Sono ormai sette anni che Jeff Healy ci manca, da quando, il 2 marzo del 2008, a soli quarantun anni, se ne andò per quel feroce retinoblastoma che lo afflisse tutta la vita, rendendolo cieco fin dall'infanzia. Precocissimo musicista, dotato di una pertinacia fuori dal comune, che gli consentì, nonostante la menomazione, di coltivare una tecnica sopraffina e uno stile unico (la Stratocaster appoggiata sulle ginocchia e la mano sinistra a ricamare migliaia di bend notes), Healey arrivò al successo con la foto di Hendrix nel taschino della giacca e la benedizione urbi et orbi di Stevie Ray Vaughn, uno dei primi a comprendere lo smisurato talento del giovane canadese... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/jeff-healey-heal-my-soul-2016.html
Di nuovo in forma. L'effimero miraggio mainstream nel quale si erano persi i Band of Horses con il precedente album del 2012, Mirage Rock appunto, aveva fatto pensare a una prematura parabola discendente per il gruppo americano. E invece dopo una salutare pausa discografica di quattro anni – escludendo il live Acoustic at The Ryman del 2014 – eccoli tornare con un disco convincente come Why are you ok, il quinto in carriera. Una curiosità: Ben Bridwell, voce e autore principale della band, ha dichiarato di aver registrato buona parte delle demo dei nuovi brani di notte, in casa e in solitaria, in modo da poter passare di giorno più tempo possibile con i propri quattro figli... https://artesuono.blogspot.com/2016/06/band-of-horses-why-are-you-ok-2016.html
Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/david-crosby-lighthouse-2016.html
Lo strappo stilistico che Damien Jurado ha portato a termine nel 2010, con “Saint Bartlett”, ha in parte deluso chi l’aveva precocemente eletto come l’erede di Elliott Smith. Abbandonata l’estetica lo-fi, con la complicità e l’amicizia di Richard Swift, il musicista ha abbracciato una filosofia sonora più affine al biasimato cantautorato psichedelico dei tardi anni 70, piuttosto che alla stirpe neo-folk del nuovo millennio... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/damien-jurado-visions-of-us-on-land-2016.html
Dopo avere assistito ad un concerto di Wilco si ha come la sensazione che la band di Jeff Tweedy sia l'ultima depositaria dei canoni della musica americana e che nessuno oggi sappia suonare così, sia per perizia di mezzi che per feeling. A prescindere da ciò, basterebbe scorrere i singoli capitoli dell'intera discografia per notare come il livello di scrittura dei nostri si sia sempre attestato su livelli elevatissimi, grazie ad una formula che coniuga l'obliquità di un'attitudine indipendente con una sensibilità che scaturisce dal collocarsi in un continuum con quanto di meglio il rock abbia prodotto dai '60 ai '70... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/wilco-schmilco-2016.html
Si muove dal folk all’indie-rock, sperimenta col violino, canta l’amore esplorandone le caratteristiche meno ortodosse. Are You Serious è forse il lavoro più versatile di Andrew Bird dopo i recenti album legati a temi o sonorità specifiche. Tende al pop, nelle strutture e nelle costruzioni melodiche, ma ricercatezza e sensibilità ne fanno un prodotto che va oltre questa definizione.
Andrew Bird, partito come violinista (Music of Hair del 1996), ha successivamente esplorato la sua vena artistica abbracciando chitarra e mandolino, e dimostrando un impegno profondo e sofisticato nella scrittura dei testi... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/andrew-bird-are-you-serious-2016.html
A «We were here/We disappear», recitano Hutch Harris, Kathy Foster e Westin Glass, aka The Thermals, in The Great Dying, fulcro del loro settimo album in studio intitolato appunto We Disappear. Che sia davvero l’ultimo atto per il trio di Portland, tornato a tre anni da Desperate Ground? La conferma l’avremo più avanti, ma quel che è certo è che i tre, ripigliatisi dall’esperienza indie, hanno deciso di dedicarsi nuovamente al caro vecchio punk-rock declinandolo a tratti in chiave power (J Mascis e Dinosaur Jr. ringraziano), al fianco del fidato produttore Chris Walla, ex Death Cab For Cutie... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/the-thermals-we-disappear-2016.html
A ideale chiusura di una trilogia della saggezza, A Cure for Loneliness (bellissimo titolo) segue il percorso solista di rinascita che Peter Wolf inaugurò nel 2002 con Sleepless. Settant'anni lo scorso marzo, mai particolarmente prolifico come altri suoi “ingombranti” colleghi, Wolf è un musicista che si concede quando ha qualcosa da dire. Ha vissuto intensamente, saggiando il sapore della vittoria insieme alla J Geils Band, ha macinato miglia e concerti, in un'educazione in pubblico che è stata la quintessenza della sua formazione da animale da palco... https://artesuono.blogspot.com/2016/05/peter-wolf-cure-for-loneliness-2016.html
Non ci siamo occupati molto spesso di Bruce Hornsby malgrado la qualità media, anche medio alta, della sua produzione. Hornsby che ha esordito negli anni ottanta con la sua band Bruce Hornsby & The Range (con il grande successo The Way It Is), ha poi proseguito una carriera come solista, con un trio, con Ricky Skaggst come membro dei Grateful Dead (con cui ha suonato più di cento date, compresi i concerti dello scorso anno, il Fare Thee Well Tour) e con l'attuale band: The Noisemakers... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bruce-hornsby-noisemakers-rehab-reunion.html
Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs“.
Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones... https://www.silvanobottaro.it/archives/4038