Diario

Torno a scrivere dopo un viaggio nelle terre castigliane e catalane. Potrei fare poi un diario di viaggio, non lo so. Ho portato con me solo il Macbook di Apple. Avevo paura di tenere con me il Tab XC: il vetro è molto fragile e temevo che la pressione dello zaino, o addirittura quella dell'aereo potesse spezzarlo. Seguo i forum degli amanti della Onyx e le foto di schermi spezzati sono piuttosto frequenti. Mi sono sognato molte volte che il mio Tab XC andasse in frantumi. Alla fine, a malincuore, ho portato solo il Macbook, che è più resistente. Però – a malincuore: ormai mi sono abituato al lusso dell'inchiostro elettronico per scrivere, leggere, navigare. Tornare a farlo con lo schermo grossolano e sorpassato della Apple, proprio non ci riesco.

Non ho scritto niente in viaggio. Ma mi sono divertito a girare un cortomentreggio sul Don Chisciotte, lo trovate subito sotto nel mio profilo.

Però ho fatto bene a non portare il Tab XC, il viaggo è stato lungo, gli zaini pressati nelle micromisure delle compagnie aeree da battaglia. Mi sono portato un libro, anche questa una buona scelta, un romanzo di Farmer, autore di cui – da bambino – avevo letto un racconto di fantascienza folgorante, che avevo amato molto e che fa parte del mio DNA in un certo senso. Racconto che poi era una riscrittura della favola dei tre porcellini e che sta – il racconto di Farmer – alla base di Vita Aliena che ho scritto recentemente.

Se dovessi identificare i racconti di fantascienza che mi hanno strutturato da bambino, sono per buona parte nella Grande Enciclopedia della Fantascienza, e hanno dato un'ossatura al mio pensiero fantastico; questo di Farmer, Figlia, uno di Lovecraft che poi mi ha aperto al suo mondo, uno bellissimo di Johanna Russ di cui dovrei cercare il titolo e che mi ha spinto a cercare per anni il suo Female Male, un romanzo Galassia di Thomas Disch, Campo Archimede, un ciclo beffardo di Harry Harrison (con delle illustrazioni fa vo lo se di Jim Burns), Planet Love o qualcosa del genere: e tanti tanti altri. Escluso Campo Archimede, tutte cose lette dai dieci anni in poi, fascicolo settimanale dopo fascicolo settimanale. Ero proprio un ragazzetto e cercavo poi di fare leggere queste cose anche ai miei coetanei di Sant'Olcese, con scarsissima fortuna. Io e la fantascienza era un rito privato, condiviso con mio padre che amava però prevalentemente quella classica. E poi una valanga di Galassia e Urania.

Questo per dire che oggi non riesco più a leggere fantascienza. L'ho già scritto: non riesco a leggere cose di fantascienza che siano di genere fantascienza. Posso sopportare un film, un videogioco, ma un romanzo no. Dopo essere entrato nel mondo della letteratura senza recinzioni, rientrare nel recinto, mi è impossibile. La fantascienza fuori dai recinti la amo ancora: Infinite Jest, Solenoide, Non lasciarmi o anche certi classici come Il pianeta irritabile o La testa di Erns Augustin, per me sono romanzi di fantascienza. Li ho letti con il senso di scoperta con cui leggevo la fantascienza a dieci anni.

Quando leggo un romanzo “di fantascienza” invece, che usa gli stilemi, le strutture, i modelli del romanzo di fantascienza, non ci riesco. Mi sento come Obelix che da piccolo è caduto nel paiolo e che ora non può più bere la pozione. Ho letto in rete del dibattito contro la letteratura “da premio Strega” che si permette di giudicare il genere fantascienza quando poi è incapace di raccontare qualcosa che non sia se stessa. Una scrittura e una letteratura ombelicale. Ho letto questo dibattito sentendomi esterno ad entrambe le posizioni, perché io scrvo letteratura e molta delle letteratura che scrivo – secondo me – è di fantascienza.

Uno dei fatti, e sto semplificando un discorso che invece è complesso e articolato, è che quella letteratura ombelicale è libera di guardarsi l'ombelico e di analizzare i singoli pelucchi. E di cercare – voglio dire – un linguaggio particolare e unico per farlo. Reinventarlo di volta in volta. La scrittura fantascientifica, anche quella di genere, lavora nella progettazione di mondi. Non tutta, ma molta. Le invenzioni, i paradigmi su cui innesta la propria narrazione sono incredibili. Questo romanzo di Farmer che sto leggendo si immagina un futuro dove l'umanità è divisa in giorni. Le persone vivono un solo giorno alla settimana, alla sera vengono “congelate” e si risvegliano una settimana dopo. Esistono – in un certo senso – sette mondi che convivono a turno. Risparmio delle risorse. L'idea è brillante e Farmer è bravo perché subito ci presenta un protagonista che sta infrangendo questa regola e vive sette vite differenti, evitando di congelarsi a fine giornata.

