La speranza nella crisi. Crisi petrolifera e transizione comunitaria.
La crisi petrolifera e sistemica
Scrive l'economista Gabriele Guzzi in un post di ieri:
Non credo che ci rendiamo conto di quello che sta accadendo:
la più grave crisi energetica di sempre si sta avvicinando.
Se la guerra in Iran proseguisse ancora, non solo ci sarebbe una forte ripercussione sull'offerta mondiale – come già sta avvenendo – ma ci sarebbero effetti a cascata su tutti i mercati di approvvigionamento.
La possibile risposta delle élite europee – del tutto inadatte ad affrontare questi tempi – sarebbe austerità energetica e controllo sociale: una specie di mix perverso tra austerità e lockdown.
È proprio vero che viviamo nel disvelamento dell'Eurosuicidio: tutto si sta mostrando, tutto sta venendo alla luce. Ma in questo tempo di smascheramento si producono morti e feriti.
Dovremo ragionare sempre più seriamente su costruire reti autonome, anche per i beni di prima necessità, senza rinunciare a cambiare i rapporti di forza, cioè a provare a fare veramente politica.
È il tempo delle scelte, sia a livello personale che collettivo: o la guerra o un cambiamento radicale.
Non facciamoci ingannare dagli stregoni della separazione, e continuiamo ad alimentare un fuoco di verità e di comunità. Qui c'è il futuro dell'umanità.
Gabriele Guzzi
Ora, forse molti non se ne rendono conto, ma dal novecento in poi il nostro sistema si basa sul petrolio. La crisi del petrolio significa la crisi dell'industria, dei trasporti, dell'energia. Come rispondere a questa crisi. Abbiamo due alternative, che vanno in direzioni opposte:
- futuro Mad Max: l'energia sarà nelle mani di sempre meno persone che, grazie a questo privilegio, potranno alimentare il sistema della guerra e del controllo totalitario sviluppato per tenere sottomessa la stragrande maggioranza della popolazione.
- futuro Pianeta Verde: i popoli si auto-organizzano in modo da salvaguardare la civiltà, ridistribuendo equamente l'energia, adattandosi a un futuro più “verde”, con meno energia a disposizione, ma con più saggezza (maturità dell'umanità)
È ovvio che il sistema “Trump” sta spingendo nella prima direzione, bullizzando il resto del mondo per appropriarsi dei giacimenti petroliferi di Sudamerica e Medio Oriente, ed è altrettanto ovvio che le masse occidentali non sono psicologicamente pronte a impegnarsi per perseguire una via di umanizzazione e trasformazione sistemica.
Esistono però da decenni gruppi e persone che, rendendosi conto che la civiltà del petrolio stava per finire, si sono impegnati a creare, sperimentare e condividere gli strumenti per una transizione “sana” verso un mondo a meno energia e a maggiore felicità. Mi riferisco all'esperienza delle Transition Town (città in transizione)
Comunità in Transizione
La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.
È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.
Le Transition Towns (Città in Transizione) sono ==comunità locali che, partendo dall'iniziativa dei cittadini, si preparano a ridurre la dipendenza dal petrolio e contrastare il cambiamento climatico==. Nato nel 2005-2006 da Rob Hopkins nel Regno Unito, il movimento promuove resilienza, sostenibilità e buone pratiche come orti urbani, energie rinnovabili e mercati locali.
Ecco alcuni dettagli chiave sul movimento:
- Origini: Il modello è nato a Kinsale (Irlanda) e Totnes (Inghilterra) tra il 2005 e il 2006 grazie al permacultore Rob Hopkins.
- Obiettivi: Preparare le comunità al picco del petrolio e al riscaldamento globale, costruendo economie locali più solide, resilienti e autosufficienti.
- Metodo: Si basa sulla “transizione”, un processo dal basso che incoraggia i cittadini a proporre soluzioni pratiche per ridurre sprechi e rifiuti.
- Azioni concrete: Progetti comuni includono l'orticoltura urbana, la promozione della mobilità sostenibile, l'efficienza energetica e la creazione di monete locali.
- Rete: Il movimento è internazionale, con il sito Transition Network che connette comunità e offre risorse. In Italia, la rete è coordinata da Transition Italia.
Il cuore del movimento è la capacità di immaginare un futuro sostenibile e agire localmente attraverso la collaborazione e la riprogettazione degli stili di vita.
[! info] video presentazione di Cristiano Bottone
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