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Pink Floyd, CAN ma anche brani che non ti aspetteresti nella selezione a tema dell'ex Talking Heads

David Byrne pubblica regolarmente playlist a tema. Questa è dedicata alla psichedelia dagli anni ’60 ai giorni nostri. S’intitola Psychedelia Lives! e comprende classici di Procol Harum, Pink Floyd, CAN e Spiritualized ma anche cose più particolari che vanno da Cabin Essence dei Beach Boys a Outside di David Bowie. Presenti anche scelte inaspettate come Greenwich Mean Time di Charlotte Gainsbourg e Turtles All the Way Down di Sturgill Simpson. E certo non sfigura, Black Hole Sun, la più nota (distopic) ballad dei Soundgarden.

#ascolti #playlist

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Nata nel 1977 sull’onda della liberalizzazione dell’etere, la radio si è caratterizzata subito per la musica e per l’organizzazione di concerti dal vivo. Tra i più importanti un Vasco Rossi ancora semisconosciuto, la tre giorni di Francesco Guccini e ancora Edoardo Bennato, Franco Battiato, i Dire Straits, l’unico concerto tenuto nel nuovo stadio ancora non terminato, e tanti altri.

Dopo una lunga assenza e un viaggio nel tempo durato decenni, i due nativi americani tornano a casa portando con loro un enorme bagaglio di musica vecchia e nuova; non tutta la musica, ma solo quella che non si consuma, quella destinata a restare e che ora aspetta solo di essere ascoltata.

Un lungo nastro sonoro, lungo più dell’highway 61, tutto da percorrere insieme, per 24 ore
al giorno e per 365 giorni all’anno.

Radio Kabouter può essere ascoltata dal sito www.radiokabouter.it (ottimizzato per smartphone) oppure scaricando l’App.

Browser: https://www.radiokabouter.it/

#ascolti #radio

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L'intera discografia di Bob Dylan in ordine cronologico. Disco dopo disco, canzone dopo canzone, per un totale di 764 brani.

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Nessuna sorpresa, qui trovate un buon numero di canzoni country e alt country. Ma ci sono anche alcuni strazianti brani soul, dell’attuale R’n’b, dance pop e alcuni cantautori contemporanei.

Ovviamente, per avere questo tipo di effetto su di noi, la canzone e il suo slancio devono connettersi a noi creando un collegamento – la semplice idea di un tragico incidente di per sé non colpisce, ma se accade ad un veterano che sta guidando per riunirsi a sua moglie e suo figlio, allora diventa un’immagine straziante.

Sogni a portata di mano, visibili, afferrabili, ma poi andati in mille pezzi. Una piccola impresa fallisce, non è così commovente, ma se il proprietario è un rifugiato che ha superato ostacoli impossibili per realizzare il suo sogno e solo per esserne poi privato da un proprietario rapace…

Beh, ora, siamo più coinvolti nella storia. Forse sono i dettagli che ci coinvolgono? Perché ci piacciono questo tipo di cose? Perché godiamo della tristezza e del dolore straziante?

Scommetto che esistono molte più canzoni tragiche e malinconiche di quelle felici. Forse, paradossalmente, ci fa sentire meglio l’empatia con il dolore?

David Byrne

#ascolti #playlist

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Selezione di 20 brani tratti dalle novità discografiche del 2022 recensite su artesuono

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L'intera discografia di Tom Waits in ordine cronologico. Disco dopo disco, canzone dopo canzone, per un totale di 382 brani.

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L'intera discografia di Patti Smith in ordine cronologico. Disco dopo disco, canzone dopo canzone, per un totale di 142 brani.

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1967 – 2014: la playlist con tutti gli album dei Pink Floyd in ordine cronologico è stata compilata da Openculture ed è oggettiva.

Contiene tutti gli album dei Pink Floyd, in ordine cronologico, sia quelli in studio che i live.

Dura 17 ore. Contiene 209 canzoni. E copre un arco di tempo incredibile. Dal 1967 al 2014.