Ora, il romanzo è un buon romanzo di fantascienza e Farmer è bravo e quindi – miracolo – lo sto leggendo. Ma – onesto prof – cancellerei metà della roba che c'è scritta. Sospirando passo sopra monologhi interiori stereotipati, personaggi tagliati con l'accetta, una razionalità continua che serve a tenere in piedi tutto l'impianto senza farlo andare in vacca, dialoghi che se avessi una penna mi metterei lì a riscrivere. Non me ne voglia Farmer, il romanzo è buono. Ma tutti i legacci del genere fantascienza, per chi ha letto cose fuori dal recinto, rischiano di diventare indigeribili. Alcuni romanzi di fantascienza italiani che mi sono capitati tra le mani negli ultimi anni sembravano scritti pensando di essere una serie Netflix.

Il problema non è del “genere” fantascienza, e non è nemmeno un problema in senso stretto. È una caratteristica del genere. Il genere ti offre la possibilità di prendere un romanzo qualunque di uno sconosciuto e di ritrovarti in qualcosa di confortevole. C'è un patto tra lettore e scrittore: io compero un romanzo di fantascienza e tu – scrittore – fai in modo che questa fiducia che ripongo nell'attesa del prodotto sia ricompensata. Se compero un romanzo sentimentale, ci deve essere un qualcosa, un frammento, che riguardi l'amore o il sesso. I dialoghi, le descrizioni, la struttura stessa del romanzo devono rifarsi a una serie di modelli che la comunità dei lettori/scrittori ritiene fondanti. Più io scrittore mi allontano da questi modelli, più rischio di deludere il patto con il lettore.

Non che nella letteratura tradizionale questi modelli non esistano, anche la letteratura tradizionale vive di modelli, ma le maglie sono molto meno stringenti e – appunto – spesso la letteratura, anche quella che studiamo a scuola, vive in chi questi modelli li ha deliberatamente infranti per creare qualcosa che prima non esisteva. La letteratura fuori dai genere ha molti meno problemi a morphare la sua stessa struttura, a inglobare cose, a fare esattamente l'opposto di quello che i modelli vorrebbero che facesse. Lo dico ai miei studenti, anche se inutilmente: pensate cosa doveva essere per un intellettuale romantico borghese milanese di fine ottocento prendere in mano I Malavoglia e leggerne i primi paragrafi. Peggio dei bagnoschiuma di Aldo Nove.

Detto questo, il mercato culturale si è frantumato. Possiamo accedere in maniera random a tutto quello che ci interessa senza che il successo sia davvero un vincolo. Il pubblico si è trasformato da massa a sciame e può muoversi con una liquidità impensabile nel mondo prima del digitale. Le ibridazioni sono sempre più forti e la stessa lingua scritta sta modificandosi man mano che il digitale si espande. Siamo nel pieno di una trasformazione di codici: cose come la difesa del genere o l'arroccamento al premio Strega, sono retroguardie conservatrici indici – semmai – di un mercato editoriale sofferente e asfittico.

In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall'Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell'Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C'è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo.

La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L'essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra.

Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po' un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.

Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall'esterno perché – sad but true – l'accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall'esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.

Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell'impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell'impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.

Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell'intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia – da quel che ho capito – parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena – ai miei occhi – è brutale. “Ancora” ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell'attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.

Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.

La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D'amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo “cinema” con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l'artista immagino, con un passamontagna rosa fatto all'uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d'impatto è quella dell'artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.

Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c'è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di – se ho segnato bene – Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto “materiale” e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento.

Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato – come dire – folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l'abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto – lo so – poi mi abituerò.

In questo viaggio in Spagna sono rimasto colpito da diverse cose, la prima trovare a due passi dall'Europa standard che conoscevo dei paesaggi inaspettati, specie nella regione dell'Andalusia. Con il senno di poi mi sarei fermato di più in queste zone ampie, vaste, desertiche e meno in quelle civilizzate. C'è tutta una vallata ad est di Granada, se non ricordo male, che risuona di spazi, colori e desolazioni. In auto guidavo come un estraneo.

