Diario

Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte socialiste. Al calore del loro tinello, con le tutele contrattuali, i sindacati liberi, la previdenza sociale, malattia & pensione, agitano i loro manganelli/meme contro i comunisti & socialisti rei di volergli far perdere questo bengodi. Musulmani, LGBT, immigrati, woke & educazione gender si mescolano in un maelstrom informe la cui difesa è in mano tanto agli estremisti di destra quanto – ironia della storia – agli eroi del liberismo & liberalismo, quella manciata di imprenditori che ha fatto della propria ricchezza illimitata un sistema di immaginario, desiderio e proprietà.

Ma poi – penso – cosa potrei io contrapporre a questo meccanismo? Le mie risposte, nella struttura dei social, sarebbero atrofizzate e storicamente inaccurate quanto le uscite dei parafascisti. Anche in classe quello che insegno è una sorta di compendio di fatti che – se zoomati – mostrerebbero, via via che la timeline si dilatasse e i singoli avvenimenti venissero scomposti nei loro atomi minimi, mostrerebbero dicevo un liquido di ambiguità e di incertezza che solo a posteriori e solo tagliando e semplificando possiamo sintetizzare in quella che chiamiamo storia. Più andiamo a vedere le cose come sono successe, più entriamo nel disordine informativo in cui sono accadute. Salvo le eccellenze: gli abomini, la scelleratezza, l'infamia. I massacri. Ma il grosso di quello che accade accade nell'incertezza e nell'approssimazione.

Quella che insegno in classe come storia è più un vademecum, un dizionarietto tascabile di cause & effetti. La storia si ripete non perché non impariamo dalla storia, ma perché quello che abbiamo imparato dalla storia è spesso un abbaglio, una luce che abbiamo fissato a lungo per avere dei punti di riferimento certi. Spesso consolatori. Dovremmo amplificare le possibilità e le connessioni ma – sad story – non è possibile. Come diceva Berisso, l'uomo è un animale semplificatore. Superato un certo grado di complessità non riesce a reggere l'urto informativo e deve iniziare a digerire e sintetizzare le proteine conoscitive. Deve fare – banalmente – delle scelte.

Quello a cui si è ridotta la telematica, il bordello dei social, la spettacolarizzazione del proprio esserci qua, al mondo, con uno smartphone o un notebook, favorisce questa semplificazione del mondo. La polarizzazione. Abbiamo come eroi gente come Elon Musk, Bezos o Zuckerberg perché la struttura, dicevo, è malata. Siamo sui social perché funzionano, le cose che scriviamo raggiungono e creano notifiche e adrenalina. Ma la struttura è malata: non è un'agorà, è piuttosto un anfiteatro dove lo spettacolo è il pubblico che scende nello spazio comune e si scarnifica, mostra il culo, si strappa i capelli.

In questi giorni Meta è sotto inchiesta perché i suoi meccanismi, la sua struttura, creerebbe dipendenza e Zuckerberg, pur sapendolo, avrebbe mantenuto e privilegiato queste meccaniche tossiche. Da persona che è sui social dagli anni ottanta, credo che la tossicità sia implicità nel mezzo. La telematica – raw – è tossica. Potenzialmente almeno. Lo è sempre stata, dalle BBS in poi almeno. Scrivi e quello che scrivi inizia a essere propagato nel mondo, letto da sconosciuti, commentato e quotato. Mentre ti stacchi dalla rete quello che hai scritto – come un virus — genera conseguenze. E quando ti ricolleghi il virus è mutato, è aumentato, può avere avuto sviluppi inaspettati. Oppure non ha attecchito ed è morto lì. Dico scrivi, ma il concetto è lo stesso per qualsiasi media. Una cosa del genere, con questa velocità, con questi numeri di propagazione, con questa economicità di contenuti di partenza, non c'era mai stata. È meravigliosa e terribile nello stesso tempo.

Si poteva lavorare per renderla sovra-umana, o sfruttarne i meccanismi animali per aumentare il reddito della propria startup, fun fact: la seconda.

Non ho tutta questa gran voglia di scrivere. Qua, schiacciato a terra dalla gravità, con le dita anchilosate per i lavori fatti ieri, un filo di mal di testa, il sistema nervoso che vibra e manda suoni, lo stomaco pesante millenni, il corpo tutto annodato su se stesso. Che frustrazione anche solo essersi svegliato, essere vivi, guardare la luce fredda che arriva dalle finestre, il rumore del gas che scalda l'acqua.

Su Facebook ci sono diversi gruppi di persone che parlano del degrado di Genova, mostrano foto di gente seduta per terra, tossici crollati sugli scalini di questa o quella casa, immigrati seduti su uno dei tanti monumenti morti di questa città-cimitero. Quasi tutti questi gruppi sono fasulli, sono messi in piedi dall'amministrazione precedente, di centro destra, per raccogliere a strascico i razzismi e il poveraccismo della Genova più conservatrice e spaventata, creare un bacino-massa di scontenti a danno dell'attuale amministrazione di centro sinistra.

È roba tossica e spiace vederci dentro gente che conosco da anni e che ultimamente è passata a ingrassare questa destra populista e violenta. Anyway. Sono gruppi nominalmente contro il degrado di Genova, ma quello che fotografano non è il degrado, è il disagio. Fotografano gente che sta male, che vive male, e lo etichettano come degrado. Ora, Genova è piena di degrado. È costruita sul degrado. Periferie senza arterie, colonnati di calcestruzzo costruiti su colate di asfalto, servizi anestetizzati. Lenta, progressiva asfissia culturale. La viralità del provinciallismo che atteccchisce dappertutto come una muffa. Centri commerciali e ipermercati a coprire il vuoto dei mancati recuperi urbani. Di questo degrado reale, decennale, i gruppi Facebook si occupano poco, sarebbe controproducente. È stato tenuto in vita se non creato dai loro datori di lavoro. Si scagliano allora sulle vittime di questo degrado, azzannano il disagio.