Il viaggio inizia con “Astronomy Domine” e termina (un po’ mestamente) con l’ultima traccia di The Endless River.

Non manca l’incursione ufficiale nel panorama delle colonne sonore (per i film del regista Barbet Schroeder), con il terzo e il settimo album in studio, “More” e “Obscured by Clouds”. L’incursione non ufficiale, quella per Zabriskie point di Michelangelo Antonioni, manca nella playlist.

C’è un’altra ragione per esplorare una playlist così comprensiva. Riscoprire i Pink Floyd più faceti, anche senza Syd. In Meddle, ad esempio, un disco apparentemente più serio che mai—c’è “Echoes” — trovi due splendide canzoncine ben note agli appassionati. “Seamus”, blues dedicato a un cane che si sente guaire per tutto il pezzo. E la pigra “Saint Tropez”, che a moltissimi ascoltatori italiani sembrò contenere, nell’ultima strofa, un verso che fa “making a date for Rita Pavone”. Ci credette anche Rita Pavone.

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Figlio del compianto Ali Farka Touré, ampiamente acclamato come il più grande chitarrista africano di sempre, Vieux Farka Touré incarna l'interpretazione moderna dell'anima del blues in Africa. Le sue melodie urbane ed elaborate e il modo di suonare la chitarra da virtuoso gli sono valsi il soprannome di “Hendrix del Sahara”.

Vieux si è affermato, nei suoi cinque album da solista fino ad oggi, come un illustre musicista che ha enfaticamente ampliato i confini della musica dell'Africa occidentale. Con questa sua ultima uscita, Les Racines, che si traduce come “Le Radici”, il titolo dice tutto, Vieux ritorna con un suono che si ricollega con la musica tradizionale Songhai settentrionale del Mali, introdotta nel mondo intero da suo padre e assegnata all'etichetta occidentale “Blues del deserto”.

Ali, disapprovava il desiderio di suo figlio di diventare un musicista, anche se lui stesso aveva sfidato i suoi stessi genitori nel farlo. Ignorando questo consiglio, Vieux inizia la sua carriera di musicista come batterista e suonatore di calabash (una zucca) all'Institut National des Arts del Mali, per poi iniziare segretamente a suonare la chitarra nel 2001. Poco prima della morte di Ali, e grazie all'aiuto dell'amico di famiglia Toumani Diabaté, il maestro di kora, Vieux ha ricevuto la benedizione di suo padre per diventare musicista, infatti ha contribuito all'omonimo album di debutto di Vieux.

Quando la pandemia di Covid ha colpito nel 2020, la mancanza di opportunità di tournée ha colpito duramente questo prolifico artista di performance dal vivo, ma allo stesso tempo gli ha dato l'opportunità di allacciarsi le cinture e lavorare instancabilmente per due anni su un progetto che in realtà era in cantiere da molto tempo. Come spiega, “Ho avuto il desiderio di fare un album più tradizionale per molto, molto tempo. È importante per me e per il popolo maliano rimanere in contatto con le nostre radici e la nostra storia... Tornare alle radici di questa musica è una nuova partenza per me e non ho mai trascorso così tanto tempo o lavorato così duramente su un album... molto tempo per riflettere su come farlo e metterlo insieme”.

Vieux è affiancato nell'album da una serie di musicisti ospiti tra cui Moussa Dembel alle percussioni, il fratello minore di Toumani Diabate, Madou Sidiki Diabaté alla kora nella title track e su Lahidou, Kandia Fa con l' n'goni, Marshall Henry al basso, Souleymane Kane con la calabash, Modibo Mariko anch'esso al basso, Cheick Tidiane Seck alle tastiere e Madou Traoré al flauto. Inoltre, si può sentire Amadou Bagayoko, di Amadou & Miriam, suonare la chitarra in Gabou Ni Tie.

Le dieci canzoni dell'album sono tutte composizioni originali e trattano una vasta gamma di argomenti, comprese riflessioni personali sull'amore, la famiglia, i ricordi, insieme a questioni sociali contemporanee come il rispetto, l'unità e la compassione, temi importantissimi in un paese in cui alti tassi di analfabetismo significano che la musica è il principale metodo di diffusione della conoscenza e dell'informazione.

