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“L’alba di tutto” è l’ambizioso titolo dell’opera postuma di David Graeber, scritta con l’archeologo David Wengrow e pubblicata in Italia da Rizzoli. Un titolo ambizioso per un libro che mantiene le promesse e le premesse. L’indagine, che combina le competenze di un antropologo (Graeber) con quelle di un archeologo (Wengrow) ma non solo, si concentra sullo spazio e tempo dimenticato tra la fine della preistoria e l’inizio della storia, tra la ricerca paleoantropologia e lo studio delle fonti scritte, tra l’evoluzione degli ominini e la nascita dei grandi imperi. Spesso infatti si passa dall’indagine sull’origine e l’evoluzione di homo sapiens in quanto specie ai “primi” grandi regni, l’Egitto dei faraoni o la mesopotamia dei Sumeri prima e degli Assiro Babilonesi poi. Lasciando da parte millenni di evoluzione culturale e sociale, di Storia. Un periodo complesso da indagare, quando le prove paleontologiche sono ormai poco significative, quelle scritte non esistono e quelle archeologiche magari ancora scarse e confuse. Ma, come raccontano Graeber e Wengrow, in crescita. Su questi “millenni dimenticati”, ma non solo, si concentrano Graeber e Wengrow. Senza restare ancorati alle esperienze dell’Eurasia i due autori approfondiscono due campi d’indagine molto “frequentati”, la nascita dell’agricoltura e la formazione delle prime città, con esempi nuovi e prospettive diverse da quelle abituali. Ne viene fuori un quadro più complesso, vario e articolato di quello che non solo i profani si immaginano, ma anche di quello che gli studiosi spesso raccontano. Graeber e Wengrow accumulano e illustrano differenze nei modi di approvvigionarsi, di organizzarsi, di costruire oggetti e strutture, non solo tra luoghi e tempi diversi, ma che si intrecciano. Domesticazione di piante e animali, sedentarietà, “grandi opere”, palazzi e templi, città, regni e imperi: quella che ha percorso l’umanità non è una strada unica, lineare, senza deviazioni e cambi di direzione, ma un tragitto più complesso e articolato, dove si può fare “inversione a U”, ma anche semplicemente oscillare da un punto a un’altro, magari con il succedersi delle stagioni. Un’indagine da cui emerge anche come il ruolo delle donne sia stato decisivo nell’elaborare forme economiche, sociali e politiche diverse da quelle, orientate e determinate dalla visione patriarcale, che oggi sembrano inevitabili e insuperabili. Quello che emerge dalla ricerca è che l’uomo è sempre protagonista di scelte politiche autocoscienti e che si ritrova a “scegliere” il proprio destino: come procurarsi le risorse, come organizzare la via privata e quella pubblica. Al contrario di quello che hanno sostenuto Yuval Noah Harari e Jared Diamond (destinatari, specie il secondo, di una critica polemica e a tratti quasi sarcastica) in fortunati best seller, non sono le condizioni materiali a determinare in maniera inequivocabile e irreversibile le strutture sociali e politiche. Una conclusione che non è solo scientifica, ma profondamente politica. L‘esistenza di alternative, di movimenti “in contro tendenza” nel corso della storia non testimoniano solo la varietà e la complessità di questa storia, ma anche la possibilità di superare le situazioni attuali. “Perchè siamo rimasti bloccati?” è la domanda che si fanno i due ricercatori alla fine del libro, dopo aver dimostrato che per millenni l’uomo è stato capace di “muoversi”, di scegliere in qualche modo il proprio destino. Una domanda da attivisti, perchè immaginare una realtà diversa è il primo, indispensabile, passo per provare a cambiare quella in cui si vive.