Sono a Sturla, sdraiato sulla sabbia, che dormo, uno degli ultimi bagni. L'acqua è torbida e bollente. Mi sveglio ascoltando il vicino di ombrellone. Sento che dice che i gabbiani gli hanno cagato sull'asciugamano. Bastardi. Dice che gabbiani e piccioni sono animali di merda. Dice che la colpa è di chi gli dà da mangiare. Dice che la colpa è dei marocchini. Dice che i marocchini danno sempre da mangiare ai piccioni. Dice che se gli dici qualcosa vogliono pure avere ragione. Dice che i marocchini vogliono sempre avere ragione. Dice che gli hanno rotto il cazzo. Dice che un giorno di questi prende una lama e ne sgozza uno, di marocchino. Testuale. La Genova del degrado. Apro gli occhi e cerco di inquadrare la persona e – se non ho sbagliato – è un ragazzo, età around 18, con tanto di madre che – in questo deliquio – non dice niente.

Quando pensate male degli insegnanti dei vostri figli, pensate che è gente che si trova talvolta ad avere in classe dieci, venti, trenta persone che pensano e parlano così.

Portiamo, io ed Elettra, terzogenita a una festa in un piccolo paese dell'entroterra, Montessoro, dove il gruppo di spade laser che lei frequenta farà una piccola esibizione. Non siamo mai stati a Montessoro, seguiamo Google maps mentre lentamente scivoliamo via dalla costa ligure e ci addentriamo tra le colline, la strada sale verso un crinale per poi scendere nel niente di prati, alberi, ancora prati, qualche casa contadina abbandonata. Mentre saliamo senza trovare nulla iniziamo a storpiare il nome del posto dove stiamo andando, da Montessoro a “miotessoro”, come l'anello che il povero Gollum/Smeagol cerca di avere indietro da Bilbo Baggins. Ridiamo.

La festa di chiama 'capodanno d'estate', è una tipica festa paesana dove tutti si conoscono. Le case, una decina, sono raccolte come a proteggersi e rassicurarsi rispetto al resto della vallata, i prati, i cartelli che segnalano attenzione passaggio mucche. Io, Elettra e Terzogenita camminiamo come alieni osservando tutto, guardando questa piccola comunità, afferrando le battute, i riferimenti – per noi incomprensibili – a cose e persone. Facciamo la nostra coda per avere la nostra dose di polenta e carne (o polenta e verdure per il venerabile vegetariano) e poi giriamo per le tre stradine del paese cercando un posto a sedere. Mi sembra incredibile che lì, in mezzo a quella strada solitaria, quelle poche case ci sia così tanta gente, un circolo, una chiesa.

È in quel momento che mi sento chiamare. “Venerandi”! Sei Venerandi?“. Mi giro. Davanti a me c'è una persona che mi guarda sorridente, un po' timorosa. Come spesso accade cerco di capire chi sia, perché la mia memoria fotografica se ne è andata via con il digitale e con il porno. “Uh – rispondo – sono io ma...” inizio e l'altro mi interrompe. “Tu non puoi conoscermi. Non ci siamo mai visti. Ma io ti seguo da anni su Facebook”. “Ah” – faccio io. Lui si gira verso Elettra, “tu devi essere Elettra” dice e poi si volta verso terzogenita, “e tu devi essere terzogenita”. Si passa una mano sui capelli. “Incredibile, Venerandi a Montessoro. Ma cosa ci fai qua?”. Sto per dirgli “aumento la dimensione di Facebook” ma poi spiego delle spade laser, di Terzogenita.

“Tutto il lusso di essere famosi, ma senza lo scomodo impaccio dei soldi” penso poi mentre cammino per le strade di Montessoro. Faccio qualche foto ai bambini e ragazzini che provano le spade laser, ma lascio l'otturatore aperto. Vengono fuori delle specie di meduse. Salvaschermo luminescenti. Ccondivido subito. Nessuna pietà per la privacy. Poi mi allontano del centro del paese dai rumori della musica, le urla. Mi viene in mente come questo sia un mio habitat. Come quando ero ragazzino a Sant'Olcese, nel momento che scoppiava la festa, mi allontanavo, andavo per strade buie, lasciavo il rumore lontano, come qualcosa di alieno ma rassicurante.

Anche qua, appena ci si allontana dal centro si piomba nel buio assoluto. Niente lampioni. Nel cielo, inaspettatamente ci sono le stelle. Sembra di stare su Outer Wilds. Cammino nel buio più profondo man mano che i miei occhi si abituano. Guardo il cielo, provo a fotografarlo con l'otturatore aperto. La macchina non è abbastanza potente. Le stelle sono dei piccoli graffi bianchi nel nero, i miei brividi e le mie oscillazioni nel tenere a fuoco il cielo. Passa un auto, mi sposto, penso a cosa penserà quello che guida a vedere uno nel buio notturno di una strada, a fissare il cielo. Passa rapido, torna il buio.

Lontano parte la musica. Gli 883, Ligabue. Ad un certo punto una voce chiama i bambini. Parte “Il ballo del qua qua”.

Ogni tanto un docente muore. Allora ci alziamo nel collegio docenti e stiamo tutti in silenzio per un minuto. Visto da fuori sembra un film di fantascienza. Un futuro distopico dove la gente periodicamente muore, la gente di tutti i giorni, quella che conosci, che potresti essere tu. Quelli del mondo reale, produttivo. Sembra un meccanismo sociale, c'è bisogno che qualcuno svanisca, che diventi un ricordo. Casualmente a qualcuno tocca, potresti essere tu. Potrei essere io. Nulla vieta che poi il docente mancato ritorni. Entrerebbe nell'aula magna del collegio docenti, chiederebbe permesso, andrebbe a sedersi con gli altri, nel mezzo del centinaio di persone che parlottano in attesa dell'inizio. Si guarderebbe attorno, nessuno farebbe più caso a lui.

Forse dovrei scrivere “che parlotta” perché il soggetto è il centinaio, non le persone. Ma farebbe meno rumore.

