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Caserta24ore settimanale, gli speciali della domenica

Gricignano di Caserta. Ritrovato Anello Liberty nascosto da un secolo
Una scoperta fortuita durante il restauro di un mobile d’epoca riporta alla luce un gioiello in oro e acquamarina, perfettamente conservato nel suo “scrigno” naturale.

A volte la storia non si trova nei grandi musei, ma tra le venature del legno di casa nostra. È quanto accaduto recentemente a Gricignano, dove un’operazione di sgombero e restauro di un vecchio mobile di inizio Novecento ha restituito un piccolo, scintillante tesoro: un anello in oro e acquamarina, dimenticato e nascosto per oltre un secolo.

Il Ritrovamento Il gioiello è emerso in modo del tutto inaspettato. Mentre si lavorava al legno di un mobile d’epoca, probabilmente un comò o una scrivania risalente allo stesso periodo del gioiello, è stato individuato un piccolo vano occultato o una fessura nella struttura. Lì, avvolto in uno stralcio di “maccaturo” ormai disintegrato incastrato, riposava l’anello. La scoperta ha dell’incredibile: nonostante il tempo trascorso, il gioiello si presentava integro, con la sua grande pietra azzurra ancora saldamente stretta nella montatura.

Un Pezzo di Storia Liberty Gli esperti, analizzando le fotografie del ritrovamento, non hanno avuto dubbi: si tratta di un esemplare classico dello stile Liberty (o Art Nouveau), molto in voga tra il 1900 e il 1920. La caratteristica principale è la grande acquamarina centrale, tagliata in forma rettangolare, circondata da una lavorazione in oro giallo 18 carati (come confermato dal punzone “750” visibile all’interno della fede). Ma è il dettaglio della montatura a raccontare la maestria degli orafi di un tempo: il metallo è lavorato “a giorno”, con trafori che ricordano un nido d’ape o una griglia. Questa tecnica, tipica dell’epoca, serviva a alleggerire il peso visivo di pietre così importanti e a permettere alla luce di attraversarle, esaltandone la brillantezza.

Il Mistero del Punzone Un dettaglio tecnico ha aggiunto un tassello alla datazione del pezzo. Oltre al marchio “750” che certifica l’oro, è visibile un punzone di fabbrica con il numero “27”. «La presenza di questo punzone è significativa», spiegano gli esperti di oreficeria antica. «Sebbene lo stile sia chiaramente Liberty, l’obbligo del punzone di fabbrica numerico in Italia è diventato rigoroso con la legge del 1935. Questo suggerisce due scenari affascinanti: o l’anello è stato prodotto negli anni ’30 mantenendo uno stile “retro” molto amato, oppure è stato portato da un orafo dopo quella data per una riparazione e marchiato a norma di legge in quel momento. In entrambi i casi, la sua provenienza da un mobile coevo suggerisce che sia stato nascosto dal proprietario originale, forse per timore di furti o guerre, e non sia mai più stato recuperato.»

Il Valore del Ritrovamento Oltre al valore sentimentale di un oggetto che torna a vivere dopo un secolo di oblio, c’è anche un notevole valore economico. Stime di mercato per un anello di queste caratteristiche – oro 18k, acquamarina di diversi carati e fattura d’epoca – variano dai 500 ai 900 euro, cifre che potrebbero salire se la pietra dovesse rivelarsi di un colore particolarmente intenso e raro.

Tuttavia, il vero valore di questo anello risiede nella sua storia silenziosa. È un testimone di un’epoca in cui i gioielli non erano semplici accessori, ma opere d’arte da custodire, talvolta nascondere nel luogo più sicuro che si conosceva: la propria casa. Oggi, quel segreto è stato svelato, riportando alla luce un frammento di bellezza che il tempo non ha scalfito.
Dettagli anello

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Monti Trebulani. Escursionista fotografa particolare e scopre antico dipinto longobardo

La presenza di grotte intitolate al culto di San Michele negli anfratti e grotte carsiche dei monti Trebulani si inserisce in un periodo storico ben documentato: quello Longobardo del VIII-IX secolo. In quei tempi il culto Micaelico in Campania era molto diffuso. La presenza di grotte dedicate a San Michele Arcangelo sui Monti Trebulani fu introdotto e diffuso massicciamente dai Longobardi tra il VII e il IX secolo. La “Langobardia Minor” (Campania, Sannio, Puglia settentrionale) era costellata di santuari micaelici rupestri. I Longobardi sceglievano le grotte carsiche perché erano luoghi ideali per eremi e santuari. San Michele era il santo patrono dei Longobardi, simbolicamente, Michele era la “guida delle anime” (psicopompo) e il combattente contro il male, ancora di salvezza.

Ed è proprio il particolare di una piccola ancora, fotografata da un escursionista lo scorso 1 maggio, dimostrerebbe che quel che resta di un dipinto all'ingresso della grotta carsica sul sentiero che dal comune di Rocchetta e Croce porta all'eremo di San Salvatore è Longobardo.

La posizione all'ingresso della grotta è tipica dei santuari longobardi: simboli apotropaici o dedicatori all'entrata, avevano una funzione protettiva contro il male (Michele come combattente del demonio), il colore rosso è usato frequentemente negli affreschi longobardi per simboli sacri, associato al sangue del martirio e alla protezione divina. Nel contesto storico locale i Monti Trebulani furono rifugio durante le incursioni saracene (IX-X secolo), i Longobardi controllarono la Campania fino alla conquista normanna (XI secolo) La “Grotta dei Santi” più a valle con affreschi trafugati conferma la presenza di un complesso eremitico organizzato.
La Grotta di San Michele a Liberi (sempre in provincia di Caserta) fu consacrata tra l'862 e l'866 dai vescovi di Capua e Teano. Questo conferma che nel IX secolo il culto micaelico era fiorente nella zona.

