ElPuerto

Un'etnografia dell'era narcotica

ElMago

“Mentre in Europa vi bombardavate, a Bogotà costruivamo biblioteche”. A un amico intellettuale piaceva ripetere questo aneddoto quando parlava della Capitale come dell'Atene dell'America Latina. Mi mostrò anche i piani urbanistici di Le Corbusier che aveva previsto tutta una serie di svincoli stradali e quartieri periferici prima ancora che l'ondata di urbanizzazione iniziasse, quando Bogotà era una piccola cittadina a 2600 metri sopra il mare, unica capitale lontana dalle coste (se si esclude La Paz) con lo scopo di unirle nel paese che ha sbocchi sia sul pacifico sia sull'atlantico. Poi però, mentre l’Europa ripartiva dalle macerie, la Colombia sprofondava in un’epoca di violenze che non sono ancora terminate.

Per alcuni scienziati sociali ed attivisti, l'assassinio, nell'aprile del 1948, del primo leader populista del continente, Jorge Eliecer Gaitan, rappresenta un momento simbolico dei cammini politici colombiani. Era di origini indigene, sindaco di Bogotà ed aspirava alla poltrona presidenziale. Idealmente la sua morte diede il via ad un’epoca tristemente famosa e ricordata come “la violenza” in cui vecchie divisioni politiche tra conservatori e liberali si mischiarono ad odi più intimi. Vi furono ondate di uccisioni e linciaggi spesso troppo locali per essere propriamente intesi politicamente nelle successive ricostruzioni storiche (1, 2, 3, 4). Mentre il resto del mondo coloniale entrava dentro guerre di decolonizzazione e si liberava del nemico straniero, la Colombia sembrò dover fare i conti con il suo passato in forme del tutto diverse. Lo scontro avvenne dentro le relazioni di patronato basate ancora su organizzazioni radicate nel colonialismo como il sistema delle haciendas\latifondi (la piantagione) e delle miniere. Le clientele e gli assoldati si schierarono per un Patròn o per l’altro e solo in alcune aree del Paese mossero verso un rinnovamento delle relazioni produttive. “La violenza” è ancora oggi ricordata come un’epoca buia, quasi di imbarbarimento generalizzato anche perchè fu uno scontro tra elite emergenti e\o al potere da tempo. Fu una guerra tra potentatati, di quasi-regni alleati o in guerra, organizzati intorno a poteri tanto burocratici quanto militari. Non ci fu però una chiara demarcazione territoriale. Al contrario, la fedeltà ad una fazione piuttosto che l’altra rimaneva locale, legata allle relazioni nelle piantagioni o nelle miniere e non riguardava necessariamente più ampie richieste di emancipazione.

Dopo circa 20 anni ed almeno 200.000 morti, quei conflitti intestini si riconfigurarono e furono reinterpretati attraverso la lotta di classe producendo attacchi più mirati verso un ideale centro del potere. Gli obiettivi rimasero la terra e le sue haciendas. Riguardavano ancora il complesso mondo delle miniere. Ma guardavano anche alle istituzioni urbane emerse negli scontri precedenti che iniziavano a produrre modelli sempre più invasivi di consumo e sfruttamento dei territori. Iniziò così una seconda epoca di “violenza” segnata dalla proliferazione di gruppi armati e dalla guerra fredda che si è conclusa, almeno ufficialmente, nel 2016, con circa 230.000 morti. Lo scontro avvenne dentro due macro fazioni opposte. Da un lato c’erano i guevariani dell'ELN, i marxisti-leninisti delle FARC, i maoisti dell'EPL, i situazionsiti del M19, la guerriglia indigena del Quintin Lame, il movimento delle autonomie afro con i Cimarrrones. Dall’altro si contavano eserciti privati di mercenari organizzati da ricchi propietari terrieri o dai diversi clan dediti al narcotraffico e le forze regolari, l’esercito e la polizia. Questa costellazione di forze e volontà armate produceva periodicamente incontri\scontri ed alleanze\tradimenti che scombinavano le originali divisioni ideologiche e di parte. Le categorie sono quindi da considerarsi fluide. Nel corso degli anni, si registrarono molti casi di disertori o gruppi che cambiarono fazione in base alle condizioni del conflitto. In circa 40 anni vi sono stati anche diversi cambi di influenza e di controllo da parte degli attori armati sui territori. Localmente queste “trasformazioni” hanno prodotto una confusione quasi ontologica tra gruppi in armi che segnerà una specifica esperienza quotidiana della guerra da parte della popolazione civile. Ad agenzie che danno nomi e definiscono un gruppo rispetto all’altro, corrispondono infatti gli abitanti di villaggi e quartieri nei margini che rispondono alle loro necessità di vita adattandosi alle diverse entità armate ed alla loro fluidità, per esempio, avvicinandosi ai voleri degli uni o degli altri in base alle diverse condizioni del conflitto.

Un mondo siffatto potrebbe essere interpretato seguendo i parametri hobbesiani, di una guerra civile protratta, in cui il contratto sociale viene periodicamente messo in discussione. Ma potrebbe anche svelare qualcos’altro. Per esempio che questa guerra civile è una condizione permanente e non un’anomalia. Seguendo questa analisi il conflitto in atto sarebbe una matrice sulla cui base “possono e devono” intendersi non solo le tattiche e le lotte di potere ma anche specifiche forme di accumulazione di capitale e le locali relazioni produttive o di scambio (1). Invece di una guerra di tutti contro tutti, si delinerebbe un capitalismo violento e predatorio ordinato intorno all’economia bellica. Bisogna quindi provare a ripensare radicalmente i sistemi politici colombiani, quelli andini, amazzonici o costieri, a partire dalla funzione produttiva della violenza, adattando teorie e studi già esistenti, per esempio, sull’indigenismo amazzonico (1) o sui sistemi politici africani (1) o indiani (1) Ma si tratta anche di ripensare le relazioni tra attori armati (regolari e non), entità economiche nazionali ed internazionali (le private corporate) e la popolazione civile.

Per poter seguire appieno queste traiettorie bisognerebbe riconoscere prima di tutto l’impossibilità di adottare visioni weberiane e, per certi versi, eurocentriche, dei processi politici in esame. In questa direzione, alcuni studiosi, hanno descritto, in Colombia, una democrazia ibrida e “violentemente plurale” (1, 2, 3) in cui l’incapacità dello Stato di affermare il monopolio sull’uso della forza non rappresenta un fallimento dell’apparato burocratico, ma la manifestazione di una sua inerente molteplicità. Nella fondazione delle istituzioni locali, sarebbe cioè latente un conflitto irrisolvibile tra poteri ufficiali e di fatto. La loro stessa esistenza si sostanzia in una contesa quotidiana per legittimità, spazi di influenza e risorse. In questa lotta, i diversi “corpi sovrani” si compenetrano, si confondono, si escludono vicendevolmente e mutano insieme al cambiare delle necessità economiche e delle condizioni politiche del conflitto. Si potrebbe così meglio intendere la coesistenza di istituzioni apparentemente democratiche con prolungati livelli di violenza armata.

La storia di Gaitan dice però anche qualcos’altro. Il numero di leader sociali uccisi o scomparsi infatti non pare mai arrestarsi. E’ una ripetizione storica degli stessi dispositivi di potere che seguono una precisa strategia di contenimento del dissenso. Le vite di tanti messia del popolo vengono sistematicamente interrotte prima che possano realmente incamminare una rivoluzione o un cambiamento radicale. Uno degli effetti di questa improvvisa assenza è la diffusione di leggende su “padri” che seppero parlare al cuore ma cui non venne mai dato il tempo di fare. Fondarono così una patria inconclusa, sempre a metà del cammino, da qualche parte che non si sa bene dove sia, a volte nei colori della squadra di calcio nazionale, altre in quelli dell'esercito, altre ancora in quelli dei suoi movimenti pacifisti o dei suoi sindacati. Ma se esiste un'origine del pensiero ribelle colombiano credo dovrebbe ricercarsi proprio nell'attitudine a non credere in dei ed eroi per evitare delusioni, a non aspettarsi mai grandi cose perchè tanto tutto cambia molto in fretta e, insieme, a saper vivere la passione della rivolta, perchè la rivolta in Colombia è un fatto ineludibile e necessario che periodicamente prende forma tra le strade delle città maggiori per poi espandersi a quelle dei margini e viceversa.

In questa prospettiva racconterò come il maggior porto commerciale del Paese, Buenaventura, venne bloccato da una rivolta popolare causata dai continui razionamenti di acqua corrente resi ancora più duri da un inaspettato periodo di siccità che lasciò vuote le cisterne delle case di molti quartieri non collegati all’acquedotto cittadino. La rivolta provocò il blocco di tutte le vie di acceso alla città per circa due settimane, nel gennaio del 2011, 10 anni fa. Si tratta di un evento che non ebbe grossa risonanza mediatica nazionale e che anzi sembrò partecipare di una certa normalità della vita politica del paese di quegli anni. I blocchi stradali erano una delle forme di protesta più comuni nelle zone meno urbanizzate o lontane dai riflettori mediatici. I blocchi indigeni della via panamericana nel distretto del Cauca avevano ormai un'aura magica, quasi di rito di iniziazione cui ogni luchador social aveva partecipato almeno una volta nella vita. Ma anche quelli non facevano notizia, segnavano semmai dei solchi tra le forme della lotta e le ritorsioni della polizia e delle squadre antisommossa, emanazione, se non proprio riciclo, dei gruppi paramilitari che di “notte” commettevano assassini selettivi.

Il blocco del Puerto invece costrinse un'interruzione prolungata di alcune industrie nazionali (soprattutto trasporto e metalmeccanica) che si trovarono senza componenti visto che molte navi rimasero in mare in attesa di poter scaricare il loro carico. La portata dell'evento produsse effetti e ritorsioni che durarono alcuni anni, in forma stranamente lenta rispetto alle normali dinamiche politiche colombiane, in cui la vendetta di solito veniva consumata a caldo e nel minor tempo possibile, in modo da chiarire subito gli ordini di forza in campo. Nel caso del blocco del Puerto accadde qualcosa forse di inaspettato perchè fuori da vere e proprie dinamiche organizzative note alle agenzie di controllo. Emerse spontaneamente dalla stanchezza e dalla rabbia ed ebbe la funzione di ricucire, per alcuni giorni, un tessuto cittadino lacerato da anni di guerre intestine. Questo espose una capacità di organizzazione politica dal basso che non si era vista da molto tempo e che intaccò le certezze di dominio dei vertici politici e militari del paese. Per questo venne trattata con estrema cautela ed altrettanta intransigenza. Mentre da un lato si riconoscevano pubblicamente le richieste della cittadinanza con promesse e proclami, dall'altra si osservava chi prendeva parola, come lo faceva e dove si rifugiava. A distanza di 3 anni dagli eventi, alcune delle persone più attive in quei giorni furono costretti a rifugiarsi fuori da Buenaventura (anche se per ragioni diverse dal blocco), alcuni furono ritrovati morti (ufficialmente “per debiti non pagati” o per “regolamenti di conti tra bande” non relazionabili alla rivolta), altri iniziarono a dedicarsi con assiduità a droghe ed alcool. Altri ancora si trovarono ad essere superati da nuovi leader del movimento afro, supportati dal ministero degli Interni. Come e perché ciò accadde non sarà propriamente il tema delle prossime pagine.

Si tenterà invece una ricostruzione degli eventi a partire da un'indagine antropologica. Si racconterà cioè cosa implicò e dove condusse la rivolta in un quartiere all'ingresso della città non direttamente toccato dai blocchi stradali ma sempre in ascolto, quasi eccitato in quei giorni di ribellione. I modi in cui le storie di quartiere si intrecciarono a quelle della città ed alla rivolta sono l'elemento di vero interesse di questo racconto. Come cioè personaggi locali iniziarono ad avere un ruolo in quegli eventi e come quegli eventi divennero più grandi di loro fino a non sapere più se ci fossero stati spinti dentro per eccesso di curiosità o se avessero veramente chiaro cosa stava accadendo. Non c'era nessun Che Guevara tra loro. Erano anzi sbeffeggiati in quanto reietti (bavosos) se non proprio definiti come individui pericolosi da settori più vicini alla polizia.

In quei giorni improvvisamente però riaccesero una scintilla in più di qualcuno. A bordo delle loro moto o sulle loro scarpe consunte si indaffaravano a portare vettovaglie ai blocchi ed a rifocillare gli occupanti. Attraverso i loro occhi più d'uno o una sembrarono cogliere che qualcosa stava accadendo per davvero e che valeva la pena dare una mano a chi stava laggiù sull'avenida del libertador. Il vero evento fu che molte di queste persone solevano mantenersi dentro le barricate casalinghe per paure ormai consolidate della guerra che si combatteva in città da almeno un decennio. Poco alla volta, invece, chi più chi meno, iniziò a cucinare un pò di riso in più o metteva da parte un cesto di banane da mandare a quei locos che bloccavano il Porto. Un fischio al motoratton che passava di lì ed ecco che partiva del cibo, un pò di frutta appena raccolta, acqua con erbe miracolose e chissà cos'altro. Poi certo, tutto si spense e ricominciò l'insulto quotidiano. Ma come imparai in quei giorni, quella resistenza che decideva per l'ennesima volta di assumersi un grande rischio che molti avrebbero pagato a caro prezzo poteva essere intesa solo da dentro una condizione di incertezza permanente, per cui gli eroi morivano sempre e per questo non ce n'erano più. Bisognava invece imparare a “giocare da vivi” e seguire le maree. Quando l'acqua lo permetteva si lasciavano i propri 5 centesimi di contributo. Quando si era in tempesta non si poteva far altro che riparare in casa e cercare di capire come salvarsi dall'ennesima mareggiata.

Va detto che centrare l'attenzione su quegli eventi, su cosa li scatenò e cosa accadde poi è una scelta arbitraria, forse propriamente antropologica, frutto di una decisione di chi scrive piuttosto che di una reale necessità di ricordare quei fatti. Anzi durante il mio ultimo viaggio a Buenaventura , nell'aprile 2014, in molti risposero con un sorriso e un non ricordo ai miei tentativi di parlare ancora di quei giorni. Proprio questo oblio ha però reso ai mio occhi più interessante quel blocco. Nella mia vita mi è capitato di assistere e partecipare a diversi blocchi stradali di natura politica. Fin dall’anti G8 di Rostock nell'ormai lontano 2007 per poi arrivare agli interminabili Chaka Jam nepalesi del 2008 e 2009 in cui l'unica arteria del paese, la Mahendra highway, veniva bloccata periodicamente per settimane intere, fino all'Italia del movimento No Tav, e i giorni del blocco della autostrada A32 nel 2012. In ogni circostanza era possibile ricordare e discutere di cosa accadde in quei giorni e per quali ragioni stava avvenendo.

Nel caso di Buenaventura nello stesso quartiere in cui trascorsi la prima settimana del blocco, quella memoria era stata se non proprio cancellata, resa futile dalle necessità della vita che non lasciavano spazio a rimemorazioni di proteste tanto eclatanti e rischiose. Si doveva andare avanti. La memoria fu poi quasi sovrascritta dai successivi scioperi civici che riguardarono tutta la città e che quasi a cadenza annuale riuscirono a fermarla anche se non in forma così netta e rabbiosa come accadde all’inizio del 2011. Solo in quei giorni infatti la logistica si fermò per davvero e le strade principali furono illuminate da falò notturni. Come appresi successivamente, le ragioni di questo oblio erano multiple ma ce n'era una che forse produceva silenzio più delle altre.

Da qualche tempo nei quartieri in cui vivevo erano sorti dei gruppi di autodifesa autoctoni che controllavano entrate ed uscite di persone “esterne”. Non era la prima volta che una cosa del genere accadeva. In verità rappresentava una ripetizione delle dinamiche di controllo territoriale della città. Su questi gruppi locali di solito si innestava il gioco facile degli agenti del caos che producevano nuove battaglie alla bisogna. I media a volte li definivano come pandillas (gang o bande o maras) ed altre volte li associavano a un gruppo dedito al traffico di droga allora attivo a Buenaventura, i Rastrojos. Gli abitanti invece si riferivano a loro in altro modo, come il combo (il gruppo) o come i muchachos (ragazzi).

La nozione di “pandilla” era di solito utilizzata nel gergo poliziesco per definire qualsiasi gruppo giovanile che si assembrava in una zona marginale. La parola “combo” invece delimitava un sottogruppo della “pandilla” indentificabile in un territorio specifico e limitato. Per la polizia quindi diversi combos componevano una pandilla. A queste pandillas la Polizia affidava poi nomi che utilizzava normalmente per distinguere diverse zone ma non sempre i nomi identificavano vere e proprie reti territorializzate e organizzate di persone. Spesso gli stessi gruppi di giovani non sapevano di essere una pandilla o di avere un nome dato loro dalla Polizia. Potevano però riferirsi a loro stessi come al “combo” per identificarsi come gruppo di fratelli\amici. In molti casi, era impossibile definirli in base alla loro organizzazione interna, quindi attraverso capi o leader riconoscibili o attraverso riti di affiliazione. Inoltre molte “pandillas”, così genericamente definite, non erano armate oppure non disponevano di armi da fuoco ma usavano coltelli e pugnali “per difesa personale”. La loro identificazione però era utilizzata dentro le macrocategorie dell’insicurezza e partecipava dei dati su cui si pianificavano le azioni di controllo dei Quartieri. In ragione di queste politiche di identificazione, il numero di pandillas di città come Cali e Medellin, ma anche di Buenaventura, raggiungeva numeri decisamente allarmanti con più di 200 bande attive. Questo poi giustificava i fondi e gli investimenti nella “Difesa”.

Rimanendo invece alle definizioni locali e del quartiere, alcuni combo che conoscevo nella comuna presero parte al blocco. Secondo alcune ricostruzioni, la loro presenza ebbe un ruolo non di secondo piano nel cessate il fuoco temporaneo che fu imposto e che riguardò anche le forze armate regolari. E’ evidente che la questione dell’accesso all’acqua aveva creato ponti tra settori della popolazione altrimenti non in contatto. Tuttavia a Buenaventura non si sparò per due settimane e, all'epoca dei fatti, le sue strade registravano i tassi di omicidio tra i più alti della Colombia. Spiegare quindi quali dinamiche si misero in moto per rendere possibile questa rivolta che ribaltò il mondo conosciuto è molto complesso. Se però vi fu qualcosa di particolare e di innovativo, bisogna ricercarlo in quella solidarietà che riaffermò un “noi” che incluse inaspettatamente ragazzi che di solito “portavano la guerra in casa”. Gli abitanti li riconobbero pubblicamente invece di mantenerli nell'ombra o ai margini della vita sociale. Invece di neutralizzare la loro esistenza, attraverso l’esilio o l’assassinio, ne fu assimilata la sostanza. Questo atto permise la sovversione del mondo e fece vacillare le certezze di dominio.

Mi limiterò allora a descrivere chi si era attivato e come questo avesse procurato simpatia da settori del quartiere normalmente schivi se non proprio antisociali. Il fatto che tre di loro vennero poi uccisi, uno fu linciato ed un altro dovette rifugiarsi fuori da Buenaventura rappresenta un seguito della storia che solo in parte spiega il tentativo di aiuto che molti vollero riconoscere loro, come se già sapessero che quei “locos” stavano rischiando grosso. In parte credo che quell'aiuto arrivò perché più d'uno nel quartiere credeva che questa volta i “locos” non si stavano sbagliando. Questo a sua volta diede forza ai locos che osarono come da troppo tempo non accadeva. Vorrei allora provare a spiegare meglio questo dubbio che si instillò nelle menti di alcuni e che permise la creazione di un campo aperto dove prima c’erano frontiere psichiche difficilmente valicabili. Raramente mi è capitato di leggerne nelle narrazioni sulla guerra e la pace in Colombia.

“El Puerto” nasce per sopperire a questa mancanza.

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Si era fatto un tatuaggio con i tre sei in bella vista sul petto. Sembrava l'adepto di una setta. Raccontano che la polizia avrebbe dovuto prenderlo e portarlo in commissariato per fargli qualche domanda. Dovevano chiedergli di un omicidio. Qualcuno del suo Barrio aveva sgozzato un ragazzo di sedici anni. Lo avevano smembrato e poi gli avevano tagliato la testa. La madre, una venditrice di acqua di cocco, lo aveva ritrovato in una grande borsa di plastica nera, di quelle che si usano per raccogliere la spazzatura. Ci avevamo fatto un documentario su quel ragazzo, un perfetto signor nessuno: la mia prima ed ultima partecipazione ad un reportage giornalistico. Secondo le ricostruzioni ufficiali, aveva oltrepassato una frontiera invisibile, di quelle che da un lato della calle c’è un combo e dall’altro un altro combo, per cui semplicemente qualcuno aveva pensato che il giovane fosse degli altri e che li stesse sfidando con un’arroganza inaccettabile. La sentenza di quella sera fu una pena esemplare. Il ragazzo di giorno andava a scuola e di pomeriggio aiutava la madre a caricare cocchi, aprirli e trasportarli su di un carretto per venderli al mercato. Erano venditori ambulanti. El Diablo con me finse di non sapere e io non riuscii a non credergli. Tutti quelli che lo conoscevano nella zona di Bajamar, invece, erano convinti che lui sapesse abbastanza, anzi, di più. Alcuni dicevano che lui era un capo. Qualsiasi fosse la verità, sapeva di quell’omicidio, ma a me non raccontò nulla. Viste però tutte le voci che circolavano su di lui, dopo avergli parlato della sua migliore possibilità di sopravvivenza, la fuga in direzione Ecuador, venti giorni più tardi pubblicai un articolo su di un giornale online abbastanza in vista nei centri benpensanti.