C'era qualcosa che volevo raccontare un aneddoto, qualcosa che mi sembrava significativo. Mi era tornato in mente oggi e avevo pensato, ecco, questa cosa ancora non l'ho scritta. Stasera ho preso la mia macchina per scrivere e l'avevo dimenticato. È un po' che ci penso e non viene più fuori. Sono stanco, ho dormito poco e male. Colpa dell'immaginazione, l'ho scritto oggi a una che mi chiedeva come mai non avevo dormito, ho una rosa di carne, le ho risposto, che mi cresce dentro e più vado avanti più sono i suoi strati e i suoi labirinti. È difficile dormire quando tutto il tuo corpo è un insieme di petali abnormi che si attaccano gli uni altri altri, crescendo e mutando continuamente. Ma non era questa la cosa che volevo raccontare.

Sto continuando a pensarci mentre svuoto la lavapiatti, niente. Non riesco a ricordarlo. Mi viene il dubbio di averlo sognato; mi era già capitato di sognare che mi succedeva qualcosa di particolare, di memorabile, e nel sogno chiedevo che mi fotografassero perché poi ne avrei fatto un meme per internet. Al risveglio avevo provato imbarazzo. Ma la cosa che volevo scrivere non era il sogno. Il fatto è che se non ricordo questa cosa, tra qualche giorno, qualche settimana al massimo, l'avrò dimenticata. Scomparsa. Come il docente che diventa invisibile nell'aula docenti. Di quello che mi succede resta solo quello che trascrivo e anche quello, in realtà, lo dimentico. Ogni tanto rileggo cose scritte decenni fa e sembrano scritte da una persona che non sono io, parlano di cose di cui non ricordo nulla. Ritornano dentro, irriconoscibili, e si siedono in mazzo al materiale d'uso contemporaneo.

Ho giocato con i figli a Outer Wilds, sono morto in maniera strana. Ero sulla luna quantica e – probabilmente – la mia astronave – mentre non la osservavo – è finita in un altro punto del pianeta. Sulla luna quantica le cose restano dove sono finché le guardi: appena distogli lo sguardo finiscono chissà dove. La mia nave doveva essere finita in un tornado il quale l'aveva scagliata via, incidentalmente addosso a me che stavo camminando verso il polo nord della luna. Ora abbiamo finito, sto bevendo una camomilla, pensando a una visual novel a cui ho giocato nei giorni scorsi. Niente da fare, il ricordo non riemerge.

Inizio a pensare che non esista, questo ricordo. Esisteva finché lo pensavo, ma quando ho smesso di pensarlo, è finito anche lui in un luogo lontanissimo. Un luogo che non esiste e si cancella man mano che mi metto a pensare ad altro. Ci penso ancora un attimo, se mi viene in mente lo scrivo.

Cammino lungo il Bisagno, sono le sette e mezzo del mattino, piove. Sono uscito per prendere il caffé e della focaccia per i ragazzi. Piove, mi ero portato per sicurezza l'ombrello. Cammino con lo zaino pieno per questa strada diventata inumana, progettata per lo scorrimento veloce di auto e camion mentre il cielo, lacerato, sversa sul mio ombrello una pioggia a tratti torrenziale. Di colpo sparisce, come per un evento improvviso.

Nelle cuffie a conduzione ossea sto sentendo, con cautela e a bassissimo volume, Heaven, dall'ultimo disco di Prince. Emerge di tanto in tanto qualche voce, qualche strumento; il resto è sommerso dai rumori dell'ambiente. Le auto che passano schizzano le pozzanghere e l'acqua mi finisce addosso ai piedi, i sandali diventano scivolosi, i pantaloni iniziano a bagnarsi mentre – di colpo – la vallata viene invasa dal sole. E io rido.

Più tardi, di sera, mi trovo a fare la stessa strada, lo zaino pieno di bibite da portare alla famiglia e in mano un pacchetto di estrusi di mais. Una rara golosità. Apro il pacchetto e inizio a mangiucchiarle mentre cammino a passo veloce e – così – libero, egoista e solo – mi sento nei panni di me stesso ventenne; un frammento d'abitudine del mio passato > per un attimo mi sento felice; e non so di cosa. Un cosplayer della felicità.

Cambia la stagione, il sole arriva più tardi a illuminare la cucina, di notte mi avvolgo nella coperta come uno zar in cerca di una temperatura ovattata e calda, la testa è tutta lì che gira come un motorino da lezioni di robotica pensando alla scuola al lavoro alla pressione delle cose – già ora – da correggere, delle valutazioni da dare, gli aggiornamenti del firmware arrivano in orario, l'odore delle cose cambia, il mio è più chimico, due giorni fa mi sono preso una bomba d'acqua lungo il Bisagno sono stato un'ora sotto la tettoia dell'AMIU a guardare il grigio lampeggiare sopra di me.

In classe cerco di fare capire l'hardware della scrittura. A seconda della classe ho davanti persone scettiche o del tutto impreparate ad articolare un pensiero complesso. Ragazzi che faticano a comprendere una frase minima, che si perdono in abbagli, che – con molto aiuto e supporto – arrivano ad elaborare in maniera corretta un discorso essenziale. Tanti. Chi è fuori dal mondo scuola o chi è inchiavardato da decenni in qualche liceo non ha idea del lavoro che c'è da fare in condizioni – strutturali – inadeguate. Dall'altra parte, invece, la scrittura è malvista. Una perdita di tempo. Qualcosa di noioso e anche un po' datato. Inutilmente complicato, scrivere.

Io resto incantato, seduto, ad ascoltare i ragazzi che mi raccontano i libri che hanno letto d'estate. Dentro di me resta il dubbio che abbiano davvero letto, alcuni sicuramente sì, alcuni probabilmente in parte, altri non lo so. Comunque mi presentano i libri, con una certa serietà, vanno alla cattedra, io mi siedo tra i banchi. Prendo appunti. C'è chi ha fatto delle slide per accompagnare il discorso, altri vanno a braccio. Teniamo duro a mantenere questo virus dell'immaginazione e della fiction che gli scrittori si tramandano da millenni. Di corsa, sempre di corsa, cercando di avere dei brandelli di intimità e di privacy di questi venticinque ragazzi stipati in una stanza per otto ore, tutti i santi giorni. Nella stessa stanza per otto ore tutti i giorni per nove mesi. Che si abituino subito all'alienazione.