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Cartuccia numero 991989-1 – I 'call center'

Non sono più giovane, ma neanche tanto vecchio, ho fatto il militare di leva e mi hanno insegnato a sparare e oggi qualche cartuccia posso ancora spararla!

Cartuccia numero 991989-1 – I call center Li ho tollerati per tanto tempo, pensando ai lavoratori che sono dietro la cornetta; ma il tempo è passato e i lavoratori sono sempre sfruttati, anzi di più. Quindi ho deciso di reagire e invito chi legge a fare altrettanto. Ecco quindi la cartuccia 991989/1 (nessun codice di cartuccia reale, niente paura; si tratta di un semplice numero per recuperare facilmente questo testo).

Iniziamo! Quando veniamo chiamati dai call center, dedichiamo loro un po' del nostro tempo. Siamo gentili, fingiamo di essere interessati; se ci chiamano per nome, non confermiamo la nostra identità, ma diciamo di essere un familiare o un congiunto e li invitiamo a parlare tranquillamente. Facciamo qualche domanda, teniamoli al telefono il più a lungo possibile e forniamo eventuali dati personali falsi, lavorando di fantasia.

Se riusciamo a trattenerli per 15 minuti, la “cartuccia” ha fatto centro; ma per colpire proprio nel segno, concludiamo così: “Mi scusi, capisco che lei è un lavoratore e so anche che è sfruttato. Pertanto, mi perdoni: le chiedo gentilmente di cancellare il mio numero di telefono dal vostro database, altrimenti, tutte le altre volte che telefonerà un suo collega, lo terrò al telefono per altrettanto tempo senza fargli concludere nulla. Inoltre, se verrò ricontattato per dare un voto a questa chiamata, assegnerò il punteggio più basso possibile; invece, se cancellerà il mio numero, come sono certo che farà, metterò il voto più alto possibile”.

Immaginate se non fossi solo io a sparare la “cartuccia numero 991989/1”, ma lo facessero in 10.000 persone: significherebbe 2.500 ore di lavoro perse, ovvero circa 105 giorni di attività dei call center buttati via. A quel punto, visto che le telefonate sono registrate e ascoltate dai supervisori di quei poveri operatori, qualcuno dovrà pur prendere provvedimenti per scongiurare una perdita così ingente.

Di sicuro, adesso qualcuno dirà: “Ma alla fine ci rimetteranno, come al solito, i poveri lavoratori, perché sono pagati a contratto”. A quel qualcuno risponderò che probabilmente non ha capito i meccanismi alla base dello sfruttamento lavorativo, forse perché, per sua fortuna, non è mai stato sfruttato.

Alla prossima cartuccia reporter

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Spazio Autori, Gianluca Parisi: tra giornalismo d’inchiesta e narrativa storica nel panorama culturale campano

Gianluca Parisi è un autore attivo nella provincia di Caserta, dove ha sviluppato a partire dalla fine degli anni '90 un percorso intellettuale caratterizzato da un costante dialogo tra giornalismo, ricerca storica e scrittura narrativa. Attraverso i suoi racconti pubblicati nei blog e raccolti nel libro “E morirono tutti felici e contenti” con lo pseudonimo Russo Gianluca, ha svolto nel corso degli anni un ruolo centrale nella costruzione di una memoria locale attraverso la documentazione e la rappresentazione delle dinamiche sociali, culturali e ambientali del territorio.

Ha diretto la collana editoriale Il Mezzogiorno, dedicata a figure storiche e culturali del territorio campano, ha curato un inserto domenicale multilingue per la comunità immigrata sul Giornale di Caserta, anticipando tematiche di inclusione e mediazione culturale. Ha collaborato con numerose testate locali e online, tra cui Caserta24ore, da lui fondata nel 1999, occupandosi prevalentemente di cronaca, approfondimenti sociopolitici e analisi del contesto regionale.

Sebbene non sia un nome di notorietà nazionale mainstream, è autore di diversi libri, in particolare nel campo della narrativa storica e del giallo ambientato al Sud Italia, dove unisce il rigore del giornalismo alla forza evocativa della scrittura letteraria. Alcune delle sue opere esplorano vicende legate alla memoria storica e alle contraddizioni della società contemporanea nel Sud Italia, attraverso le quali ha raccontato luci e ombre del territorio casertano.

Tra le sue opere più significative in vendita sulle piattaforme (Lulu.com) e (Amazon)

Il brigante Repubblicano (2012) è un romanzo storico che si colloca al crocevia tra inchiesta giornalistica, memoria collettiva e narrazione romanzesca. L’opera rappresenta un esempio emblematico della sua doppia vocazione, cronista e narratore. Offre una riflessione critica sulle dinamiche di potere e resistenza nel contesto storico del Sud durante il periodo dell’Unità d’Italia.

Redazione Chiocciola (2009) è un’opera di carattere documentario-narrativo che ricostruisce gli eventi della rivendicazione via email dell’omicidio di Marco Biagi nel marzo del 2002 da parte delle Nuove Brigate Rosse, e che lo videro protagonista. È una rappresentazione ironica ma accurata del sistema mediatico dell’epoca. Da giornalista diede notizia del comunicato di rivendicazione prima di tutte le testate italiane. Il cambiamento di modalità comunicative dell’epoca fu citato nel manuale universitario “New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale” edito da Mondadori, nel 2008 con ristampa nel 2013.

