Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di Chappe
Su questi edifici erano installate le vedette del telegrafo visivo. Da Terracina a Gaeta, passando poi per Sessa, Teano, Capua, Caserta, Napoli fino a Palermo, spesso su delle alture si trovano ancora i resti di piccoli edifici di cui se n'è persa la memoria storica. Sono i punti visivi di contatto dell'antico telegrafo borbonico in uso fino alla guerra civile che ha portato all'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, poi Regno d'Italia. La cartina dove sono state trovate le coordinate, è stata rinvenuta qualche anno fa da un appassionato caleno in una biblioteca di Milano. Dopo averla scannerizzata ha deciso di metterla a disposizione di studiosi e archeo-escursionisti che volessero raggiungere tali luoghi. Il meccanismo telegrafo di Chappe era molto semplice e geniale: in pratica su questi edifici c’era un dispositivo che a seconda della disposizione di tre grandi pale significava una lettera. Così grazie ad alcune vedette, in comunicazione visiva attraverso il binocolo, da Palermo a Napoli e in tutto lo Stato delle Due Sicilie era possibile comunicare in tempo reale. La prima rete di comunicazioni utilizzata per scambiare messaggi in un’intera nazione è stata creata alla fine del 1700 in Francia grazie all’ingegno di Claude Chappe. La rete era formata da telegrafi ottici posizionati su colline, torri, campanile che consentivano di passare messaggi a cascata da un punto al successivo, che a sua volta rimandava al successivo. I telegrafi erano distanti circa 10-20 km e dovevano essere visibili a due a due. In caso di nebbia o di oscurità il servizio si interrompeva. Il telegrafo era costituito da un braccio orizzontale (regolatore) lungo 4m, agli estremi 2 braccio più piccoli (indicatori) lunghi circa 2m, (con contrappesi). Tutto era sostenuto da un palo di almeno 4,5m e posto in cima all’altura. Regolatori ed indicatori erano di colore nero per avere più contrasto nel cielo . Nel 1791 Claude Chappe ed i suoi fratelli iniziarono esperimenti per poter comunicare a distanza in maniera veloce. Dopo diversi esperimenti e proposte, nel 1793 la Repubblica Francese approvò e finanziò l’istituzione di una rete di 15 stazioni tra Parigi e Lille (190 Km a nord al confine con l’impero austriaco) La rete era costituita da telegrafi ottici collegati a vista, all’interno della torre dimoravano due operatori con binocolo che seguivano le procedure di comunicazione. La rete cominciò a funzionare il 15 agosto 1794 e fu adottata da tutto il Regno delle Due Sicilie.
Storia e letteratura. Da una novella poco conosciuta di Verga e da Carlo Levi rileggiamo il periodo dell’Unità d’Italia

Non si sa se Verga nell’elaborazione della novella, che narra dei fatti, abbia attinto in prima persona da fonti reali. La città dista una trentina di km dalla sua Catania. Quando avvennero i fatti, Verga era 20enne e viveva ancora in Sicilia. La novella fu pubblicata nel 1883 a Milano.
La novella Libertà inizia con l’immagine di un fazzoletto tricolore sventolato sul campanile della chiesa e le campane che suonano incessantemente. Per le strade tutti corrono. E’ caccia all’uomo. Un mare di persone armate di falci, martelli, zappe, vanghe, pale... tutti con in testa la coppola a caccia dei signori coi cappelli. Davanti a tutti c’era una donna che sembrava una strega, coi capelli dritti e armata solo delle unghie. In un vicoletto il primo a morire fu il barone del posto colpevole di aver sfruttato la gente dei suoi poderi, poi viene ucciso un ricco, colpevole di essere ingrassato col sangue dei poveri, muore un gendarme che aveva fatto giustizia solo per i poveri, il guardaboschi… e tutti i “cappelli”. In quei tempi in Sicilia i ricchi, i proprietari terrieri, i preti, per distinguersi dai poveri e dai braccianti portavano al capo dei cappelli, gli altri la coppola (un berretto). Poi venne il turno del prete che predicava l’inferno solo per chi rubava il pane. Mentre moriva implorava di non essere ammazzato perché era in peccato mortale. Quel peccato era