La seconda è vedere apparire in mezzo a questo nulla, man mano che ci si avvicinava alla zona costiera, teorie impobabili di grattacieli moderni, piccole Dubai dove la aride vallate di cui raccontavo sopra erano state oggetto di una rapallizzazione radicale. E oltre ancora colline ricoperte di arabeschi asfaltati contornati da villette residenziali vista mare. L'essere umano + capitalismo + fame di benessere come un virus che abita e modifica la terra.

Barcellona invece è sembrata una larga e lunga città occidentale. Vivace, piena di persone. Per fortuna la nostra abitazione non era centrale così ho potuto girare e studiare un po' un quartiere periferico della città. I manifesti contro i tagli scuola, i piccoli negozi tenuti dagli indiani o pakistani. La gente alla sera seduta nelle panchine a parlare accanto ai centri commerciali disumani con dentro cose mai viste prima. Il mio lato nerd è stato aiutato solo dalla tirchieria perché entrare in un negozio Ali-Express ricolmo di gadget tecnologici cinesissimi, cloni e videogiochi hardware, è stato peggio di Cristo nel deserto. Il consumo, vedi.

Alcune cose che volevamo visitare le abbiamo viste solo dall'esterno perché – sad but true – l'accesso ai luoghi di interesse a Barcellona è parecchio costoso. Abbiamo fatto un calcolo spannometrico che visitare quattro o cinque posti, in tre, ci sarebbe costato più di mezzo migliaio di euro. In più molti di queti posti erano già prenotati da settimane. Detto questo, le cose popolari sono popolari per un motivo. Vedere anche solo dall'esterno il cantiere infinito della Sagrada Famiglia è qualcosa.

Mentre passeggiavamo sulla Rambla completamente cantierata ci siamo invece infilati in una mostra gratuita nella quale mi sono infilato come in un calzino. Si trattava di due cose distinte: la prima una ampia retrospettiva-analisi del cinema di Godard. Ho più goduto dell'impianto generale, molte informazioni, libri appesi alle pareti e decine di film e documentari mandati in onda nelle diverse sale. Dicevo, più goduto dell'impianto, perché i contenuti erano in francese sottotitolati in catalano, quindi ho preso qua e là come potevo.

Tra le cose un film, non so quale di Godard. Una ragazza, molto bella, il simbolo della bellezza e dell'intelletto, sta per essere uccisa da soldatacci. Credo seconda guerra mondiale. Le chiedono se ha un ultimo desiderio e lei dice sì, recitare una poesia di Majakovskij. Lei la recita, la poesia – da quel che ho capito – parla di morte e di libertà. I soldati la ascoltano, hanno questi volti pasoliniani, con il fucile puntato lo abbassano mentre lei parla, ridono e tornano come bambini. Alla fine comunque la poesia termina e i soldati la ammazzano. Lei si muove ancora. Il capo dei soldati allora ordina di avvicinarsi e sparare ancora. La scena – ai miei occhi – è brutale. “Ancora” ordina, e ancora e ancora. Si sentono i colpi, non si vede più il corpo. Godard non lo mostra ma nella mia testa ogni colpo deforma e sfonda il viso dell'attrice. Cerca di togliere via ogni suono e far tornare la carne, carne.

Ho trovato la scena cinica e attuale. Esiste questa violenza, oggi, che convive come un virus tra la gente per strada. Il vicino di ombrellone, la signora con il barboncino, lo studente che impenna con il cinquantino smarmittato, il macellaio, tutti covano dentro lo stesso desiderio di violenza. La stessa collettiva impreparazione a vivere nel disagio.

La seconda mostra era di una artista catalana Juana Dolores Romero Casanova, si intitolava Declaraciò D'amore a Lenin. Era una installazione di diversi oggetti appesi alle pareti e di un piccolo “cinema” con tanto di sedili. Il cinema proiettava le immagini della ragazza stessa, l'artista immagino, con un passamontagna rosa fatto all'uncinetto. La ragazza si trucca, ma chiaramente il suo corpo non vuole addomesticarsi a quello che il sistema maschilista e patriarcale vuole da lei. La sessualità esonda dagli standard imposti dai vestiti. Lei si arma, nel finale farà a pezzi le bambole e le macchinine della polizia. La scena più d'impatto è quella dell'artista, sdraiata, mentre indossa solo una t-shirt di Che Guevara e un paio di scarpe, mentre prende un vibratore e lo usa, per un tempo piuttosto lungo, cinematograficamente parlando. Camera fissa.