Un anziano del Barrio mi aveva messo in guardia tempo prima. Mi disse: “Chi ha cura di questa”, indicando la lingua, “ha cura di questo”, indicando il cuore. Lo disse con tale naturalezza che mi lasciò senza parole, come se mi avesse fatto un incantesimo. Alcuni giorni, gli echi della violenza di Buenaventura si facevano così assordanti che queste frasi sembravano raccogliere tutta la saggezza disponibile. La ricerca della verità a volte è semplicemente troppo costosa; un bene di lusso che a Buenaventura si pagava a caro prezzo. Il silenzio invece era capace di lenire l'impotenza di chi non cercava vendetta, come se il “Male del Puerto” non riguardasse noi, le nostre vie o il Barrio. Altri giorni, invece, la rabbia non si placava e la mente girava a mille. Non dire nulla, non fare domande, non cercare di capire, evitava davvero guai peggiori? Allora mi incamminavo verso casa sua, a pochi passi dalla mia e glielo richiedevo. Quell'anziano era uno dei padri fondatori del Barrio. Aveva vissuto troppi anni per non conoscere la risposta giusta da darmi. Ma mi ripeteva sempre lo stesso mantra. Dovevo trovare da solo una chiave per accedere a quella conoscenza ancestrale che mi stava mostrando.

La parola nel mondo afrocolombiano ha infatti il potere di curare ferite (1, 2, 3). Se propriamente utilizzata ha la forza di contenere il Male, di circoscriverlo o di farlo uscire da un corpo o da un luogo che tiene prigioniero. Chi conosce le giuste orazioni può produrre vere e proprie metamorfosi nei corpi, risvegliando soffi vitali sopiti. Curatori e sciamani preparati sanno invocare spiriti che curano malattie. Ma senza questa conoscenza, la parola rischia di degradare. Da protettrice e fonte di salvezza si fa potere occulto, malefica e pericolosa, capace di generare follia e causare morte. Usare la parola incuranti delle sue regole e dei suoi simboli significa produrre nuove malattie nell'altro fino ad ammalare il proprio cuore. L'anziano questo lo sapeva bene. Mi ci volle però molto tempo per comprendere la profondità dei suoi insegnamenti. Così, in un giorno di rigurgiti di odio e di moralismo che imponeva azioni alla coscienza sanguinante, quel pezzo venne fuori: l'ennesimo pessimo articolo sulla violenza in Colombia pubblicato tra vecchie foto di vetture esplose sulle strade che non avevo mai visto ed accompagnato dai soliti commenti denigratori. Era un articolo che non dava speranze. Parlava del Diablo come simbolo della decadenza del Puerto e di tutti noi. A vederlo su quella pagina della rete mi parve che il suo unico compito fosse un depistaggio preventivo, pubblicato prima ancora dell'ultimo editing, con il titolo modificato a mia insaputa e dato in pasto agli influencer che avevano deciso che doveva essere letto. Nel giro di poche ore aveva raggiunto alcune migliaia di click. Il mio più grande successo editoriale, tanto che me ne chiesero altri ma io non fui più capace di scrivere per qualche anno. Fino a dove arrivarono quelle parole? Chi decise che un altro proiettile poteva essere speso?

La dinamica della morte di Rudi confermò che aveva ancora molta strada da fare per diventare El Diablo. Si dice che all'arrivo della polizia non si fece prendere e che iniziò un “tiroteo” (sparatoria) e che qualcuno fu più preciso di lui. El Diablo, probabilmente, si sarebbe fatto prendere e sarebbe uscito di prigione dopo pochi giorni. Quindi El Diablo era solo Rudi e per molto tempo avevo sperato che non finisse così, morto ammazzato. Era nato libero a modo suo e quelli così a Buenaventura duravano pochissimo o almeno questa era la storia che tutti ripetevano. In un niente finivano coinvolti in giri troppo grossi, circondati dalle persone sbagliate. Iniziavano a perdere la testa e poi la paura faceva il resto. Un errore dopo l'altro e la vita lentamente appassiva. Se gli andava bene avevano ancora tutti i pezzi attaccati al corpo quando qualcuno andava a riconoscerli all'obitorio. Purtroppo, però, queste storie ripetute continuamente da molti non mi hanno mai convinto. Certamente non mi sono bastate per placare il senso di colpa e il dolore di un’assenza. Scrivere male, d'impulso, un articolo grossolano su di un vecchio amico e scoprire poco dopo della sua morte mi fece sentire complice di una macchinazione più ampia che arrivò fino al suo assassinio. Anni dopo la sua scomparsa, sono ancora qui a ripensare a lui come in un loop da cui non sono più riuscito a uscire. Continuo a cercare spiegazioni.

In quella difficile epoca del Puerto, i ragazzi come Rudi non credevano di essere in guerra. Chiamavano quegli scontri e quei tiroteos, “meter orden” (mettere ordine), “portar la ley” (stabilire la regole), “luchar la vida” (imparare a vivere). La parola guerra non la usavano, come d’altronde non era usata nel gergo comune colombiano per riferirsi a quanto accadeva nel paese. Si parlava e si scriveva di conflitto armato, ma mai di guerra, e guai arrivavano al solo ipotizzare una guerra che fosse anche civile. Si parlava di sicurezza e pacificazione dei territori ma non del suo contrario. C’erano i rifugiati interni del conflitto che non erano esattamente rifugiati di guerra, perchè quella guerra ufficialmente non esisteva (1). A Buenaventura si poteva partire. Si poteva scegliere un lato o una fazione. Si poteva diventare soldati ed andare sulle montagne per combattare contro le guerriglie, ad esempio. Ma anche allora chi partiva soldato andava “sul monte” non andava in guerra. Quando si rientrava, poi, a maggior ragione, non c’era più quella vita con le divise e gli accampamenti e i pattugliamenti. C’era una quotidianità semplicemente dura che spesso richiedeva l’uso delle armi per non farsi sopraffare dal vicino e fortuna voleva che si imparasse anche ad usarle. Si ascoltava allora di criminalità, di cartelli e di mafie, di bande e di follia ma non di guerra.

Quello stesso anziano del Barrio si riferiva a tutto questo come al “male del Puerto” che era una nozione che mi impegnò mesi se non anni per poterla intendere. Nel Pacifico colombiano “lo Malo” era tutto quell'insieme di accadimenti negativi che portavano alla distruzione della vita in comune. Era però inteso in due campi dell'esistenza distinti seppur tra loro connessi: quello della malattia e quello della “mala suerte” (la sfortuna). La prima affettava le persone da dentro, debilitandone la capacità di vita e colpendo direttamente il loro flusso vitale. La seconda invece riguardava una manifestazione esterna di diversi disequilibri per cui qualcuno soffriva una serie ripetuta di eventi negativi come un cattivo raccolto, la morte di figli o battute di caccia non proficue. In questo secondo caso di solito si mettevano in moto energie cosmiche che cospiravano contro la persona e la sua famiglia e le cause potevano essere molteplici. Per arginare “lo Malo” si ricorreva allora ai curatori e agli sciamani che tra la conoscenza delle piante medicinali e la loro capacità di accedere ai mondi occulti degli spiriti e delle forze della Natura attraverso le giuste orazioni cercavano di curare i malcapitati.

“Il male del Puerto” metteva assieme queste nozioni allargandole ad una condizione esistenziale che riguardava la città, concepita come un sovraorganismo in cui era avvenuta una scissione. Il Puerto appariva ora come un'entità a se stante che si frapponeva al continuo scambio vitale del villaggio; tra il campo coltivato, che bilanciava le forze riproduttive, e la selva, che raccoglieva invece la nozione di ignoto o di caos. Se quindi “el buen vivir” (vivere bene) nel Pacifico colombiano significava trovare un equilibrio in questo scambio, a parere dell’Anziano, a Buenaventura non solo l’equilibrio era perso. L’opera umana stessa era intrisa di caos, rivolta alla creazione de lo Malo. Troppi morti di “mala muerte”, di morte violenta, avevano infatti riesumato il “marciume del mondo” (lo podrido) mischiandolo alla vita, confondendo, mutando, trasformando le cose in modi tanto veloci da non poter essere più facilmente riconoscibili (1, 2). Invece di organizzare le forze riproduttive definendo gli spazi in cui la mano del contadino, del cacciatore o del taglialegna poteva arrivare, l’opera umana nascondeva l’ignoto negli spazi del quotidiano. Esumava un conflitto radicato nella capacità stessa di distinguere tra umano ed animale, tra riproduzione e caos (1, 2). Qui risiedeva una parte importante della concettualizzazione della guerra civile per cui la città non era rappresentata come un luogo di riparo, “porto” da cui prepararsi alle prossime ripartenze. Era invece realtà ammalata in cui le giuste orazioni avevano perso potere e non potevano riaffermare la superiorità della vita in comune rispetto al volere dei pochi.

L’esperienza del disequilibrio era condivisa da molti abitanti del Barrio e le sue spiegazioni erano molteplici. Quando José descriveva vite come quella di Rudi accusava quelli della sua generazione che erano, a suo parere, esempi tossici per i giovani come lui. Descriveva la gente della sua età come portatrice del “marciume del mondo”, come se avesse assorbito il Male del Puerto senza però trovare un modo per curarlo. Questa incapacità era la prova che tutti loro non devevano più aspettarsi rispetto ed ascolto. Disse una volta: “questi ragazzi li abbiamo persi noi che non siamo stati in grado di costruire un mondo dove potessero pensare ad altro”. Disse anche: “siamo noi ad essere pieni di odio, siamo noi che dovremmo morire tutti per far smettere a quei ragazzi di ammazzarsi”. Josè pensava alle cosmologie esistenti spingendosi fino a credere che fosse necessario stabilire una frattura tra le generazioni. Occorreva liberare quei ragazzi sospendendo il culto degli ancestri, un altro elemento centrale delle tradizioni delle comunità afrocolombiane. Per curare il Male del Puerto bisognava dunque spingersi fino a riconsiderare i legami costituitivi, anche biologici della vita in comune. Per vincere la guerra civile occorreva prima di tutto riconoscerla. Ma in quali modi ciò sarebbe stato concretamente possibile? Ed era davvero questa la ragione dell’implosione delle vecchie modalità di vita cui alcuni dicevano di assistere?

Conobbi Josè, nel 2009, quando da volontario, lavoravo nel Barrio San Francisco, all’epoca uno dei quartieri più colpiti dalla guerra urbana di Buenaventura. Era balzato sulle prime pagine dei giornali locali per via di una casa per le torture (casa de pique) che era sorta proprio al lato della chiesa del quartiere. Gli abitanti erano sconvolti dalle urla che si ascoltavano e chiedevano disperatamente alle autorità della città di chiuderla. Purtroppo non ebbero successo. Per circa dieci anni e forse più, Polizia e muncipio continuarono a negare l’esistenza delle case per le torture a Buenaventura. Bisognò aspettare il 2014 e l’omicidio di quel ragazzo per confermare che ne esisteva una sola, nel Barrio La Playta, che “era stata prontamente distrutta dall’intervento dei militari”.

L'ONG che mi ospitava organizzava attività ludiche con alcuni giovani di quelle parti e io mi occupavo di preparare tè e biscotti e poi di servirli. Organizzavo la sala prima del loro arrivo e la pulivo subito dopo. Il resto del tempo lo passavo ad ascoltare le storie della città. Di tanto in tanto una visita in una chiesa o in un centro polifunzionale mi permetteva di ascoltare direttamente delle atrocità commesse in luoghi come la casa de pique ad opera di gruppi armati senza scrupoli. José apparse uno di quei giorni e ci parlò del suo Barrio. Ricordo che mi conquistò perché allontanò un bambino con incredibile gentilezza e poi mi disse: “Qui bisogna stare attenti a tutti. Lo hanno mandato per ascoltarci.” Qualche giorno dopo andai a trovarlo perché mi raccontò della sua battaglia legale per riuscire ad ottenere i diritti di proprietà delle terre in cui viveva da sempre. Era la più vasta area edificabile di tutta la città e, a suo parere, poteva essere salvata dalle anti estetiche costruzioni dei narcos. Sognava un’immensa riserva ecologica e per questo lo chiamavano “el loco”, il pazzo. Mentre la città pensava a come costruire nuovi hotel e grattacieli, lui ogni mattina prendeva il machete e andava a pulire il cammino per i visitatori della “Riserva”, che erano soprattutto lui e i suoi figli.

Purtroppo la zona era diventata teatro di omicidi efferati e in città raccontavano che molte persone scomparse erano sepolte da quelle parti. Probabilmente per questa ragione, era molto difficile invogliare qualcuno a trascorrere un pomeriggio fuori dal caos urbano per trovare un po' di tranquillità nell'unico spazio verde della città. Lui però non pareva curarsene. Quando camminava nella sua “Riserva”, non aveva bisogno di altro. Conosceva ogni pianta, ogni ramo, ogni suo piccolo anfratto. “Quando sono qui rido da solo e parlo con le piante”, diceva mentre mi mostrava un frutto o una radice con proprietà curative. Pensai allora che due pazzi sarebbero stati più credibili di uno solo e cercai di aiutarlo a realizzare il suo sogno, raccontando qualche storia sulla novità delle sue idee. Appoggiati da un’organizzazione locale, il PCN (il Proceso de las Comunidades Negras), e da altri pazzi del proceso sognavamo di non essere fagocitati dai Capi della narcotici. Qui si inserì il mio progetto di dottorato e, per qualche tempo, divenni l'antropologo del Barrio. Così eccomi un anno dopo nell’unica stanza della casa che serviva da cucina, camera da letto e sala ricevimenti a salutare tutti i figli di José, la moglie, i nipoti e, in mezzo a quel marasma, conobbi Rudi.

Molare

Aveva sedici anni e aveva già un passato di cui doveva liberarsi. Era seduto su di una sedia e non solo era il meno sorridente, sembrava anche il più incazzato. Scrutava. Non si fidava. Si guardava in giro e chiedeva “e mò questo chi cazzo è?”. Da quelle parti, il colore bianco del viso e del corpo è associato al veleno dei serpenti. Vilma mi raccontava che la nonna le diceva sempre di guardarsi dai bianchi che portavano solo distruzione e problemi. Gli anni in cui i loro antenati erano stati trasportati in grosse imbarcazioni transoceaniche e poi venduti in lotti per lavorare nelle miniere e nelle piantagioni di canna da zucchero o di tabacco erano ormai lontani, ma in quelle loro terre li facevano ancora sentire in prestito. Nel Barrio il bianco aveva diverse tonalità. Non era netto come quello della nonna di Vilma. Era associato alla parola “paisa”, che significava sí “bianco”, ma delle zone di Medellin o di quella caffetera, oppure della Polizia. C’erano delle sfumature. Non tutto il bianco era dello stesso bianco. Rudi tutto questo lo sapeva bene e voleva chiarire subito le appartenenze, senza troppi giri di parole e giochetti strani. Non era interessato ai colori o alla geografia. Calcolava utilità e possibili vantaggi o pericoli.

Lo aveva imparato dal padre che di mestiere aveva sempre fatto il barcaiolo fino a quando si trovò a vivere lontano dal mare, senza barca e senza lavoro. Lo chiamavano Panamá, perché una volta era arrivato da solo con un’imbarcazione nel Darièn in mezzo a una tempesta che quando lo videro arrivare credettero che lui non fosse Panamá ma un'incarnazione di Changó, divinità guerriera Yoruba, la cui forza e il cui coraggio erano essenziali per la liberazione da ogni schiavitù. La sua fu l’unica barca che arrivò a destinazione per molti giorni, così la sua fama iniziò a circolare nel Puerto. Raccontano che a Panamá non importava cosa ci fosse sulla sua barca. Quando lo mettevano a bordo, diventava un computer perfettamente sincronizzato con l’oceano. Anzi, c’erano momenti in cui Panamá era l’oceano.

Conobbe la moglie, Mati, proprio dopo uno dei suoi viaggi verso l’ignoto. Un amico gliela presentò una sera in un bar del molo turistico: una bellissima donna, di dieci anni più giovane che per qualche combinazione famigliare era legata ai Niches, i barcaioli dei Rodriguez-Orejuela e poi degli Scissionisti del Norte del Valle. Se ne innamorò subito, tanto che ne fece la sua unica ragione di vita. Per qualche anno furono felici, ma dopo la nascita di Rudi, le cose iniziarono a complicarsi. Il Puerto si era trasformato in un campo privilegiato delle guerre tra clan. Per muoversi in mare bisognava essere sempre più armati, così Panamá smise di lavorare in barca e cercò lavoro dal cugino di Mati, Ronny, che in quel momento, con i suoi, sembrava stesse vincendo la guerra.

Ronny era stato affiliato tramite una gang di Cali al Bloque Calima di cui racconterò meglio. Aveva scontato qualche anno in carcere come parte degli accordi per lasciare le armi. Era uscito prima di altri ed aveva ricominciato a dedicarsi al narcotraffico da Buenaventura. Panamá allestiva le case di alcuni dei suoi clienti. Intagliava ed intrecciava il bambù. Costruiva pianali per cucine, panchine, sedie e quando non riusciva a stare fuori dai guai perché aveva bisogno di qualche soldo in più, si trasformava nel Changó del Grande Oceano e pilotava ancora barche verso l’ignoto. Solo che non era più come prima.

Tra un espediente e l’altro, Rudi aveva trovato un po' di serenità nella casa di José, che lo aveva ospitato in quello strano Barrio ai confini con la Selva dove tutto sembrava lontano e pareva che ci si potesse riposare e pensare ad altro. Forse nel suo sguardo, in quella calda giornata di ottobre, c’era tutto questo. O forse non gliene fregava niente di vedermi. In ogni caso la sua domanda “e mò questo chi cazzo è?” catturò da subito i miei favori. Mi era piaciuto fin dall'inizio. Non temeva le verità della sua terra.

Passammo quella serata a bere Viche (acquavite estratto dalla canna da zucchero) nella cantina di Maria, salsa in sotto fondo, balli e risate miste alle stesse ondate improvvise di disperazione e malinconia di sempre, quelle che arrivano quando l’alcol fa saltare fuori storie di cui si parla solo in certi momenti, con gli amici di una vita. Rudi parlò dei tempi in cui aveva lavorato con il cugino della madre a Cali, di come aveva visto cose indicibili e di come voleva con tutta la sua forza trovare una via di fuga. Finii a trascorrere molto tempo assieme a lui. I nostri incontri si perdevano dentro dialoghi improbabili animati dalla marijuana e dai suoi racconti sul mondo che viveva. Lunghe ore passavano mentre inscenava scontri a fuoco tra bande rivali o descriveva le donne mozzafiato che un giorno avrebbe voluto possedere. Giorni interi scorrevano tra racconti improvvisati, lavori nella “Riserva” e nell'attesa di qualcosa che non arrivava mai.

Quando non era con me o alle prese con la “Riserva”, insieme agli altri ragazzi se la passava nell'esquina (angolo) della strada che collegava il Barrio alla via principale, l'Avenida Bolivar, che spaccava Buenaventura da est a ovest in due parti quasi simmetriche, il lato Nord e il lato Sud. Pareva che fossero tutti iscritti ad una qualche immaginaria lista di collocamento di un Capo che, prima o poi, sarebbe apparso per una commissione o per un lavoretto di qualche giorno. Il tempo passava raccattando spiccioli alla buona: a volte proponendo servigi alle vecchie del Barrio o avventurandosi in perquisizioni improvvisate di passanti o di giovani malcapitati, altre volte semplicemente chiedendo “una cosa di soldi” (dame algo pues) a qualcuno. I pochi quattrini messi in saccoccia venivano prontamente spesi per acquistare un grammo o due di marijuana che serviva per mantenere vive le conversazioni ed alto il morale. Improvvisavano ritmi rap e danze per catturare l'attenzione delle giovani che sondavano ammiccanti l'ambiente della esquina e lasciavano immaginare giochi amorosi da consumarsi nella “Riserva”.

L'adrenalina era vissuta a distanza, attraverso i racconti di gente come l’Altro Josè, che nella sua vita aveva attraversato tutto lo spettro belligerante di Buenaventura ed era sopravvissuto. Si era fatto le ossa insieme agli amici di una vita rubando cibo dai camion che rifocillavano i ristoranti “Michelin” del Puerto. Aveva poi avuto l’idea di “mettere ordine” in città prima opponendosi e poi tassando il passaggio di mercanzia di contrabbando dalle acque del suo Barrio che era lo stesso di Panamà. Per questo pare lo avessero fatto capitano Guerrigliero e che Panamà fosse uno dei suoi e, come lui, quando la guerra si intensificò anche l’Altro Josè finì nelle mani dei clan. Nei tempi in cui lo conobbi era uno dei junky del quartiere, sempre senza soldi ma pieno di racconti. Era soprattutto lui che parlava di quello che accadeva in città, delle faide, dei trasporti andati male, delle rese di conti. Proprio per via della sua storia personale, un pò tutti lo ascoltavano. Spesso era difficile credergli ma le sue parole costruivano, comunque, immagini di un mondo in guerra che stava là fuori eppure per niente lontano. Alimentava così un senso di protezione che il Barrio invece offriva.

– Qui nessuno ci tocca. Quelli di fuori hanno paura di mettersi con noi. Lo sanno benissimo che se vengono da queste parti noi siamo in tanti e facciamo suonare i ferri.

Frasi così, in una lingua imparata sulla calle, sancivano in maniera chiara un senso di dentro-fuori su cui si articolavano le giornate. Rimanere nella esquina era un modo per affacciarsi alla città e insieme definire un confine tra tutti i mondi di Buenaventura. Costruiva un senso precario di ''noi'' che poteva durare un giorno o il tempo di rimanere nella esquina fino a quando qualche evento della città non costringeva vecchi amici a farsi nemici e a scegliere nuove alleanze e altre esquinas. Per il resto, era baldoria continua.

