Torno a scrivere dopo un viaggio nelle terre castigliane e catalane. Potrei fare poi un diario di viaggio, non lo so. Ho portato con me solo il Macbook di Apple. Avevo paura di tenere con me il Tab XC: il vetro è molto fragile e temevo che la pressione dello zaino, o addirittura quella dell'aereo potesse spezzarlo. Seguo i forum degli amanti della Onyx e le foto di schermi spezzati sono piuttosto frequenti. Mi sono sognato molte volte che il mio Tab XC andasse in frantumi. Alla fine, a malincuore, ho portato solo il Macbook, che è più resistente. Però – a malincuore: ormai mi sono abituato al lusso dell'inchiostro elettronico per scrivere, leggere, navigare. Tornare a farlo con lo schermo grossolano e sorpassato della Apple, proprio non ci riesco.
Non ho scritto niente in viaggio. Ma mi sono divertito a girare un cortomentreggio sul Don Chisciotte, lo trovate subito sotto nel mio profilo.
Però ho fatto bene a non portare il Tab XC, il viaggo è stato lungo, gli zaini pressati nelle micromisure delle compagnie aeree da battaglia. Mi sono portato un libro, anche questa una buona scelta, un romanzo di Farmer, autore di cui – da bambino – avevo letto un racconto di fantascienza folgorante, che avevo amato molto e che fa parte del mio DNA in un certo senso. Racconto che poi era una riscrittura della favola dei tre porcellini e che sta – il racconto di Farmer – alla base di Vita Aliena che ho scritto recentemente.
Se dovessi identificare i racconti di fantascienza che mi hanno strutturato da bambino, sono per buona parte nella Grande Enciclopedia della Fantascienza, e hanno dato un'ossatura al mio pensiero fantastico; questo di Farmer, Figlia, uno di Lovecraft che poi mi ha aperto al suo mondo, uno bellissimo di Johanna Russ di cui dovrei cercare il titolo e che mi ha spinto a cercare per anni il suo Female Male, un romanzo Galassia di Thomas Disch, Campo Archimede, un ciclo beffardo di Harry Harrison (con delle illustrazioni fa vo lo se di Jim Burns), Planet Love o qualcosa del genere: e tanti tanti altri. Escluso Campo Archimede, tutte cose lette dai dieci anni in poi, fascicolo settimanale dopo fascicolo settimanale. Ero proprio un ragazzetto e cercavo poi di fare leggere queste cose anche ai miei coetanei di Sant'Olcese, con scarsissima fortuna. Io e la fantascienza era un rito privato, condiviso con mio padre che amava però prevalentemente quella classica. E poi una valanga di Galassia e Urania.
Questo per dire che oggi non riesco più a leggere fantascienza. L'ho già scritto: non riesco a leggere cose di fantascienza che siano di genere fantascienza. Posso sopportare un film, un videogioco, ma un romanzo no. Dopo essere entrato nel mondo della letteratura senza recinzioni, rientrare nel recinto, mi è impossibile. La fantascienza fuori dai recinti la amo ancora: Infinite Jest, Solenoide, Non lasciarmi o anche certi classici come Il pianeta irritabile o La testa di Erns Augustin, per me sono romanzi di fantascienza. Li ho letti con il senso di scoperta con cui leggevo la fantascienza a dieci anni.
Quando leggo un romanzo “di fantascienza” invece, che usa gli stilemi, le strutture, i modelli del romanzo di fantascienza, non ci riesco. Mi sento come Obelix che da piccolo è caduto nel paiolo e che ora non può più bere la pozione. Ho letto in rete del dibattito contro la letteratura “da premio Strega” che si permette di giudicare il genere fantascienza quando poi è incapace di raccontare qualcosa che non sia se stessa. Una scrittura e una letteratura ombelicale. Ho letto questo dibattito sentendomi esterno ad entrambe le posizioni, perché io scrvo letteratura e molta delle letteratura che scrivo – secondo me – è di fantascienza.