una donna che si chiamava Lucia e che a 14 anni era stata venduta dal padre e che in quel momento affollava le strade di Bronte con i suoi monelli affamati. Il popolo ammazzava e basta, come fa il lupo accecato dalla fame che non pensa a mangiare ma a sgozzare quante più pecore della mandria. Morì ancora un giovane accorso a vedere cosa stesse accadendo, morì lo speziale mentre chiudeva frettolosamente la serranda della sua bottega e morì don Paolo sotto gli occhi della moglie che lo guardava arrivare dal balcone in groppa al suo somaro, di ritorno dalle campagne e che pure in testa aveva un berretto da cafone. “Una falce lo sventrò mentre con un braccio si riparava dal martello”. Morì anche Neddu un bambino di 12 anni, il figlio del notaio calpestato mentre fuggiva dalla folla che aveva ucciso il padre. “Beh, sarebbe stato notaio anche lui”, disse qualcuno. Morirono le donne che in abito da sera andavano a pregare in chiesa e schifate non si sedevano accanto ai poveri, morì la moglie del barone che barricatosi in casa diede ordine di sparare dalle finestre, il figlio maggiore 16enne, poi l’altro figlio. Le campane suonarono dall’alba al tramonto. Alla fine i morti furono 11. Solo il buio mise fine alla carneficina. Di notte si sentì solo il rumore delle ossa rotte dai morsi dei cani. La mattina tutti si muovevano con fare circospetto non sapevano cosa fare. Arrivò in paese un vecchio generale borbonico vestito con l’uniforme dei Piemontesi. Sedò la rivolta senza ulteriori spargimenti di sangue e fece seppellire i morti dagli stessi assassini. Quando andò via si disse in paese che sarebbe venuto un altro generale a fare giustizia. I colpevoli, gli assassini fuggirono sui monti quando arrivò Nino Bixio e il suo seguito di militari. Si stabilì nella chiesa entrandovi con il cavallo. Subito ne fece fucilare cinque o sei a caso, chi capitava. Poi vennero dei giudici vestiti da galantuomi, furono imprigionati i primi presunti colpevoli e portati nel Castello della Dulcea. Iniziò il processo che durò anni. Le mogli degli incarcerati prima portavano loro da mangiare, ma poi rassegnate che “non ne sarebbero usciti più”, trovarono altri mariti. Rimpatriarono prima le mogli, poi le mamme. Intanto il lavoro dei giudici continuava e altri venivano incarcerati e condotti alla Dulcea. In poco tempo tutto tornò come prima: i cappelli non potevano lavorare le terre con le proprie mani e la povera gente non poteva vivere senza essere comandata. La novella si conclude con il carbonaio del paese che dopo tre anni dai fatti veniva ammanettato dicendo: “Dove mi conducete? In galera? Perchè? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà”. Ma che cosa stava accadendo in quegli anni? Per capire dobbiamo rileggere il contesto storico dei 10 anni precedenti lo sbarco dei 1000 di Garibaldi e i 10 successivi.
La Monarchia dei Savoia e quella dei Borbone Con i Moti del 1948, Re Carlo Alberto di Savoia concesse ai propri sudditi una sorta di Costituzione, lo Statuto Albertino, facendo diventare la propria monarchia costituzionale. Lo stesso re iniziò, subito dopo, una guerra per scacciare gli austriaci dal Lombardo Veneto. Ma fu sconfitto e abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia. A Roma i moti del ‘48 portarono il repubblicano e massone Mazzini, con l’aiuto di Garibaldi, alla formazione della Repubblica Romana. Anche se quest’esperienza fu un fallimento dal punto di vista militare con la venuta dei francesi in soccorso al Papa, la costituzione della Repubblica romana un secolo dopo ha ispirato i padri costituenti della nostra e attuale Repubblica. Al Sud i Borbone concessero una costituzione alla Sicilia, nel tentativo di calmare i moti insurrezionali, che poi ritrassero reprimendo le rivendicazione di autonomia dell’isola. Messina fu duramente bombardata da Ferdinado di Borbone, tanto che per quest’azione è ricordato dalla Storia anche come il Re Bomba. Ad eccezione della costituzione repubblicana di Mazzini, si trattava di carte che miravano più a calmare il popolo che ad essere vere costituzioni.