Poi accadde che una notte Rudi tentò di ammazzare Panamá. Fu più o meno un anno dopo il nostro primo incontro. Panamá e Mati da un pò di tempo non riuscivano più a passare insieme una normale nottata alcolica senza arrivare alle mani e a pianti strazianti. Panamá non aveva lavoro in quel periodo e Mati si era fatta assumere come donna delle pulizie nella casa di un riccone della città. In poco tempo iniziarono a circolare voci sui suoi tradimenti che non tardarono ad arrivare alle orecchie di Panamá. Da sobrio le credeva e la appoggiava anche perchè era lei che portava i soldi a casa. Da ubriaco invece qualcosa cambiava e iniziavano i diverbi e poi la violenza. L’altro José aveva addirittura sviluppato teorie Zen su come insegnare a Rudi ad affrontare la situazione evitando di diventare un assasino. Un pomeriggio, dopo l'ultima grande tragedia familiare, più o meno gli disse queste parole:

– Rudi, se tuo padre picchia tua madre, tu allora devi aiutarlo a picchiarla. In questo modo tu sei sicuro che tuo padre non la ammazzerà e forse c'è anche qualche possibilità che Panamá si risvegli. Comunque, se non si risveglia, tu la mattina dopo prendi tua madre e la porti in un posto sicuro. La vai a nascondere. Ti porti tua sorella e ve ne andate da qui. Poi torni da tuo padre e gli dici semplicemente che non lo rispetti più perché ti ha insegnato a picchiare tua madre.

Ci lasciava sempre basiti, l’altro José, quando tirava fuori queste perle di etica dell'altro mondo. Bisognava essere di ferro per seguire i suoi consigli, aver superato i normali limiti del cinismo da Barrio per sfondare da dentro la consapevolezza di essere immischiati in una sorta di lento e inesorabile nichilismo quotidiano. E la lunga storia dell’altro José forse un giorno qualcuno potrà raccontarla.

Per il momento, il tentato omicidio di Panamá rappresentò uno di quegli eventi che sancirono una sorta di prima e dopo nelle dinamiche del Barrio. All'improvviso, si misero in moto tutte le reti di significazione e tutti gli apparati narrativi disponibili iniziarono a produrre rumore su di una scampata tragedia familiare che aveva acceso in ognuno degli abitanti una sorta di necessità di riflessione. Rudi aveva svelato un qualche segreto nascosto condiviso però da molti. Panamá e Mati non erano due persone qualsiasi, erano a tutti gli effetti figli di Buenaventura, prodotti degli ultimi venti anni di guerre per il Puerto. Le loro discendenze non si radicavano in nessun mito fondativo della città, ma il loro legame che si spegneva giorno dopo giorno sotto i colpi di una quotidianità impietosa, sanciva una sorta di impossibilità di ricostruzione: lei figlia di Narcos, lui un ex guerrigliero. Panamá, il perdente della storia, Mati, vincitrice sfigurata e senza alcuna parte nella vittoria degli altri, e Rudi, il frutto dell'impossibilità di ogni tentata rivoluzione, producevano ogni giorno uno scontro senza soluzione.

Ci vollero quattro persone per fermarlo quella notte. Sembrava posseduto da uno spirito bestiale che gli aveva conferito una forza sovrannaturale, come se pulsioni castrate da secoli di catene fossero riemerse improvvise e volessero fuoriuscire tutte attraverso un unico e blasfemo gesto che avrebbe ristabilito l'ordine del cosmo. Rudi, con i suoi fantasmi, si trasformò in un Anti-Amleto che senza corona, né regno, formulò un verdetto definitivo. Forse in quegli occhi ormai ciechi, privi di ogni ripensamento e indecisione, si nascondeva la credenza che il sangue versato avrebbepotuto risolvere magicamente tutti i conti sospesi della città. Imbracciò allora il machete di suo padre, pronto, senza esitazioni, per sferrare il colpo mortale, ma quelli del combo intervennero e salvarono Panamá. La rabbia di Rudi fu fermata, però quel tentato parricidio produsse un disgusto profondo che materializzò la guerra al di là di ogni negazione o fuga. Rudi aveva mostrato senza schermi e illusioni un dramma esistenziale che toccava molti. Svelò con un semplice gesto la natura della guerra civile che si stava combattendo. Forse anche per questo atto di verità, la sua vita fu costretta verso nuovi cammini. Lui e la sua famiglia divennero ospiti sgraditi, sempre più emarginati. Dopo pochi mesi si rifugiarono altrove, nella zona di Bajamar, da dove dovettero scappare qualche anno prima e dove tre anni più tardi Rudi avrebbe trovato la morte. Già nel 2011 però i clan avevano iniziato ad osservarlo con un occhio di riguardo, probabilmente interessati alla sua rabbia, al suo passato e a quel tentato omicidio di un ex guerrigliero. Iniziarono un'altra volta brevi viaggi, piccole commissioni e i primi debiti da ripagare. Mi svegliava di soprassalto nella notte in preda al panico, bussando nervosamente alla porta metallica del vecchio magazzino in cui avevo messo un letto per dormire con la disperata richiesta di qualche soldo.

– Fumiamocene una. Ti devo raccontare questa storia. È pura follia là fuori. Qui sono tutti matti. Non si salva più niente. L'unica soluzione è comprarsi un bazuca e sterminare tutti.

Mi parlava dei grandi capi, di quelli che laggiù al Puerto gestivano affari multimilionari ma che volevano fregarlo per pochi dollari.

– Dammi dieci dollari, hermano, quando sarò diventato qualcuno ti restituisco tutto con gli interessi. Ti riempirò d'oro, hermano. Mi bastano dieci dollari per pagare quello stronzo. Sennò ha minacciato di violentare mia sorella. Capisci? Mia sorella ha 13 anni.

Di riprendere a dormire non se ne parlava. Si rullava uno spinello e si iniziavano grandi discorsi su Buenaventura, sul Puerto, sui Capi che come fantasmi onniscienti gestivano tutto, controllavano tutto e organizzavano le vite di quelli come Rudi che poco alla volta, un giorno, forse avrebbero potuto mettere le mani anche loro su una piazza, raccogliere qualche soldo e sfamare le loro famiglie. E fu proprio in quelle notti trascorse a sedare la follia che saltò fuori il nome, il presunto Capo dei Capi.

– Non dire niente a nessuno che sennò ammazzano me e tutta la mia famiglia mentre tu ci guardi con un palo di bambù che ti cresce dentro il culo.

– Rudi, non mi interessa, non dirmi niente.

– Segnati questo nome: Willy. È di Willy che ti devo parlare.

reirsesabroso

Nel Barrio lo conoscevano tutti. Willy e la sua famiglia venivano dal vicino distretto del Chocò e da una città, Istmina, famosa per il contrabbando di Viche e per le sue relazioni storicamente complicate con i poteri ufficiali dello stato. I figli però erano tutti nati e cresciuti nel Barrio, quindi da almeno 25 anni Willy si era trasferito a Buenaventura. Lui era anche uno dei pochi che ce l'avevano fatta. Almeno così si diceva di lui. Nessuno, a parte Rudi e i due Josè, si avventurarono mai in descrizioni dettagliate sul suo lavoro con me. Cosa facesse, come guadagnasse e tutto il resto erano argomenti tabù per quasi tutti.

Lo vidi la prima volta durante le vacanze natalizie, quando il suo ritorno nel Barrio divenne un evento imperdibile. Il suo pick-up era sempre stracolmo di gente. Ogni giorno passava di casa in casa per gli auguri natalizi e con lui in ogni casa entravano decine di persone, giovani e meno giovani, tutti incuriositi dall'arrivo di un personaggio così importante. I ragazzi come Rudi pendevano dalle sue labbra. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per scortarlo nel Barrio e solo i più fortunati riuscivano ad accompagnarlo fuori da quelle poche vie in cui vivevano. Mai avrei immaginato che sarebbe stato lui a cercare me.

Qualche giorno dopo Natale ci trovammo insieme a Rudi e ad altri ragazzi travestiti da donne o animali per le strade di Buenaventura a improvvisare spettacoli con balli e canti popolari per raccattare soldi che ci permettessero di proseguire i festeggiamenti. Come da tradizione, nel giorno dei Santi Innocenti, i ragazzi del Barrio celebravano una sorta di carnevale in cui si mimava la nascita della creatura divina, per cui tutti dovevano accorrere sulle strade a celebrare il parto e invitare i ballerini a un bicchiere di qualcosa o meglio regalare loro qualche spicciolo. La festa era parte delle lunghe celebrazioni che preparavano l'arrivo del nuovo anno e nei villaggi rurali aveva funzione propiziatoria soprattutto per la ricerca dell'oro. Per noi fu un giorno di gran divertimento.

Camminammo in lungo e in largo tra i quartieri della città. Entrammo e fummo cacciati con insulti dal Municipio. Provammo addirittura a chiedere soldi alla capitaneria di porto e alla Polizia da cui ricevemmo improperi ed altre minacce. Al mercato generale, invece, spopolammo. Si radunarono in pochi minuti almeno duecento persone che iniziarono a cantare e ballare mentre io passavo da ognuno con un cappellino per raccogliere le offerte. Andò bene al di là di ogni aspettativa, tanto che iniziammo a pensare di ripetere lo spettacolo ogni settimana. E proprio quella notte, Willy si materializzò nella casa in cui eravamo finiti per terminare le ultime due bottiglie di rum che ci erano rimaste. Era più ubriaco di tutti e, come in un paradosso della vita, fu proprio lui che si avvicinò per parlarmi del suo passato, confermandomi molte delle storie che più tardi anche Rudi mi avrebbe ripetuto e che io già non volevo ascoltare, preferendo analisi sui passi di danza e i possibili travestimenti. Ma Willy era Willy e se aveva deciso di parlare non c’erano molte scelte disponibili se non quella di rimanere in silenzio.

All’inizio degli anni ottanta ebbe la fortuna, per così dire, di lavorare, nemmeno adolescente, con le reti della cosiddetta Capitana, spietata testa pensante del clan di Medellin. Cosa ci facesse la Capitana nel Barrio e soprattutto come avesse fatto ad arrivare fino a Buenaventura, Willy non me lo disse. Probabilmente millantava una decennale relazione per non dovermi spiegare ogni fase della vita che lo aveva condotto fin lì. La sostanza del suo discorso era comunque che, un po' per caso, un po' perché non aveva altro da fare, iniziò a dedicarsi giovanissimo al contrabbando e probabilmente fu il Viche il primo prodotto che trasportò. Poi, senza capire bene quale assurdo concatenamento di azioni e reazioni lo condusse fin lì, negli anni novanta si trovò relazionato a certi piani alti del crimine riuscendo a sopravvivere a tutti i cambi di manovalanza della logistica narcotica. Correva voce che quando terminò i suoi anni in carcere negli States e rientrò a Medellin, nel 2004, la Capitana incontrò Willy personalmente. Ma questo racconto si perdeva nella mitologia locale. Quello che pareva vero era che Willy gestiva una rete di trafficanti tra Buenaventura, Cali e una città della zona caffettera, Pereira. Rudi li chiamava “gli Invisibili” perché sembravano tutti normali e tranquilli Paesani indaffarati a vivere la loro vita che se non ci facevi caso non ti accorgevi che bazzicavano nel Barrio. Invece alcuni di loro avevano anche le case non lontane dalle nostre.

Le voci che avevano il coraggio di mettere assieme qualche aneddoto su di lui coincidevano tutte su un dettaglio. Willy manteneva sempre un basso profilo e sapeva convincere i suoi interlocutori proprio mostrandosi persona umile e in ascolto. In qualche modo, però, trattava tutti come suoi clienti. Distribuiva denaro e raccoglieva informazioni. Comprava fiducia e faceva favori. Chiedeva silenzio ed esigeva fedeltà. Escludendo le sue entrate trionfali nelle case del Barrio, a vederlo festeggiare con una birra e un rum di pessima qualità, non sembrava però un personaggio dei racconti narcotici colombiani. Ogni leggenda lo avrebbe reso forse una semplice comparsa, magari il buttafuori del Capo, quello vero. Non di più. Certamente deludeva le mie aspettative di Capo dei Capi per come ne parlava Rudi. Eppure, a voler credere a quello che dicevano anche Josè e l’altro Josè, in epoca recente, quote importanti della cocaina di Buenaventura passavano dalle sue reti. Cominciai allora a chiedermi quale fosse il suo ruolo, visto che dal Barrio era facile ingigantire le sue gesta.

Secondo le poche storie che raccolsi, Willy gestiva carichi di clan diversi attraverso magazzini che erano distribuiti su vari quartieri. Aveva quindi molte connessioni in città e cercava di mantenerle distribuendo le commissioni per il carico e scarico di mercanzia illegale tra diversi settori. In questo modo riduceva le possibilità di rimanere impelagato in questioni locali fino a rischiare di non inviare o ricevere il carico. Al tempo stesso accumulò un certo rispetto perchè non accentrava guadagni solo su alcuni. Questo suo modo di lavorare e di essere riconosciuto poteva certamente renderlo un Capo, soprattutto agli occhi di qualcuno come Rudi, ma non era detto che lo fosse, o che lo fosse nei termini usati di solito dai media o dalle agenzie di controllo. Per certi versi, dopo quasi 40 anni di carriera, possedeva l’aurea dell’intoccabile o di qualcuno di importante, soprattutto nei quartieri. Ma rimaneva un personaggio nebuloso. Mi chiedevo se il suo basso profilo fosse un segno dei tempi che cambiavano per cui Willy era una sorta di precursore di una rinnovata pax-narcotica, centrata sul silenzio, la connivenza più stretta con le autorità militari e su meno follie consumiste. Oppure se più probabilmente il suo vero obiettivo fosse quello di sopravvivere alle storie violente di Buenaventura, cosa che gli riuscì fino a quando anche lui non cadde nel desiderio di risolvere i problemi della sua città.

In un giorno d'ottobre del 2012, finì morto ammazzato in un agguato, insieme ai suoi più stretti collaboratori, tra cui c’era anche il nipote, Carlos, che tutti conoscevamo e, a volte, frequentavamo nel Barrio. I loro corpi furono smembrati e sparsi lungo la curva del Diavolo, un posto lugubre di Buenaventura, lungo la vecchia strada che la collegava a Cali, dove spesso venivano lasciati i corpi dei condannati. Ciò avvenne un anno e mezzo dopo il blocco del Puerto, di cui si racconterà, un mese dopo l'uccisione della Capitana sulle strade di Medellin e quasi due anni prima della scomparsa di Rudi.

Per grandi linee, nei prossimi post cercherò di scomporre questi racconti. Non ho elementi sufficienti per “ricostruire gli eventi” e proporre una verità storica, giornalistica nè tantomeno giudiziaria. Potrò solo cercarne l’antropologia che li teneva insieme. Esisteva infatti un grosso problema di metodo che impediva tutti noi di entrare nelle storie in una forma analitica. Le divisioni e le frontiere del conflitto ci mostravano sistematicamente un loro lato. I più temerari forse accedevano a qualche prospettiva in più. Ma, prima o poi, bisognava scegliere da che parte stare e le implicazioni della scelta erano anche il buio che improvviso avvolgeva il resto. Non c’era quindi modo di triangolare, verificare, chiedere a qualcuno più informato. O comunque spesso non c’era l’interesse di farlo. L’atto stesso di fare domande aveva implicazioni. Comportava rischi e a volte segnalava possibili commistioni con le storie stesse. Per questo i racconti non si cercavano mai. Arrivavano ed andavano via. Alcuni erano credibili ma non necessariamente veri. Altri erano talmente incredibili che piacevano fin da subito e costruivano leggende. Altri ancora partecipavano solo del rumore quotidiano e venivano dimenticati in fretta. Vi erano poi racconti che aspiravano a rimanere. Erano quelli ufficiali, quelli del sistema mediatico o delle burocrazie che spiegavano il conflitto in cui si era immersi. Testi, video, numeri e ricostruzioni partecipate aspiravano a produrre chiarezza radunando voci e sensazioni condivise da molti o da pochi. Ma c’era sempre qualche storia di quartiere che mancava, che non stava lì dentro. Un conoscente, vicino o lontano, era invischiato in qualcosa di cui era meglio tacere. Per qualche ragione anche quei testi ufficiali apparivano fluidi e finivano col rappresentare i fatti secondo un potere tra gli altri; non quello definitivo, non quello capace di riportare l’ordine o la chiarezza e spesso nemmeno il più forte.

Questi racconti scandivano certamente alcune quotidianità. Tuttavia ciò che era realmente osservabile erano i meccanismi con cui entravano in relazione con gli abitanti. Il loro ripetersi faceva parte di un dispositivo mitico che aveva la funzione di ordinare, suddividere e spiegare senza veramente entrare nella storia. Non importava la quantità di verità, ma il fatto stesso che un racconto venisse ripetuto. In fin dei conti storie come quelle di Willy o di Rudi era meglio non conoscerle. Oppure occorreva imparare il silenzio o le “giuste orazioni” con cui difendersi dagli effetti che provocavano. Era meglio tenersi alla larga dal pericolo che rappresentavano anche se poi si finiva sempre con lo scoprire la loro estrema vicinanza. Esistevano in un luogo nascosto, come un cassetto che si preferiva non aprire. Erano registrati da qualche parte che non era un inconscio collettivo ma una superficie “mitica” che segnava l’esperienza quotidiana del Barrio. Da qui ogni storia arrivata e andata via partecipava alla costruzione di spiegazioni sulla vita e sulla morte in città.

Nei prossimi post cercherò allora di descrivere questo dispositivo mitico prima mettendo assieme diverse descrizioni della città. Poi contestualizzerò il Barrio. E successivamente mi perderò nel vociare della gente per raccontare il blocco del Puerto attraverso gli occhi di alcuni occupanti.

intro

Raccontare la vita di una città portuale non è mai cosa semplice. Per definizione si tratta di una luogo di confine, dove terra ed acqua si incontrano e si scontrano; dove forze contrapposte si scoprono simbiotiche o dove giurisdizioni in contraddizione sviluppano codici comuni ma contestuali e sempre parziali. Il mare rimane uno spazio inconcluso e non delimitabile (1, 2, 3). E' un limite esistenziale naturale di ogni potere sovrano che aspira a definire un dentro e un fuori di sé. Costruisce una realtà transterritoriale che lega lasciando sempre la possibilità di non appartenere o di non rimanere coinvolti. Non è un caso se per secoli il marinaio abbia incarnato l'immagine della vita di confine. Durante lunghi mesi era intrappolato nell'acqua, “la più libera di tutte le strade”, per poi approdare in un porto che era sempre un altro mondo. Il marinaio, come il folle, “non [aveva] verità né patria”. Era un personaggio riconoscibile solo nel suo lungo cammino tra luoghi: un nomade senza terra. Ma proprio grazie a lunghe navigazioni sui mari Ulisse potè conoscere la natura umana. In fin dei conti, i porti sono da sempre considerati spazi cosmopoliti e crocevia d'avanguardia degli accadimenti del mondo. E sono uno snodo cruciale per lo sviluppo degli imperi.

È infatti a partire dai porti che il commercio internazionale assume la forma di un'infrastruttura globale che omologa e standardizza (1, 2, 3, 4). La sua quotidianità si muove via mare, attraverso circa 50.000 navi cargo che spostano l'80% dei prodotti manufatti in giro per il mondo. Assemblarsi ai loro flussi è diventata necessità strategica su cui sorgono nazioni, ideologie, partiti politici e per definirne le traiettorie si combattono guerre di vario tipo che scrivono e riscrivono le storie di interi territori. Dalla fine degli anni settanta la progressiva containerizzazione dell'industria marittima e la deregolamentazione dell'economia dei trasporti hanno indotto una radicale ridefinizione della geografia industriale imponendo ingenti investimenti in infrastrutture. Le città portuali sono rimaste il centro di rinnovati paradigmi di trasporto ma la natura della loro centralità è progressivamente mutata.

Le economie di scala dell'industria marittima hanno generato complessi aggiustamenti economici e geografici che a volte hanno reso inutile la vicinanza di una città con il mare. In molti casi i cosiddetti “porti senza acqua” o “terminali di terra” hanno catturato la maggior parte dei servizi logistici e delle attività economiche annesse lasciando alle città portuali la semplice funzione di carico e scarico: a basso valore aggiunto e ormai quasi completamente automatizzata. Per varie ragioni quindi le città portuali si sono trovate ad affrontare una competizione più agguerrita tra porti, sia sul mare sia nell'entroterra. Quando ne sono uscite sconfitte, hanno perso impiego ed attività produttive ed hanno seguito un percorso involutivo che le ha rese semplici città-infrastruttura progettate per raccogliere le briciole dei grandi traffici commerciali che comunque facilitano. Il caso di Buenaventura è paradigmatico di questa involuzione. Ma racconta anche qualcosa in più.

Fin dalla sua fondazione, la città è stata parte di un complesso sistema tecno-giuridico che è stato concepito per garantire la connettività della Colombia ai flussi del commercio internazionale. Lo sviluppo urbano è stato cioè intimamente legato al commercio, lo stoccaggio e il movimento di merci. Lo fu a tal punto che per oltre due secoli la grande maggioranza dei documenti ufficiali che parlano della città non si sono riferiti mai realmente a Buenaventura, intesa appunto come città, ma sempre al suo porto e al modo migliore per raggiungerlo (1, 2, 3, 4, 5 ). Ancora oggi nella vicina città dell'entroterra e capitale del distretto della Valle del Cauca, Cali, ci si riferisce colloquialmente a Buenaventura come al “Puerto”, ribadendo la natura diseguale della relazione che lega le due città. Tale relazione si è articolata intorno alle due principali istituzioni economiche della zona, l'hacienda (la piantagione) e la miniera d'oro. Da qui si generarono successivamente le spinte verso un’economia mercantilista ed orientata al commercio internazionale, e quelle interessate alla costruzione di grandi opere pubbliche (1, 2, 3).

Per buona parte del XIX secolo, la schiavitù fu però la base dei sistemi economici locali e dell’accumulazione di capitale. Gli schiavi di origini africane erano molto richiesti sia nelle piantagioni di zucchero, sia nelle miniere d'oro intorno a Cali. Il loro commercio si trasformò nella principale attività economica del Puerto e attraversò un'espansione senza precedenti proprio dopo la dichiarazione della sua illegalità, nel 1821. Fino almeno al 1868 a Buenaventura ci sono prove di persone ancora legalmente considerate schiave. La maggiorparte dei “liberti” invece continuava a lavorare per il loro vecchio “patròn” e in molte circostanze i salari che ricevevano non erano sufficienti per pagare debiti di vario tipo. Seppur in forma indiretta, rimanevano quindi legati alla terra ed al suo propietario per la vita. In molti casi il debito riguardò poi anche i figli ed i successivi discendenti. Date le dovute differenziazioni storiche, oggi le relazioni di “patronato” nelle piantagioni hanno mantenuto certe caratteristiche di fondo sia in senso razziale sia in ciò che riguarda la capacità di sfruttamento del lavoro.