Più interessante lei, ai miei occhi, che la visita che poi ho fatto al museo di Arte contemporanea. Ma anche lì mi sono rifatto gli occhi rispetto al provincialismo genovese dove il piccolo museo di arte contemporanea è chiuso da anni. Non c'è nulla che mi abbia fatto saltare sulla sedia, ma tante idee e pratiche interessanti, soprattutto per quel che riguarda il mondo della videoarte. Il grosso delle opere erano videoinstallazioni. Alcune davvero intriganti. Ne racconto al volo solo una, di – se ho segnato bene – Basel Abbas e Ruanne Abou Rahme, dove si presentavano dei desktop di computer dove venivano attivati e spenti, da un puntatore, diversi video. Il video era quindi una registrazione di uno schermo dove venivano fatti interagire diversi video, abbassando e alzando il volume, rimpicciolendo o richiamando altri video. Il tutto era molto “materiale” e sarei rimasto a guardarli tutti se non fosse stato per il tempo. E lo sfinimento. Il problema dei musei è che ti prendono per sfinimento.

Tornare a Genova dopo essere stato per qualche giorno a Barcellona è umiliante. Passare dalle metropolitane della città spagnola a quella genovese è stato – come dire – folkloristico. I nonsense cittadini, la sciatteria, le scale mobili spente, l'abbandono. Come cantava qualcuno anni fa, Genova è stata invasa dal cimitero di Staglieno, anno dopo anno, è una città di morti, saracinesche chiuse, politiche culturali decrepite e festival del niente. È solo il contrasto – lo so – poi mi abituerò.

In questo racconto futuribile ma non troppo i libri di storia potrebbero avere – sulla copertina – un adesivo governativo che avverte che le informazioni storiche contenute all'interno del libro sono inaccurate e mettono in cattiva luce la civiltà europea occidentale.

Non troppo dissimile da quello che – nel mondo reale – accade oggi negli Stati Uniti d'America, dove il presidente ha chiesto che venga messo un disclaimer davanti al Smithsonian History Museum ad avvertire i visitatori che la storia americana illustrata all'interno del museo rappresenta l'America in maniera innacurata per via di politiche estremiste della dirigenza del museo. Il disclaimer dovrebbe indicare anche altri luoghi dove invece il canone della storia americana è conforme al desiderio patriottico dell'amministrazione.

Tanta gente qua, nell'inebriato occidente, plauderebbe e vorrebbe quel futuro distopico. I diritti civili, il diritto internazionale e la storia sono patine fragili, che diamo per scontate ma che vanno invece preservate in tutte le loro contraddizioni. Vanno memorizzate le finzioni, le inefficienze, le meschinità così come le conquiste, le luci, i frammenti di dignità che abbiamo messo assieme. La storia – messa alle strette – si contorce come un'anguilla. Più zoommi sulla storia, più vengono fuori le contraddizioni, le ambiguità, la confusione. Ogni tanto devi allontanarti.

Di fronte a casa mia stanno abbattendo alcune costruzioni dell'AMIU. È più di un mese che lavorano, abbattono, lentamente con le ruspe accumulano i detriti. Non avete idea di quanti detriti una costruzione generi. La maggior parte del tempo lavoro è data dal rimuovere la massa di cemento, laterizi, pietra che la demolizione ha prodotto. È un mese, forse anche di più, che sono al lavoro e ancora non hanno finito, il piazzale in cui le ruspe si muovono è coperto da montagne di “zetto”, come viene chiamato a Genova. In due, tre mesi dovrebbero aver finito, liberato tutto dalle macerie. Quattro mesi per due o tre costruzioni, penso guardando le ruspe al lavoro.

Chissà quanto ce ne vorrà per una città sventrata. Mi chiedo. Per una città ucraina, russa, palestinese, siriana. Una delle tante usate come banco macelli. Se per tre costruzioni serviranno quattro mesi, per una città bombardata quanto tempo sarà necessario per lo smaltimento? Chi scriverà le pagine di storia di questo, del tempo passato a rimuovere i blocchi di cemento, a seppellirlo. La carne, anche, in questo caso, rimasta infilata dentro, tra i soffitti sfondati, i pavimenti crollati.