E morirono tutti felici e contenti (2025) è una raccolta di novelle antiche e racconti moderni. Spazia dal tema dell'amore della regina Didone nell'Eneide, al dubbio di Masuccio Salernitano autore di Mariotto e Ganozza, precursori di Romeo e Giulietta con la domanda finale al lettore: “È più grande l'amore dell'uomo o della donna?”, fino a racconti dei nostri tempi sul tema dell'amore, della corruzione, dell'immigrazione e dell'attualità. Tutti i racconti sono scritti in chiave universale e interculturale, riflettendo una sensibilità letteraria attenta alla tradizione e al dialogo tra epoche. (Amazon)

La vita di strada. E' un romanzo storico ambientato alla fine degli anni ’90 che affronta il tema della tratta di esseri umani, con particolare attenzione alle donne vittime di sfruttamento sessuale. L’opera, ispirata a storie reali, si configura come un’indagine sociologica e narrativa sulla marginalità, l’emarginazione e il desiderio di riscatto, con una forte componente emotiva e una struttura narrativa incentrata sulla voce della protagonista. È dedicato ad Alma Seidjni, vittima della tratta, scomparsa suicida a Roma nel 2021 all’età di 47 anni a testimonianza di come gli abusi subiti segnino indelebilmente la vita di chi li patisce. (Amazon)

L’educatore nei convitti scolastici (2024) è un manuale professionale che affronta, con rigore metodologico, il ruolo dell’educatore scolastico nel sistema della pubblica istruzione italiana, offrendo una prospettiva teorica e operativa su una figura professionale poco conosciuta.

Sui social è presente sulla piattaforma https://flipboard.social/@reporter

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Dalla ribellione di Gesù Cristo ai martiri moderni

Domenica, con la Festa delle Palme, i cristiani ricordano l'ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme in groppa a un asino. Fu un gesto di ribellione nei confronti dei Romani e dei re giudei che, per gioco forza, avevano accettato l'imperialismo di Roma. Con quel gesto, quell'ingresso, Gesù diede avvio alla propria passione che, nel giro di pochi giorni, lo portò a essere giustiziato sulla croce dai Romani e dal suo stesso popolo. Gli ebrei mal tolleravano che un semplice falegname stesse raccogliendo intorno a sé tanto seguito. Quel che accadde nei secoli successivi è storia; fu proprio grazie al martirio del profeta Gesù e dei tanti suoi seguaci che il Cristianesimo conquistò Roma. Sono passati due millenni e in quelle zone sembra di essere ancora a quei tempi. C'è un nuovo imperialismo, i re giudei sono stati sostituiti dagli emiri e ci sono persone che non vogliono essere governate da questo impero per motivi diversi. Ma quello che sta accadendo negli ultimi mesi in Iran è diverso da quanto avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto e così via. In questi Stati chi regnava lo faceva per brama di potere e, per denaro, entrava in contrasto con l'imperialismo globale. Così è stato eliminato di volta in volta: si veda la fine di Saddam Hussein in Iraq, quella di Gheddafi in Libia, e qui mi fermo.

In Iran oggi vige una repubblica religiosa islamica che, seppur più sanguinaria dell'imperialismo nel reprimere il dissenso, ha alla base la religione islamica. L'Islam, come il Cristianesimo, contempla il martirio ma, a differenza della morale cristiana, non contempla il perdono o il “porgere l'altra guancia”, valori che portarono i cristiani alla vittoria sull'imperialismo romano. Nei momenti tristi l'uomo si rifugia nella religione: l'uccisione sistematica, talvolta con infamia, di chi si oppone al loro imperialismo, iniziata con l'assassinio dei negoziatori iraniani all'inizio dell'estate del 2025, ha creato dei martiri e sta compattando l'opinione pubblica araba. I cittadini dei ricchi emirati si stanno rendendo conto che possono avere tutti i petrodollari del mondo, ma poi vivono male, perché la loro nazione è in fiamme, nella paura di un bombardamento improvviso o di un attentato. La Terza Guerra Mondiale, avviata dalle lobby imperialiste dei fondi sovrani, è ormai iniziata. Quello che i cristiani possono e devono fare è solidarizzare con i fratelli musulmani, prendere posizione in loro favore. Perché, come la guerra in Bosnia nel 1995 e quella recente in Ucraina dimostrano, la religione non c'entra proprio niente.

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La domenica di Caserta24ore

Monti Trebulani. Escursionista fotografa particolare e scopre antico dipinto longobardo https://noblogo.org/caserta24ore/bmonti-trebulani

Il giornale multilingue, archivio storico di Terra di Lavoro (prov. CE) https://noblogo.org/caserta24ore/bil-giornale-scritto-in-lingue-diverse-bagli-inizi-degli-anni-2000

La testimonianza. Dipendenza dal gioco: ecco come sono riuscito a smettere https://noblogo.org/caserta24ore/bla-testimonianza

Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di Chappe https://noblogo.org/caserta24ore/caserta-mappati-i-ruderi-del-telegrafo-borbonico-di-chappe

Sul massiccio dei Monti Trebulani, in provincia di Caserta, c'ė il sentiero e il cane del pellegrino https://noblogo.org/caserta24ore/bsul-massiccio-dei-monti-trebulani-in-provincia-di-caserta-un-sentiero-e

La paella è un po’ napoletana. La ricetta dei convittori dell’alberghiero “Celletti” al convitto di Formia https://noblogo.org/caserta24ore/la-paella-e-un-po-napoletana

Una lingua comune per l'Europa: lo spagnolo? https://noblogo.org/caserta24ore/buna-lingua-comune-per-leuropa-lo-spagnolo

