Viaggiare è spesso un privilegio di classe

Vivo in Guatemala. Qui, tanto nei piccoli posti turistici, come nelle città più popolose, la gente ha un'immagine stereotipata degli stranieri, che qui sono in maggioranza statunitensi. Qui la gente pensa che gli statunitensi siano bianchi, alti e coi capelli castani. In effetti non hanno tutti i torti, visto che è questo il tipo di persone che arriva qui, da quel paese. Tuttavia sappiamo che questi appartengono alla minoranza privilegiata che domina economicamente il resto delle “razze” in un paese fortemente multietnico. Nella piramide sociale e cromatica degli USA, i bianchi rappresentano il vertice, e la base è costituita da afroamericani, latinos e asiatici; eppure è proprio la classe più ricca quella che viaggia di più, arrivando a confondere gli abitanti dei paesi del Sud circa i tratti somatici dominanti negli States.

I poveri, seppur costituiscano la maggior parte della popolazione (soprattutto nelle americhe, in cui la classe media è ridotta), sono sotto-rappresentati nella comunità dei viaggiatori. Perché viaggiano meno? Perché hanno meno possibilità di farlo, per ragioni economiche e culturali.

Ho passato anni in viaggio: dapprima come backpacker in Europa, muovendomi con un budget estremamente ridotto, cercando di spendere quanto meno possibile, usufruendo delle reti di ospitalità (tipo couchsurfing e hospitality club, di cui ho parlato in un post precedente ); poi in America Centrale e del Sud. Ho viaggiato in autostop via terra dal Guatemala verso il sud, impiegando un anno e mezzo per arrivare in Brasile, di cui ho conosciuto solo una piccolissima parte. Nel viaggio ho conosciuto ogni sorta di persone: turisti ricchi, giovani in gap year, vagabondi di lungo corso, esuli dai loro paesi in crisi, esploratori nomadi nel sangue, e molti altri tipi umani.

Ho conosciuto una gran diversità di viaggiatori appartenenti a diverse classi sociali, eppure riconosco che è relativamente più facile muoversi, per chi appartiene a una classe sociale media o alta. Il vantaggio si manifesta in tanti modi: avere un po' di soldi da parte o la sicurezza che ti dà un bonifico che i tuoi genitori ti possono fare in caso di emergenza. È come una rete di sicurezza, che ovviamente non tutti hanno. Inoltre, la povertà è multi-dimensionale. È povertà anche vivere in un ambiente in cui le ragazzine hanno il loro primo figlio a 16 o 17 anni, e il secondo entro i 20. È povertà anche il modo sopravvivenza che si attiva nelle classi sociali meno abbienti: chi lotta quotidianamente per mangiare, per pagare l'affitto, chi deve ingoiare il rospo ogni giorno per far fronte al sovraffollamento di una casa in cui vivono otto o dieci persone, per far fronte ai soprusi sul lavoro tipici della struttura dittatoriale dei lavori in cui sei solo manodopera e ti maltrattano per il semplice gusto di farlo e perché sanno che hai un disperato bisogno di continuare a ricevere uno stipendio; se una persona vive queste difficoltà come una realtà quotidiana, ha meno probabilità di cercare di superarsi, di guarire, di esplorare, di conoscere per mezzo di un viaggio. La prospettiva non è viaggiare, al massimo emigrare verso un paese del Nord globale in cui vivere una vita decente. Da questo punto di vista, lo ammetto, il viaggio è un lusso e per questo è moooolto difficile trovare tra i viaggiatori il figlio del minatore di coltan in Congo, o la ragazza madre che vive nei sobborghi precari delle periferie di una capitale del Sud globale e che è rimasta incinta del nuovo fidanzato di sua madre, o uno dei tanti bambini-adulti che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero senza essere mai andati a scuola, o le bambine scalze delle comunità rurali del terzo mondo abituate all'obbedienza e alla sottomissione, formate al loro ruolo di future gestanti e serve nella casa del marito. Per queste persone è incredibilmente difficile “viaggiare”, sono ancorate al loro nucleo di origine perché rappresenta l'unica possibilità di sopravvivenza. La comunità, almeno in America Latina, è il nido di favori, prestiti, aiuti, obblighi, che ti permette di farcela con i pochi mezzi di cui si dispone. Abbandonarla è un grande salto nel vuoto che pochi sono disposti a fare.

Eppure ogni tanto succede. Come quando mi sono messo in viaggio con la mia ex fidanzata guatemalteca, e il mio passaporto – rosso – copriva il suo permettendole di oltrepassare ogni frontiera senza problemi, mentre altri suoi connazionali avrebbero potuto essere fermati da un doganiere razzista e propenso a ostacolare il transito ad altri suoi simili in virtù del piccolo potere che la sua uniforme gli permetteva. O come Chepe, salvadoregno in viaggio in bici e senza soldi verso la Patagonia; come ci sia arrivato? non so, ma – conoscendolo – direi, pedalando. O come le migliaia di argentini e colombiani che lasciano casa con una moneta svalutata e attraversano chilometri con una chitarra, o delle clave da giocoleria, o con un po' di braccialetti di macramè. O come quando ti inventi un lavoro da fare durante il viaggio e sei disposto a tutto pur di andare avanti: a dormire in spiaggia, nelle stazioni di servizio, a fare autostop per ore sotto il sole dei tropici o a cucinare ogni tuo pasto perché anche comprare un panino preparato sforerebbe il tuo budget giornaliero.

Viaggiare è (quasi) sempre possibile. Il problema è che le classi dominanti usano questo pretesto per giustificare il loro dominio e far credere alle classi oppresse che, se si sforzano, possono arrivare molto in alto. E allo stesso tempo colpevolizzarle della loro povertà dicendo che sono persone pigre e che non lavorano abbastanza. Il lato oscuro del sogno americano. Ogni nero che negli USA sfonda nel basket o nella musica è un pretesto che i bianchi usano per dire “vedi, il problema non è il sistema, il problema sei tu che non ti sforzi abbastanza, se lavori duro puoi farcela”. Non voglio cadere in questa porcheria. Posso semplicemente dire quello che ho visto, e la realtà è duale, è molteplice. Da un lato viviamo in un sistema ingiusto, classista, razzista, neoliberale che crea una struttura sociale piramidale e opprime le classi inferiori non solo legalmente, ma anche psichicamente ancorandole ad una mentalità che non lascia molto spazio libero. D'altro canto siamo tutti parte di questa piramide e qualunque posto occupiamo dentro di essa abbiamo sempre persone più in alto e persone più in basso di noi. Non siamo quasi mai nè i primi nè gli ultimi e siamo sempre contemporaneamente privilegiati e oppressi in un complesso sistema intersezionale composto di classe, etnia, genere, specie, geografia, ecc. Abbiamo quasi sempre qualche risorsa da usare a nostro vantaggio e un certo margine di azione che ci permette di ritagliarci un certo spazio vitale, a volte esiguo, a volte un po' più grande. Per questo penso che dobbiamo essere coscienti delle ingiustizie e allo stesso tempo agire per migliorare tanto la nostra condizione quanto quella delle persone che stanno peggio di noi.

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