Il calcestruzzo confezionato con aggregati riciclati può raggiungere una soddisfacente qualità come materiale strutturale attraverso l’impiego di aggregati riciclati conformi ai requisiti di qualità richiesti, come per tutti gli altri ingredienti. Inoltre, l’impiego di aggregati riciclati può contribuire efficacemente alla riduzione dell’impatto ambientale correlato alla produzione del calcestruzzo ed al contenimento dei relativi costi di produzione, in particolare quando viene preso in considerazione il costo eco-bilanciato.

Dice il sito.

Ero a Barcellona e leggo questo volantino che inneggia al veganesimo e al rispetto degli animali. È in spagnolo, ma ne capisco il senso, solo che qualcuno ha aggiunto una scritta con un pennarello. “En catalan!”. Il messaggio per la salvezza degli animali era scritto in spagnolo, cioé in castigliano. Andava scritto in catalano perché fosse capito. Sono rimasto a fissare il volantino e pensare che – niente – siamo farfalle che portano sulle spalle giganti di malta e calcestruzzo in perenne disfacimento. Abbiamo tutta la storia sul nostro fragile corpo.

Ho provato a salvare tutto quello che ho scritto in questo diario negli ultimi mesi, per vedere quanti caratteri erano. Il programma che uso sull'Tab XC non ha curiosamente questa funzione, mi dice solo quante parole sono state scritte, ma non i caratteri, mentre io sono abituato a pensare in caratteri per capire quello che ho scritto che dimensione fisica ha. Ho esportato, importato su un clone di OpenOffice e lì guardato le statistiche che dicono che ho scritto più di duecentomila caratteri. La cosa è ovviamente semplice. Scrivere un diario, anche se pubblico, non sbagli mai.

Non ci sono personaggi, climax, luoghi, spannung, tutta la tiritera che rende un romanzo romanzo e che non puoi tralasciare se vuoi – per dire – che il tuo romanzo sia leggibile. Il diario, scrivi e vai, puoi solo produrre contenuti, ogni blocco ha una sua autonomia interna, si capisce quando inizia una pagina di diario e quando finisce, anche se – per scelta – ho deciso di pensarla come un unico flusso. Più di ducentomila caratteri e scritti tutti su e-ink.

Ieri ho iniziato a guardare “Les Carabiniers” di Godard in e-ink, ero nel letto e non avevo voglia di accendere lo schermo del Macbook. Ne ho visto un terzo in e-ink, faceva una strana impressione perché il film era in bianco e nero, un bianco e nero molto contrastato, quindi in e-ink funzionava bene, ma il software, per stare dietro ai frame, effettuava una specie di dithering, era come se la pellicola avesse una natura granulare. L'immagine non sembrava una fotografia, ma un composto granulare di elementi singoli infinitesimali che interagivano per creare qualcosa. L'ho fermato. Ho pensato che Godard non sarebbe stato contento e sono passato a vederlo con il banale LCD del Macbook.

Il film ha diverse scene memorabili, ringrazio a chi lo ha riconosciuto nella descrizione che ne avevo fatto nel mio diario spagnolo. In sé, non è uno dei grandi film di Godard, ho anche letto delle critiche all'uscita. Ho anche letto del progetto parallelo di Rossellini e del fiasco. Detto questo del film mi ha un po' fatto soffrire solo una scena – lunghissima – verso la fine, quella con le cartoline. Ma poi, anche in quella, mi sono goduto i movimenti di telecamera, gli zoom. Gli attori. Bene. Anche questo fatto, dopo Bugonia, Les Carabiniers. Di Bugonia non dirò nulla.

La scena che mi è piaciuta di più, nella prima parte, è quando uno dei protagonisti, chiamato ad andare in guerra, chiede informazioni su quello che potrà fare in guerra, se potrà prendersi le cose, uccidere gli innocenti, rubare e il soldato che gli risponde lo rassicura, certo, dice, è la guerra. L'elencazione di cose che il ragazzino chiede è irragionevole e disordinata, ma la guerra inghiotte tutto, qualunque cosa diventa accettabile nel momento in cui cadono i sostegni della vita reale e si entra in questa alienazione sociale, questa roba che è diventata virale. A stare qua a ticchettare nella mia sala da pranzo la guerra, la morte, lo stupro, sono un sogno.