Queste complesse intersezioni tra schiavitù, bisogno d'oro e necessità di connettività generarono periodiche eruzioni di violenza. Indigeni e schiavi liberati per più di 300 anni non permisero ai poteri coloniali di insediarsi a Buenaventura in maniera definitiva. Nel corso della sua storia recente, insurrezioni, forme di disobbedienza civile, saccheggi e altre manifestazioni di banditismo hanno scosso il municipio di Buenaventura e più in generale tutta la Valle del Cauca, una delle zone più ricche della Colombia. Per questa ragione, le configurazioni istituzionali locali hanno storicamente oscillato tra una “forte presenza dello Stato” che si spingeva fino a legittimare le azioni di milizie private e gruppi paramilitari creati dalle imprese concessionarie dei lavori di “pubblica utilità”, e progetti riformisti che assorbivano quelle formazioni extra-legali dentro l’apparato statale.

La storia dei dispositivi di legge che hanno ordinato la relazione di Buenaventura tra la terra e il mare dimostra anche che il Puerto potè godere di forme di autonomia il cui scopo principale era attrarre flussi commerciali in entrata e in uscita che beneficiassero le città dell’entrotera. L'attuale status amministrativo del Municipio di Districto Especial e la presenza di una delle più importanti ed estese Zone Economiche Speciali (ZES) della Colombia sul suo territorio sono la ripetizione di una storia già vista (1, 2). Già nel 1829 il neonato Governo Colombiano aveva reso Buenaventura un Porto Libero (Puerto Franco). In altre parole, la struttura amministrativa della città è stata concepita dentro una dualità intrinseca per coordinare tra loro terra e mare. 1. Sono stati concessi poteri speciali di tassazione e controllo alle autorità locali ma i commerci dei suoi grandi investitori sono stati esentati dai dazi doganali; 2. Sono stati riconosciuti ulteriori poteri speciali per ciò che riguarda l'autonomia di spesa dei bilanci municipali ma contestualmente è sorta una macchina burocratica ad hoc composta da comitati di concessionari, ministri e rappresentanti della città che hanno permesso al governo centrale e ad alcuni grandi investitori di esercitare un'influenza diretta sui processi decisionali locali. Tutto ciò ha fornito gli strumenti legali e la legittimità necessari per costruire “un governo dei pochi” su Buenaventura. Ma ha fatto anche qualcosa in più.

C'è un grande Altro che segna l'esperienza della quotidianità in città. Una fondamentale dimensione di esteriorità ne caratterizza i sistemi e le moralità dello scambio sancendo anche il definitivo taglio tra la città e il suo porto. I processi di urbanizzazione a maggiore impatto sono progettati, finanziati e in certa misura implementati da formazioni storiche per loro natura de-territoriali, assemblaggi di umani, flussi finanziari ed imprese private che appartengono tutte insieme a un mondo “Offshore” di cui Buenaventura è diventata un semplice polo logistico. La sua peculiarità è di esistere sempre in un altrove rispetto ai territori in cui si radica modificandone gli spazi. Il caso del Puerto mostra in maniera evidente come Buenaventura sia stata innestata nell’offshore attraverso programmi di autonomia differenziata che hanno, tra le altre cose deregolamentato ed incentivato la capacità di controllo delle grandi imprese che gestiscono i porti della città.

L’origine dell’attuale configurazione giuridico-legale delle soggettività che vivono il mondo Offshore va però ricercata nella seconda metà degli anni 70 quando, in un'epoca segnata da crisi petrolifere e da proteste sulle strade di quasi tutti i maggiori centri mondiali, alcuni fondamentali interventi legislativi andarono in soccorso della grande impresa. Una delle riforme principali riguardò quella che mi piace chiamare, “la liberazione del Capitale” e che permise il movimento illimitato dei flussi finanziari attraverso la diffusione di reti bancarie in permanente relazione di estimità (o di intima esteriorità) con i luoghi in cui i guadagni venivano accumulati. Piccole isole nel mezzo degli Oceani non garantirono solo numerosi servizi come il segreto bancario, esenzioni fiscali e svariate facilitazioni per registrare compagnie satellite su cui riversare capitali in fuga. Permisero anche al Capitale di farsi straniero rispetto ad ogni località, permettendo la sua accumulazione continua oltre i mondi in cui si realizzava lo scambio (1, 2, 3, 4, 5). Le Zone Economiche Speciali e i Paradisi Fiscali (e le loro molteplici combinazioni possibili in base ai diversi programmi di deregolamentazione) sono quindi da considerarsi veri e propri processi autonomici “messi in rete” dalle infrastrutture del trasporto e dello scambio. Al medesimo tempo tagliano l’economia dalla società dando nuova linfa vitale a paradigmi di connetività su scala “globale” basati su debito e trasportabilità. Per spiegare meglio questo punto, ho bisogno di allargare per un attimo il discorso.

La tesi di base è che il mondo offshore produce molteplici dinamiche di de-territorializzazione e decodificazione culturale. Si tratta di fenomeni inerenti ai modelli di sviluppo tardo-capitalistici basati sulla Società dei Consumi, come la definì Baudrillard, e sono chiaramente osservabili nelle cosiddette città di snodo, costruite sui crocevia dei commerci internazionali. L'operazione che vorrei provare a fare è però quella di considerare questa rinnovata connettività come parte di un grande inconscio della produzione capitalista. Vorrei cioè osservarla come un rimosso del funzionamento della catena produttiva che in un modo o nell'altro riemerge nella forma di un sintomo o di un'insieme più complesso di nevrosi produttive, come potrebbero essere una rivolta in una Zona Economica Speciale ma anche la fuga compulsiva di capitali verso atolli del pacifico o il commercio di contrabbando. Da un punto di vista antropologico si tratta, quindi, di provare a spiegare il taglio tra la città e il suo porto espandendo la nozione di “male del Puerto”, spiegata in precedenza, dentro precise dinamiche politico-economiche che producono un altrove, il mondo offshore appunto, che governa i processi di accumulazione economica di Buenaventura.

Per tentare questa via e descrivere l’economia globale attraverso l’incoscio delle soggettività che la determinano e non attraverso il loro lato, per così dire, razionale, mi serve una nozione di Capitale un pò diversa da quella utlizzata dai teorici marxisti. Riprendo quindi un’elaborazione raccolta negli studi sull'accumulazione primitiva di G. Deleuze e F. Guattari, nel loro progetto di ricerca “Capitalismo e Schizofrenia” sia dell'Anti-Edipo (1973) sia di Mille Piani (1980). Il Capitale è qui definito come il corpo-senza-organi dell'essere capitalista, cioè l'improduttivo, il luogo dell'identità della produzione e del prodotto. Emerge come un'area di registrazione di ogni fase produttiva in cui i conflitti tra i diversi fattori produttivi, tra lavoro, capitale (in senso stretto) e terra vengono superati in un’apparenza tanto contabile, quanto immaginaria attraverso il loro divenire tutti Capitale. In questo senso, posso interpretare il Capitale come “l'inconscio della produzione capitalista”. Posso anche spingermi oltre ed ipotizzare che sia strutturato in un linguaggio, seppur matematico, composto da formule algebriche, identità e variabili che emergono dalla convergenza di diverse catene significanti, per esempio, delle regole della partita doppia, se osserviamo un'impresa privata o delle bilance dei pagamenti, se si tratta di un bilancio statale. Ma potrebbero riguardare anche le leggi fiscali ed i vincoli produttivi come l'approvvigionamento di risorse, oppure i modelli econometrici che prevedono trend di mercato e correlazioni. Il Capitale è dunque una caratteristica immanente dei rapporti di produzione. Emerge cioè come un unico grande piano sul quale si articolano e in certa misura si dispiegano le relazioni produttive e le moralità dello scambio.

In questa prospettiva, il denaro risulta una fondamentale infrastruttura tecno-linguistica (1) attraverso la quale le soggettività economiche parametrizzano le loro relazioni con il mondo delle cose che producono o consumano e con il Capitale stesso. Il denaro, cioè, modella l'area di registrazione matematica del capitalismo fornendo un’approssimazione numerica delle relazioni produttive. Lo fa misurando (o mercificando) i vincoli fisici e territoriali e fornendo un'immagine quantificata della capacità degli attori economici di influire sul mondo delle cose. In questo modo il denaro è sia “la lettera dell’inconscio” che articola “il discorso dell’Altro” per dirla con Lacan (1), sia l'oggetto perennemente sullo sfondo del desiderio delle soggettività in analisi. Ma rappresenta soprattutto la spinta creativa che sorregge l’accumulazione di Capitale ed ogni operazione di registrazione. Descrive cioè un desiderio che non è necessità di riconoscimento o spinta a superare una mancanza, ma forza creativa il cui movimento è descrivibile a sua volta con una legge algebrica, funzione di regole fiscali ed apparati giuridici e di controllo: la legge del profitto. In altre parole, la legge del profitto opera sulle soggettività economiche come fanno la libido o la pulsione nei meccanismi del desiderio degli inconsci umani. Rappresenta l'energia del desiderio che le muove. E’ la vitalità delle soggettività economiche.

A cosa serve però l'uso di queste nozioni? Per prima cosa, permettono di osservare la liquidità del potere oltre la sua “istituzionalizzazione” in un “governo” o in “un’impresa” evidenziando un aspetto molecolare degli apparati giuridico-amministrativi che regolano gli scambi economici. Forniscono quindi una prospettiva in più sul realismo neoliberale che produce riforme come quella che ha dato vita al mondo Offshore. Secondo, permettono di osservare fenomeni economici e sociali attraverso più complessi aggregati di intelligenze e responsabilità; un mondo molare, tanto emozionale quanto tecnico e giuridico in cui si articola la capacità di influenzare e di produrre affetti sui corpi. Terzo, spingono l’analisi al di fuori di visioni antropocentriche del mondo, portandoci in ecosistemi non più dominati dalla vita organica ma da regimi connettivi di cose, macchine ed esseri che insieme a relazioni giuridiche molto costose da modificare, hanno estremamente ridotto la capacità di azione di collettivi umani (per esempio quella permessa dai meccanismi elettorali) mantenendo però un’enorme capacità di modificare i territori fisici. Infine, relazionata a tutti gli aspetti menzionati, vi è una quarta componente che, partendo da questa nozione di Capitale, ci permette di inquadrare un fenomeno più complessivo chiamato in alcuni testi “capitalismo come religione” (1, 2, 3, 4). Visto in questa prospettiva, il “fare economia” entra nei dispositivi mitici delle società giustificando, per questa via, forme di scambio schizofreniche, prodotte da soggettività economiche in un perenne cammino produttivo e dispendioso delle risorse. Ogni contraddizione ed aporia è infatti risolta da un qualche meccanismo contabile che permette di iscrivere la produzione nel Capitale. In questo modo la schizofrenia stessa si fa modello adattivo primario degli ecosistemi del mondo offshore.

Non è un caso allora, se tra le molteplici soggettività economiche possibili, le Private Corporate siano emerse come il paradigma istituzionale dominante. Il loro dominio si basa su modelli organizzativi centrati su mobilità e connetività, su di una presenza capillare ed un’assenza strategica sui territori e su gerarchie e forme di partecipazione pubbliche ordinate dalla legge del profitto. Sebbene il successo economico dipenda da molteplici fattori, la loro durabilità riguarda fortemente la maggiore o minore capacità di internazionalizzare la componente finanziaria oltre che quella produttiva. Il mondo Offshore si intreccia alle decisioni economiche permettendo alle Private Corporate di disseminarsi in forme scomposte e fluide, di scomparire per poi riemergere nei territori in cui riversano parte del capitale accumulato. Le burocrazie territoriali si sono adattate a questa capacità giuridica prima che produttiva reintepretando i problemi di svilupppo locale essenzialmente in funzione dell'integrazione dei territori ai flussi finanziari. In altre parole, hanno considerato di primaria importanza la creazione di ambienti produttivi capaci di attirare investimenti diretti, riducendo al minimo ogni loro costo di manutenzione: dalla manodopera non sindacalizzata, all’accesso facilitato a risorse primarie, fino a pacchetti di sgravi fiscali che a volte includono anche sussidi alla produzione. Hanno giustificato cioè assetti giuridico-amministrativi che garantiscono la circolazione di denaro e di merci a scapito, salvo rare eccezioni, della creazione e disseminazione di conoscenze e competenze tecniche più complesse. Così, accanto a luoghi del mondo che accentrano fortemente la produzione di valore aggiunto delle filiere produttive, la grande maggioranza delle economie globali si sono specializzate in produzioni di componenti e\o in economie basate sul loro assemblaggio. Hanno seguito modelli di “crescita” per connettività, centrati su mobilità e velocità, quindi privilegiando infrastrutture per il trasporto, invece 1. di creare interdipendenza organica tra le filiere produttive e 2. di diffondere “saper fare” attraverso processi di formazione di lungo termine e\o “imparare-facendo”.

A Buenaventura ci sono quattro Private Corporate che forniscono un esempio di questi meccanismi. Si tratta di società partecipate da società controllate da altri agglomerati di imprese o da fondi investimento, attivi in svariati settori economici, in Colombia e nel mondo. Nel 2014, quindi al tempo in cui terminai il mio lavoro di campo, la Sociedad Portuaria di Buenaventura era la società concessionaria del principale porto cittadino. Era controllata da alcuni dei maggiori gruppi imprenditoriali del paese: il Grupo Parody (di Bogotà), il Grupo Harinera (di Cali), il Grupo Ciamsa (produttori di zucchero della Valle del Cauca) e da tre enti pubblici, il comune di Buenaventura (15%), il Ministero dei Trasporti (2%) e il Ministero dell'Agricoltura (0,5%). Il nuovo e più piccolo porto cittadino, il TCBUEN, era invece controllato dalla multinazionale olandese APM Terminals in collaborazione con il Grupo Empresarial del Pacifico S.A. (Gepsa), di proprietà dell'imprenditore di Buenaventura Óscar Isaza e del Grup TCB di Barcellona. Dal 2018 è inoltre attivo un terzo porto, quello di Aguadulce, gestito da due compagnie colombiane a proprietà multinazionale. La prima è Compas, controllata da Goldman Sachs (50%) e dalla Southern Ports Holdings (50%), controllata a sua volta dalla famiglia colombiana Echevarría Obregón e dal gruppo spagnolo Ership. La seconda è la Sociedad Puerto Industrial Aguadulce, di proprietà della ICTSI del magnate filippino, Rickie Razon, e della multinazionale PSA di Singapore. Questo è il grande Altro che controlla, attravero il Puerto, circa il 50% di tutte le importazioni ed esportazioni colombiane.

Accanto a loro vi è poi il municipio di Buenaventura, il cui rappresentante è eletto direttamente dagli abitanti della città fin dagli anni novanta, ogni 4 anni. Quiñones, Ocoró, Bartolo Valencia e Arboleda Torres sono 4 sindaci che si sono succeduti al potere per quasi due decadi. Ognuno di loro ha terminato la sua amministrazione cittadina in carcere o agli arresti domiciliari prolungati per mala gestione dei fondi pubblici e\o per corruzione. Hanno bandiere diverse. Appartengono a vecchi e nuovi partiti, a movimenti civici infiltrati dal paramilitarismo o a nuove resistenze popolari. Eppure i loro governi, stando alle narrazioni giudiziarie, hanno reso il municipio con tutti i suoi poteri speciali un grande ufficio per il collocamento di amici ed amici di amici, “in perfetto stile africano” parafrasando un famoso libro di Bayart (1). Questo ha di fatto permesso alle Private Corporate di Buenaventura di posizionarsi come le strutture organizzative più stabili e forse credibili della città. Seppur sovvenzionate, sono anche i maggiori contribuenti del municipio. Attraverso i loro CDA sono senza dubbio le entità istituzionali con la maggiore capacità di esercitare pressioni sugli apparati di governo e di influire sulle vicende della città.

C’è poi un’altra storia insieme a quella del Puerto che deve essere raccontata e che riguarda più direttamente le banche di Panama e di Miami, l’industria del contrabbando e una guerra protratta. Nei prossimi post cercherò di addentrarmi con maggiori dettagli nelle dinamiche di altre formazioni storiche che in maniera indiretta hanno permesso alle Private Corporate menzionate di dominare Buenaventura.

elpuerto

Per capire cosa è accaduto e forse sta ancora accadendo a Buenaventura occorre osservare diversi processi simultaneamente. Ho alcune ipotesi che potrebbero spiegare le traiettorie seguite dallo sviluppo della città ma, prima di proporle, vorrei delinearne meglio il contesto. Buenaventura, fin da subito, mi parve una realtà avvitata su se stessa, che apparteneva ad altre leggi, volutamente isolata mentre stava accadendo qualcosa di molto grande, tanto grande che in molti non erano completamente consapevoli degli eventi che vivevamo. Il suo Puerto era ed è una turbina che dà energia al movimento del mondo delle cose. E’ un orgoglio ingegneristico nazionale, capace di scaricare e ricaricare enormi navi cargo in tempi al passo con i più grandi porti mondiali. Ma per fargli spazio, negli ultimi venti anni, Buenaventura, la città, in cui circa l’88% della popolazione è di origini africane, ha sofferto cambiamenti strutturali di tale profondità e portata da far immaginare che vi fosse una non-strategia precisa che sosteneva le pratiche locali di governo: creare le condizioni per ricollocare 30.000 persone dall’isola del Cascajal (in foto) nell'entroterra. Osservando le fasi costruttive del suo polo logistico si ha infatti l’impressione di assistere alle iniezioni di improvvise dosi di “progresso e modernità” su di un corpo urbano completamente impreparato e che, poco alla volta, si è ritrovato spossessato dei suoi spazi. L’innesto non è stato indolore da qualsiasi punto di vista lo si voglia osservare. C'è stata una convergenza di eventi, alcuni dei quali numerabili e quantificabili, che non lasciano spazio a troppe fantasticherie.

Sul fronte dell'impiego, l'automazione dei tre terminali logistici ha ridotto drasticamente la forza lavoro direttamente impiegata nel settore portuario. Si parla di circa 6000 posti di lavoro che sono stati persi in 10 anni e che sono stati sostituiti solo parzialmente dagli impieghi nel settore edilizio o dai lavori “a progetto” nell’indotto portuario attraverso agenzie interinali (1). A questo va aggiunta la crescita dei costi di gestione per mantenere in acqua barche di piccolo e medio cabotaggio. Come sostenuto anche da alcuni sindacalisti e da piccoli imprenditori locali, con l’espansione delle aree adibite ai porti, l’accesso al mare di imprese locali di pesca e delle cooperative di trasporto sono diventate sempre più difficoltose. Nel 2013 i dati sulle condizioni economiche della città confermavano questo cammino involutivo. Il 29% della popolazione in età lavorativa era disoccupata. L'81% viveva al livello di sussistenza e il 44% aveva un reddito inferiore alla soglia di povertà (UNDP 2013). Vivere di espedienti era l'unica soluzione disponibile per la grande maggioranza degli abitanti.

Questa condizione faceva da sfondo ad un ambiente che era diventato sempre più violento e pericoloso (1). Ci sono dati che confermano che la città ha vissuto per almeno 20 anni dentro livelli sostenuti di violenza armata. Il numero di morti per arma da fuoco in 15 anni sfiora le 7.000 persone. I tassi di omicidio fino al 2015 furono ampiamente superiori alla già alta media colombiana (oltre i 70 morti per 100.000 abitanti con anni in cui si toccarono i 136 morti). Oltre al numero degli assassinati, un recente articolo su “El Espectador” conferma che dal 1997 al 2021 la Fiscalia ha registrato ufficialmente 1128 casi di sparizioni forzate in città. Ma quando vivevo da quelle parti le cifre di cui parlavano le ong per i diritti umani erano molto più alte. Altrettanto significativi sono i dati sui movimenti migratori che hanno piegato definitivamente le già precarie strutture di accoglienza cittadine. Secondo dati gestiti dall’agenzia dell’ONU, OCHA, cui ho potuto avere accesso nel 2009, il 20% della popolazione, circa 63.000 persone, apparteneva ad un’indefinibile categoria di abitanti fluttuanti, non esistenti, fantasmici che erano i rifugiati interni del conflitto armato scoppiato all’inizio del nuovo millennio nella regione pacifica.

Le ragioni di questa nuova\vecchia guerra hanno certamente bisogno di maggiori spiegazioni. Lo scontro ha si radici nella crescita dal Puerto e in generale nell'accresciuta importanza strategica della regione Pacifica nell'economia nazionale (1). Ma l'escalation bellica è dovuta anche alle dinamiche messe in moto dall’industria del narcotraffico. Tutta la storia recente colombiana non può ormai prescindere dalla comprensione dei processi bellici e socio-economici messi in moto dall'industrializzazione della produzione di cocaina. Su questo tema, come è chiaro, esistono ancora molte divergenze ed omissioni. Rispetto all'esperienza di polo logistico di Buenaventura vorrei però proporre una tesi che ho sviluppato leggendo gli archivi disponibili raccolti attraverso una rassegna di ricerche di altri studiosi e le storie messe insieme nei quartieri in cui ho vissuto per 4 anni.

Seguendo lo schema teorico proposto nel post precedente, conclusosi con un elenco delle maggiori formazioni storiche che operano in città, cercherò ora di mostrarne delle altre, più locali, di natura informale e decisamente fluida, che hanno esercitato nel corso degli anni un’influenza altrettanto decisiva sulle vicende urbane. Data la loro dimensione molecolare rispetto agli aggregati già descritti, utilizzerò ancora Deleuze ed uno dei suoi testi “giovanili” (1) ma questa volta per definirle come istituzioni con le quali si organizzano localmente “i mezzi per soddisfare una tendenza”, dove le azioni collettive di piccoli gruppi di persone non sono da considerarsi limitate dalla legge ma al contrario trovano uno sbocco positivo e una capacità di articolarsi nel corpo sociale. Si tratta di forme “organizzate” di abitare la città la cui osservazione permette di delineare elementi delle strutture politiche che sostengono le strategie di sopravvivenza dei quartieri ed alcune fondamentali tattiche degli abitanti per gestire, controllare ma anche di agire la crisi di Buenaventura.