Negli anni successivi ai moti del ‘48 il dibattito politico pubblico in Italia, vedeva la borghesia, l’aristocrazia, le monarchie, i proprietari terrieri, la Chiesa preoccupati della possibilità che potessero venire meno i privilegi acquisiti e consolidati da anni. A ciò si aggiungeva l’esigenza di vedere fatto uno stato unitario italiano, in tutta la penisola. Ma come doveva essere questo Stato: repubblicano, federale, ancora monarchico? Quale monarchia avrebbe dovuto guidare il percorso di unità della nazione? Nel 1859 il figlio di Carlo Alberto fu più fortunato del padre e riuscì a liberare dagli austriaci il Lombardo Veneto. Così il piccolo stato dei Savoia governato dalla destra storica di Cavour divenne abbastanza grande da mirare ad occupare tutta l’Italia. Si estendeva ora dal Piemonte al Veneto comprendendo tutta l’Italia Nord-Occidentale e l’isola della Sardegna. La capitale era a Torino. Il Sud e la Sicilia erano governati da Francesco II, da poco succeduto al padre, con capitale Napoli. La cessione della città di Nizza e la provincia di Savoia ai Francesi, con il trattato di Torino del 24 marzo 1860, diede avvio al processo di unificazione della penisola italiana. Cavour con l’appoggio di forze straniere come l’Inghilterra, assicurandosi una sorta di neutralità della Francia con la cessione della città sulla costa azzurra, iniziò a pensare la possibile occupazione militare del Regno borbonico di Napoli e Sicilia. L’occupazione fu preparata abilmente nei primi mesi del 1860 con l’invio di avanguardie patriotiche, incursori, con azioni di propaganda unitaria, con la promessa della concessione dei terreni ai contadini e acquisendo la fedeltà alla causa unitaria di funzionari pubblici e militari borbonici. Cavour si assicurò il non intervento di Francia e l’appoggio dell’Inghilterra che da anni era in rotta di collisione con i Borbone per lo sfruttamento dei giacimenti minerali di zolfo della Sicilia. Per il diritto internazionale i Savoia non potevano occupare uno stato sovrano, peraltro una delle monarchie più in vista d’Europa. Utilizzò quindi Giuseppe Garibaldi per le prime operazioni militari in Sicilia. La fama di Garibaldi, che era stato un abile marinaio e comandante in America Latina era accresciuta con la parentesi mazziniana della Repubblica Romana. Aveva saputo ben costruire la propria immagine, tanto che era stato eletto più volte deputato del Regno dei Savoia al Nord, in quel momento lo era nel collegio collegio di Nizza, la sua città natale. Nella spedizione dei Mille che verrà si fece seguire da un giornalista di guerra di fama internazionale quale Alessandro Dumas padre. Il 5 maggio del 1860 si avviarono le operazioni militari.
La propaganda unitaria, la Spedizione dei Mille e la conquista della Sicilia Garibaldi partì da Quarto in Ligura, con un esercito iniziale di 1000 uomini, a cui si aggiunsero altri volontari presenti sul territorio. Sbarcò a Marsala l’11 maggio 1860 nella Sicilia orientale senza essere intercettato dalla flotta borbonica. I Mille riuscirono a sconfiggere una prima resistenza dell’esercito borbonico a Calatafimi. Ne seguì una guerra di conquista durata tre mesi, città dopo città: Trapani, Palermo, Catania, Messina caddero. Nei grossi centri la popolazione civile si mantenne fuori dai combattimenti, ma nell’entroterra come a Bronte nel catanese il 2 agosto parecchi contadini, coppola in testa, che avevano equivocato la venuta dei Mille con una insurrezione contro il potere, si ribellarono. Vennero appiccate le fiamme a decine di case dei ricchi, al teatro e all'archivio comunale. Ci furono ben sedici morti fra nobili, ufficiali, il barone del paese. Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi fu chiamato per la rappresaglia con processi sommari e fucilazioni. Iniziava quello che negli anni successivi sarà una costante per il controllo del territorio in tutto il Mezzogiorno: la repressione col sangue.
L’episodio di Bronte oltre a essere narrato nella novella “Libertà” di Giovanni Verga (1883) è stato ripreso brevemente da Carlo Levi, nel libro “Le parole sono pietre” del 1955: “...qui a Bronte, nel 1860, dal 2 al 5 agosto il popolo si sollevò per la divisione delle terre, spinto dalle promesse di Garibaldi e dall'antica speranza. Naturalmente, come sempre avviene in queste esplosioni contadine, la rivolta fu feroce, molti i morti tra i signori borbonici, molte le case bruciate. Agli occhi dei contadini di Bronte la conquista garibaldina non poteva avere che un senso: il possesso delle terre, la libertà dal feudaulismo; e in nome di Garibaldi si misero a trucidare i signori. Erano più avanti dei tempi. Garibaldi, pressato dal console inglese di Catania timoroso per le sorti della Ducea, il complesso residenziale dell’ammiraglio inglese Nelsen mandò Nino Bixio a rimettere ordine. Nino Bixio giunse a cose già calme, dopo che un altro garibaldino, il colonnello Poulet (disertore borbonico passato con Garibaldi) con una compagnia di soldati era già pacificamente entrato in Bronte. Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo fucilò immediatamente i capi della rivolta, fra cui un avvocato, Nicolò Lombardo un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del '48”.