Questa notte ho sognato che perdevo il mio Tab XC. Avevo accompagnato terzogenita in non so quale gita scolastica o scoutistica e – alla fine – nel rifare i bagagli era sparito il mio Tab XC. I sogni in cui perdo o – più spesso – spacco lo schermo del Tab XC sono più numerosi di quanto sarebbe opportuno. Evidentemente sono ancora – sotto sotto – un ragazzino innamorato degli oggetti. Anche se – pensavo ieri – in quesi ultimissimi anni sono cambiato nel condividere pubblicamente quello che faccio. Cancello molto più di un tempo. I prodotti finali, se non mi riescono bene, intendo dire il “bene” che avevo in testa, li cancello e non li posto, non li uso. Un tempo li buttavo comunque dentro, non si butta via niente, pensavo. Oggi c'è troppa roba in circolo. Meglio recidere.

Ieri Paolo Nori ha scritto un post in cui racconta di lui in Russia, delle critiche che ha ricevuto sui social per aver scritto bene della Russia in un momento storico come questo, senza prendere una posizione politica su quello che sta avvenendo in Ucraina. Nori ha risposto con lo stile che usa nei suoi romanzi, quel suo idioletto che lo caratterizza, dicendo – in sostanza che lui ama la Russia a prescindere da chi la governa. Ho trovato la risposta di Nori chiara e puerile per due motivi. Il primo è che – politicamente – è una risposta chiara, ma che – come direbbe qualcuno – preferirei di no. Se io amassi la Russia, avessi la libertà di azione e la cultura che Nori ha sulla storia russa, non andrei a sentire le campane a San Pietroburgo o dov'era, ora non ricordo. Forse, oggi, nel 2026, uno scrittore dovrebbe andare dove quella politica che a Nori pare non interessare sta plasmando la storia dei prossimi decenni.

La cosa puerile è lo stile, l'idioletto. Scrivere a sessantatre anni usando ancora il cammuffamento dell'idioletto per comunicare quello che doveva comunicare, in pubblico, l'ho trovata una pratica puerile. Detto questo, Nori può fare quello che gli pare. Ci mancherebbe. Ho declamato i suoi libri in classe, ci sono cose che trovo interessanti e ardite tra quello che ha fatto, ma può benissimo essere una delle tante persone che non prendo come riferimento per capire il mondo. Siamo solo scrittori, attori, musicisti e tutta questa massa di roba ci rotea attorno come un turbine di vento e noi siamo qua a preoccuparci dei nostri ruttini.

Poi stamattina leggo di un auto che si lancia contro il Pride di Berlino. Ero al Pride di Barcellona pochi giorni fa con mia moglie e terzogenita e ho pensato a questo, che una piccola parte di me, lì al Pride, aveva paura. Una piccola piccola parte pensava, ecco ora arrivano da una via laterale e iniziano a menarci. Suprematisti cattolici o integralisti musulmani, una delle tante forme di violenza, di repulsione e di – come scrivevo – incapacità di gestire il disagio. Leggo questa cosa qua, nel silenzio della mia sala da pranzo mentre ticchetto sulla tastiera, sento il traffico fuori, il mio malessere dentro e penso a questa microosmosi che sono, una particella elementare infilata in un tessuto granulare – un micropixel incerto nel frame di un film di Godard, un niente che concorre – volente o nolente – a una immagine generale di un piccolo frammento della storia.

Non sono costretto a scrivere. Non costretto a leggere. Fare le piccole cose, chiudere con dei fiocchi blu metallici le cose che ho attorno. In questa busta ci metto un pezzo del cuore e tutte le unghie tagliate ai miei figli. Le cose – mi raccomando – sempre in coppia: altra busta il mio primo profilattico e un rasoio monolama Gilette in cui mettevo le lame intere, come quelle dei film. Terza busta uno Skyfonino e la carogna di un piccione che ho visto stamattina diventare tutt'uno con l'asfalto bollente qua vicino a casa mia. Molte cose le facevo a senso. Non ho mai riflettuto molto.

Mi sono sempre mosso tra la paura e l'entusiasmo. Entrare nei negozi con la paura di innamorarmi e il desiderio di trovare qualcosa di inedito. In fondo un centro commerciale è una foresta e la mia carta di credito è un coltello. Scrivere ad occhi chiusi, fatto anche questo; in apnea. Nelle ore notturne e diurne. Agganciarsi a un paragrafo scritto dieci, vent'anni prima, per non lasciarlo morto, recidere lemmi e agganciarne di nuovi, fare innesti letterari, cambiare gusti, dimenticare i libri letti. Dimenticare anche quelli scritti.