In pratica, dopo l'ultimo upgrade del firmware, il mio Tab XC della Onyx, quando lo attaccavo alla tastiera mentre era in modalità portrait, congelava tutto. Dovevo premere un po' di tasti per farlo tornare in vita e poi cambiare manualmente la modalità da portrait a landscape. La cosa non è grave, ma è una seccatura, tanto che scrivo a Onyx per dire di questo bug utilizzando il loro form di feedback. Loro – dopo un po' – mi rispondono, mi dicono che gli dispiace, lo fanno sempre, mi chiedono di controllare alcune impostazioni, io le controllo, sono già tutte giuste, glielo scrivo. Nessuna risposta. Nel frattempo è agosto.

A settembre torna l'autunno, il vento, la scuola, si rivaluta lo stare chiusi in casa a proteggersi dagli eventi, anche quelli atmosferici. Io riscrivo a Onyx e dico, guardate che il problema è ancora qua. Loro chiedono scusa, lo fanno sempre, e mi dicono di fare un video di me che uso il Tab XC e di registrare dal vivo il bug. Io mi metto lì con il cellulare, registro me stesso che attacca il tablet alla tastiera e mostro come tutto il sistema si congeli, un piano sequenza nitidissimo, carico il video nella cartella dei video del tablet e lo allego al messaggio del form assistenza.

Il giorno dopo Onyx mi risponde che il video che ho inviato forse non è quello giusto. Mi gratto la testa, apro la cartella dei video e effettivamente mi rendo conto di aver inviato un video che era in un'altra cartella. Purtroppo il form non tiene memoria degli allegati, quindi non so esattamente quale video ho inviato. Nella cartella ce ne sono quattro. Apro il primo: è un video di me che faccio delle cose con il Tab XC. Apro il secondo, stessa cosa. Apro il terzo. Apro il quarto. “Cristo” penso. Il terzo e il quarto non ci sono io che uso il Tab XC.

Il terzo e il quarto ci sono delle registrazioni che ho fatto a Barcellona di una installazione di una artista catalana, “Declaration of love for Lenin”. In una c'è lei con un passamontagna fatto all'uncinetto rosa che fa delle mosse tipo musica trap, completamente nuda dalla vita in su. Nel secondo c'è lei con una maglietta rosa di Che Guevara, completamente nuda dalla vita in giù, mentre usa in maniera inequivocabile un vibratore. “Cazzo” penso. Cazzo. Ho il cinquanta per cento di possiblità di aver inviato alla Onyx uno dei due video dell'artista catalana. Mi immagino la faccia dell'impiegato cinese di Onyx che apre il mio video e vede le tette al vento di Juana Dolores Romero Casanova, o sempre lei alle prese con un vibratore.

“Sorry” scrivo. Wrong video. Gli mando quello giusto. Loro mi rispondono che gli dispiace, lo fanno sempre, dicono che manderanno tutto ai tecnici. Chiudo il Tab XC. Stanotte mi arriva la patch, due giga. Data la dimensione spero sia un porno, per ricambiare del mio, e invece no, è proprio la patch che Onyx ha preparato per me per correggere il bug che gli avevo segnalato. Capite? Hanno fatto una patch per me. Solo per me. Gli voglio bene. Penso di caricare il video di “Declaration of love for Lenin” nel form dell'assistenza. Glielo mando come ringraziamento.

L'ultima cosa non è vera, devo ancora rispondere confermando che la patch funziona, e funziona, ma non allegherò il video della Casanova peché penso sia più opportuno così. Meglio non insistere. In compenso oggi ho fatto quello che probabilmente sarà l'ultimo bagno della stagione. In un posto di cui non ricordo mai il nome. Ho proposto ad Elettra di andarci declamando la bellezza del posto, le viuzze caratteristiche, i negozietti, la spiaggia. Quando, dopo un'ora buona, ci siamo arrivati ho scoperto di non esserci mai stato. Giravo come uno dei protagonisti di quei film che scoprono che una parte del loro passato è stata riscritta. “Qua c'erano dei negozietti!” dicevo ad Elettra indicando un muro mentre lei scuoteva la testa rassegnata. “Qua, qua c'era una panetteria!”. Indicavo una panchina. Niente, tutto cancellato.

Camminiamo allora tra Bonassola e Levanto, ci sono delle gallerie abbandonate che ora sono diventate percorsi pedonali e per biciclette, partono in realtà da Framura e arrivano a Levanto. Qua ritrovo il paesino che mi ricordavo, le viuzze, come un'epifania. “Vedi, vedi” dico ad Elettra indicando questa volta i negozietti e le panetterie reali. Esistevano davvero. Lei scuote la testa rassegnata. La cosa non è pacifica, spesso i miei ricordi sono legati a cose inesistenti. Ho visto una intera scena di Blade Runner che non è mai stata girata. Levanto mi rincuora, ero stato qua anni fa, non a Bonassola. Camminando tra la gente, ascolto.

Una donna che passeggia con un'amica racconta di essersi svegliata dall'anestesia ancora sotto i ferri dell'operazione e di aver sentito il chirurgo che diceva: “è stata l'operazione più difficile della mia vita”. Meraviglioso. Io ascolto tutto, chissà se la gente si rende conto di quante informazioni cede mentre chiacchiera. Potrei scrivere un romanzo solo trascrivendo questi log, la narrazione di se stessi. Lo dico agi studenti, la struttura della fiaba, lo spannung, il flashback, le cesure, le peripezie, noi in realtà le usiamo sempre, inconsciamente, anche quando chiacchieriamo con gli amici. In occidente almeno. Sono modelli nella cui broda siamo immersi ancora dal liquido amniotico e che ci portiamo dentro per il resto della nostra vita. Ci raccontiamo come se fossimo un romanzo, rimastichiamo i fatti indifferenti della natura come se ci fosse un senso, ci aggiungiamo spezie e desiderio e quello che raccontiamo è una fiction. Divoriamo e produciamo fiction, come lombrichi sotto la terra.