Vorrei allora provare ad analizzare i cosiddetti combo o gruppi di ragazz* attraverso la loro fluidità; non seguendo i processi di identificazione ed appartenenza che li segnano ma osservando le potenzialità che creano e le tendenze che catturano. Durante il mio lavoro di campo ho notato con una certa costanza che la capacità di eseguire mansioni, di muoversi in città o di lavorare per conto di qualcuno non riguardava mai l’individuo ma sempre un gruppo che si organizzava cambiando in base alle necessità ed alle disponibilità del momento. Un caso che conobbi più da vicino era quello della quadrilla, un’istituzione di base spontanea e tradizionale che ordinava il lavoro nelle miniere di 4 massimo 7 persone e che espletava compiti di diverso tipo sul posto di lavoro ma non solo, tra cui vi era anche quello di autodifesa quando le condizioni lavorative lo rendevano necessario. La stigmatizzazione di micro-istituzioni come queste e la loro associazione a gang o pandillas se non direttamente a gruppi armati ha avuto un impatto decisivo sulle relazioni tra diversi barrios, esquinas o calles della città. In molti casi le fratture imposte da “maldicerie” o da vere e proprie operazioni di criminalizzazione hanno ridotto la capacità di opposizione civica e di resistenza ad alcune scelte di politica economica che venivano prese per la città o attraverso di essa. Non vi è dubbio che, per circa 50 anni, la formazione di istituzioni così definite abbia dovuto sviluppare forme di convivenza e relazioni con l’industria del narcotraffico. Tuttavia è mia convinzione e cercherò di spiegarne le ragioni, che queste relazioni dipesero in maniera sostanziale dal modus operandi di un’istituzione dello Stato, la Polizia Nazionale, il cui obiettivo sarebbe dovuto essere quello di “mostrare la legge” ma che nella Valle del Cauca e a Buenaventura ebbe un ruolo fondamentale nel far attecchire il narcotraffico nei quartieri. In questo modo la leva narcotica venne sfruttata militarmente per silenziare il dissenso in base alle necessità che via via venivano identificate per permettere l’espansione portuaria e l’accaparramento di terre. Seguendo questa linea interpretativa, quello che avvenne nella regione di Buenaventura potrebbe allora essere sintetizzato in questo modo.

Una delle maggiori fonti di reddito ed attività economiche del Puerto, oltre alla pesca ed al trasporto via mare, fu storicamente il contrabbando di prodotti che per qualche ragione non potevano essere commerciati da tutti o su cui occorrevano permessi speciali: dall'alcol, ai medicinali, a una vasta gamma di altri prodotti come gli schiavi venduti nel XIX secolo fino alle adidas fasulle cinesi di quando vivevo lì. Tuttavia, dalla fine degli anni '70, si andò affermando una rete di contrabbando più specifica che concentrò le sue attività sul commercio di cocaina. Questa rete originariamente era composta per lo più da membri della guardia costiera, della polizia nazionale e dagli ufficiali di dogana. Quando negli anni ottanta iniziò il boom narcotico di Cali la rete ebbe il potere di accentrare il contrabbando locale insieme a tutta una serie di attività commerciali legittime, quasi di forzarle dentro il traffico di un unico prodotto. Alla fine degli anni 90 esisteva una flotta di almeno 200 imbarcazioni ormeggiate intorno alla città che smerciavano unicamente cocaina e che, insieme ai grandi porti, avevano reso sempre più costoso il mantenere barche in mare per occuparsi di tutt’altro. Anche loro erano parte di una struttura logistica, ma capillare e diffusa, che faceva atterrare aerei tipo Cesna ed arrivare autoarticolati provenienti dalle maggiori regioni in cui si processava la pasta base della Colombia. In altre parole, la specializzazione del contrabbando e la diffusione di eserciti privati per sostenerlo fu il risultato evidente della creazione di uno campo politico oltre che di una prassi con cui si impose l’accettazione su vasta scala dei traffici illegali del Puerto. Localmente ciò si manifestò soprattutto grazie alla duratura e quasi trasparente partecipazione nel business narcotico delle agenzie preposte al suo controllo. Proverò allora a ricomporre una breve storia locale della cocaina per tentare una dimostrazione più convincente di tutto questo.

Elamalecon

Il radicamento della produzione di coca in Colombia è un fenomeno ancora poco conosciuto. Tuttavia, la storia del boom della cocaina dagli anni settanta ad oggi dimostra che fu proprio questo passaggio a determinarne lo sviluppo su scala industriale ed a rendere la cocaina una merce globale. Prima della sua diffusione nel paese andino, la cocaina era commerciata da piccole reti di contrabbandieri che gestivano quantità di sostanza irrisorie rispetto a quelle attuali e si muoveva sulle rotte del contrabbandando di medicinali. Fino alla prima guerra mondiale infatti circa l'80% della pasta base proveniva dal Perù e si dirigeva verso il porto di Amburgo, in Germania, dove la cocaina era processata e venduta legalmente dalle maggiori compagnie farmaceutiche nazionali, con la Merck in testa. Quando ancora non si ipotizzava che la cocaina sarebbe stata dichiarata illegale, Olanda e Giappone tentarono di internazionalizzarne la produzione coltivando la pianta della coca in Indonesia, la prima, e a Taiwan il secondo. La Grande Guerra ridefinì le narcopolitiche anche per contenere le capacità di finanziamento tedesche che rischiavano di divenire pressoché illimitate. La prima proposta di politiche internazionali multilaterali fu proprio per il controllo delle droghe. La Convenzione sull'Oppio della Lega delle Nazioni fu firmata nel 1919 all'interno dei negoziati di pace che obbligarono la Germania ad abbandonare i suoi monopoli su oppiacei e cocaina.

Quando nel 1952 nel Barrio La Trinindad di Medellin fu trovato il primo laboratorio per il processamento della cocaina, non vi fu grande sorpresa nello scoprire che era gestito dal figlio di un ex Presidente della Repubblica e dalla figlia di un noto imprenditore locale. Negli stessi anni, il Perù aveva sviluppato un fiorente settore chimico-farmaceutico, primo caso nella Post-Colonia, proprio grazie alla produzione di cocaina e di prodotti derivati ed all'arrivo di chimici specializzati dalla Germania. Diversi testi raccontano che all’inizio dell’era proibizionista tutti i paesi dell'America del Sud furono refrattari ai controlli imposti dagli USA, sia perchè li consideravano un'ingerenza nelle politiche industriali interne, sia perché pareva che la Merck ne avrebbe approfittato monopolizzando la produzione. Questo lasciò maggiore spazio per iniziative imprenditoriali che prevedevano, forse, la possibilità di ulteriori cambiamenti legislativi. Certamente i controlli non erano molto accurati e il proibizionismo permise la crescita di un fiorente mercato nero che garantì margini di guadagno impensabili se le compagnie farmaceutiche straniere fossero rimaste sul mercato. La scelta strategica che molti imprenditori locali si trovarono a compiere, non fu se commerciare cocaina sfidando le leggi volute dagli USA oppure no, ma come farlo prima degli altri ed acquisire quote di mercato oligopolistiche. Comunque, in quegli anni, la Colombia ebbe un ruolo marginale nel commercio di cocaina. Per sbloccare la situazione ed industrializzarne la produzione bisognò superare alcune importanti criticità.

La prima riguardava il “know-how” necessario per gestire un laboratorio per la raffinazione della pasta base. Alla fine degli anni cinquanta, in America Latina esistevano alcuni laboratori sparsi tra le Ande, in Perù, Colombia e Cile. Ce n'erano alcuni anche in Messico. Nessuno di essi era però in grado di processare ingenti quantità. Fino a tutti gli anni settanta aprire un laboratorio non risultava ancora un compito facile. Certamente non lo era per “pistoleri” e “sicari” o per “contadini” che producevano foglie di coca, o per “barcaioli” che si occupavano di trasporto. Per aumentare la produzione fino ad industrializzarla occorreva soddisfare due condizioni cruciali: 1. togliere sempre più terre coltivabili ai prodotti locali e riempire le montagne di coca e 2. approvigionarsi dei precursori chimici per ricavare cocaina.

In Colombia tra i dati più sorprendenti ci sono quelli sul consumo di cloroformio, permanganato di potassio, bicarbonato di sodio, idrossido di calcio e molti altri; agenti chimici ordinari, molti dei quali non hanno nemmeno bisogno di licenze per essere acquistati. Ne arrivavano in migliaia di tonnellate, in quantità che superavano 20 anche 40 volte il fabbisogno della nascente industria chimico-farmaceutica nazionale. I maggiori produttori di queste sostanze in quegli anni risiedevano però nei paesi anglofoni, US e UK (1), e non in Argentina o in Cina come affermano gli attuali rapporti delle polizie (1). Si trattava di imprese, a volte piccole e molto specializzate che orbitavano intorno al settore chimico-farmaceutico e che oggi sono state assorbite o sono controllate dalle maggiori multinazionali dell'agrochimico. Quelle compagnie cioè che, negli stessi anni, producevano napalm (la Monsanto) e\o vendevano diserbanti, fertilizzanti e semi ai contadini delle Ande, ufficialmente per risolvere il problema della fame. Negli States i primi tentativi di controllare sostanze come il permanganato di potassio ed altri precursori della cocaina iniziarono nel 1989 ma solo dalla seconda metà del 2000 questi controlli si fecero più stringenti anche in Colombia e non per tutti i precursori disponibili.

Dopo aver ottenuto tutto l'occorrente, il processamento e la lavorazione della pasta base sono comunque un'operazione pericolosa per mani quasi-esperte. Agli inizi dell’era narcotica si registravano molti casi di esplosioni nei laboratori. Persone morivano e il prodotto si perdeva generando ritardi e coni di botttiglia nella produzione. Alcuni raccontano che negli anni settanta, il Centro di Specializzazione per la Chimica dell'Università Nazionale di Bogotà fornisse parte della manodopera e delle competenze necessarie ma, in ogni caso, la diffusione del know-how che permetterà, solo in epoca più recente, la proliferazione dei laboratori, fu lenta e, per molti anni, garantì il monopolio del commercio a gruppi e reti ristrette di trafficanti con legami politici e governativi importanti. Non è un caso che uno dei più stretti collaboratori dei Rodriguez-Orejuela di Cali, tra gli anni sessanta e settanta, sia stato Giovanni Caicedo Tascón Morán, cognato del Governatore della Valle del Cauca ed altri governatori risultarono fin da subito sul loro libro paga.

Esiste poi una seconda criticità, che reti medio-piccole di contrabbandieri e sicari non possono risolvere da soli: l'accesso ai mercati per portare avanti transazioni che potevano riguardare attori anche di 3-4 nazioni diverse. Una certa dimestichezza con i commerci era necessaria per generare una transizione dalle imprese farmaceutiche tedesche a reti imprenditoriali e di contrabbandieri multinazionali. Al riguardo, gli archivi disponibili descrivono i primi trafficanti di cocaina come grossi proprietari terrieri, oligarchi decaduti o imprenditori provenienti dai sistemi informali del debito, dalla preistoria delle banche, cioè da agenzie usuraie incaricate di prestare e riscuotere denaro che cercano nuovi settori economici su cui riversare i loro guadagni. In generale quindi i primi trafficanti non erano degli sprovveduti ma facevano parte di famiglie facoltose con legami internazionali, disponevano di capitali da investire e possedevano un certo know-how commerciale.

La rete di conoscenze che articola le relazioni con gli USA di Cali e Medellin è infatti vasta. Si poggia su storiche famiglie dedite al commercio internazionale dall'epoca della Colonia, che non solo iniziano a interessarsi alla cocaina ma gestiscono già i maggiori affari delle rispettive nazioni. Tra queste le più referenziate negli archivi di indagini ufficiali sono i Matta-Ballesteros in Honduras, la famiglia Sánchez Paredes in Perù, il Generale Torrijos a Panama e la famiglia Suárez in Bolivia. Ci sono poi i vecchi contrabbandieri di marijuana di Sinaloa, Pedro Avilés e il suo successore, Miguel Ángel Félix Gallardo che si limitavano in quegli anni a permettere ad aerei e corrieri procedenti dalla Colombia di sostare nei loro territori per rifornimenti. Negli USA, invece, a partecipare al business sono tutti (ex) marine molti dei quali avevano combattuto già più di una guerra. Risulta ormai un'evidenza storica accertata da commissioni parlamentari che nel secolo scorso il narcotraffico sia stato usato direttamente dai servizi segreti americani per provocare guerre proxy autofinanziate e senza dover aspettare costosi lasciapassare politici. In Colombia gli (ex) marine pilotavano aerei ed insegnavano a manovrarli. In molti casi aprivano vie che in seguito l’avidità dei contrabbandieri avrebbe monopolizzato cancellando le prove dell'iniziale connivenza.

C'è poi un vasto panorama di personaggi del bajomundo (bassifondi) che fungono da mediatori e rimangono nell'ombra per lungo tempo salvo poi riapparire improvvisi dentro un archivio ufficiale o un articolo di giornale in cui diventano capi di qualche clan o si trovano immischiati in qualche guerra di successione. Tra questi vi sono senza dubbio tre persone che la stampa di quegli anni in maniera decisamente enfatica descriveva “i Re del Pacifico”. Si trattava di Eliecer Asprilla, alias El Negro, Efrain Hernandez Ramirez, alias Don Efra, e Victor Patiño Fomeque, alias el Chimico. Il primo era a capo di un gruppo di 20 contrabbandieri noti a Buenaventura come “Los Niches”, appellativo che ironizzava su un altro famoso gruppo della città che si occupava però di musica e di salsa. Il secondo era un ufficiale della dogana e il terzo era il sergente della Polizia di Cali. Grazie a loro, stando ad una testimonianza dello stesso Asprilla, ogni anno, tra la fine degil anni '70 e gli anni '80, da Buenaventura partivano almeno 12 tonnellate di cocaina purissima in un silenzio quasi assoluto. Secondo dati della DEA usati per le imputazioni contro alcuni boss, negli anni 90 e nell'arco di un decennio questi traffici toccarono le 500 tonnellate complessive seppur da tutta la regione di Buenaventura e non solo dalla città. La peculiarità della loro organizzazione fu che riuscirono a mantenere il controllo dei traffici di cocaina dal porto per circa 30 anni. Per farlo dovettero assorbire un ingente numero di imbarcazioni che si occupavano di tutt'altro.

Nella prima metà degli anni '90, però, questa stabilità venne scossa da una guerra che toccò anche Buenaventura. La morte di Escobar e l'incarcerazione dei Rodriguez-Orejuela generarono una serie di aggiustamenti che coinvolsero tutta la regione della Valle del Cauca ma furono parte di un più ampio processo di riassestamento che riguardò l'industria del narcotraffico a livello globale. Quello che accadde localmente fu che sicari e pistoleri, incaricati della sicurezza ed autisti dei vecchi capi si affrontarono per prendere il loro posto e per controllare il traffico di cocaina nella Valle. Passando in rassegna i loro nomi e le loro biografie è facile notare che molti di questi rivoltosi avevano un “passato” nella Polizia Nazionale, in alcuni casi anche con incarichi di rilievo. L'organizzazione di Buenaventura che si occupava essenzialmente di carico e scarico però non cambiò, o meglio, molti “capi minori” (las cabecillas) furono assasinati, scomparvero o finirono in prigione ma le modalità di svolgimento del business rimasero le stesse. In altre parole, la maggiorparte dei magazzinieri e dei barcaioli che lavoravano con “i Re del Pacifico” continuarono a farlo con un nuovo datore di lavoro, che non erano più i Rodriguez-Orejuela ma gli scagnozzi di Don Diego Montoya, il boss del Cartello del Norte del Valle che resse i traffici dal porto fino ad almeno il 2006.

Questa relativa stabilità nei rapporti di produzione di un’industria come quella narcotica a Buenaventura rappresenta un elemento che viene normalmente omesso nelle ricostruzioni degli eventi di quegli anni. Di solito si associano alti livelli di violenza all’interruzione ed alla riduzione delle capacità di traffico delle organizzazioni criminali. Nel caso del Puerto questo non fu necessariamente vero sotto diversi punti di vista. In primo luogo vi era un esercito di disoccupati da cui attingere e con cui in poco tempo si poteva sostituire qualcuno senza generare interruzioni nel trasporto. Inoltre, la cosiddetta bonanza che durò per lungo tempo aumentò l’interesse nel fare “una vuelta”, cioè un viaggio con un carico per raccogliere qualche soldo, mentre nei quartieri generò diverse tattiche per estrarre risorse dai trasporti illegali. Su questi ultimi due punti servono maggiori spiegazioni e per farlo occorre fare un passo ulteriore nel bajomundo.

Benchè i guadagni più consistenti non si fermassero mai a Buenaventura, anche qui il nuovo commercio, poco alla volta, immise denaro liquido in aree della città normalmente in difficoltà. Accadde anche dalle parti di José dove nel giro di pochi mesi fu costruita una casa di cemento con 3 piani e piscina che sembrava uscita fuori da una telenovela prodotta in Messico o in Argentina. Vi erano cioè segnali un pò ovunque che in città alcuni si stavano arricchendo e gli abitanti iniziavano a chiedersi come fare per partecipare al banchetto. I più temerari non trovarono altra via se non l'imitazione di quelli di cui volevano prendere il posto. Di solito iniziavano a vietare il passaggio della mercanzia da certe strade per ottenere poi una quota, seppur infinitesima, per quel passaggio. La relativa facilità con cui si poteva “prendere una strada” permise la crescita di un vasto sottobosco di gruppi e gruppetti rionali che estraevano risorse dagli affari di altri senza lavorare per un clan specifico, ma facendo commissioni per gli uni o per gli altri in base alle necessità e riscuotendo qualche spicciolo.

Per descrivere gli eventi di una città come Buenaventura è quindi fondamentale comprendere le relazioni e i diversi ruoli che queste micro-organizzazioni, per quanto fluide ed inerentemente instabili, mantennero tra loro e con gli abitanti dei quartieri. Agivano infatti all’interno di zone di tolleranza diffuse in cui vari “illegalismi” partecipavano delle strategie di sopravvivenza di un vasto numero di famiglie (1). In alcuni casi, ebbero un ruolo cruciale nel mediare e collegare tra loro le località permettendo a zone marginali di partecipare alle forme di accumulazione di capitale che si stavano affermando. Divennero, cioè, veri e propri corpi intermedi che operavano da broker con l’unica economia che produceva redditi con una certa stabilità mentre la popolazione si ritrovava progressivamente spossessata dell’accesso al mare come risorsa economica. Stando ai ricordi ed ai racconti di quegli anni, le modalità con cui ciò avveniva erano molteplici ma il nodo principale era catturare quote dei traffici via terra o via mare per poi ripartirle attraverso donazioni alle reti sociali più prossime oppure spendendo localmente l’eccedente. Ma oltre ad immettere liquidità dove ce n’era un gran bisogno, prestavano anche una vasta gamma di servizi. Tra questi vi era senza dubbio il trasporto locale o l’arrischiarsi in zone più pericolose della città per acquisti specifici o per permettere la vendita di prodotti locali senza pagare il pizzo (vacuna), pratica da sempre esistita, per esempio, nei mercati di frutta e verdura o delle carni e pesci.

Questa loro capacità di “detassare” alcuni prodotti dopo averne “tassati” altri dipendeva da un’altra funzione che svolgevano, quella di negoziare con i loro omologhi di altre località; attività che solo in rari casi prevedeva un uso organizzato della violenza. Per farlo e per avere successo, sfruttavano infatti le connessioni e le conoscenze che il loro muoversi in città scambiando favori creava. Di solito il ricorso alle armi era costoso e si preferivano altri mezzi. Generavano quasi una forma di diplomazia locale che si basava su un articolato sistema di scambi spesso non monetari, con cui, ad esempio, in cambio del passaggio di “merca” dalla via di un barrio, si permetteva alle famiglie x e y di vendere il loro pesce al mercato generale nei giorni a, b e c, oppure a quella z di usare un carretto per vendere acqua di cocco in una esquina per qualche tempo. In cambio il gruppo si aspettava un pò di acqua di cocco e due o tre pesci in dono, usanza comune ma non obbligatoria, insieme agli spiccioli che venivano comunque raccolti per il passaggio di merca. Gli scambi per loro natura non permettevano l’accentramento di fortune in poche mani ma dipendevano, certamente, sia da gerarchie ordinate dalla prepotenza, sia dal passaggio di cocaina, il cui movimento era la vera fonte dei rapporti di potere e permetteva a queste microorganizzazioni di reclamare un ruolo di coordinazione delle economie informali della città.

Un aspetto cruciale è che, contrariamente a quanto affermato in molte indagini criminologiche, le relazioni che costituivano non dipendevano dall’identificazione di un gruppo, nè necessariamente di un capo ma, come detto in precedenza, da istituzioni che organizzavano tendenze. La fluidità ed il loro essere essenzialmente delle forme di socialità a mio parere lo dimostrano. Spesso ad esempio i membri cambiavano. Lo facevano a volte perchè stufi o perchè esiliati ma anche per esigenze di lavoro. C’era chi andava in una miniera fuori città per 6 mesi per tentare la fortuna; chi grazie ad un gancio iniziava a guidare un colectivo per il trasporto pubblico e lasciava l’esquina; chi si sposava e trovava lavoro dal suocero; chi iniziava a lavorare in un chiosco di arepa per un vecchio favore dovuto. Oppure si faceva un giro nella esquina e cercava di capire cosa c’era da fare quel giorno. Il problema è che queste dinamiche venivano normalmente interpretate a partire da modelli gerarchici che le associavano ad organizzazioni criminali. Per questo spesso erano descritte come “infiltrazioni” nell’economia legale, come “contagio” dei quartieri ma probabilmente non erano altre che strategie di sopravvivenza. La semplice riduzione dicotomica criminale\legittimo o illegale\legale non mi pare quindi sufficiente per comprenderle. Queste istituzioni flluide e al tempo visibili si adattavano alle forme di accumulazione di capitale dominanti. Tuttavia, piuttosto che essere considerate parte di organizzazioni superiori riconducibili “a mafie che sono il grande nemico pubblico”, apparivano uno strumento simbolico che riaffermava l’esistenza di un barrio o di una calle o di una esquina nella più generale economia cittadina. Era quasi vero il contrario. Semmai rappresentavano una risposta al “male del Puerto”. La provenienza territoriale, l’essere riconoscibili e conoscibili forniva loro la legittimità per partecipare agli scambi, non la forza che mostravano e nemmeno la loro fantomatica affiliazione mafiosa. Erano a tutti gli effetti degli emissari di famiglie allargate, magari anche di clan in senso antropologico ma forse proprio per questo venivano facilmente stigmatizzati.