Il ricordo di Ciccio l'africano nel decennio della sua morte, nella sua villa coloniale in Italia https://noblogo.org/caserta24ore/bil-ricordo-di-ciccio-lafricano-nel-decennio-della-sua-morte-b

Il vecchio saggio è destinano a estinguersi, diventeremo tutti anziani con deficit cognitivi https://noblogo.org/caserta24ore/bil-vecchio-saggio-e-destinano-a-estinguersi-dal-genere-umano-diventeremo

Telefonia, perchè sempre più utenti usano telefonare via WhatsApp al posto della rete telefonica cellulare? https://noblogo.org/caserta24ore/btelefonia-perche-sempre-piu-utenti-usano-telefonare-via-whatsapp-al-posto

La caduta dei valori nell’epoca della nuova barbarie https://noblogo.org/caserta24ore/bla-caduta-dei-valori-nellepoca-della-nuova-barbarie-b

Il racconto della domenica: “La maledizione del tesoro dei briganti”, la pretarella e l'Alzaimer https://noblogo.org/caserta24ore/bil-racconto-della-domenica-la-maledizione-del-tesoro-dei-briganti-la

Il racconto della domenica: “La preghiera di guarigione di Caterina” https://noblogo.org/caserta24ore/blibri-8fql

Storia e letteratura. Da una novella poco conosciuta di Verga e da Carlo Levi rileggiamo il periodo dell’Unità d’Italia https://noblogo.org/caserta24ore/bstoria-e-letteratura

Religioni. Lo schiaffo del Santo https://noblogo.org/caserta24ore/div-class-separator-style-clear-both-a-q21f

Storia. La Mesopanditissa e il culto della Madonna della Salute nel Sud Italia https://noblogo.org/caserta24ore/breligioni

Archeologia. Cales, la Pompei sommersa della provincia di Caserta, bassorilievo in un portale del quartiere Jurea di Petrulo https://noblogo.org/caserta24ore/calvi-risorta-7ny0

L’Intelligenza Artificiale decifra un’antica preghiera di guarigione del Casertano https://noblogo.org/caserta24ore/b-lintelligenza-artificiale-decifra-unantica-preghiera-di-guarigione-del

Scuola. Gli studenti del convitto dell'Alberghiero di Formia riscoprono il caffè tradizionale con la cuccumella napoletana https://noblogo.org/caserta24ore/bscuola-27jq

Scuola. Seminario sull’uso delle tecnologie social comunicative “riprendiamoci Internet!” https://noblogo.org/caserta24ore/bscuola

Scuola: la classe di concorso spesso sconosciuta per la quale nessuno fa domanda https://noblogo.org/caserta24ore/bscuola-la-classe-di-concorso-spesso-sconosciuta-per-la-quale-nessuno-fa

Liberare l’uomo dal ricatto del lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea https://noblogo.org/caserta24ore/bliberare-luomo-dal-ricatto-del-lavoro-e-la-piu-grande-rivoluzione

Lavoro. Dilaga il lavoro grigio, il sistema pensionistico disincentiva i giovani a cercare un lavoro normale https://noblogo.org/caserta24ore/blavoro

Master Chef, parla un cuoco in Germania: “ Il settore della ristorazione è una fabbrica come le altre, noi cuochi italiani siamo delle macchine” https://noblogo.org/caserta24ore/master-chef

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Il ricordo di Ciccio l'africano nel decennio della sua morte, nella sua villa coloniale in Italia

Nel 2026 saranno passati dieci anni dalla morte di “Ciccio l’africano”, deceduto il 22 agosto 2016 all’età di 89 anni. Morì dopo una lunga malattia Francesco Parisi, costruttore e imprensditore edile che contribuì allo sviluppo della Rhodesia.

Conosciuto come “Ciccio l’africano”, dopo aver vissuto 30 anni in Africa tornó nella sua Calvi Risorta, a Petrulo, dove è rimasto fino alla fine, circondato dall'affetto dei suoi cari. Giovanissimo, partì per il Mozambico durante il servizio militare di leva; nel dopoguerra si trasferì nella vicina Rhodesia. Nel 1964 col dissolvimento della Rhodesia del Nord, restò nel nuovo stato Zambia fino agli inizi degli anni ’70, quando tornò in Italia perchè a seguito di una fase di stagnazione si affermarono regimi dittatoriali che cacciarono l'etnia bianca. Lo Zambia affrontò difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti, in particolare con lo Zimbabwe e la Namibia, allora amministrata dal governo bianco del Sudafrica. Prima di ciò, tuttavia, furono realizzate importanti infrastrutture: arterie stradali, viadotti e opere pubbliche. Francesco Parisi allestì una fabbrica di calcestruzzo, grazie alla quale furono costruite le principali arterie stradali che ancora oggi collegano il Mozambico e lo Zimbabwe con il Sudafrica. Spesso tornava in Italia, e molti caleni si trasferirono temporaneamente in Africa per lavorare con lui.

Rientrato definitivamente in patria, costruì una villa a Petrulo in stile coloniale dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta nell'agosto del 2016. Questa villa per la sua peculiarità sembra essere un pezzo d'Africa in Italia divenendo luogo di richiamo al visitatore occasionale. Appassionato di poesia, si dedicò alla lettura e alla cura della famiglia. Faceva spesso la spola tra Calvi Risorta e Caserta, dove risiedeva una figlia. Negli ultimi anni di vita una malattia lo costrinse a vivere a letto.

Il parroco che celebrò i funerali nella chiesa patronale di San Nicandro, don Vittorio Monaco lo ricorda: «Quando era giovane, era consuetudine contadina recarsi al tramonto in chiesa a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa. Ogni famiglia mandava un proprio componente ad assolvere tale funzione, e Ciccio era sempre presente in chiesa al calar del sole, al Vespro».