Commento il fatto delle due signore con Elettra e lei scuote la testa, rassegnata. “Ma ascolti sempre la gente di nascosto?” mi chiede. Io faccio un gesto con le mani. Nell'aria. Guardo il mare. “Sono uno scrittore” dico. A modo mio. Più tardi, in auto, parliamo di Isabelle Allende. Elettra sta leggendo un suo libro in spagnolo, una sorta di biografia mescolata a lezioni di scrittura. Parliamo della Allende mentre – di tanto in tanto – il sole ci abbaglia come per ucciderci, specie in curva. Ci regala dei tramonti con tendaggi rosso fuoco, rosso cenere, merletti azzurrastri, le incisioni bianche dei motori degli aerei lassù, nel soffitto cobalto e malinconico del cielo. Dalla Allende il discorso si sposta, non so bene perché su di me. Pare che io e la Allende abbiamo in comune alcune tecniche di scrittura. tl;dr: Scriviamo entrambi moltissimo. Riprendiamo in mano idee di anni e anni prima. Lei poi è letta da milioni di persone, io una ventina; le analogie hanno le gambe corte.

Sempre in auto racconto a Elettra questa cosa, anzi no, eravamo nelle gallerie. Ogni volta che passava una bici elettrica faceva un rumore come di insetto, e allora ho raccontato questa cosa che da bambino/ragazzino avevo visto un cartone animato. Non so cosa fosse, una cosa seriale, probabilmente una delle cose Hanna & Barbera che intimamente odiavo. In questo cartone animato c'era un insetto, forse una zanzara, non ricordo. Forse più grande del dovuto. In ogni caso questa zanzara o cosa era, prima di colpire faceva un suono. Diceva “Bron-zi-ga!”. E poi colpiva con il suo aculeo. “Del cartone non ricordo nulla, ma – capisci – ho cinquantasei anni e quel 'bronziga' è ancora dentro di me. Perché? Forse il suono, bronziga, ha una sonorità che mi è rimasta impressa dentro. Mi ha marchiato”. Elettra scuote la testa, rassegnata.

Bron-zi-ga. Anche lui morirà con me.

Il cuore del discorso era capire le cose che mi fanno felice. Era anche l'inizio di questo diario. È un problema essere felici, la felicità in generale. Un mescolamento ibrido di amore ed egoismo. Roba animale, muscolare, che si aggancia a un nucleo centrale in perenne mutamento. Cosa ne so come essere felice. Dipende. Una parte di me ragiona per conto suo, con movimenti muti. Non mi informa – questa grossa testa di cazzo che tengo dentro – di cosa e perché sia felice o depressa o scazzata. È irragionevole e costruisce dentro di me la sua galassia temporanea, temporary galaxy, fatta di piccole gemme, smeraldi, falli color delfino, talco mentolato, pelle scarificata a mostrare la carne viva che pulsa, coperta con fitostimoline garza, acqua ossigenata a spruzzo. Scarafaggi, fuochiste. Riutilizzo tutto, non butto via niente.

Essere felice, e poi di cosa. L'altro giorno lo pensavo, perché dovrei essere felice? I diari di carta che avevo da bambino/ragazzino iniziavano con “caro diario”, come nei film. Di cosa dovrei essere felice. Essere felice è la condizione in cui si ritrova chi non gli importa di esserlo, chi lo ritiene poco importante. Temporary galaxy. Raccontare cose buffe. Ricordare i frammenti di godimento e conservarli come si conserverebbe un odore, senza poterci ragionare sopra. Stare bene, avere la speranza di un corpo migliore. Di un pasto migliore. Di un risveglio migliore. Ridere dentro. Qualche giorno fa sono andato nel letto del Bisagno a fare riprese con il cellulare in bianco e nero, per i miei video. Ci sono restato un'ora, dice lo smartphone. Giravo tra i sassi. Prendevo spazzatura, la lavavo nell'acqua del fiume. Riprendevo tutto. Sono stato – in quell'ora – felice. Non lo so. Ero elettrizzato. Basta per essere felici?

Quella galassia dentro è cangiante. Passa dall'euforia per niente alla pesantezza, alla depressione al niente. Resiste, è resiliente. Muta, a mia insaputa. Elettra mi ha chiesto se ho un posto privato dove scrivo cose che nessuno legge. Le ho detto che ho una cartella in tutti i miei computer chiamata “scriptabilia” dove dentro ci sono cose che scrivo così, all'improvviso. Irrelate. Centinaia di file. Ma non c'è niente di privato. Le cose private le vivo. Oggi, per dire, ho adattato un mobile di metallo con Elettra, l'abbiamo tagliato con un seghetto da ferro, riassemblato. Ad un certo punto, Elettra non c'era, tenevo con una mano la sbarra di ferro, sul tavolo, e con la seconda tagliavo, ma il ferro si muoveva per l'attrito del seghetto da ferro. Allora ho messo un piede nudo sul tavolo, sopra il ferro, a tenerlo fermo. Avevo la mia mano sinistra e a fianco questa strana mano pedestre, tutte e due occupate a tenere fermo il ferro che intanto – con la terza mano – tagliavo. Forse, in quel momento, essere a tre mani, sono stato felice della metamorfosi.

Ad un certo punto, mentre eravamo nella galleria tra Bonassola e Levanto, sentiamo un ambulanza. Vediamo la luce nella galleria i lampeggianti. Non me lo aspettavo. Arriva a tutta velocità mentre i pedoni e le biciclette, nella penombra, si mettono a lato. L'auto passa a sirene spiegate. Le sirene spiegate bene. È una presenza irreale. Vedo per un attimo il volto teso dell'autista, poi scompare via verso la sua missione. Dopo il suo passaggio la galleria torna al suo ciclo turistico, ai suoi rumori di onde lontane, il buio fresco del sottoterra, le gocce che cadono dalla volta, voci straniere, rumori di bibiclette che si avvicinano, ti passano vicino, filano via ronzando. Bronziga.

Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c'è. Niente dà appagamento, è come se cercassi continuamente un update di una notizia che non esiste e che mi darebbe quello scarico di adrenalina di cui ho bisogno. Mi sveglio di notte, vengo preso dai terrori della notte che cantava Ferretti, le cose ingigantiscono, le febbri sociali, la vita diventa inesorabile, tutto diventa inesorabile, i fallimenti diventano inesorabili. Superare la notte, tenersi stretto a un peluche a forma di aminoacido, stringere con passione il proprio bite.