La Polizia li rendeva “bande” alla bisogna non solo per naturale miopia ma anche per disimpegnarsi dalle proprie responsabilità dirette nell’industria narcotica e per ripulire la propria immagine pubblica. Il colpo finale però arrivò nel nuovo millennio, con l’inizio del Plan Colombia e la paramilitarizzazione del Paese. Questi raggruppamenti si trovarono sempre più spesso messi all’angolo di fronte alla decisione di armarsi oppure no e di decidere un lato piuttosto che l’altro. La loro stessa esistenza iniziò a dipendere dalla capacità di accesso alle armi e dalla formalizzazione di un’organizzazione interna. Non era più sufficiente sondare un’esquina per capire che aria tirava e se c’era qualche lavoretto quel giorno. Bisognava ora entrare dentro legami e vincoli di appartenenza più duraturi con nuove regole di ingaggio basate su rinnovate forme di fiducia e di lealtà. In altre parole occorreva professionalizzare il gruppo oppure bisognava disperdersi e tornare nelle proprie case. In poco tempo, quelli che non accettarono di “scomparire” divennero il casus belli perfetto con cui si rappresentò in maniera egemonica “il male del Puerto” insieme a coloro che li proteggevano o coprivano o davano loro lavoro. Furono indiscriminatamente e semplicisticamente associati alla guerriglia delle FARC e, quelli che non collaborarono, divennero tutti obiettivi paramilitari. Eppure osservate complessivamente, le relazioni cui davano vita rappresentavano una risposta dei quartieri all’incertezza ed instabilità economica generali nel mezzo di un’economia narcotica in forte ascesa. Producevano un orizzonte possibile nel quale si articolavano una vasta gamma di strategie di sopravvivenza nei mondi fluidi di Buenaventura. Averli resi obiettivi militari costituì invece la base di un’economia bellica che avrebbe segnato la storia della città per i successivi 20 anni.

Nel prossimo post, cercherò di fornire maggiori dettagli di questa escalation.

Alcune notazioni bibliografiche dei post “Una Storia Breve”

Per una ricostruzione ufficiale ma ancora non completa della guerra a Buenaventura si vedano: Centro Nacional de Memoria Histórica, 2016, Las Víctimas del Bloque Calima en el Suroccidente Colombiano, 2015, Buenaventura, Un Puerto sin Comunidad (cui partecipai attraverso una serie di incontri per condividere alcuni dei risultati del mio lavoro) e 2008 Trujillo: Una tragedia que no cesa.

Le informazioni sulla storia del narcotraffico nella Valle del Cauca provengono dagli archivi digitali dei seguenti siti internet: VerdadAbierta, La Semana, El Espectador, El Tiempo, El País de Cali e Insightcrime. A questi devono aggiungersi alcuni libri: Chepesiuk (2003, 2010, 2017), Lopez Lopez (2008, 2012), G. Duncan (2008, 2014), W. Rempe (2014).

Sulla storia paramilitare in Colombia e nella Valle del Cauca mi limito a citare alcuni testi che ho preferito tra gli altri: A. Ronderos, 2014, Guerras Recicladas, M. Romero, et al. 2007, Parapolítica, C. López et al., 2011, Y Refundaron la Patria, G. Duncan, 2007, Los Señores de la Guerra e, 2015, Más que Plata o Plomo, I.G. Cepeda, 2012, Victor Carranza, alias el Patron. Vi sono poi svariati testi da consultare prodotti dal Centro Nacional de Memoria Histórica tra questi oltre a quelli già menzionati includerei almeno i seguenti: 2012, Justicia y Paz, tierras y territorios en las versiones de los paramilitares, 2012 Justicia y Paz, ¿Verdad judicial o verdad histórica?

Sulle origini del traffico di cocaina è stato necessario passare in rassegna diversi testi su paesi diversi per verificare anche date ed eventuali coincidenze tra nomi ed eventi nonchè referenze incrociate su operazioni internazionali e\o nazionali di polizia che riguardavano cittadini stranieri. Cito solo qui autori e data di pubblicazione del manoscritto che ho cosultato, suddivisi per paese e non in ordine alfbetico. Italia: R. Saviano 2006, 2013, E. Deaglio, 2010, Barbagallo 2010, Lupo 2004. Benigno 2015, Bolzoni D’Avanzo 2011, Capacchione, 2008, Arlacchi, 1980, 1983, 2007, Gratteri e Nicaso, 2007, 2010, 2011, 2013, 2015, 2016, 2017, Ardituro, 2015, Lodato e Scarpinato, 2008 tra gli altri. USA: P. Dale Scott 1987, 1991, 2003, 2010, A. Mccoy 1972, Kerry Commettee Report 1989. Messico: F. Lorusso 2015, J.V. Cardenas 2017, D. Osorno 2010, 2013 e A. Hernandez 2010. M. Beith 2014 Cuba: Saenz-Rovner 2008. Bolivia: A. Levy 2012 Brasile: M. Glenny 2017

Il maggiore studioso colombiano sulla preistoria del narcotraffico è Saenz-Rovner. Alcuni dei suoi testi principali sono: La prehistoria del narcotrafico en Colombia, 1998, Ensayo sobre la historia del tráfico de drogas psicoactivas en Colombia entre los años 30 y 50, 2009, Entre Carlos Lehder y los vaqueros de la cocaina. La consolidaciòn de las redes de narcotraficantes colombianos en Miami, 2010, Los colombianos y las redes del narcotráfico en Nueva York durante los años 70, 2014, Estudio de caso de la diplomacia antinarcoticos entre Colombia y los Estados Unidos (1970-1974), 2014

Altri testi sulla storia della cocaina sono: P. Gootenberg, 2008, Andean Cocaine: The Making of a Global Drug, M. Glenny, 2010, Mcmafia, N. Ohler, 2016, Blitzed: Drugs in Nazi Germany.

Per comprendere meglio le fonti disponibili, contestualizzare le narrazioni cui abbiamo accesso e la politica che ne permette la consultazione e per ridurre l’impatto di teorie cospirative del mondo che permeano molte pubblicaziioni, ho affrontato uno studio parallelo che non emergerà in questi tre post e che riguarda la storia del commercio di oppio ed eroina nel sud est asiatico. E’ stato molto importante osservare e comparare certi archivi storici ed i processi di formazione degli stati asiatici per comprendere alcune ragioni militari che incentivano traffici illegali oltre la semplice ricerca di profitti. Sulle guerre dell’oppio tra Cina ed Inghilterra, i principali testi consultati sono Z. Yangwen (2005), S. Rose (2011), J. Goldberg (2014), S. Merwin (2010), D. Wigal (2014). Sulle relazioni tra il commercio dell’oppio ed i processi di formazione degli stati si vedano invece il lavoro di Lieberman (2003 e 2009) e C. Trocki, 2013. Altri studi che menzionano il ruolo dell'oppio nei bilanci coloniali dell'Indocina sono di Rigg (2005) e Evans (2003). Per informazioni sull'oppio nella provincia cinese dello Yunnan si veda, tra gli altri, Patterson (2006), sull'oppio birmano invece Myinth-U (2001) e Saha (2013).

Tcbuen

Per chiarire meglio l’approccio teorico con cui provo a tracciare linee tra le complessità di Buenaventura, occorre pensare all’economia narcotica come un’economia ordinata da una vasta serie di accordi ed alleanze che si sostengono sulla credibilità degli attori e non su contratti formali o regolamenti ufficiali. E’ quindi un’economia molto regolamentata, seppur informalmente. Ciò avviene per lo più nello svolgersi di una continua commistione tra autorità legittimate dallo Stato e quelle prodotte dalle consuetudini del business, la cosiddetta “zona grigia” che è uno spazio di confusione dove scompaiono le linee di demarcazione tra i diversi attori coinvolti. I magistrati italiani che si occupano di antimafia hanno descritto questa dimensione come un “intreccio”, dove istituzioni dello Stato ed elementi della criminalità organizzata condividono gli stessi spazi politici ed economici senza però stabilire un’allenaza strutturale e funzionale tra loro. L’intreccio è quindi una realtà a se stante nella quale emergono ed agiscono soggettività che lavorano sia per lo Stato sia per la criminalità organizzata. Sono sia l’uno, sia l’altra ma non possono essere ridotte ad una delle due macro-fazioni (1, 2). Osservando il caso di Buenaventura, le soggettività dell’intreccio operano attraverso vere e proprie licenze che permettono ad un raggruppamento piuttosto che ad un altro di operare nell’economia proibita e di farlo in certe fasi della filiera produttiva per un limitato periodo di tempo. La natura dell’impegno, le mansioni consentite, le forme di distribuzione dei proventi e la durata dell’alleanza sono tutte stabilite nella licenza. Il punto cruciale è come ottenerne il “rilascio”.

Per comprendere questo aspetto, occorre studiare antropologicamente una nozione fondamentale come quella di credibilità. Nelle diverse fasi storiche e belliche della città si costruiva a partire dall’appartenenza territoriale, come descritto nel post precedente, o sulla geneaologia, per così dire, che legava economicamente tra loro famiglie, imprenditori ed imprese. Entrambe rappresentano fattori che nell’incertezza degli scambi fornivano una continuità, nel senso di conoscibilità ed identificazione dei partner commerciali. Nel nuovo millennio la credibilità iniziò a dipendere in maniera sostanziale dalla partecipazione ad un’economia più complessiva, quella bellica, nella quale da sempre si articolava un aspetto essenziale della redistribuzione dei guadagni narcotici ma che assunse una rilevanza primaria nei locali rapporti di potere. Per garantire la continuità di operazioni che in se stesse erano abbastanza semplici e ripetitive, la capacità di armarsi e non necessariamente l’uso delle armi vero e proprio distingueva i diversi raggruppamenti. Ciò avveniva attraverso la circolazione di un “far credere” di essere in possesso o di poter reclamare quella licenza. In contesti in cui i livelli di violenza sono già alti e un tabù ancestrale come l’omicidio è normalizzato attraverso diversi dipositivi socio-culturali, ad esempio quando riguardano l’uccisione di una “cabecilla”, questo approccio, mi pare particolarmente “descrittivo”.

In molti casi, infatti, a dominare l’economia locale non fu più il traffico di mercanzia illegale in sè ma quello di armi. A segnare simbolicamente l’accesso all’economia bellica non erano il carico o lo scarico di cocaina ma la capacità di dotarsi della “forza” necessaria per acquisire credibilità rispetto ad altri che potevano eseguire la stessa mansione negli stessi tempi e con la stessa efficienza. Il nodo da risolvere non era però quanta forza si era capaci di esercitare per conquistare una ruta (rotta) poichè quella veniva concessa quasi in automatico, magari dopo qualche morto “normalizzato”. L’elemento dirimente riguardava come le licenze informali, cioè, gli accordi di passaggio da una strada o l’altra e\o il carico e scarico di mercanzia illegale costituiva rapporti di forze che organizzavano gli interessi dei gruppi locali fino a permetterne la federazione dentro istituzioni più ampie e durature, come fecero i “Re del Pacifico”. L’identificazione, definizione ed infine visibilizzazione di queste istituzioni “superiori” rappresenta l’aspetto più problematico e probabilmente più politico di tutta l’economia narcotica. In generale però la storia della città racconta che ogni fase identificativa di queste federazioni preparava il passaggio da una licenza all’altra. Certamente non riguardava la fine del traffico di armi o di droga semmai la produzione di un nuovo intreccio.

In questo senso vorrei descrivere gli eventi che toccarano la città dalla fine degli anni 90. Il Puerto sembrava non avere più padroni. I Re del Pacifico non c’erano più. Asprilla era finito in carcere. Don Efra era stato assassinato e Patiño si era consegnato alla DEA nel 2002. Buenaventura si trovava però nel mezzo di una nuova fase bellica che stabilì una rinnovata alleanza tra i gruppi narcotici di Cali e quelli di Medellin, nuove ripartizioni dei proventi e soprattutto nuovi canali di aprovigionamento di armi. Per mantenere il controllo delle economie illecite di Buenaventura il cui funzionamento risultava essenziale per la stabilità politica di tutta la città e quindi indirettamente delle sue enclave logistiche, il boss del Cartello del Norte del Valle, Don Diego Montoya, chiese l'aiuto dei fratelli Castaño, che insieme a Don Berna avevano già sostituito tutte le cabecillas di Escobar in Antioquia. Questi ex allevatori di bestiame dell’Urabà, nel 1997, avevano creato un'organizzazione ombrello, le AUC (Autodifese Unite di Colombia), che era una federazione in cui conversero diversi gruppi armati, tutti di estrazione militare, finanziati da narcotraffico e\o regalie di oro, petrolio o da fondi occulti di altre grandi imprese.

Ci sono svariati resoconti sulla storia paramilitare in Colombia. La complessità del tema riguarda soprattutto la frammentazione delle fonti e la dimensione profondamente locale di molti dei gruppi armati che sono entrati nella federazione e la loro diversa commistione con il narcotraffico. In generale però, dati alla mano, è possibile affermare che le AUC misero in piedi la più grande contro-riforma agraria della storia colombiana (1). In una decade, riuscirono ad accentrare circa il 90% delle terre “buone” nelle mani del 5% della popolazione. Contestualmente, la produzione di foglie di coca nelle terre che rimanevano toccò vette mai viste prima. In questo modo, dopo l'uscita di scena dei Rodriguez-Orejuela e di Escobar, le reti dei Castaño riuscirono a controllare fino all'80% del traffico di cocaina colombiano, che era circa il 70% del traffico mondiale. Nella regione pacifica queste tendenze furono decisamente confermate.

Il progetto politico delle AUC si inserì infatti come opposizione agli accordi di pace con alcune guerriglie che, nel 1991, portarono ad una nuova costituzione del Paese in cui lo Stato si impegnava a riconoscere e proteggere i territori etnici della Colombia. Una legge attuativa del 1993, la Ley 70, diede la possibilità ai villaggi e territori della regione pacifica di essere riconosciuti come terra ancestrale, dove comunità indigene ed africane avevano sviluppato forme e modi di vita da preservare. Poco alla volta, su tutto il litorale pacifico si formalizzarono diritti di proprietà mista privata\collettiva che tra le altre cose prevedevano l'impossibilità di parcellizzare e rivendere le terre o di poterlo fare solo attraverso meccanismi decisionali che richiedevano il consenso comunitario. Per molti, i nuovi territori etnici rappresentarono un potenziale duro colpo alle economie narcotiche e minerarie. Ma anche nel nuovo mondo della Finanza offshore, la terra era ricchezza, tanto simbolica quanto materiale. In Colombia questo era particolarmente vero poiché i proprietari terrieri non venivano tassati e qualora le loro terre servissero per progetti di pubblica utilità, come per la costruzione di strade e ferrovie, o nascondessero nel sottosuolo importanti giacimenti minerari, lo Stato di solito prometteva ottime compensazioni. Bisognava solo voler vendere.

Per questa ragione, nel 1999 nacque il Bloque Calima (e un suo sotto gruppo, il Frente Pacifico), federato con le AUC. Il suo scopo, non dichiarato, era la ridefinizione dei regimi proprietari della Valle del Cauca (e della regione del Pacifico nord), nonché impedire il progetto politico di ogni minoranza etnica eccetto quella narcotica. Uno dei capi delle AUC, Carlos Castaño, avrebbe voluto mettere Don Diego al comando del Bloque ma i suoi legami diretti con la cocaina fecero propendere per una figura minore, più facilmente vendibile alle autorità ufficiali una volta terminate le campagne militari. Al suo posto come comandante del Bloque Calima venne quindi scelto Herbert Veloza García, alias “HH”, anche lui di Trujillo, come il boss, e suo amico d’infanzia. Insieme ad alias “El Fino” e a Frivet Hurtado, un ex-guerrigliero, organizzarono ed eseguirono tutte le operazioni militari con cui ufficialmente riconquistarono il Puerto ed accaparrarono le terre del litorale. Tutta la regione divenne in pochi anni uno dei luoghi al mondo con il più alto numero di rifugiati interni. Le campagne si spopolarono e le terre quasi per magia diventarono proprietà di prestanome e società scudo tutte riconducibili al Cartello del Norte del Valle di Don Diego o a qualche affiliato delle AUC in attesa del giusto acquirente. In altri casi, sfruttando proprio la Ley 70, Consigli Comunitari fittizi, composti di poche persone e meno famiglie, vennero creati appositamente per divenire i proprietari di terre “ancestrali” in attesa di essere rivendute con il “consenso” di tutti i consiglieri. Ciò avveniva, mentre la produzione di pasta base e di foglie di coca toccarono i massimi livelli della storia della regione.

Per meglio decifrare quegli anni però non si può non partire dalle storie ufficiali che interpretavano le complessità di cui ho raccontato identificando le strutture politiche dei quartieri come prova della presenza del Frente 30 delle FARC di alias Mincho. Quest’ultimo conosceva personalmente “El Negro” Asprilla (del quale si diceva che fosse anche amico di uno dei comandanti delle FARC, il Mono Jo-Joy). Tutto ciò più o meno bastò per costruire una teoria egemone che presto si trasformò in narrazione dominante che rese tutti quei gruppetti che di fatto frammentavano e quindi rallentavano il trasporto di cocaina e distribuivano quote infinitesime dei suoi proventi, affiliati alle FARC. A voler credere a quello che si diceva, appoggiando i Niches o accordandosi con loro per le rotte, dalla caduta dei Rodriguez-Orejuela le FARC controllavano il narcotraffico a Buenaventura. Inoltre, quel sistema di scambi, che ho brevemente raccontato nel post precedente, venne reinterpretato come una “tassa del popolo” che colpiva tutti i negozianti e i piccoli e medi imprenditori. In questo modo la guerrilla intendeva rafforzare il suo antistato scacciando l’istituzionalità legittima per sostituirla con i suoi apparati di governo. Questa storia, pur credibile visti i livelli di cocaina che uscivano dal Puerto in quegli anni, non era vera, o, per lo meno, non lo era del tutto. Seguendo comunque la narrazione ufficiale, il risultato fu che spaventati dai sogni irrealizzabili del socialismo, la comunità imprenditoriale di Buenaventura richiese l’aiuto di HH dotandolo di tutti gli ultimi ritrovati bellici per liberarsi delle narco-guerriglie. Così dal 2000 e per almeno 5 anni sotto quello stesso nome, il Bloque Calima rastrellò quartieri e commise un numero ancora da precisare di stragi con lo scopo di riportare le strade dentro un unico ordine armato finanziato dalla cocaina.

Tutto avvenne simultaneamente che anche i più devoti non riuscivano più a considerarlo semplice destino. La privatizzazione del Puerto, la morte di sindacalisti o il loro passaggio nei piani alti, i progetti di riqualificazione urbana, la costruzione di nuove periferie, l'autostrada, in una parola, l'ammodernamento di Buenaventura arrivarono insieme ai più alti tassi d'omicidio della storia della città. Obiettivi paramilitari dichiarati erano tutti i gruppi come il combo dell'altro José, i quali, seppur rispondevano anche loro a una certa richiesta di difesa di strade e case, usavano metodi di finanziamento non accettabili (come le rapine ai portavalori o ai camion del porto o tassando il contrabbando) e mantenevano relazioni decisamente conflittive con gli apparati politici dello Stato essendo più apertamente, loro si, schierati con gli uomini di Mincho. Il Bloque Calima era invece armato ed appoggiato da istituzioni dello Stato, dalla polizia e dall’esercito, da certi partiti politici e da alcune imprese della città che avevano rliasciato una nuova licenza per operare nel mondo proibito a scapito di tutti gli altri gruppi (1). Se quindi all'epoca di Asprilla e di Patiño, l'altro José e i suoi avevano regolato, cioè tassato e contingentato, il narcotraffico e il contrabbando nei quartieri della Piedras Cantas e nel Viento Libre, due semplici strade e moli della zona di Bajamar tra le molte disponibili, dal 2000, quegli accordi non furono più validi. Le armi dovevano essere quelle di HH e la cocaina doveva essere quella di Don Berna (Medellin) e di Don Diego (Cali\Trujillo). Quando poi, nel 2006, HH finì estradato negli States, seguito poco dopo, nel 2008, da Don Diego, a Buenaventura si pensò che la città potesse finalmente ritrovare la pace. Invece i livelli di violenza si mantennero sostenuti. Nessuno sapeva esattamente perché. O meglio nessuno poteva ammettere che la teoria egemone non spiegava quello che accadeva in città. Nella mia interpretazione ciò che accadde fu che il Bloque Calima tentò di federare, con loro o contro di loro, i diversi gruppi dei quartieri, di fatto forzando se non finanziando una corsa alle armi di piccolo taglio sulla quale si produssero divisioni senza precedenti in città. Ormai pareva che ognuno avesse un suo gruppo in armi e che senza armi fosse impossibile qualsiasi tipo di economia.