Nonostante avere un padre famoso può essere un'eredità difficile, Vieux è diventato un impressionante rappresentante del blues africano, ha rivendicato per se stesso le luci della ribalta e ha suscitato scalpore con un'idea radicale: sposare le sue radici musicali, fortemente influenzate dalla regione del Sahara occidentale. La sua musica riflette l'Africa contemporanea: urbana, sofisticata, globalmente connessa senza trascurare l'orgoglio del patrimonio culturale. La sua musica è moderna e rock, ma lascia comunque che i cammelli passino tranquillamente davanti all'occhio interiore. 

Vieux ha affermato che ”L'album è un omaggio a mio padre ma, altrettanto importante, a tutto ciò che ha rappresentato e per cui ha rappresentato”.  Les Racines non è solo un album di cui Ali Farka Toure sarebbe stato orgoglioso di assistere alla perpetuazione delle tradizioni e delle credenze che ha sposato e abbracciato, ma conferma anche che musicalmente Vieux è ora il legittimo erede del suo illustre padre.

di Silvano Bottaro | via: https://artesuono.blogspot.com | #ascolti #disco #recensioni

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Questo bel disco del 2021 della canadese Dominique Fils-Aime è stato ahimè un po' snobbato dalla critica ufficiale. Anche se la nostra ha fatto cose migliori, questo disco all'apparenza “leggero”, si fa “ascoltare” nella sua interezza senza cali di tono. La sua ottima produzione lo rende perfetto e non solo musicalmente ma anche nei testi che sono tutt'altro che banali.

Il cuore pulsante del nuovo album di Dominque Fils-Aimé, giovane talento canadese di origini haitiane, è il soul, inteso nel senso quasi letterale del termine: emozioni sonore che nascono dal profondo dell’anima e riscaldano gli ascoltatori. Three Little Words conclude infatti la trilogia sulla storia della musica afro-americana iniziata con l’esplorazione blues di “Nameless” (2018) e l’immersione jazz di “Stay Tuned” (2019). Acclamata vincitrice dei Juno Awards dello scorso anno per il miglior vocal jazz album (i Grammy canadesi, per intenderci), la Fils-Aimé ancora una volta fa della sua voce il centro vibrante di questo nuovo lavoro. E non a torto considerando che è soprattutto la sua interpretazione a rendere interessanti e coinvolgenti anche brani non particolarmente vibranti (“Home to me”). Toni e semi-toni della lead singer intrecciati agli essenziali cori rendono ogni pezzo una storia a sé e anche laddove l’intro è affidata a ritmi doo-woop tipicamente anni Cinquanta (francamente un po’ stucchevoli) – come in “While We Wait” – l’evoluzione del pezzo conduce poi verso un’apertura musicale dove radici afro e consapevolezza del proprio essere porta verso rivendicazioni di uguaglianza e libertà per i diritti dei neri (We could be the change, we will be the change). Se pezzi come “Being the same” e “You left me” sono biglietti da visita da presentare in contesti un po’ più mainstream, il lavoro di ricerca (vocale e strumentale) raggiunge un ottimo risultato in brani come “Fall and All” e “Tall Lion Down” (peccato per la durata limitata  poco più di un minuto). Ma la strada da percorrere viene decisamente indicata in composizioni come “Grow Mama Grow”, “Love Take Over”  e nella title-track, dove ritmi, cori e contenuti raggiungono l’equilibrio perfetto e sembrano rappresentare quel melting-pot ideale che la biografia (personale e professionale) della Fils-Aimé impersonifica. Prodotto e arrangiato dal fidato Jacques Roy (“il collante che ha reso possibile questa trilogia”, secondo la cantante), “Three Little Words” è forse il meno riuscito dei tre album finora prodotti ma rappresenta un tassello importante per la definizione dell’immagine di quest’artista canadese che procede nella definizione di sé con coraggio e determinazione.

Fonte: Indieoteque #ascolti #disco #recensioni

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