Giro per YouTube guardando le interviste di Klaus Kinsky. Ho di queste passioni rapide e che lasciano poi alle spalle carta bruciata. Metto i sottotitoli generati automaticamente che falliscono e generano dialoghi senza senso tra Kinsky e i suoi interlocutori. Studio i movimenti del corpo, del viso. Che bestia da spettacolo e che persona terribile. Poi passo a Carl Einar Hackner, giro nel suo canale e ora è un ragazzino che sembra uscito da un film di Kubrick, ora un vecchio youtuber degli anni '20. Mi prendo i frammenti di genio del corpo, i bagliori degli occhi. La società dello spettacolo è debordata in rete.

Siamo tutti lì a posizionare cellulari, accenderli e immetterci nella rete mentre facciamo il nostro frammento di cabaret. La rete è un grosso Drive In degli anni ottanta, con le cameriere tettorute, i tormentoni, la declinazione dei meme; ma il pubblico questa volta non resta al bordo a fingere di ridere (alcuni prodotti sono surgelati all'origine), ma si danno il cambio sul palco, come nei reading di poesia. Ora fai tu il poeta che io vado a fare il pubblico. Scrollo i profili dei violenti di destra che fanno la loro parte di NPC nei thread dei giornali online, e trovo il solito mix umano di attacco alle zecche di sinistra, amore per le moto di grossa cilindrata, difesa degli animali abbandonati, deliri antivaccinisti, attacchi contro l'Islam e poi elementi inattesi, il dispiacere per la morte di Battiato, l'attacco a Netanyahu. Sembrano tutte variabili acceso / spento, messe un po' a casaccio. Probabilmente è così per ognuno di noi.

Quando entro nel mio profilo e vengo accolto da messaggi compatibili a quello che penso io, alla mia idea di scuola, di vita e di civiltà, vedo alcuni profili che promuovono cose in cui sostanzialmente credo anche io, accoglienza, accettazione del diverso, difesa della fragilità ambientale, dopo un po' che scrollo in questa bolla algoritmicamente selezionata che conferma la mia rudimentale visione del mondo, mi immagino che la stessa cosa accada agli altri, chi entra e si trova i sistemi basati sulla razza, il terrore dell'Islam, la sostituzione etnica, le big pharma, la scuola meritocratica dei figli dei benestanti e giri in questa sua versione di Facebook dove trova solidità e conferme della sua visione del mondo, sempre più radicalizzata e incompatibile con la mia. Questa scellerata manciata di miliardari non la pagherà.

Su un sito in cui si supportano gli artisti che lavorano a progetti in fieri mi sono abbonato a un programmatore di videogiochi erotici. Sta sviluppando un videogame erotico, una visual novel costruita come sandbox. Non dirò il titolo. La cosa di scrivere al programmatore per segnalare i bug o i suggerimenti di un videogioco erotico mi mancava, è piuttosto straniante. La cosa che sto un po' studiando di questo campo del arte videoludica è il cambiamento di linguaggio e di interazione di quella che da millenni è stata la forma della narrazione erotica in letteratura, cinema, fumetti. Il videogioco anche in questo caso ingloba e – nei casi più interessanti – mashuppa generi e linguaggi diversi ampliando il racconto minimo del porno.

Capita che venga presentata una tipica situazione da film porno: l'amica di quella con cui ci stai provando che ci prova – di nascosto – con te, l'amico di colore che ci prova con tutte e poi ti racconta le sue imprese erotiche e poi questi stereotipi vengano scardinati: l'amica che ci prova ha un padre che a casa la mena, sta per crollare psicologicamente. Il tuo amico che ci prova con tutte ti sta mentendo: ha un tumore e prende farmaci che lo hanno reso impotente. E così via. In altri viene gamificata la Lolita di Nabokov in chiave un po' pop. Insomma, la parte erotica resta, ma i confini narrativi vengono ampliati con la tipica struttura a bivi che danno al lettore/giocatore una libertà che al porno tradizionale non era concessa. Non stai guardando due che fanno sesso: choose your own orgasm.

E mi aveva colpito qualche anno fa quando avevo preso un bundle enorme di videogame indie, di quanto la visual novel, anche erotica, fosse uno strumento di sensibilizzazione LGBT. Se è vero che che il grosso dei videogame erotico/porno in cui ci si imbatte ha come target il maschio (temo anche un po' aged, e di bocca buona), tantissime altre visual novel sdoganano ad esempio la relazione omosessuale, con narrazioni inconsuete e sincere. In una – ricordo – la protagonista si innamorava di un essere alieno e il goal era stabilire una relazione sentimentale con lei (tentacoli! spore!). In un'altra sono una sorta di corvo bandito pistolero antropomorfo che sta faticosamente flirtando con un altro bandito pistolero cercando di salvare un villaggio di ex-minatori. Why not?

Ieri invece stavo giocando a Outer Wilds con secondogenito e terzogenita e a un certo punto terzogenita stava per atterrare su un pianeta sul quale io regolarmente mi schianto, così per auto-sfottermi le ho detto che adesso le avrei spiegato come si atterra. Lei ha riso perché è più brava di me a muovere la navicella, così io le ho detto che dovevo spiegarlo lo stesso perché io sono un maschio adulto, mentre lei è una femmina e quindi era mio dovere fare mansplaining. Lei ha continuato a ridacchiare e io le ho detto, “ma forse non sai cosa è il mansplaining?”. “So benissimo cosa è!” ha risposto lei, al che secondogenito è intervenuto: “beh, è nostro dovere come maschi spiegartelo ugualmente, perché – in quanto femmina – probabilmente non lo hai capito bene”. Abbiamo continuato così tutta la sera ridendo come dei cretini coniando termini come daugthersplaining e dandoci consigli non richiesti a vicenda.