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Liberare l’uomo dal ricatto del lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea

Dagli albori della Storia del mondo, il lavoro è stato considerato una punizione. Adamo ed Eva furono condannati a lavorare sulla Terra per aver disobbedito. Nella Genesi si legge: “Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”. Adamo ed Eva sicuramente non sono mai esistiti, ma vero è il contenuto della loro storia. Lo è per il semplice fatto che qualcuno si è posto il problema del concetto di lavoro come punizione, fatica. E l’ha tramandato!

Probabilmente sin dai tempi della comparsa dell’homo sapiens, il genere umano è riuscito a sostenersi perché c'erano risorse, intelligenza e cooperazione. Con l’intelligenza l’uomo ha sempre escogitato strumenti ed è sempre andato alla ricerca di scoperte che rendessero la vita meno faticosa. Non si sa quali vicende siano accadute agli uomini di quel tempo, di sicuro qualcosa di importante, che ha introdotto nell’uomo il concetto che ci portiamo dietro da millenni: la fatica del lavoro, la possibilità di far lavorare altri, la schiavitù e lo sfruttamento.

Anni dopo la presunta cacciata dell’uomo dal giardino d’Eden, vediamo gli schiavi impegnati a lavorare faticosamente nella costruzione delle Piramidi proprio nei pressi di quei territori dove per la Genesi tutto ha avuto inizio.

Si sono poi susseguiti anni ed anni di divisioni sociale e sempre c’era chi lavorava e chi traeva il frutto del lavoro semplicemente controllando il lavoro degli altri. Prima degli schiavi, poi dei braccianti quando la schiavitù fu abolita, in epoca industriale degli operai e ai giorni nostri dei lavoratori precari, cioè di tutte quelle persone costrette a lavorare per vivere.

Viviamo oggi in un’epoca post industriale dove l’automazione ha raggiunto una tecnologia tale che il lavoro è in esubero un po’ in tutti i settori e chi controlla i mezzi di produzione ha il controllo di tutti. Il costo del lavoro non più pagato ai lavoratori è andato a finire negli ultimi decenni nelle borse delle strutture che controllano i mercati finanziari globali come multinazionali e gruppi di pressione politica transnazionali. Queste strutture, speculando su crisi e con il controllo delle politiche monetarie, hanno impoverito gradualmente i lavoratori ai quali non sono più garantiti in nessun posto nel mondo il diritto a curarsi, all’istruzione, alla vecchiaia.

Ecco perché il reddito di base universale svincolato dal concetto di lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea dei paesi civili. Lo è sopratutto nei contesti dove il voto non è libero.

Il voto in Italia non è libero per vari fattori, tra i quali l’influenza soffocante delle mafie politiche. La politica nell’ultimo quarto di secolo ha fatto proprio il sistema mafioso. Storicamente chi governa ha sempre usato bande criminali per conservare il potere. Dai tempi dei briganti, del banditismo fino ai patti della Mafia siciliana negli anni ‘90 dello scorso secolo. Ma nel ventennio del nuovo Millennio la politica sembra essere diventata essa stessa mafia. Tentativi di ridimensionare il sistema mafioso italiano, disorganizzando la criminalità al fine di poterla controllare, sono stati fatti, ma il risultato ottenuto è quello del consolidamento di potentati politici diventati clan trasversali ai partiti.

Le Mafie oggi, come la politica, si basano sul consenso sociale piuttosto che sulla paura. Per avere consenso su una società sempre più povera si dà ai poveri un po’ di reddito sotto forma di elargizione, regalie, privilegio rispetto ad altri poveri. Ecco così che il reddito di cittadinanza, che pure era diventato una forma di elargizione o una sorta di voto di scambio ai 5 stelle, torna a essere pensione di invalidità, piccola regalia, bonus sociale, contribuzione di stato.

In questo contesto, sguazzano avvocati, patronati, mediatori, facilitatori e chi ha realmente bisogno dei sussidi non riesce ad accedervi e viene lasciato solo.

L’alternanza di clan politici a governare, incentrata sugli interessi di una minoranza dominante, ricatta la maggioranza della popolazione, svantaggiata da condizioni sociali indotte proprio da questa minoranza.

Questa alternanza ha eroso il rapporto politico sociale ottenuto in mezzo secolo di rivendicazioni sociali e ha rimodellato, grazie al controllo, le relazioni politico sociali, per consolidare un rapporto di subalternità sulla cittadinanza lavoratrice.

La ricattabilità su chi versa in condizioni sociali di dipendenza è garanzia di subordinazione!

Gli organismi preposti alla tutela del lavoro sono stati spinti a diventare associazione di iscritti, fornitori essenzialmente di servizi, al posto di ruolo di organizzatore del conflitto con chi detiene i mezzi di produzione e il padronato, così liberi di sfruttare il bisogno di lavoro per accumulare profitti.

Gli equilibri geopolitici mondiali degli Stati dominanti spingono a determinare condizioni di vita della popolazione al di sotto dei livelli di sussistenza. Questi Stati sostengono i propri interessi militarmente oppure con la propria capacità di ricatto economico-politico.

Le conseguenti emigrazioni rendono più confacente la realizzazione di livelli di sfruttamento profittevoli globali.

Storicamente il conflitto tra classi sociali economicamente distanti, è stato governato con l'intervento dello Stato nell'economia intensificando l'intervento alla bisogna, stabilizzando ogni paese economicamente avanzato e sfruttando quelli del cosidetto Terzo Mondo.