In tre mesi la Sicilia fu completamente occupata chi si arrese a marzo dell’anno dopo con l’onore delle armi fu lasciato vivo, ma chi non volle passare con l’esercito dei Savoia fu deportato, in una fortezza ad alta quota a 2000 metri a Fenestrelle in Piemonte. Il 20 agosto Garibaldi sbarcò in Calabria e inarrestabile, proclamandosi dittatore dei territori occupati marciò facilmente fino a Napoli la capitale. Grazie alla sua fama e alla promessa di terre ai contadini, non venne ostacolato dalle popolazioni locali. A settembre il Re Borbone fu deposto e costretto a ritirarsi nella fortezza militare di Gaeta che fu assediata via mare e via terra, per oltre 100 giorni. Intanto l’esercito dei Savoia guidato in prima persona dal Re Vittorio Emanuele mosse da nord con 80.000 uomini. Dalla dorsale adriatica valicò gli Appennini e raggiunse Garibaldi nei pressi di Teano, siamo al 26 ottobre 1860. Furono organizzati dei plebisciti per sancire l’annessione dei territori occupati dalla monarchia dei Savoia in tutta la Penisola nel nome dell’Unità d’Italia. A marzo del 1861 il Re napoletano si arrese e guarda caso l’Inghilterra per prima riconobbe la vittoria ai Savoia. Ad aprile del 1861 a Torino si riunì per la prima volta il parlamento italiano in seduta comune. La discussione verteva sul destino dei garibaldini: arruolarli nell’esercito regolare o rispedirli a casa con una pacca sulla spalla e un compenso simbolico. La seduta si chiude con un nulla di fatto. Garibaldi usò parole dure, parlò di una guerra fratricida, “provocata da questo stesso Ministero”. Il 5 maggio 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia facente capo alla monarchia dei Savoia. Cavour, che ne era stato l’artefice improvvisamente morì agli inizi del mese di giugno. Il repubblicano Mazzini, che viveva in esilio a Londra ma era rientrato clandestinamente in Italia, ad agosto del 1861 raggiunse la Sicilia via mare per un estremo tentativo di vedere un’Italia Repubblicana. Sperava in un movimento insurrezionale, ma a Palermo prima ancora di scendere dalla nave, fu dichiarato in arresto dai Savoia e portato al forte di Gaeta. Dopo due mesi di carcere fu liberato con un’amnistia e lasciato libero di tornare a Londra a patto che non svolgesse più attività politica. Morì 10 anni dopo.
La Guerra civile e la Questione Meridionale L’Italia era finalmente unita anche se sotto una monarchia guidata dai Savoia. Restava irrisolta la questione romana nelle mani del Pontefice e quella di alcuni territori dell’Italia nord-orientale che ancora non erano stati annessi, come il Trentino; ma c’era pure un’altra questione che stava per arrivare: “La Questione Meridionale”. Al sud scoppiò una guerra civile: italiani, contro italiani: borbonici, repubblicani, papalini, liberali, lealisti, contadini, ex garibaldini... che divenne una guerra di logoramento. Il nuovo Stato non riusciva a controllare i comuni e i territori delle periferie e le campagne; sopratutto nei territori interni della Campania, Lucania, Puglie e Calabria. Il malcontento c’era ovunque. Lo stesso Garibaldi nel giugno del 1862, probabilmente incalzato da Mazzini, si imbarcò da Caprera per la Sicilia per saggiare di persona un'eventuale ripresa delle azioni rivoluzionarie e marciare su Roma. Le accoglienze in Sicilia furono talmente entusiaste, da deciderlo a guidare una nuova spedizione. Ma fu intercettato dai soldati piemontesi, fu ferito in Calabria, costretto a ripararsi in Aspromonte ed ad arrendersi. Intanto il nuovo governo iniziò a vendere i beni demaniali e quelli confiscati agli ordini religiosi che furono soppressi. I terreni invece di essere essere venduti a piccoli lotti per consentire l’acquisto da parte dei contadini che li avrebbero usati per auto sostentamento, finirono nelle mani dei ricchi speculatori. Si aggravarono ulteriormente le condizioni dei ceti più poveri. Ci fu un aumento generalizzato delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità. Il Mezzogiorno fu militarizzato, fu usata la leva obbligatoria per reprimere chi si ribellava al nuovo ordine costituito. I giovani meridionali che non si arruolavano venivano condannati a morte. Si formarono bande armate che dalle montagne scendevano ad occupare i comuni. Furono bruciati ettari di boschi per stanare i “briganti”, furono incendiate le masserie, le case di campagna dei contadini che potevano dare rifugio ai ribelli. I crimini di guerra e le atrocità più orribili da cui si è avuta notizia furono commesse nel Sannio a Casalduni e Pontelandolfo, oggi provincia di Benevento. Un anno esatto dopo i fatti di Bronte in Sicilia, l'11 agosto 1861, in un agguato morirono 45 soldati piemontesi. La violenta rappresaglia militare guidata dal generale Cialdini portò all'incendio dell'abitato di Casalduni lasciato vuoto dagli abitanti fuggiti. Ma i carabinieri e i soldati piemontesi ripiegarono su Pontelandolfo bruciando vivi nelle loro case diversi civili tre giorni dopo. Dopo oltre cento anni nel 1973 i familiari delle vittime lanciarono una prima petizione per chiedere la verità sul massacro. Intanto la guerriglia durò anni e i costi di occupazione furono finanziati con ulteriori tasse, come quella sul Macinato di Quintino Sella.