Ieri invece, nel bar della scuola, una collega si lamentava di come spesso, in prima, se una ragazza nei primi mesi va male, in molti docenti scatti la molla del riorientamento. “Non è adatta a questa scuola”. E la cosa che notava la collega è che questo meccanismo scatta molto più facilmente nelle ragazze che nei ragazzi. Ai maschi vengono perdonate le peggio cose per molto più tempo, si dà per scontato che possano essere fuori asse rispetto alle aspettative dei docenti. Una ragazza che sbaglia invece no. Le ragazze sono più serie, ci credono di più: questo pensano i docenti. Se una ragazza è fuori asse, vuol dire che proprio non ce la potrà mai fare. “E il fatto è che molti colleghi nemmeno se ne rendono conto di aver questi bias cognitivi” concludeva.

Io, fuori luogo, portavo il discorso anche sugli stranieri. Per gli stranieri, specie se parlano poco l'italiano, scatta un meccanismo simile. Riorientare significa in realtà togliersi dalla classe gli elementi rognosi, quelli che sarebbero fuori luogo in ogni scuola, secondo quest'ottica. Certi docenti vorrebbero avere in classe solo studenti collaborativi. Magari ben istruiti e con una buona famiglia alle spalle. Ma nel dirlo mi sono reso conto di aver sbagliato: avevo anche io tipitizzato e minimizzato quello che era un discorso ben preciso. In realtà erano due discorsi diversi; nell'accomunarli avevo sminuito l'importanza e l'identità del primo. Che fatica. Dietro, le macchine del caffé, l'orologio che inesorabilmente crollava verso il suono della campanella.

Ieri sera dicevo ad Elettra che in questi ultimi sei mesi mi sono reso conto di essere una persona piena di imperfezioni. Lei ha contestato: dice che ho sempre riconosciuto i miei difetti, anche prima. Determinato, così ha detto, nelle sue idee, ma che riconosceva i propri difetti. Non ero d'accordo; ho risposto che ultimamente ho visto che le cose sbagliate che faccio sono molte di più di quelle che pensavo prima. Girando la carne c'erano tutti i vermetti. Non verrò rivalutato post mortem anche perché – dopo che sarò morto – per quel che ne posso sapere io, il mondo potrebbe dissolversi come un sogno o come un enorme glitch di qualche inintelleggibile sistema dati.

In più, a scavare, è pieno di gente che meriterebbe di essere rivalutata. Potere della rete; giri e trovi badilate di cultura. Levata la manciata di persone che il sistema culturale porta per qualche istante davanti agli occhi della gente, per poi farla – spesso – ripiombare nel buio, sotto, c'è pieno di gente che scrive, fa musica, gira video, programma cose. Pieno. Qua siamo a ricordare Susanna Tamaro perché. Perché ci fa comodo. Abbiamo bisogno di bamboline voodoo da infilzare con gli spilli della nostra povertà spirituale e del nostro immondo bisogno di mondo. Teniamo appesi agli alberi gli specchietti di vetro per attirare indigeni e spaventare corvi, a seconda. Ma sono solo dei pezzetti di vetro di nessun valore. Sotto, nel terreno pieno di humus, c'è tutta una umanità di creatività che si contorce, lombrichi che sono lì a mangiare con una bocca e defecare cultura con l'altra.

Così la polemica di oggi è di un romanzo che forse è stato scritto interamente con l'intelligenza artificiale, forse no. Esiste un concorso annuale, da molto tempo, me lo aveva segnalato Roberta, dove si ha un mese per scrivere un software che scriva letteratura. Una volta ho partecipato, ho scritto un software che prendeva frammenti da Madame Bovary di Flaubert, divisi tra Emma e Leon, due tra i protagonisti, e divisi tra sentimenti di amore, indifferenza e odio. Poi generava infiniti capitoli dove un termometro variava chi provava cosa, attingendo alla base dati di Flaubert. Figurati. Sai cosa me ne frega dell'intelligenza artificiale. Usare l'intelligenza artificiale, per scrivere narrativa, è per me come comprare una minestra liofilizzata e guardare uno che se la mangia al posto tuo. Dico meglio: usare l'intelligenza artificiale per scrivere romanzi al posto mio, è una idiozia. Se voglio usare l'intelligenza artificiale è per fare cose che io – da solo – non posso fare. Ma se sono scarso a scrivere, perché mettermi a scrivere romanzi? Ci sono tante belle cose più remunerative che si possono fare.

Al netto di questo giudizio di stomaco, legato a me oggi e non domani e non ieri, in questo momento, appunto, di usare l'intelligenza artificiale non ne ho voglia. Non sento il controllo. Troppi attori che ci mettono le mani. Ancora è nel pieno del suo sviluppo. Le sperimentazioni le ho già fatte, in questo momento la guardo e la seguo da lontano, faccio brevi prove, ma non ho proprio voglia di perderci tempo, accumulare competenze che tra tre mesi saranno diventate ridicole. Per fortuna non sono costretto a fare il fuffa-guru. Per snobberia, di fronte alla possibilità di platinare prompt, vado nella direzione opposta. Tipico di me. Passo il pomeriggio a riprendere pietre nel greto del Bisagno con una fotocamera in bianco e nero. Registro suoni della natura, motori, vetri che si spezzano. Sempre fatto così, direzione ostinata, contraria e antiremunerativa. Pieno di errori, dicevo. Sorry.

E stamattina, domenica, sono seduto al tavolo della cucina, lontano il Macbook manda i brani di o\i di Peter Gabriel mentre io batto i miei diti, anzi le mie dita – femminile sovraesteso – alcune mie dita sono genere maschile senz'altro – sulla tastierina morbidosa del Tab XC e dalla finestra sbuca finalmente un sole caldo che mi brucia la schiena e illumina tutto lo schermo a inchiostro elettronico dove le parole che penso – magia! – appaiono nero su bianco man mano che le le mie dita fanno la loro ginnastica e questo – essere qua seduto a scrivere, ascoltare nuova musica, avere davanti un ebook che si sta generando man mano che penso, mi pare una bellezza invidiabile a cui sta aggrappato tutto il mio corpo sempre più orribile, le mie idee sempre più puerili, tutti i rumori gargarismi del mio stomaco, tutti i casini della vita e della routine lì appoggiati che aspettano di annichilirmi. Qua e ora. Un sottile senso di nausea. Il secondo caffé della giornata, gli accenti sbagliati, i refusi invisibili. Nessun dio, almeno questo, ad alitarmi addosso per rendermi più vivo. Qua sono già tutto arrossato, grazie.