Nel 2009, più o meno quando arrivai per la prima volta a Buenaventura, vi era un certo accordo tra i ricercatori che si occupavano della città e i diversi think-tank circa la coesistenza di molti gruppi armati ognuno dei quali distinguibile soprattutto genealogicamente ma non per le pratiche di controllo dei quartieri. Erano le voci che cambiavano, non i metodi di sorveglianza e punizione e nemmeno il loro modello di business. Tuttavia la teoria dominante era che questa frammentazione fosse il prodotto dell’azione militare e paramilitare che aveva reso i gruppi in questione più deboli e piccoli ma sempre dipendenti dal narcotraffico. Rispetto alle mie osservazione e a quanto scritto fino ad ora, il contesto invece non era cambiato molto. La principale variazione fu che molti gruppi si armarono per continuare ad esistere. In alcuni casi si erano dotati di un’organizzazione e si erano professionalizzati dentro l’economia bellica che foraggiavano praticando estorsioni e partecipando al traffico di droga non solo internazionale. Il resto faceva parte delle politiche dell’identità urbane con le quali si “chiamava” un’istituzione intermedia con un nome o con un altro, giustificando ondate di militarizzazione, investimenti nella sicurezza e quant’altro in base agli umori politici di Bogotà e della comunità internazionale. Stando però a quelle identificazioni ufficiali il panorama bellico di cui si raccontava era il seguente.

Il Cartello del Norte del Valle si era diviso in due gruppi. C'erano i Macho ancora fedeli a Don Diego e c'erano i Rastrojos, formati dal suo ex-migliore amico Varela (anche lui con un passato da tenente nella Polizia di Cali). C'erano le Aguilas Negras, di estrazione militare, ex riservisti e vecchi soldati di HH che si diceva fossero ancora comandanti da Vicente Castaño, l’unico dei tre fratelli di cui si sa con certezza che sia ancora latitante. C'erano poi pezzi delle reti che venivano da Medellin che era difficile definire. Tutti facevano attenzione a non relazionarli direttamente a Don Berna che era nato a Tuluà, vicino Cali, ma che in quegli anni ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione della pax narcotica della città antioqueña insieme ai Castaño. Venivano quindi nominati in base alle cosiddette cabecillas, ai capi minori che periodicamente apparivano per controllare i traffici di cocaina ma non i flussi finanziari che ne derivavano. Nel 2009 e fino a quando rimasi in Colombia erano chiamati Urabeños appellativo che li identificava con l’Urabà, la regione dell’Antioquia da cui provenivano già i Castaño ed alcuni di loro. Più tardi furono chiamati Clan Úsuga perchè erano i tre fratelli Úsuga a gestire i traffici e non si voleva più stigmatizzare quella regione. Ancora più recentemente sono stati chiamati Clan del Golfo, definizione che aspira forse a relazionarli direttamente al cartello messicano da una cui costola sono nati gli Zetas, cioè (ex) gruppi speciali dell’esercito dediti al narcotraffico.

C'era poi ancora il Frente 30 delle FARC che, soprattutto dopo la morte di Mincho, nell’ottobre del 2011, aveva perso capacità di influenzare le vicende urbane di Buenaventura. Molte delle persone che orbitavano intorno alla guerriglia, se non erano già morte o in fuga, erano finite a lavorare per quelli che avevano vinto la guerra. I casi dell’Altro Josè o di Panamà, ma anche i casi di altri molto più famosi ed importanti di loro, a cominciare dallo stesso Don Berna che aveva iniziato tra i maoisti dell’EPL, mostravano che tutti quei combos, alcuni mai formalmente nelle FARC, semmai in relazioni di collaborazione per ragioni economiche o per opportunità commerciali puntuali, presero altre direzioni al mutare delle condizioni del conflitto. Ogni tanto si ascoltava di attacchi alla rete elettrica del Puerto che generavano rallentamenti alla logistica ma mantenevano la città al buio per diversi giorni. Questo di solito produceva più malcontento che comprensione tra gli abitanti. L’ELN invece manteneva relazioni nei quartieri periferici in modi diversi, ad esempio dando lavoro nelle miniere “informali” d’oro del Chocò, quindi organizzando gli spostamenti dei minatori o garantendo la loro incolumità, o “facilitando” il contrabbando di idrocarburi e di altri prodotti. Sembrava comunque che i suoi integranti cercassero di rimanere fedeli al rifiuto del narcotraffico come da sempre sostenuto dai Castro a Cuba.

Infine c'erano i fuoriusciti, i disertori e quelli che aspiravano a diventare “qualcuno” e che si ritrovavano in qualche esquina della città a parlare di quando sarebbe arrivato il loro turno per mettere ordine. Appena provavano a prendere una strada e magari a farsi conoscere da qualcuno più in alto inziavano però ad andare sotto pressione e di solito non duravano molto; qualche mese, i più fortunati qualche anno. I nuovi tempi obbligavano ormai ad avere maggiori expertise e connessioni militari e molti di loro potevano contare solo degli anni come riservisti nell’esercito e poche altre conoscenze. Nella Comuna 12 dove vivevo, ce n’era stato uno dal nome improbabile, gli Spacca Porte (los Tumbapuertas), un gruppo di autodifesa non affiliato a reti più ampie che si era formato in un barrio non lontano, di cui non si poteva parlare pubblicamente ma che tutti ricordavano abbastanza bene. I suoi membri organizzavano cineforum all’aperto o serate tematiche per parlare di diritti delle comunità afro, di disobbedienza civile e per spiegare le dottrine dei maggiori leader di origini africane del mondo. A volte, intervenivano a dirimire conflitti locali anche picchiando i malcapitati in pubblico. Furono quelli che, anni prima del mio arrivo, scacciarono un ragazzo del Barrio perchè aveva rubato i computer di una scuola elementare. Per un periodo abbastanza breve formarono ronde notturne, armate di pistole artigianali che sparavano uno, massimo due colpi, quando non esplodevano nelle mani di chi le usava. Aspiravano a tenere fuori dai quartieri i gruppi di narcos ma furono più o meno tutti scacciati, se non uccisi, dal Bloque Calima e dai suoi “compadres” delle Aguilas Negras.

Nel periodo in cui vissi nella comuna 12, le “aquile” erano invece in guerra contro i Rastrojos che si diceva, sempre stando ai bollettini ufficiali, controllassero la comuna, imponendo il pizzo per l’accesso ai mercati rionali, dal trasporto a quelli di frutta e verdure, allo spaccio locale. Questo scontro che iniziò nella seconda metà del 2011 e terminò all’inizio del 2014 con “l’estinzione” dei Rastrojos e l’entrata degli Urabeños nel Barrio, proprio grazie all’appoggio delle Aguilas Negras, fece ipotizzare a più di qualcuno che nella Comuna fosse in atto un regolamento di conti tra fazioni di (ex) poliziotti e fazioni di (ex) militari. Da questa guerra emerse poi un nuovo gruppo, l'Impresa, composto da ex collaboratori sia dei Rastrojos, sia degli Urabeños, “che aspirava a mettere ordine in città” e che, per questo, in poco tempo, divenne il nemico numero 1 di tutti gli altri gruppi armati che lo liquidarono in poco tempo.

Questa ricostruzione di storie locali è sicuramente ancora parziale ma potrebbe resistere ai commenti di quei pochi testimoni interessati a parlare, che non finirono in progammi ufficiali di protezione e continuarono a bazzicare le strade del Puerto. Infatti accanto ai gruppi già identificati, vi era una vasta gamma di personaggi ed assembramenti che orbitavano intorno alle frontiere cosiddette “invisibili” imposte dal conflitto. Si trattava di persone, giovani ma non solo, che avevevano imparato ad approfittare delle divisioni della città; cioè muovendosi dentro di esse per riscuotere commissioni ed estrarre risorse quando tutti gli altri erano costretti dentro spazi quotidiani, limitati dalla guerra, dalla paura o da una condizione di indigenza concreta. Prima di descriverne alcuni e il loro operato, bisogna però mettere insieme ulteriori elementi sulla macchina mitica dei quartieri e per descriverla racconterò un mito narcotico che aleggiava sui destini del barrio in cui vivevo, quello che riguardava la “Capitana”, cioè Griselda Blanco.

Per concludere invece questo trittico, mi pare utile riordinare le sezioni 1 e 2 del blog. Negli ultimi 4 post ho cercato di descrivere non solo congiunture e traiettorie in cui gli abitanti di Buenaventura si trovavano impelagati. Ho provato a delineare le origini di quella che viene chiamata “l’assenza dello Stato”, interpretata in queste pagine non in quanto “vuoto” ma come rapporto di potere e come paradigma di controllo della città. Ne scriverò meglio nei prossimi post ma fin qui ho tentato di delinearla attraverso un’ibrido che in altri contesti ho definito Stato-e-Clan cioè un intreccio nel quale l’alleanza tra Stato ed organizzazioni criminali è divenuta strutturale pur all’interno di narrazioni molto dettagliate ed attente nello scindere i due mondi. Per ora mi sono limitato a descrivere le diverse entità di natura privata che agiscono nell’intreccio: le corporate della logistica, i gruppi di autodifesa finanziati indirettamente dal Plan Colombia, il municipio degli amici di amici ed i corpi resistenti dei quartieri. Ad essi aggiungerò nei prossimi racconti alcuni organismi internazionali non governativi che si occupavano dei “fallimenti” del mercato o delle “sconfitte” dello Stato riempendo in altri modi l’assenza.

Ho quindi tentato di descrivere alcuni elementi di un intreccio complesso, certamente non unitario, segnato da una netta divisione razziale e dominato dall’industria logistica. Che vi fosse anche un’alleanza strutturale oltre che funzionale tra dinamiche mafiose e paramilitari ed apparati di governo con lo scopo di garantire la trasportabilità delle merci da Buenaventura lo affermano svariate testimonianze oltre che ricostruzioni giudiziarie degli eventi, cui seguirono incriminazioni, espulsioni, esili ed incarcerazioni. L’alleanza fu poi ribadita nel 2013 quando, per decorso dei termini, “i Re del Pacifico”, Asprilla e Patiño e le loro proxy politiche ricominciarono a bazzicare le strade del Puerto riaffermando l’importanza di certe consuetudini, prima tra tutte il mantenimento di divisioni strutturali nei quartieri: condizione imprescindibile per il governo di Buenaventura.

aguadulce

Dalle parti in cui vivevo a Buenaventura alcuni, pochi, la chiamavano “La Capitana” ma sulla sua lapide è scritto solo “La Madrina”. Griselda Blanco nacque nella zona caraibica, a Cartagena, ma visse da bambina, durante l'epoca della Violenza e per tutti gli anni 50, nel Barrio La Trinidad di Medellin in cui sposò, ancora sedicenne, tale Pestaña, un malandro del quartiere, secondo alcuni, addirittura uno dei suoi Capi (1).

Occorre qui una piccola digressione. Nella preistoria del traffico di cocaina, le rotte ed i contatti per far arrivare il prodotto a destinazione erano pochi e non vi erano molti clan che si dedicavano al business. Le storie di quei tempi tendono allora a concentrarsi su luoghi che più di altri permettono incontri e condivisione di conoscenze tra personaggi improbabili, senza reti di supporto ramificate e senza una chiara idea del valore commerciale dei prodotti che iniziano a contrabbandare. Il Barrio La Trinidad è da sempre descritto come uno di questi luoghi speciali dove connessioni impossibili possono avverarsi per magia dando vita a relazioni economiche impensabili in altri luoghi della città. La storia del quartiere sembra quindi fornire una lente di ingrandimento sulle traiettorie dei commerci colombiani, almeno dall’indipendenza del Paese (1). È questo certamente un racconto fatto di leggende, creatività, politiche pubbliche di confine e parecchio abbandono. Al tempo stesso, descrive tentativi che potrebbero dirsi d'avanguardia nella gestione e regolamentazione di economie che pur sostenendo ampi settori delle popolazioni urbane, rimangono storicamente relegate ai margini degli Stati e della legalità. In questa prospettiva, il Barrio La Trinidad è, a tutti gli effetti, una grande zona di tolleranza dove, fin dagli albori urbanistici di Medellin, furono “depenalizzati” tutta una serie di traffici ed espedienti economici di confine. Non solo nel barrio la prostituzione fu legalizzata prima che altrove. I suoi bar vendevano anche ogni prodotto allora disponibile nel mercato nero. Preziosi liquori, distillati introvabili, medicinali che promettevano di curare ogni malattia ed ogni tipologia disponibile di sostanze psicoattive potevano essere acquistate da queste parti. Fin dagli anni 50, il Barrio La Trinidad possedeva la fama di raccogliere un campione variegato e cosmopolita di personaggi dediti all'industria del contrabbando e rappresentava in se un unicum nel panorama colombiano. Essere uno dei suoi Capi o la moglie di un presunto Capo del Barrio La Trininidad significava per lo meno disporre di un esercito già sconfinato di persone esperte nell'arte di arrangiarsi, un giorno dopo l'altro.

Forse per dare lavoro a tutti questi espulsi e diseredati la Blanco si inventò i corrieri umani e trovò nuove forme per far viaggiare la mercanzia attraverso le dogane. Testimoni raccontano che agli inizi degli anni settanta almeno metà degli abitanti del barrio avessero viaggiato negli States. Griselda disegnava biancheria intima speciale in cui era facile nascondere chili di cocaina che signore al di là di ogni sospetto avrebbero trasportato nell'altro Mondo. Organizzò i primi viaggi personalmente. Trasportò pasta base dal Perù fin nel Barrio La Trinidad. Poi contrabbandò il prodotto finito negli States, sempre per via aerea. Collaudò il sistema e lo sdoganò a migliaia di paesani. Furono praticamente lei e il suo primo marito, insieme alla famiglia Mejía, a far conoscere il contrabbando di cocaina su vasta scala a Medellin, la città che sarebbe poi diventata una delle riconosciute capitali mondiali del suo commercio. La cocaina era prodotta direttamente nel quartiere. I laboratori e i migliori “chimici” del Paese finivano più o meno tutti a lavorare nel Barrio La Trinindad da dove la cocaina, purissima, prendeva successivamente il volo attraverso l'aeroporto che distava solo pochi isolati. In un decennio mise su un'organizzazione che non accentrava enormi guadagni su poche persone ma garantiva una certa diffusione di rischi e denari. In quei ruggenti anni sessanta Pablo Escobar rubava ancora macchine e correva per la città in motorino. Fu proprio grazie alla Blanco che iniziò a dedicarsi all'oro bianco; trasportando per lei.

Alla fine degli anni 70, Griselda si era ormai affermata come uno dei maggiori broker ad operare negli States mentre il cartello di Medellin era una realtà in forte ascesa. I laboratori erano distribuiti su tutto il distretto d’Antioquia e il modello di business veniva imitato da sempre più persone. La Blanco però centrava il suo lavoro su di un'organizzazione che ogni giorno sfornava documenti falsi impeccabili. Grazie alla crisi del settore tessile di Medellin non era difficile trovare persone disposte a viaggiare per lei ma, in pratica, più che controllare il traffico di cocaina, gestiva i flussi migratori dalla Colombia a Miami. Mentre Escobar e i suoi soci compravano atolli alle Bahamas e trasportavano tonnellate di droga via mare e via aerea, Griselda si accontentava di un profilo sfumato, nelle retrovie del business. Si dice che rifornisse consumatori dell’elite americana con cocaina di altissima qualità e che lei stessa ne fosse un’assidua consumatrice. A Miami lavorava per tutti, ma i guai arrivavano ogni volta che qualcuno metteva in dubbio il suo ruolo o per qualche ragione le mancava di rispetto. I racconti su di lei e la sua leggenda oltre a definirla intelligente come pochi e perversa per via della sua bisessualità e della sua passione per orge e feste sfrenate, evidenziano con una certa alacrità la sua spietatezza e il suo sadismo contro i nemici che il settore in cui lavorava le procurava quasi naturalmente.

Il risultato di questo costante e capillare lavoro dal bajomundo cui la “Regina” partecipò, fu lo sviluppo di un mercato parallello che, nonostante la crisi economica della seconda metà degli anni settanta, avrebbe permesso a Miami di trovare la liquidità finanziaria che scarseggiava da altre parti. Ogni giorno nascevano nuove banche che non vedevano l'ora di prestare denari e partecipare ai progetti di riqualificazione della città. Tra queste ve n’era una, la North Side Bank, che era di proprietà di Gilberto Rodriguez-Orejuela già proprietario della Prima Banca Interamericana di Panama e del Banco de los Trabajadores di Cali. Ve ne sono altre come la Banca Great American che fu la prima della storia ad essere incriminata per lavaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Le autorità di controllo degli States accertarono che lavò 84 milioni di dollari dei Rodriguez-Orejuela in un anno e mezzo. Per questo, nel 1982, pagò 7 milioni di dollari di multa ma poi proseguì nel business. Il giorno prima dell'imputazione della Great American, Isaac Cattan, broker finanziario dei Rodriguez-Orejuela, caleño di origini israelo-siriane, finì in carcere. Di lui si diceva che lavasse ogni anno circa 300 milioni di dollari attraverso le banche di Panama e Miami. Ma qualcosa era cambiato.

Per circa tre anni, dal 1979 al 1981, non mi pare di dire una grossa corbelleria affermando che le strade di Miami entrarono sotto il braccio armato di Medellin. Mettere assieme quelle storie di assassinii e rese di conti esula dallo scopo di questa storia breve. In ogni caso si tratta di questioni molto complesse e specifiche che dal narcotraffico si allargavano a macchia d’olio fino a toccare tutta una serie di informatori della CIA che lavoravano per destabiizzare i governi del centro America e quello di Cuba. Nel suo mondo, Griselda aveva “solo” deciso di andare in guerra contro i suoi vecchi Patroni, la famiglia Mejía di Medellin, che era però da sempre in affari con i cubani anti-castristi che vivevano a Miami, alcuni dei quali erano anche sul libro paga della CIA. Non c’erano connotazioni politiche, non sembra. Lo faceva per il business. Credeva di essere ormai sufficientemente potente per liberarsi dei suoi capi. Non stupisce tuttavia che il sangue versato arrivò in poco tempo a toccare lei e il suo circolo di collaboratori più stretti. Così, mentre ad Escobar fu impedito di sedere sul trono più importante della Repubblica Colombiana, la Blanco, nel 1985, finì in prigione. Ciò avvenne proprio nell’anno che segnò la grande scissione tra Cali e Medellin, che portò ad un accordo con cui i due clan suddivisero il mercato degli States. Miami rimase ai soci di Escobar, mentre New York andò ai Rodriguez-Orejuela. Ma questa è un’altra storia.

Rimanendo invece su temi più pertinenti, dopo diciannove lunghi e silenziosi anni, nel 2004, Griselda ritornò in Colombia, estradata, e di lei si persero le tracce. Ritornò proprio quando Medellin era di nuovo a capo del traffico di cocaina in Colombia e la pace con Cali pareva ritrovata. L'Ex Regina era ormai una quieta vecchietta che si godeva quello che le rimaneva del suo impero: un edificio nel cuore del Poblado, il quartiere borghese di Medellin. Ogni giorno si recava però nel suo quartiere, nel Barrio La Trinidad, diventato nel frattempo una delle più note piazze di spaccio della città. Anche da anziana, Griselda lo considerava il suo quartiere. Quello che più interessa ai fini di questo racconto è che, dando per buona la confessione di Willy, a Buenaventura, nel silenzio assoluto, alcuni lavoravano per lei. Lavoravano per La Capitana. In altre parole, mentre Don Berna e Don Diego avevano “pacificato” i vertici narcotici della Colombia, la Blanco venne, forse, premiata con una quota del Puerto per il silenzio che mantenne sui suoi traffici durante gli anni di prigionia: una sorta di pensione riconosciutale dai clan. Ma può darsi anche che la confessione di Willy fosse falsa.

A dirla tutta ho sempre ritenuto il loro legame una diceria, una delle tante storie che si ascoltavano per le strade e che spesso servivano a dare un’aura di importanza a chi le raccontava oltre che a generare una buona dose di paura tra l’auditorio. Annotai quel dettaglio da qualche parte e lì rimase per circa 2 anni quando, nel marzo del 2013, a Bogotà, durante un foro dei movimenti sociali colombiani presso l’Università Nazionale, venni a conoscenza della morte di Willy dopo un mio rincontro con Josè. Mi occorsero però altri mesi per relazionare la sua morte con quella della Blanco e comunque non trovai mai prove di legami. L’unico elemento strano era la contiguità temporale delle due morti. La Blanco morì nei primi giorni di settembre 2012. Willy un mese più tardi, insieme a quasi tutti quelli che si diceva partecipassero alla rete di contrabbandi della “Capitana” da Buenaventura.

C’era però un elemento che più degli altri insinuò il dubbio in me. Come spiegato nel post “La Leggenda di Willy” vi era qualcosa di strano nel suo modo di partecipare ai traffici illegali del Puerto e questa particolarità aveva a che fare con il suo stile mai esagerato, sempre attento a non attirare l’attenzione su di sè e quindi sui suoi. Dall’incarcerazione in poi la Blanco fece del silenzio mafioso quasi un’ossessione. Aveva addirittura chiamato uno dei suoi figli, Vito Corleone, proprio per la sua venerazione dei film di Coppola e per quello che riteneva essere lo stile della mafia italiana, quella “originale ed autentica”. Dopo la sua morte, in effetti, sono aumentati i reportage giornalistici e le biografie non autorizzate sul suo conto, quindi è stato più facile leggere di lei. Recentemente, è stato anche prodotto un film non molto accurato con C. Zeta Jones. Il documentario “Cocaine Cowboys” ripercorre parti della sua storia sulla base delle indagini giudiziarie che condussero alla sua cattura a Los Angeles nel 1985. Il libro di J.E. Smith (2013) “Cocaine Cowgirl”, è invece l'unico che fa domande sulle ragioni del suo assassinio, il cui movente ufficiale riportato tra i tanti verbali della polizia cui non fanno seguito indagini è: “debiti non pagati”. Leggendo quei testi mi chiedevo allora se il comportamento di Willy non potesse rappresentare un modo di eseguire ordini, come se avesse ricevuto una preparazione specifica sulle modalità di attuare in certi contesti. Non trovai mai una risposta.

