazzo poco più che ventenne originario del New Hampshire abbandona il proprio sogno di diventare regista e fonda gli Okkervil River insieme al bassista Zach Thomas e al batterista Seth Warren. Dopo diciotto anni, tra i componenti della formazione iniziale, troviamo soltanto Will Sheff, voce, chitarra e anima della band, un giovane che si affacciava alla carriera musicale probabilmente spinto più dal caso e dall’ammirazione nutrita per il nonno T. Holmes Moore, trombettista con la passione per lo swing che ora, però, non c’è più.
Il nuovo album del canadese, dopo The Monsanto Years, è un disco dal vivo. Si intitola Earth. Ma non è un classico disco dal vivo, almeno in parte. Ho sentito Earth usando il Pono, il marchingegno inventato da Young per sentire bene, anzi benissimo: assieme al Pono c’era una cuffia altrettanto costosa, anche bella da indossare. Purtroppo il Pono non funziona molto bene: quando l’ho ascoltato io la voce di Neil Young era lontana (a sinistra), mentre i cori erano più alti (a destra) assieme alla sua chitarra: una questione di equalizzazione, che però io non sono riuscito a mettere a posto... https://artesuono.blogspot.com/2016/07/neil-young-promise-of-real-earth-2016.html
Sono trascorsi tre anni dall'acclamato “If You Leave” dei Daughter, trio inglese guidato dalla suadente cantante Elena Tonra. Un esordio intenso, evocativo e a suo modo sfuggente, ma soprattutto di rara catalogazione, visti i numerosi mutamenti sonori atti a delineare una formula “pop” dimessa, in perenne chiaroscuro, densa di parole trasudanti angoscia e una profonda inquietudine interiore, la stessa che accompagna la giovane Elena fin dalle sue prime apparizioni risalenti al 2010 mediante svariati demo autoprodotti ed Ep... https://artesuono.blogspot.com/2016/01/daughter-not-to-disappear-2016.html
Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.
Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve... https://www.silvanobottaro.it/archives/3983
Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore... https://artesuono.blogspot.com/2016/12/alejandro-escovedo-burn-something.html
C’era una volta un pianoforte. Uno Steinway Vertegrand del 1912, nobile e austero come quello che troneggiava negli studi di Abbey Road. Per un secolo è appartenuto alla stessa famiglia, in una villa da qualche parte nel Connecticut. Joseph Arthur l'ha comprato da un restauratore di Brooklyn, l'ha fatto portare nel suo studio, l'ha salvato dagli allagamenti quando l'uragano Sandy si è abbattuto su New York. E appena si è messo a suonarlo, le canzoni di “The Family” hanno cominciato a sgorgare come un torrente in piena... https://artesuono.blogspot.com/2016/06/joseph-arthur-family-2016.html