La fine della Guerra Civile d'occupazione Solo nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio del 1870 a dieci anni esatti dall’avvio dell’occupazione del mezzogiorno d’Italia, il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale della guerra d’occupazione. Il 2 ottobre 1870 l’ennesimo plebiscito sanciva l'annessione degli ex domini papali al Regno d'Italia, con una vittoria dei “sì” resa schiacciante anche dal poco strategico invito della Curia romana all'astensionismo dei cattolici. Nel gennaio 1871 la capitale d'Italia divenne a Roma.

L'Unione Europea spende per la traduzione di documenti ufficiali moltissimi soldi. Oltre all'aspetto meramente economico si avverte ormai la necessità di unire il popolo europeo anche attraverso il linguaggio.

Angelo Iannelli valorizza la maschera eterna, Napoli e Acerra.
Arriva il calendario ufficiale di Pulcinella 2026. Il progetto artistico dell’attore Angelo Iannelli punta a offrire un viaggio itinerario attraverso le bellezze, i vicoli, i suoni e i sapori di Napoli ed Acerra.
In un’epoca di caffettiere elettriche e macchine automatiche, gli studenti del convitto annesso all’Istituto Alberghiero di Formia stanno riscoprendo il sapore autentico del caffè italiano con un metodo antico: la cuccumella napoletana. Questa iniziativa, nata dall’esigenza di non perdere le tradizioni culinarie del territorio, mette al centro un oggetto semplice ma simbolico: una caffettiera interamente in metallo, senza alcuna guarnizione in plastica, a differenza della più comune moka.
La cuccumella, tipica della tradizione napoletana, funziona con un meccanismo a capovolgimento. Si riempie la parte inferiore con acqua, si inserisce il filtro con il caffè macinato e si chiude il tutto. Si pone sul fuoco, e quando l’acqua bolle, si capovolge la caffettiera: il vapore spinge l’acqua attraverso il caffè, che filtra nella parte superiore, pronta per essere versata.
Durante l’attività, uno studente convittore, con gesti misurati e attenzione, versa il caffè appena preparato in una tazzina, immortalato in una foto che racconta l’impegno e la cura per il dettaglio. L’iniziativa non è solo un’esercitazione tecnica, ma un momento di condivisione culturale, dove il sapore del caffè diventa occasione per riflettere sul valore delle tradizioni, della lentezza e dell’artigianalità.
Il seminario, strutturato come tavola rotonda moderata da un giornalista esperto di comunicazione, ha una durata di quattro ore. L’iniziativa si inserisce nel quadro delle Nuove Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione.
Si riparte quindi dalle nuove generazioni dai ragazzi, all’insegna del “Riprendiamoci Internet”, ma il seminario è rivolto ai più grandi studenti delle superiori, ai loro genitori e ovviamente ai docenti.
Ci sono in Italia paesi dimenticati che non appaiono neanche sulle mappe geografiche, nonostante contino qualche migliaio di abitanti. È il caso di Petrulo, in provincia di Caserta, il cui nome compare solo su qualche vecchia cartina di un centinaio di anni fa. Petrulo deve la sua esistenza al santo patrono San Nicandro, vescovo e martire.