Le cose che ho fatto non hanno cambiato il mondo. Il mercato – comunque – determina una scelta del gusto. Alla fine nelle antologie resteranno certi nomi e non altri presi da una rosa del venduto e dell'invenduto: Brizzi, Tamaro, Nove, Scarpa, Nori, Ammaniti, Santacroce, boh, Galiazzo, Morozzi, Piccolo, Mozzi, Genna, almeno metà di questi nomi scomparirà nel nulla in qualche decennio. Fuori catalogo dopo fuori catalogo. Qualche briciola verrà presa come rappresentativa del decennio.

Giro nella libreria abbandonata, ricca di gente che negli anni sessanta-settanta era nel gusto comune: non riconosco la maggior parte dei nomi. Titoli più recenti di meteore a cui Einaudi o Mondadori hanno anche dato la grazia del cartonato; de sa pa re ci dos. Tutto questo sbattone per sparire nel nulla. Era meglio allora coltivare le fragole. E nuovi ne arrivano di continuo, uno sciame oggi di aedi del digitale. Pensare di riprendere la propria faccia che cambia negli anni, dover parlare per sempre soli davanti a una videocamera che ci riprende, essere condannati a essere uno spettacolo vivente per due spicci e uno sciame – ancora – di follower.

Ero l'altro giorno a Quarto, o Quinto, non ho mai capito dove l'uno diventi l'altro. In spiaggia. Pensavo che non c'è niente come la spiaggia per tornare negli anni settanta, specie quelle pubbliche. La tecnologia con cui si va al mare oggi è la stessa – sostanzialmente – di cinquant'anni fa: l'odore di creme solari, ombrelloni diseguali e variopinti, teli spiaggia e asciugamani, corpi seminudi che si osservano guardinghi sotto al sole assoluto dell'estate: il mare poi, come un limes dell'occhio.

Gli anziani e Venerandi che si trascinano sul bagnasciuga, guardano, sognano. I gruppi di ragazzi che si mettono in cerchio – da decenni – per provare a tenere la palla in bilico nel cielo. Bambini che muovono la sabbia, costruiscono cose come se avessero tutto il tempo davanti: la dilatazione del tempo. La spiaggia è una macchina del tempo, reca consolazione all'invecchiamento. Quealcuno legge libri, riviste, un Kindle.

“Fabrizio – Fabrizio” mi sento chiamare. Mi giro, un uomo mi guarda sorridente, c'è qualcosa in lui che mi pare di vedere sotto la carne, ma non lo riconosco. “Non ti riconosco” ammetto ridendo e lui mi dice il nome: è un compagno delle medie. Non ci vediamo da almeno quarant'anni. Ci raccontiamo le nostre vite, in breve, una biografia essenziale. Ad un certo punto gli dico che insegno e lui – lo so, lo so – mi dice. “Ti seguo su Facebook” aggiunge. 'Ecco come mi ha riconosciuto!' penso. Lui continua a dire che legge le cose che scrivo, che scrivo cose filosofiche. “Ma già alle medie si vedeva – mi dice – che eri un filosofo”.

Torno a camminare sul bagnasciuga, che poi non si chiama bagnasciuga. Ecco, vedi, scompariamo nel nulla ma laciamo dei brandelli di memoria di noi di cui non sappiamo nulla, come della rucola in mezzo ai denti. Le ragazze le vedo, sono due. Una è sdraiata sul materassino, l'altra in piedi nell'acqua che parla. Ma non sta parlando all'amica: la seconda ragazza, quella sdraiata sul materassino tiene in mano un asticella con un cellulare in fondo. Sta riprendendo quella in piedi con lo sfondo della linea del mare. Un'influencer marina al lavoro. Quella in piedi parla al vuoto dello smartphone, al pubblico invisibile del suo canale. Ecco, questa è una inflitrazione del presente, una anomalia della macchina del tempo.

Sotto la vita mi immagino le squame e la pinna della sirena digitale. Vorrei tuffarmi, nuotare fino ad entrare nel campo di ripresa del cellulare, diventare un elemento dello storytelling della ragazza e poi avvicinarmi, interromperla, chiedere scusa e sapere di cosa stanno parlando, per chi, su che canale. Cosa le spinge. “Sapete – avrei detto – anche io comunico”. Restare a galleggiare per qualche minuto tra gli anni settanta e la fine degli anni venti, con il mio corpo come uno spaghetto teso nel buco azzurro del mare.