Diario diario diario, caro diario. Non perdere mai il ritmo. Morire, ma con gusto. Passare dallo sconforto più profondo, toccare con mano la muffa consistente della depressione e poi provare l'euforia disorganica della creazione. Così, un ritmo continuo. Desiderare di immergersi nella broda bollente, la fanghiglia di quel romanzo di fantascenza, chissà chi era. Sentire il fango bollente e odoroso che lentamente seduce ogni piccolo atollo della tua pelle.

Ieri ero a tavola e bevevo la mia bibita Ginger marchiata Primia. Leggo gli ingredienti mentre le bollicine rossastre mi saturano la bocca. Nella bibita Ginger marchiata Primia non c'è il ginger. Niente zenzero, non ufficialmente. Solo acqua, zucchero, vari acidificanti, carote e altre cose per dare colore, e poi: aromi. Cosa ci sia negli aromi non è lecito sapere.

Mi scrive Z Tapes. C'è un concorso per partecipare a una compilation di shoegaze music. Cerco su internet cosa sia la shoegaze music. Leggo la descrizione, mi faccio una idea. Penso seriamente di partecipare al concorso. In fondo cosa ci vuole? Ho un basso elettrico, il mondo è pieno di suoni.

Invece mi butto sul divano. Sono distrutto. Metto su un album di Morton Feldman. Noioso come la morte. Penso che sia una delle cose più noiose che abbia nella mia biblioteca musicale. Lo ascolto però molto spesso, lo metto su, come una specie di ospite in casa. Io faccio le mie cose mentre Feldman fa le sue. Comunque, metto su la lavapiatti e la faccio partire, faccio anche di queste cose. Chissà se Eco si occupava personalmente della lavapiatti. Buzzati. Pasolini che si mette lì a infilare bene i piatti per riempirla al meglio. Baricco. Baricco forse sì, ce lo vedo. Come gesto di emancipazione.

Torno sul divano. Provo a dormire, ma ora la musica di Feldman si è impastata con il rumore della lavastoviglie. In una chat ho scritto che i suoni dei due elementi si mesmerizzavano, e io lì sul divano, trovo affascinante la cosa e – contro il volere del mio corpo – mi alzo, prendo il cellulare e inizio a registrare tutto. Due minuti di Feldman mesmerizzato con la lavastoglie. Salvo il file e penso che potrei usarlo per un video. Penso a qualcosa di statico, una camera fissa. Provo a inquadrare il traffico, con un filtro in bianco e nero che uso spesso in questo periodo, ma non funziona. Allora vedo sul muro un insetto. Piccolo, non so come si chiamino. Sono delle specie di incrocio tra un moscerino e una libellula.

Lo inquadro e ingrandisco, zommo al 300 per cento. Scopro che se mi allontano o se mi avvicino dopo averlo messo a fuoco, il filtro sgrana, trasforma l'insetto in un insieme di punti. Diventa un insetto granuare. Faccio un po' di riprese dell'insetto sempre tenendo il microfono che registra l'ambiente, nel mio caso Feldman e la lavastoviglie. Invio tutto al portatile e mi metto sul divano, finalmente, a fare il montaggio.

Soprappongo i due video landscape, in modo da ottenere un unico video di forma quadrata. Creo tre tracce audio: una per la registrazione che avevo fatto con il cellulare messo tra la lavastoviglie e Feldman, e due per quella video, più spostato verso la finestra. In tutte e tre ci sono momenti diversi del pezzo di Feldamn con la lavastoglie in funzione.

Uno dei video finisce prima dell'altro e l'audio finisce ancora dopo. Penso allora che tutto funzionerebbe meglio se ci fossero delle scritte rosse. Ho in mente dei post che ho letto in rete. Gente che definisce “genociccio” lo sterminio dei palestinesi da parte dell'esercito di Israele. Penso alla prostata di questi utenti Facebook mentre guardo l'insetto ingrandito in bianco e nero, immobile. Inizio a scrivere i testi, mettendo sullo stesso piano informazioni sulla prostata e microframmenti di comunicazione standard sulla questione. Non è una satira. È puro materiale lessicale. Chiudo con una citazione, il titolo di un libro di Morovich. Carico tutto sui social e esco di casa, cammino e mentre cammino penso che alcune scritte rosse erano male allineate rispetto ai due video.

Me ne ero accorto ma per sciatteria le avevo lasciate così. Tanto cosa importa. Invece mi brucia. Quando torno a casa cancello i video che avevo caricato e mi rimetto a lavorare sul file del montaggio. Sposto le scritte come le avevo pensate. Cambio anche una frase che funzionava male e ne aggiungo una finale dopo quella di Morovich. Ridacchio. Ricarico tutto. Non se ne accorgerà nessuno, pochi guardano questi video mentre io ne sono piuttosto convinto. E anche se non lo fossi poco importa. Mi danno soddisfazione mentre li faccio. Tanto basta. In un mondo di ciechi chi è orbo, eccetera. Quaranta minuti circa.

Mentre scrivevo questo diario, mentre raccontavo di me sul divano che facevo il montaggio, il Tab XC si è spento. Mi ero dimenticato che mi aveva avvertito che la batteria stava per scaricarsi. Mi ero invexendato, ero tutto preso nello scrivere questa cronaca, nel miglior stile possibile ma senza perderci troppo tempo. Non avevo salvato niente, perché uso una applicazione cinese che dovrebbe salvare periodicamente mentre scrivo. Lo schermo con una grossa batteria che indica che è completamente scarico. Vado a cercare l'alimentatore, attacco tutto, riavvio il tablet. Apro. L'applicazione cinese ha salvato tutto, caro diario. Continuo a scrivere febbrile, mentre la schiena manda i suoi strilli e mi dice di mollare, venerandi, e mollami.