Tuttavia, il trovarmi catturato in questa vasta rete di storie, alcune con traiettorie decisamente rumorose, mi mise di fronte in maniera diretta, quasi partecipata, al funzionamento della macchina mitica che operava nei quartieri e che allacciava paranoicamente tutti quei giovani e meno giovani che “lavoravano sulle frontiere” della città. L’incrociarsi di possibilità e contraddizioni, di domande senza risposte e di strane coincidenze che relazionavano un personaggio qualsiasi di Buenaventura ad una leggenda dei narcos costituiva un mondo possibile ma immaginario capace di richiamare un passato noto che continuava ad informare il presente. Queste storie si intrecciavano a paure e sogni di “perditempo e squattrinati” alla ricerca dell’occasione di una vita. Soprattutto erano parte di una mitologia che alimentava e sosteneva ordinamenti politici ombra proprio come facevano i più reali flussi di Capitale. Costituivano anche il pretesto perfetto con cui le agenzie di controllo entravano ed uscivano dai quartieri criminalizzando praticamente ogni passante. Per muoversi sulle frontiere di Buenaventura occorreva quindi essere consapevoli di immischiarsi in queste storie sperando anche di comprenderne il segreto più nascosto. Solo così era possibile non lasciarci la pelle magari con qualche spicciolo in più in tasca ogni giorno.

Credo allora che valga la pena riflettere meglio su questi temi a partire dal Barrio che mi ospitò.

Notazioni bibliografiche aggiuntive:

Oltre a rimandare alla bibliografia del primo post cito qui altri due testi specifici su Medelllin da cui sono tratte le descrizioni sul Barrio La Trinidad (cui va aggiunta una mia visita “di campo” per interviste nel 2014) e alcuni dettagli sulla Blanco: A. Salazar, 2016, La Parabola de Pablo e P. Riaño Alcalà, 2000, Dwellers of Memory.

manito

Bisogna ora iniziare la discesa. Il Barrio un cui ho vissuto per un anno e in cui sono poi ritornato diverse volte dal 2009 al 2014 ha bisogno di una sua storia specifica. Mi sarebbe piaciuto rimanere fedele il più possibile alle parole che furono dette quando quella storia mi veniva raccontata. Passammo molte ore e molti giorni camminando per le sue strade e ricordando cosa c’era e come stava cambiando, chi furono i primi “coloni” e chi arrivò dopo in cerca di fortuna o di un rifugio. Purtroppo molte di quelle chiacchierate sono oggi andate perdute nel senso che le registrazioni ed i video non sono più disponibili a causa di un malfunzionamento tecnologico e per mia superficialità. Rimangono però i ricordi e molti appunti sparpagliati. Le parole non sono quelle che potevano e forse dovevano essere, ma spero che la sostanza del discorso sia la stessa. Non c’è nulla da inventare. Si tratta solo di essere sicuri di poter mettere le cose al posto giusto.

La storia del Barrio iniziò all’inizio degli anni sessanta, da un’impresa pubblica colombiana che si occupava del taglio di alberi e del loro processamento per produrre carta, “Cartòn Colombia”. Cinque dei suoi lavoratori venivano da Lopez de Micai, sulla costa pacifica sud nel vicino distretto del Cauca. Di giorno tagliavano alberi e di notte rimanevano a dormire nell’accampamento predisposto dall’impresa. Quando rimasero solo pochi alberi, i cinque si chiesero cosa fare. In quell’epoca Buenaventura era ancora lontana ma la terra era vicina all’unica strada che la collegava all’entroterra. In meno di due ore di cammino si arrivava al Puerto. In canoa, dal vicino fiume Dagua i tempi si riducevano di poco. C’era acqua, c’era terra, c’erano ancora alcuni alberi e c’era una strada ad una giusta distanza dall’insediamento. I loro capi li lasciarono con qualche attrezzo e così mentre due di loro rientrarono sul Micai per chiamare le famiglie, gli altri iniziarono a costruire le loro case. Da madereros si trasformarono in coloni e poi in contadini e anche in minatori. La terra era uno dei tanti “territorios baldios” della Colombia: una terra di nessuno che era stata data in concessione ad un’impresa che poi si spostò da qualche altra parte e alcuni suoi lavoratori pensarono di occuparla invece di continuare a spostarsi (1). Nessuno di loro si immaginava in quei giorni che la città, quattro decadi più tardi, si sarebbe avvicinata minacciosa intorno a loro.

Quando arrivai a Buenaventura il Barrio era diviso in tre settori. C’era il Barrio Viejo dove vivevano i primi coloni. C’era il settore dei Refugiados che arrivavano da diversi villaggi del distretto del Cauca scacciati dalle loro terre dal Bloque Calima. E c’erano le Invasiones, che era una zona di espansione urbana a ridosso del colle del Barrio Viejo dove arrivavano famiglie e gruppi di persone montando case di fortuna con la speranza poi di stabilirsi. Il Barrio rappresentava ancora una frontiera tra Buenaventura e le foreste tropicali del Pacifico ma ormai la strada distava solo 20 minuti di cammino, il Puerto era a 45 minuti di colectivo e le case di molti altri quartieri della città dominavano la vista dal colle dove sorgeva il Barrio Viejo.

Durante il lavoro di campo centrai la mia attenzione soprattutto sul Barrio Viejo di cui feci un censo, casa per casa, per definirne condizioni economiche, numero di persone e per avere l’occasione di scambiare qualche parola su aspettative di vita, sogni o delusioni. Vi vivevano poco più di 800 persone, alcune in condizioni di indigenza estrema, soprattutto quelle che non appartenevano alle tre famiglie allargate principali che discendevano dai coloni orginari. I loro discendenti occupavano approssimativamente ancora le zone del barrio intorno alle terre allocate inizialmente, poi suddivise tra i diversi eriditieri. Negli anni ‘80 vi fu una seconda ondata migratoria di famiglie provenienti per la maggiorparte dal Chocò, quindi dal Pacifico nord, dovuta a trasferimenti “a catena” che seguirono i vincoli matrimoniali di membri di alcuni villaggi con i discendenti dei coloni originari. Questo generò diversi casi di parcellizzazione delle terre per la loro rivendita su cui si delinearono alcune gerarchie socio-economiche più durature che permisero certe specifiche forme di leadership locale. Tuttavia più che espandersi, il Barrio Viejo venne progressivamente urbanizzato trovandosi percorso dai processi migratori che riguardarono Buenaventura.

Tra questi il principale fu senza dubbio l’arrivo di rifugiati caucani all’inizio del nuovo millennio. La relazione che mantenni con il loro settore dipese da una serie di progetti di sviluppo che impegnavano la maggior parte delle giornate. Si trattava di tre unità produttive, due delle quali erano state realizzate nella “Riserva” mentre una sorgeva nel settore dei Refugiados. Avevano diversi obiettivi. Il principale era il raggiungimento negli insediamenti della cosiddetta “sovranità alimentare”, cioè di una quasi completa autosufficienza nell’approvigionamento di cibo. Speravano poi di generare una transizione produttiva dalle miniere d’oro che all’epoca impiegavano la maggiorparte dei maschi in età lavorativa del Barrio Viejo. Avevo infatti verificato che almeno una persona per famiglia si dedicava, anche in maniera saltuaria, alla “mineria”. Nel corso di tutti gli anni 00 fu attiva una grande miniera d’oro, quella di Zaragoza, sul fiume Dagua, che distava solo 50 minuti di colectivo. La maggiorparte dell’urbanizzazione più recente delle zone intorno al Barrio erano proprio di minatori che decidevano di spostarsi in maniera permanente a Buenaventura dopo aver lavorato lì. L’orientamento “organico” delle coltivazioni non seguiva quindi mode “globali” ma nasceva per spiegare l’importanza di una corretta alimentazione in zone ad alta contaminazione mineraria. L’impatto ecologico della miniera sull’ecosistema locale fu infatti vasto. Dopo anni di sfruttamento il corso dello stesso fiume Dagua era cambiato e le sue acque e molte delle falde acquifere che aprovigionavano il Barrio stesso erano state inquinate con mercurio ed altre sostanze tossiche che poi rientravano nella catena alimentare attraverso i pesci e le alghe che gli abitanti continuavano ad estrarre da lì. Quindi oltre a svariati ortaggi e frutte tipici della costa Pacifica vi erano anche allevamenti di galline, maiali e tilapie, un pesce di origini africane che aveva trovato nel Pacifico colombiano un habitat quasi perfetto per la sua riproduzione. Le unità lavorative erano gestite da cooperative che, soprattutto nelle fasi iniziali, quando si ricevevano sussidi ma non c’erano entrate monetarie, si reggevano sullo schema “cibo per lavoro” dei soci. Questo fattore costituì, purtroppo, la debolezza strutturale del progetto poichè fece desistere molte persone nelle fasi iniziali contraddistinte da molto lavoro e quasi nessun guadagno rendendo poi molto difficoltoso il loro reinserimento nelle fasi successive segnate, invece, da maggiori entrate monetarie e da minor desiderio di condivisione dei proventi. La collaborazione con i rifugiati caucani e con il loro leader, Don Agapito, fu comunque essenziale per generare percorsi formativi che riguardavano famiglie di “ex pescatori” o di “minatori” con minore dimestichezza nei lavori dei campi e nella gestione delle coltivazioni organiche. Servì anche per alleviare invidie e costruire ponti tra due mondi molto vicini ma “tagliati” dalla guerra per il Puerto, tra chi con estrema difficoltà aveva tirato su una casa e una famiglia e chi dopo aver perso tutto, riceveva sussidi per ricostruirsi una vita.

Dalle Invasiones, invece, arrivavano continuamente sorprese che avevano le sembianze di persone improbabili che a giorni alterni si facevano una camminata per salutare Josè e scambiare due chiacchiere con chi incontravano. C’erano personaggi di ogni tipo: da vecchi camionisti disoccupati a raspachines che avevano abbandonato il lavoro con la coca per poter diventare minatori, fino a venditori ambulanti di pesce, stregoni che vendevano pozioni magiche ed amuleti e ballerini e ballerine dei club di “salsa brava” (salsa cattiva) come chiamavano, da quelle parti, le balere che rimanevano aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Grazie alle Invasiones dalla via del Barrio Viejo ogni giorno vedevamo scorrere un vasto campionario di persone in cerca di fortuna arrivate da tutti gli angoli del Pacifico colombiano. Vista l’origine rurale del Barrio l’incontro con queste alterità aveva una certa importanza nel riportare le atmosfere del Barrio Viejo dentro i mondi urbani di Buenaventura. Forse anche per questo dopo le 5 del pomeriggio, più o meno, tutti ben vestiti e con i capelli in ordine iniziavano quello che nel sud Italia si chiama “lo struscio”, cioè il passeggio continuato di due o tre vie per vedere e farsi vedere, fare due chiacchiere e quattro risate fino alla cena, quando si rientrava nelle case e le strade si facevano buie a causa della quasi inesistente illuminazione pubblica. Le musiche erano offerte da chi aveva gli altoparlanti e mantenevano la salsa come rigoroso sottofondo. Chi poteva si beveva una birretta comodamente seduto su una sedia posizionata davanti alla porta di casa da cui godeva della brezza del tramonto e della bellezza locale. Le migliori serate erano quelle che seguivano a una pioggia rinfrescante quando era più piacevole sfoggiare nuovi monili oltre che indumenti e scarpe acquistati da poco in qualche negozio del Puerto.

Per tentare una descrizione sintesi, il Barrio sembrava un luogo di racconti ancestrali che non terminavano mai. Vista la sua posizione esterna ma dentro la città, si viveva dentro un’atmosfera sospesa che forniva una naturale inclinazione a non cercare troppi dettagli e troppe spiegazioni. Chi arrivava in visita a volte diceva di sentirsi nella Buenaventura di molti anni prima quando ci si poteva ubriacare di notte e finire a dormire su di una panchina del molo turistico certi che non sarebbe accaduto nulla o dove le case delle persone non avevano le sbarre e porte e finestre rimanevano aperte. Chi si spingeva fino a questo limite estremo della città, superate le paure iniziali, alla fine provava uno strano senso di tranquillità. Sapeva che non gli sarebbe accaduto nulla. Era questa un’impressione ricorrente che molti imputavano alla vicinanza della foresta, all’assenza dei rumori costanti della città e in generale a una vita che ancora aveva poco di urbano scandita da persone che richiamavano alla memoria i villaggi lungo i fiumi da cui un pò tutti erano arrivati o in cui avevano famiglia e parentele. A spaventare semmai erano alcuni luoghi specifici che ne avevano segnato la storia recente e dove era meglio non andare, specialmente se non accompagnati, per non “fare arrabbiare gli spiriti”, come diceva Vilma.

Il principale era un campo di calcio che si trovava a metà del cammino che collegava il Barrio Viejo con quello dei Refugiados ed era non lontano dalla cosidetta “casa dei Paisas” (la casa dei bianchi e\o la casa dei narcos) che ho descritto brevemente nel post 2.2. Molti abitanti raccontavano che in quella zona i gruppi armati eseguivano le esecuzioni dei loro condannati a morte. Di solito capitava di notte quando si ascoltavano i rumori di vetture, normalmente dei taxi, accompagnati da moto cui poi seguivano quelli degli spari. Durante la mia permanenza la pratica era cessata, ma riguardava un passato molto recente del Barrio, pochi anni prima. Le autorità ufficiali consideravano tutta quella zona, insieme ad altre nella comuna 12, un “cimitero informale” della città che era un modo politicamente corretto per segnalare la probabile esistenza di fosse comuni per cui mancavano la volontà politica o la forza necessarie per scoperchiarle. Anche per questo esisteva una regola non scritta che consigliava a tutti un coprifuoco notturno più o meno dopo le 10 di sera. Chi voleva uscire doveva farlo preferibilmente prima e rientrare la mattina successiva. La ragione di questa prassi non stava in un divieto imposto da qualcuno. Era semmai un’usanza di chi voleva evitare di vedere e farsi vedere da una di quelle carovane della morte.

Scandagliando tra i racconti del Barrio la casa dei Paisas era certo il luogo maggiormente collegato alle storie presentate nei post precedenti. Era usata per le fughe che spesso si tramutavano in memorabili feste dei fedeli di Don Diego prima e di Varela poi, gli ex soci dei Rodriguez-Orejuela. Quando arrivavano i loro scagnozzi, alcuni raccontavano che di solito distribuivano mance e che era meglio camminare seguendo altre vie. Per quasi tutti diventava impossibile mantenere dei contatti con il settore dei Refugiados. La casa dei Paisas rappresentava quindi a tutti gli effetti una frontiera urbana che si chiudeva ogni volta che un Capo si dava alla latitanza. Di solito nessuno sapeva nulla sul nuovo arrivato ma era probabilmente un “paisa” (bianco) sul quale in poco tempo inziavano ad ascoltarsi voci che raccontavano ogni nefandezza di cui era capace. Spesso si mettevano in movimento dei pick-up pieni di gente armata che facevano continuamente la spola tra la casa e la strada principale a valle dando l’idea di voler marcare un territorio che era tornato invalicabilie per quelli di afuera. Questo, di solito, serviva anche per zittire un certo vociare e metteva tutti in guardia circa un rischio più concreto di scontri armati e di tiroteos (sparatorie). In quei frangenti, il Barrio si trovava in ostaggio di personaggi che non conosceva e che appartenevano, in un modo o nell’altro, a quelle storie di cui ho scritto in precedenza.

Esistevano analoghi ricordi che raccontavano di almeno altre due ondate di militarizzazione questa volta però da parte dell’esercito regolare, subite negli anni del Bloque Calima e a causa degli sviluppi della guerra a Buenaventura. In un caso in particolare, i militari che non erano interessati a pattugliare i quartieri dove stavano avvenendo le stragi dei “para”, si posizionarono lungo i bordi esterni della città da cui pare la difendessero dall’ingresso di gruppi irregolari provenienti da zone al di fuori dell’area urbana. Ufficialmente controllavano ogni ingresso di persone, evitando l’approvvigionamento di armi o di sostanze illegali. Per via della sua posizione il Barrio sorgeva, infatti, in un punto di snodo logistico strategico della guerra di guerriglia. Per questo i soldati, quelli regolari, si stabilirono in due dei suoi punti di accesso: a sud, sul versante della “foresta”, e ad est in direzione della casa dei Paisas ma ad una buona distanza. Da lì coprivano eventuali ingressi dal vicino fiume Dagua e da alcune verede non molto lontane che si diceva stessero con le FARC. In quelle settimane alloggiarono dentro due costruzioni che venivano altrimenti utilizzate per le assemblee del Consiglio Comunitario (il cui riconoscimento ufficiale in base alla Ley 70 avvenne nel 2013) e per diverse attività con le ONG locali. Nei racconti degli abitanti le regole sul coprifuoco e le atmosfere non cambiavano. Molti di loro ricordavano di aver provato sensazioni analoghe, di sentirsi in ostaggio oltre che strumento delle guerre di altri. Inoltre i ragazzi del quartiere invece di ricevere mance, di solito venivano perquisiti mani al muro e con modi non proprio amichevoli.

Durante la mia permanenza le modalità della presenza di gruppi armati “esterni” o de afuera, come ci si riferiva in generale a questo tipo di dinamiche, cambiò radicalmente rispetto a quei racconti. Non vi furono manifestazioni così nette di potenza. Al contrario si viveva una quotidianità scandita da apparizioni molecolari che generarono comunque trasformazioni anche radicali nei rapporti locali di potere, seppur su di un arco temporale più ampio. Erano in azione dispositivi disciplinari più sottili che avevano, forse, maggior presa sugli abitanti proprio per via di quei ricordi. Erano preferiti o erano più facilmente accettati perchè emotivamente meno dolorosi. La vita proseguiva senza essere messi di fronte forzatamente al “reale di Buenaventura”. Gli eventi culmine, a volte anche estremamente violenti, non erano certo terminati. Tuttavia sembrava che vi fosse una distribuzione immaginaria degli abitanti che permetteva di localizzare quegli eventi dentro precise storie di vita o di ricondurli a reti identificabili di persone. L’evento, più o meno violento, era per questo sempre analizzato in un quadro punitivo. In alcuni casi appariva quasi meritato, perchè non più casuale o generalizzato, ma indirizzato e chirurgico. Creava uno campo emotivo in cui oppressione e liberazione si fondevano dentro una rabbia personale in cui il singolo trovava un oggetto preciso contro cui sfogarsi; il colpevole di turno. Poco importava che, in alcuni casi, come verificai personalmente, si trattava di capri espiatori che poco avevano a che fare con i fatti per cui li si incriminava. Ciò che veramente risultava efficiente era la catarsi prodotta dallo spettacolo della punizione, perchè non riguardava più tutti. Invece di produrre “impotenza”, come durante le militarizzazioni, localizzando “il male del Puerto” tra quelli che avevano fatto delle “scelte sbagliate”, la punizione confermava la bontà delle azioni delle istituzioni intermedie che orbitavano intorno al Barrio. Per rendere tutto questo possibile, i dispositivi disciplinari seguivano una tattica di base: generare continui tagli nel corpo sociale del Barrio. Ciò avveniva in due modi principali: 1. usando momenti “decisivi” che obbligavano gli abitanti a scegliere un campo da cui osservare lo svolgersi degli eventi e 2. facendo circolare ex ante narrazioni che fornivano “teorie credibili del mondo” che preparavano l’interpretazione di quegli stessi eventi e degli assestamenti che ne sarebbero derivati.

Per tentare una migliore descrizione di tutto ciò, proverò a suddividere “tre epoche” stabilite seguendo le denominazioni ufficiali delle istituzioni intermedie che si diceva coordinassero i gruppi locali “di frontiera”, sia quelli che si erano professionalizzati dopo la paramilitarizzazione della città, sia quelli che ancora costituivano socialità giovanili spontanee. Seguirò inoltre le narrazioni dominanti che piegavano gli eventi di quegli anni nella Comuna 12 dentro “un conflitto armato” che riguardava solo “los malos” (i cattivi), come gli abitanti si riferivano in generale a coloro che si diceva integrassero quelle istituzioni intermedie. Come già scritto in precedenza, distinguerò però tra i muchachos o i combo, per riferirmi a formazioni che appartenevano al mondo di adentro (conosciuti o del Barrio) oppure a gang o pandillas per richiamare un gergo poliziesco, a volte usato per nominare formazioni e socialità di afuera (di un’altra zona o di un’altra rete). Su queste premesse, la prima epoca fu l’epoca dei “Rastrojos”, la seconda quella del “passaggio” e la terza quella degli “Urabeños”. Ognuna di queste epoche fu contraddistinta da cambiamenti di leadership locale, da diversi flussi di fondi pubblici e di Ong e da alcuni momenti “decisivi”.

Per non appesantire eccessivamente la lettura, le proporrò nel prossimo post.

Dove non diversamente referenziato, tutti i fatti riportati nel blog sono frutto di osservazione diretta o di racconti ascoltati e registrati nel corso di 4 anni vissuti in Colombia tra le città di Buenaventura, Cali, Bogotá, Caloto e Caldono in tre diversi momenti. Il primo periodo corrisponde a un viaggio per uno studio di pre-fattibilità del progetto di dottorato, svolto tra il giugno e il settembre del 2009 soprattutto a Buenaventura e Cali. Il secondo periodo, tra il luglio 2010 e il dicembre 2011, corrisponde al lavoro di campo per lo stesso dottorato in antropologia sociale svolto in collaborazione con il CIDSE della Universidad del Valle di Cali e per i primi mesi con il Dipartimento di Antropologia della Universidad de los Andes. Per la maggior parte del tempo ho vissuto a Buenaventura nella zona delle “invasioni”, a Cali lungo l'Avenida Sexta e, nella parte finale, nelle zone di Caloto e di Caldono per l'organizzazione di una marcia commemorativa di una strage paramilitare. Nel terzo ed ultimo periodo ho invece collaborato a Bogotá con l'Istituto Colombiano di Antropologia e Storia, dall'aprile 2013 all'agosto 2014. In questa fase, ho lavorato soprattutto con rifugiati del Pacifico colombiano e di Buenaventura. Inoltre, per circa due mesi, dal settembre al novembre 2014, durante una consulenza per l'Ufficio delle Nazione Unite per le Droghe e il Crimine ho osservato più da vicino le logiche ufficiali della Guerra alle Droghe. Ho potuto così intervistare attori del conflitto armato dentro spazi istituzionali che mancavano quasi del tutto alla mia ricerca iniziale, aggiungendo dettagli non banali a tutto il lavoro svolto.