Questa mattina avevo voglia di leggere, così ho preso e sono andato in una delle biblioteche pubbliche della mia città. Non c'è quasi nessuno, solo bambini in età prescolare che mandano le loro lallazioni occupando lo spazio sonoro che la loro natura di frugugnetti gli riconosce. Sto leggendo un ebook di letteratura comparata, da diversi mesi, che trovo un po' difficile da razionalizzare ma piuttosto stimolante e che voglio finire di leggere entro fine dell'estate. Qua, con gli occhiali, il relativo silenzio concesso dai piccoli corridori e dai padri & madri relative, il mio grosso e largo ebook reader con il suo pennino, i condizionatori che danno al tutto un clima artico-temperato, insomma, non è male.

Uscito da casa mia, nell'afrore umido del genovese, mi ero voltato indietro: sulla facciata stavano sei sudamericani appesi alle loro corde che livellavano l'intonaco. Uno si era voltato verso di me, riconoscendomi, mi ha salutato con un gesto e la voce. Guarda tu, ho pensato.

Una considerazione che facevo scrivendo questo diario, e rileggendone alcune parti. Più le cose che scrivo diventano chiare, il lessico comprensibile e i miei ragionamenti razionali, meno quella persona che viene rappresentata dal diario mi somiglia. Tutta questa fatica di rendere quello che comunico – comunicabile – è fatta a danno di una teoria di cose di stomaco, di zecche vergognose nascoste sotto i capelli, di porcherie ingollate abbruttito in qualche parte del mondo. Di balbettamenti incomprensibili. Più mi rendo comprensibile, più faccio violenza e strappo via l'incerto, il non linguistico, l'irrazionale e l'irragionevole.

Ho iniziato, quasi per caso, a scrivere la struttura di un videogioco. “Inferno”, la visual novel che ho iniziato vent'anni fa, si è bloccata. Ho finito il prologo, l'ho anche messo su itch.io, ho iniziato la parte centrale ma sono andato in empasse. La storia e gli enigmi che ricordo e che mi sono segnato, non mi convincono più. Dovrei rifare buona parte della storia, ma sono vincolato a quello che la storia ancora occupa dentro di me. Sono agganciato alla struttura originaria, ma nello stesso tempo vedo che è arida. E sono anche costretto dalle immagini che già ho. È come se avessi davanti le carte di un gioco, ma le regole con cui giocare non mi convincono più. E non ne trovo di nuove efficaci. Credo che lo lascerò a macerare ancora per qualche tempo.

Invece, dicevo, ho iniziato un arcade. Ho preso il motore che avevo programmato per Allydim, il videogame che avevo iniziato a fare con secondogenito, e ho cancellato tutto tranne la struttura vuota. Avevo in mente questa idea di un personaggio che non ha forma fissa, fatto di linee, punti, colori, a seconda dello svolgimento del gioco. Ho fatto giusto due prove di come questa idea rendeva graficamente e mi hanno soddisfatto. Ho alcune idee sulla storia, ma questa volta penso che storia e programmazione procederanno assieme, nel senso, la programmazione di elementi grafici impatterà sulla storia e viceversa.

L'idea – non originalissima – è quella di un corpo che muta e le sue variazioni gli permettono di accedere a determinate zone del gioco mentre determinate zone del gioco (o azioni) effettuano delle permutazioni al corpo stesso. Ho in mente alcune idee di base: per accedere al posto di lavoro il personaggio deve “banalizzarsi” perdendo i propri colori, diventando a livelli di grigio. La scuola è un ambiente in cui il personaggio può uniformarsi, perdendo appunto i colori personali. Ci sono poi luoghi dell'antagonismo e della criticità dove si riesce a ritrovare le proprie cromie. Però così è un po' troppo meccanico. Penso che “giocherò” ancora a programmare possibili corpi del giocatore prima di formalizzare la storia.

Un elemento che mi attrae è che programmare è divertente. Dico, partire da zero, o quasi visto che mi appoggio a Pygame. Da questo punto di vista la programmazione “standard” di Ren'Py è piuttosto piatta. Con Pygame ho la sensazione di libertà assoluta. Mentre vi scrivo una mamma sta cantando una canzone in francese per addormentare il proprio bambino. Qua a due scrivanie di distanza. Cinquantaquattro morti, almeno, di ragazzi marocchini che hanno cercato di entrare nell'enclave di Ceuta. “Entrare nell'enclave”, cioé, muoversi nel mondo. E qua una mamma canta in francese a un frugugnetto come se niente fosse, come se avessimo diritto di essere semplici esseri umani che lallano, frignano, mutano il corpo, succhiano, si innamorano, figliano – se ne hanno voglia. Prendono, camminano, se ne vanno. Muoversi nel mondo. Guarda tu, ho pensato.

Io non lo vedrò.