La presenza stabile di forze armate dei paesi dominanti nei paesi dominati ha garantito il funzionamento di questo sistema fino al primo ventennio del nuovo Millannio, quando il controllo sociale di massa ha svuotato le istanze di autonomia delle classi economicamente svantaggiate depotenziandone le rivendicazioni e spezzando la mediazione politica. Il rischio che stiamo correndo in questi anni è che venendo meno gli equilibri politici consolidati, avanzano movimenti, partiti qualunquisti, personalistici controllati da chi detiene i mezzi i produzione e forti capitali.

La frattura tra la classe politica dominante e le classi popolari con conseguente mobilitazione non controllata di queste ultime mina gli equilibri politici generali esistenti.

Viviamo in un periodo storico di rimodulazione dei rapporti tra potenze vecchie, in ascesa e in declino.

Il sistema economico globale sta percorrendo nuove strade di sfruttamento per mantenere intatto il processo di accumulazione dei fondi capitali. In questo contesto il ruolo delle classi subalterne fatte di precari, di lavoratori in nero, di pensionati con misera pensione, di contadini potrebbe essere quello di riprendere in mano il proprio destino visto che le classi dirigenti si stanno dimostrando di non essere in grado di gestire i grandi cambiamenti di questa nostra epoca.

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Il racconto della domenica: “La maledizione del tesoro dei briganti”, la pretarella e l'Alzaimer

La pretarella custodiva un segreto: quello dei tesori dei briganti, frutto delle razzie nelle case dei ricchi, nascosti nelle campagne per il timore di essere giustiziati se colti con le mani nel sacco. Le pretarelle erano donne chiamate così perché avevano sempre un prete in famiglia e sopratutto perché realizzavano i loro profitti sempre all’ombra di un campanile. Senza la Chiesa una pretarella avrebbe fatto la campagnola, la donna a servizio. Invece come quel prete che predica bene e razzola male, la pretarella sapeva razzolare. In quei tempi, la calura estiva soffocava le famiglie alle prese con gli insuperabili problemi della sussistenza. La pandemia della Spagnola era ormai alle spalle e cambiamenti politici erano nell’aria: la Marcia su Roma c’era stata a ottobre e il Papa con la “pax Christi in regno Christi” non riusciva a contenere il marcio all’interno della Chiesa. Concetta era una zia zitella di una pretarella, di famiglia patriarcale. Era nata nel 1838, aveva vissuto il periodo del Risorgimento, quello dell’Unità d’Italia, aveva visto i briganti, l’emigrazione, la Grande Guerra, la pandemia. Ora la sua malattia le stava risparmiando di rendersi conto del nuovo ordine che avanzava, che non dava spazio nella società ai malati, ai diversi, ai deboli nel nome della razza sana e pura. Zia Concetta aveva qualche peccatùccio da farsi perdonare: nella sua vita, talvolta, aveva inveito alle spalle delle persone che non l’aggradavano. Aveva imprecato, augurato una sorta di occhio per occhio dente per dente per presunte malefatte che l’ignara persona avrebbe compiuto nella sua vita, ma non ancora commesse, e, che potevano ricadere anticipatamente sui suoi cari. Spesso ci azzeccava, era capace di riconoscere il male in una persona prima ancora che questo venisse fuori. Per questo motivo si era guadagnata fama di fattucchiera e aveva condotto un’esistenza alquanto solitaria. Adesso alla fine dei suoi anni, stava scontando in vita questi peccati, cosicché una corsia preferenziale le si potesse aprire per la porta del Paradiso, senza passare nel Purgatorio. Zia Concetta adesso viveva come in un sogno, dove non c’è più il tempo. Le facce amiche erano quelle dei ricordi lontani. Quando riconosceva una voce familiare subito le domandava dove si trovasse sua madre che non c’era più da anni. Se ne dispiaceva e riviveva una seconda, terza, quarta, quinta volta il lutto. Allora quella voce per non farle rivivere l’ennesima volta il dispiacere di una morte, le rispondeva che in quel momento sua madre non c’era e che presto sarebbe tornata a casa. Zia Concetta si alzava dalla sedia per andare a bere e si risedeva senza aver bevuto. Ingoiava, respirava, camminava, andava in bagno perché gli veniva automatico. Riusciva a vestirsi e svestirsi, a lavarsi da sola. Mangiava quando aveva fame, ma poteva mangiare anche un chilo di fagioli senza accorgersene. Zia Concetta non sapeva fare i conti, non sapeva contare i soldi, non sapeva che giorno della settimana fosse, che mese o che anno. Viveva un perenne presente. Si irritava per nulla, quando non riusciva a fare qualcosa diveniva intrattabile e viveva di fisime. Era malata, ma non era demente. La sua malattia ancora non aveva un nome nel piccolo paese dove zia Concetta e la nipote pretarella vivevano, ma in Germania un dottore di nome Alzheimer qualche decennio prima aveva osservato delle anomalie nel cervello di una paziente morta, che negli ultimi anni della sua vita assomigliava in tutto e per tutto a Zia Concetta.