Uno dei fatti, e sto semplificando un discorso che invece è complesso e articolato, è che quella letteratura ombelicale è libera di guardarsi l'ombelico e di analizzare i singoli pelucchi. E di cercare – voglio dire – un linguaggio particolare e unico per farlo. Reinventarlo di volta in volta. La scrittura fantascientifica, anche quella di genere, lavora nella progettazione di mondi. Non tutta, ma molta. Le invenzioni, i paradigmi su cui innesta la propria narrazione sono incredibili. Questo romanzo di Farmer che sto leggendo si immagina un futuro dove l'umanità è divisa in giorni. Le persone vivono un solo giorno alla settimana, alla sera vengono “congelate” e si risvegliano una settimana dopo. Esistono – in un certo senso – sette mondi che convivono a turno. Risparmio delle risorse. L'idea è brillante e Farmer è bravo perché subito ci presenta un protagonista che sta infrangendo questa regola e vive sette vite differenti, evitando di congelarsi a fine giornata.
Ora, il romanzo è un buon romanzo di fantascienza e Farmer è bravo e quindi – miracolo – lo sto leggendo. Ma – onesto prof – cancellerei metà della roba che c'è scritta. Sospirando passo sopra monologhi interiori stereotipati, personaggi tagliati con l'accetta, una razionalità continua che serve a tenere in piedi tutto l'impianto senza farlo andare in vacca, dialoghi che se avessi una penna mi metterei lì a riscrivere. Non me ne voglia Farmer, il romanzo è buono. Ma tutti i legacci del genere fantascienza, per chi ha letto cose fuori dal recinto, rischiano di diventare indigeribili. Alcuni romanzi di fantascienza italiani che mi sono capitati tra le mani negli ultimi anni sembravano scritti pensando di essere una serie Netflix.
Il problema non è del “genere” fantascienza, e non è nemmeno un problema in senso stretto. È una caratteristica del genere. Il genere ti offre la possibilità di prendere un romanzo qualunque di uno sconosciuto e di ritrovarti in qualcosa di confortevole. C'è un patto tra lettore e scrittore: io compero un romanzo di fantascienza e tu – scrittore – fai in modo che questa fiducia che ripongo nell'attesa del prodotto sia ricompensata. Se compero un romanzo sentimentale, ci deve essere un qualcosa, un frammento, che riguardi l'amore o il sesso. I dialoghi, le descrizioni, la struttura stessa del romanzo devono rifarsi a una serie di modelli che la comunità dei lettori/scrittori ritiene fondanti. Più io scrittore mi allontano da questi modelli, più rischio di deludere il patto con il lettore.
Non che nella letteratura tradizionale questi modelli non esistano, anche la letteratura tradizionale vive di modelli, ma le maglie sono molto meno stringenti e – appunto – spesso la letteratura, anche quella che studiamo a scuola, vive in chi questi modelli li ha deliberatamente infranti per creare qualcosa che prima non esisteva. La letteratura fuori dai genere ha molti meno problemi a morphare la sua stessa struttura, a inglobare cose, a fare esattamente l'opposto di quello che i modelli vorrebbero che facesse. Lo dico ai miei studenti, anche se inutilmente: pensate cosa doveva essere per un intellettuale romantico borghese milanese di fine ottocento prendere in mano I Malavoglia e leggerne i primi paragrafi. Peggio dei bagnoschiuma di Aldo Nove.
Detto questo, il mercato culturale si è frantumato. Possiamo accedere in maniera random a tutto quello che ci interessa senza che il successo sia davvero un vincolo. Il pubblico si è trasformato da massa a sciame e può muoversi con una liquidità impensabile nel mondo prima del digitale. Le ibridazioni sono sempre più forti e la stessa lingua scritta sta modificandosi man mano che il digitale si espande. Siamo nel pieno di una trasformazione di codici: cose come la difesa del genere o l'arroccamento al premio Strega, sono retroguardie conservatrici indici – semmai – di un mercato editoriale sofferente e asfittico.