I primi insediamenti risalgono alla fine dell'Impero Romano, quando la vicina colonia di Cales fu saccheggiata dai barbari. Gli abitanti si rifugiarono intorno al castrum preturi, una zona tufacea nei pressi del fiume Lanzi, che nasce dalla collina argillosa di “Laureta” (il cui nome deriva da “lavorare la creta”). Oggi il corso d'acqua ha un regime torrentizio ed è stato deviato durante il Fascismo; è un affluente del fiume Savone e un tempo sfociava tra il Garigliano e l'Agnena.
La sua sorgente era di difficile accesso e le gallerie scavate ai margini nel tufo garantivano rifugio dalle incursioni dei predoni. Gli abitanti vissero nascosti per secoli, finché intorno al 1100 d.C. fu costruita la borgata di Petrulo da una piccola comunità di monaci basiliani, giunti dall'Oriente in fuga dalla persecuzione iconoclasta dell'VIII secolo.
A Petrulo si trova il piccolo quartiere denominato Giudea, o Iurea nel dialetto locale, dove i monaci rafforzarono il culto per San Nicandro. L'integrazione della comunità monastica con gli abitanti del posto portò alla realizzazione della chiesa antica (oggi sconsacrata) di S. Nicandro, datata 1106. San Nicandro è considerato un santo miracoloso ma anche vendicativo, come dicono ancora oggi gli abitanti del luogo.
Si raccontano diversi aneddoti, probabilmente frutto della fantasia popolare, ma comunque degni di nota. Ad esempio, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, durante una processione, ci fu un tentativo di rubare dell'oro dalla statua di San Nicandro. Il ladro fu visto affannarsi a nascondere un attrezzo che gli avrebbe consentito di prendere l'oro. Qualche anno dopo, l'uomo ebbe un figlio con una malformazione alla mano, che sembrava mozzata. Gli abitanti del posto attribuirono quella disgrazia a San Nicandro.
Un altro racconto narra di un giovane che era solito bestemmiare santi e madonne pubblicamente e, in un'occasione, sfidò i fedeli che pregavano il santo. Il giorno seguente, il giovane si ritrovò con le dita di una mano disegnate sul volto: lo schiaffo di San Nicandro!
Ma chi era San Nicandro? Nella biblioteca della cattedrale ortodossa di San Tito a Heraklion, attuale capoluogo dell'isola di Creta, si trovano notizie su di lui. Nacque a Canea, antica capitale di Creta, intorno al 25 d.C. Da giovanissimo, apprese la notizia della passione e resurrezione di Gesù, aderì al Cristianesimo e fu nominato sacerdote da San Tito nella città di Agios Nikolaos.
Per il suo zelo nel convertire gli abitanti alla fede cristiana, fu nominato vescovo intorno al 50 d.C. e inviato nell'odierna Turchia come primo vescovo di Myra. Alla morte di San Tito, continuò la sua opera in Licia, dove la comunità cristiana crebbe a tal punto da preoccupare i Romani. Così, al governatore Libanio giunse l'ordine di uccidere San Nicandro per dare un esempio e un monito ai cristiani.
Insieme al santo fu ucciso anche un anziano sacerdote di nome Ermeo: furono legati a dei cavalli lanciati al galoppo e trascinati finché ebbero la pelle strappata e la terra bagnata dal sangue delle loro ferite. Furono poi appesi e colpiti con una tavola di legno e torturati prima col fuoco, poi con dei chiodi piantati nel petto e nel corpo. Furono gettati in un sepolcro e seppelliti, senza neanche verificare se fossero ancora vivi.
Il racconto della loro morte ebbe l'effetto contrario: divennero i due martiri di Licia. Alla fine del 1500, Papa Clemente VIII avviò una politica di riavvicinamento con le chiese cristiane di rito bizantino, in particolare con i monaci basiliani, che portarono a Roma notizie e reliquie dei martiri. Il Papa li fece santi il 4 novembre. Nel 1914, le reliquie di San Nicandro furono portate da Roma a Petrulo, dove il Santo è venerato oltre che il 4 novembre, anche la prima o la seconda domenica di agosto. Il nome Nicandro è poco diffuso in Italia ed è associato ad altri santi a Venafro (provincia di Isernia), a San Nicandro Garganico in Puglia, a Tremensuoli (frazione di Minturno, Latina) e a Ravenna e L'Aquila, dove sorgono chiese dedicate. In Grecia, il culto del santo oggi non è venerato e il nome Nikandros è in disuso. (Foto: santino storico di San Nicandro)