Don Francesco era il padre di zia Concetta ed era morto all’inizio dell’estate nel 1884. Gli uomini non potevano essere chiamati prietarelli. Fatto sta che don Francesco come la pretarella aveva uno zio prete, ma a lui da giovane lo zio gli aveva lasciato in dote un masseria, un terreno collinare e sopratutto una sorgente d’acqua. Don Francesco divenne un abile contadino, si sposò, ebbe dieci figli, crebbero tutti sani, ebbero tutti una vita agiata anche se il lavoro dei campi era faticoso. Dalla terra riuscirono a ricavare tutto quanto necessitassero per il sostentamento. Con la vendita di prodotti in eccesso e del bestiame compravano quanto non riuscissero a produrre: vestiti, attrezzi. Si sposarono tutti i suoi figli, tranne zia Concetta. Per un’indole innata di vassallaggio don Francesco era stato sempre fedele al Re, ai principi, duca, marchesi, conti, visconti, baroni, nobili, cavalieri sopratutto quando questi nobili erano legittimati dalla Chiesa, che talvolta lasciava qualche briciolo di terra ai popolani. Così nell’autunno del 1862, quando una banda di briganti bussò alla sua masseria nel nome del Re Borbone non ebbe alcuna difficoltà a farli entrare in casa e a nasconderli. Stanchi, sporchi, affamati dissero che erano inseguiti da carabinieri venuti da lontano e che uccidevano per niente. Don Francesco dopo averli sfamati li fece dormire nello stallone, la stalla delle vacche. Sua moglie che fino a quel punto della loro vita non aveva fatto altro che seguire in tutto e per tutto fedelmente il marito, questa volta disse: “Ma sei diventato pazzo?! In tal modo ci farei ammazzare tutti: se vengono i piemontesi?”. Don Francesco non ci dormì la notte e così di prima mattina uscì alla ricerca di un rifugio che sapeva trovarsi in una grotta carsica al guado di un fiumiciattolo adiacente la masseria. Fece nascondere i briganti e si impegnò a portare loro del cibo. Non passò molto che dalla strada sottostante arrivarono i soldati piemontesi. Fece nascondere in fretta nella selva della campagna le figlie non ancora maritate, mandò alla grotta i figli maschi e prese in braccio un nipotino nato da poco. Don Francesco si presentò così ai carabinieri con una folta chioma di capelli completamente bianchi, con in braccio il bambino. Sudò freddo quando i soldati piemontesi, brandendo le armi si fecero consegnare cibo e vino. Si accamparono nell’aia della masseria e vi restarono per tre giorni, il tempo che le loro avanguardie perlustrassero i sentieri e le mulattiere che portavano sulla montagna. Sembravano essere venuti in pace, cosicché il terrore e la paura che arieggiavano negli animi svanirono e i suoi figli tornarono alla masseria. Ma se i piemontesi avessero scoperto i briganti nascosti cosa sarebbe successo loro? Il terzo giorno coi briganti a scarso di cibo, don Francesco si fece preparare un fagotto di viveri dalla moglie che avrebbe portato loro di notte. La moglie lo scoraggiò, ma non ci fu verso e di notte mentre i piemontesi dormivano portò notizie e scorte di cibo ai sei briganti. Il giorno dopo i piemontesi andarono via così i briganti potettero uscire allo scoperto e fuggire a nascondersi sulle vette dei monti circostanti. Non prima di andare via il capo brigante, tale Ciffone riconoscente dei rischi passati da Don Francesco e famiglia lo chiamò in disparte e gli consegnò un sacchetto contenente oggetti e monili in oro e d’argento. Un bel tesoretto! “Sono tuoi, ma ricorda che sono maledetti, portano con sé il male, chi ne godrà della vendita attirerà a sé il male. Possono essere usati solo per curare il male, per curare malattie”.

Don Francesco accettò senza battere ciglio. Non fece parola per anni con nessuno di quel tesoretto che nascose nel tronco di un albero di olivo del suo podere. Nel 1880 i briganti erano ormai scomparsi da anni, si erano spostati dalle montagne in pianura, nascosti nelle zone paludose che davano al mare. Il nuovo Stato si era consolidato e don Francesco era divenuto fedele alla nuova monarchia e al nuovo Re. Diventato vecchio si era reso conto che il tempo per lui stava finendo. Così chiamò la figlia Concetta, che era rimasta sempre con lui e sua moglie e le ricordò dei briganti quando lei poco più che ventenne si dovette nascondere nelle selva per paura dei soldati stranieri. Sopratutto le raccontò del segreto del tesoretto nascosto. Zia Concetta fece suo quel segreto e continuò la vita di sempre accudendo gli anziani genitori. Vide crescere i nipoti e pronipoti, figli dei fratelli e sorelle. Nel 1900 quando morì sua madre e lei non era più giovane ma non ancora troppo vecchia, si trasferì nel borgo montano nella vecchia casa di sua madre ristrutturata. Gli anni passarono tutti uguali, i cognati e i fratelli più anziani morirono uno alla volta; arrivò una nuova guerra, lontana, partirono per il fronte due nipoti: uno tornò, l’altro morì a Caporetto. Poi venne la pandemia della spagnola e quando finì zia Concetta iniziò a non ricordarsi più di nulla. La calura estiva del 1923 non dava tregua, zia Concetta viveva da sola nella sua casa ma i nipoti, tutti oltre i cinquant’anni, la sorvegliavano a vista portando lei il cibo, la svegliavano di primo mattino, l’accompagnavano a letto la sera e qualche notte qualcuno di essi restava a dormire con lei. Una sua sorella poco più grande di lei si era ammalata in primavera e non si vedeva via di guarigione. Zia Concetta in un raro momento di lucidità, al capezzale della sorella che viveva nel suo stesso paesino di montagna e che era la madre della pretarella, disse a entrambe: “Perchè non andiamo negli ospedali dell’Alta Italia, in Europa”?. La pretarella: “Come facciamo, con quali soldi?” Zia C.: “Con i soldi della vendita del tesoro dei briganti!” “Quale tesoro?” disse la pretarella. Zia C.: “Ma che ne so! Quello nascosto da nonno Francesco che serve per le malattie. Andatelo a prendere” La pretarella, abituata ai ragionamenti sconclusionati della zia: “Ma che dici, tu non stai bene con la testa!” Zia C.: “Fregatevi, io non ricordo più dove sta!”, si adirò e divenne taciturna. Passarono altri due mesi e zia Concetta non si rese conto della morte della sorella. Dopo il funerale alla pretarella, rassettando gli oggetti nella stanza dell’anziana madre defunta, rivenne in mente quel vaneggiamento della zia Concetta. “E se esistesse davvero un tesoro?”.

Intanto le condizioni mentali di zia Concetta diventarono sempre più difficili: non riconosceva le sorelle ancora in vita, non accettava i nipoti nella sua casa che considerava estranei. Non accettava più il cibo che i parenti le davano, non beveva e spesso si sentiva male. Lei era sempre stata presente nel bene o nel male delle vite delle famiglie dei suoi nipoti e così nessuno se la sentì di lasciarla sola e a turno facevano del loro meglio per assisterla. Lo fecero fin quando il futuro nuovo podestà clericale del posto, già capo della milizia volontaria per la sicurezza decise di occuparsi delle persone non più autosufficienti. Così nel nome del Re e del principio di solidarietà e per il bene delle persone come zia Concetta, queste dovevano essere portate in monasteri di suore, assistite in attesa della morte. Intanto la masseria dove zia Concetta era nata e vissuta fino alla morte della madre, disabitata andò in rovina e un incendio boschivo arse i terreni circostanti, compreso il piccolo uliveto di famiglia. La pianta centenaria, i cui rami tagliati e conficcati nel terreno da don Francesco avevano dato vita a altrettanti alberi di olivo, era un cumulo di cenere. Quando i carabinieri accorsero a vedere le conseguenze dell’incendio consegnarono al podestà una pentola in rame annerita, trovata tra la cenere. Era chiusa ermeticamente, ma muovendola il rumore faceva presagire all’interno la presenza di metalli. Il podestà la portò nella sua casa, l’aprì e trovò il tesoro. Vendette tutto e comprò una casa nei pressi della colonia estiva “Alessandro Italico Mussolino” nella spiaggia di Serapo a Gaeta. Il giorno prima di prendere possesso della casa, mentre si preparava a partire dal paese si sentì male. Fu messo a letto, gli era venuto quello che i popolani chiamavano il “tocco”. A malapena riusciva a parlare, e quando lo faceva la sua faccia assumeva una smorfia disumana. Non muoveva il braccio e la parte destra del suo corpo. I familiari chiamarono il prete che arrivò accompagnato dalla pretarella. Il podestà farneticava, non si capiva se volesse confessarsi, ma non morì e visse ancora per molti anni. Finì la sua esistenza nello stesso monastero di zia Concetta assistito da suore: era la maledizione del tesoro dei briganti!

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Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di Chappe


Un'associazione di Calvi Risorta in provincia di Caserta, ha analizzato le varie coordinate di una cartina dei telegrafi ed è andata alla ricerca di quello caleno, scoprendo l’edificio su di un anfratto sulla direttrice Teano – Gaeta. Fino ad allora i resti della struttura, erano ritenuti “delle fortificazioni preromane”. Invece sono i resti dell’edificio telegrafico borbonico di Chappe.
Su questi edifici erano installate le vedette del telegrafo visivo. Da Terracina a Gaeta, passando poi per Sessa, Teano, Capua, Caserta, Napoli fino a Palermo, spesso su delle alture si trovano ancora i resti di piccoli edifici di cui se n'è persa la memoria storica. Sono i punti visivi di contatto dell'antico telegrafo borbonico in uso fino alla guerra civile che ha portato all'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, poi Regno d'Italia. La cartina dove sono state trovate le coordinate, è stata rinvenuta qualche anno fa da un appassionato caleno in una biblioteca di Milano. Dopo averla scannerizzata ha deciso di metterla a disposizione di studiosi e archeo-escursionisti che volessero raggiungere tali luoghi. Il meccanismo telegrafo di Chappe era molto semplice e geniale: in pratica su questi edifici c’era un dispositivo che a seconda della disposizione di tre grandi pale significava una lettera. Così grazie ad alcune vedette, in comunicazione visiva attraverso il binocolo, da Palermo a Napoli e in tutto lo Stato delle Due Sicilie era possibile comunicare in tempo reale. La prima rete di comunicazioni utilizzata per scambiare messaggi in un’intera nazione è stata creata alla fine del 1700 in Francia grazie all’ingegno di Claude Chappe. La rete era formata da telegrafi ottici posizionati su colline, torri, campanile che consentivano di passare messaggi a cascata da un punto al successivo, che a sua volta rimandava al successivo. I telegrafi erano distanti circa 10-20 km e dovevano essere visibili a due a due. In caso di nebbia o di oscurità il servizio si interrompeva. Il telegrafo era costituito da un braccio orizzontale (regolatore) lungo 4m, agli estremi 2 braccio più piccoli (indicatori) lunghi circa 2m, (con contrappesi). Tutto era sostenuto da un palo di almeno 4,5m e posto in cima all’altura. Regolatori ed indicatori erano di colore nero per avere più contrasto nel cielo . Nel 1791 Claude Chappe ed i suoi fratelli iniziarono esperimenti per poter comunicare a distanza in maniera veloce. Dopo diversi esperimenti e proposte, nel 1793 la Repubblica Francese approvò e finanziò l’istituzione di una rete di 15 stazioni tra Parigi e Lille (190 Km a nord al confine con l’impero austriaco) La rete era costituita da telegrafi ottici collegati a vista, all’interno della torre dimoravano due operatori con binocolo che seguivano le procedure di comunicazione. La rete cominciò a funzionare il 15 agosto 1794 e fu adottata da tutto il Regno delle Due Sicilie.

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