[3.1] – I Cattivi Selvaggi: Epoca 1
L’approccio con cui vorrei raccontare alcune dinamiche socio-economiche del Barrio aspira a posizionarsi da qualche parte tra la “storia” intesa come racconto della sovranità e della grandezza quotidiana di un sovrano, e la “contro-storia” di chi si è trovato percorso da tanta potenza ritrovandosi poi resto ininfluente di più ampi processi (1). Nel narrare la rilevanza strategica di Buenaventura fin qui, ho cercato di mostrare come la gestione ed il controllo di persone “ininfluenti” siano diventati parte della storia, cioè di un interesse più generale dentro il sistema politico-economico colombiano. Ciò è avvenuto principalmente a causa di necessità logistiche che hanno reso l’economia ufficiale incapace di soddisfare i bisogni della maggioranza degli abitanti e ad intrecci sempre più variegati tra economie legali e non. La combinazione di questi fattori ha reso economicamente vantaggioso oltre che politicamente rilevante l’azione di controllo e definizione degli “ininfluenti”. Non è mia intenzione far emergere di qui un discorso sulla rivolta come contro-storia. Seguendo Foucault cercherò invece di descrivere i rapporti di forza locali, quindi anche le rivolte, come parte di sistemi politici più complessivi. Proverò però a “studiarli” al di fuori del modello giuridico-legale della sovranità basata su di “un individuo come soggetto di diritti naturali o di poteri originari” (1997:229) cercando di rintracciare una matrice “afro-colombiana” di quei sistemi. Se da un lato è infatti possibile comporre una storia comune di diaspora, servitù ed oppressione oltre che di resistenza, dall’altro, con l’osservazione partecipante, emerse qualcosa di ulteriore e di innovativo che potrebbe essere interessante sviluppare meglio. Nei post precedenti ho spesso richiamato l’attenzione sulla fluidità di alcuni micro-modelli organizzativi nei margini. Credo che questa definizione possa essere migliorata e proverò a farlo etnograficamente. Lo scopo è quello di dimostrare che una “rivolta” è tale se intesa a partire dal “modello sovrano” ma potrebbe essere vissuta e conosciuta come qualcosa che per ora chiamerò, un “interregno africano”, a metà, diciamo così, tra una storia ed una contro-storia.
Le conclusioni del post precedente sono il punto di partenza di questa dimostrazione. In poche parole, il Barrio rappresenta un’evidenza di alcune e più ampie dinamiche della guerra per il Puerto. La raccolta di ricordi e storie e l’osservazione delle tattiche di controllo che lo trapassano mostrano lo svolgersi di alleanze e relazioni di non belligeranza tra gruppi in armi o dediti al narcotraffico in maniera quasi lineare. Descrive cioè una serie di strategie che sono state impiegate per “pacificare” la città con l’obiettivo di disarticolare ogni forma organizzativa locale che non si conformava, per qualche ragione, a certi interessi del sistema politico-economico generale oppure di annetterla ad esso. La soluzione proposta dal “modello sovrano” sembra tenere assieme le diverse tattiche attraverso una guerra civile permanente fatta di tagli e micro-lotte disseminate e capillari che indeboliscono in forma generalizzata, deprimono o spingono verso la ricerca di una libertà momentanea ed individuale ma non propriamente comune. Seguendo questa comprensione degli eventi, vorrei provare a descrivere la storia recente del Barrio come un “abbaglio” prodotto dal potere che dopo essersi mostrato con un eccesso di luminosità e con molto rumore, ha poi generato la sua necessaria ed inevitabile accettazione ed interiorizzazione attraverso il silenzio.
Il potere qui inteso foucaultianamente in termini di rapporti di forza è quindi emerso in forma profondamente sbilanciata ed asimmetrica, imponendosi quasi come una verità manifesta; una presenza autolegittimante resa necessaria da una giustizia ovvia in sè cui gli abitanti del Barrio sono stati semplicemente messi di fronte. Mentre si commettevano stragi in città, l’esercito faceva in modo che nessuno si intromettesse in quel “regolamento di conti”. Seguendo il modello sovrano, questa necessità doveva essere accettata dagli abitanti perchè giusta e legittima per costruzione. Nonostante ciò, l’indicibilità della verità che si mostrava non era certo permanente. Per questo altre tattiche successivamente la sostennero fino a renderla un “segreto” condiviso tra invasori ed invasi. Da un lato il “terrore” sempre latente, iscritto in luoghi come il campo di calcio e nei rumori di spari improvvisi nella notte, riaffermava la condizione esistenziale di vivere in un ordine incompleto. Dall’altro, il silenzio che veniva retribuito attraverso la miniera d’oro di Zaragoza, costruiva collusione e legami con i quali in molti credevano di aver trovato rifugio dalla parte dei “vincitori”, non più “oppressori” ma “salvatori” in base alle possibilità che la vita via via offriva. Questa normalizzazione ed interiorizzazione dei rapporti di potere costituisce un asse portante dello svolgersi delle tre epoche che vorrei ora descrivere.
La fase dei “Rastrojos” è quella che conobbi meglio perchè si sviluppò durante il mio lavoro di campo e prima ancora durante le mie visite iniziali nel Barrio fin dall’agosto 2009. Come ho cercato più volte di spiegare, dal Barrio non era possibile identificare un’istituzione intermedia coerente; solo socialità che visibilizzavano rapporti di forze. Ad esse si aggiungevano i commenti degli abitanti, quei pochi disposti a “definire” un gruppo dentro le macro-categorie disponibili. Quelli che lo facevano avevano comunque accesso ad informazioni che provenivano da organizzazioni altre rispetto al Barrio o “de afuera”, per rimanere alle categorie che segnavano i racconti locali, e si basavano, a loro volta, su fonti di origine militare. I diretti interessati preferivano di gran lunga rimanere lontani da quelle definizioni e difficilmente si riferivano a loro stessi usando quegli stessi nomi. Esisteva poi una precisa “etica del silenzio” che riguardava le modalità possibili con cui affrontare certi temi e che, a mio parere, originava in quelle pratiche come le militarizzazioni del Barrio in cui la “Legge” si manifestava come un destino podotto dalle “scelte sbagliate” di alcuni.
Durante il mio lavoro di campo misi assieme tre regole principali che ordinavano le modalità rumore-silenzio. La prima era un principio generale per il quale “nadie sapea un para” (nessuno può essere il delatore di un paramilitare). La parola spagnola ricavata dal verbo “sapear” significa letteralmente “fare la spia” ma il “sapo” è anche una rana la cui caratteristica è quella di non smettere mai di gracidare. L’uso specifico del verbo “sapear” richiamava alla memoria l’epoca degli anni ‘90, resi celebri anche da una famosa serie TV locale, in cui la delazione veniva dipinta come l’arma principale che fece cadere l’impero dei Rodriguez-Orejuela. Molte delle storie disponibili di quegli anni raccontano infatti di un’informazione impazzita in cui ognuno sembrava raccontare un segreto del mondo narcotico per cercare di ricavarne qualche beneficio. Tanti ex-poliziotti di Cali e della Valle del Cauca cercarono di ricevere sconti di pena e soprattutto di non perdere le ricchezze acquisite “raccontando la loro versione dei fatti”. Il più importante testimone di quegli anni fu proprio Patiño che dopo essersi consegnato alla DEA pare abbia raccontato proprio tutto quello che sapeva alle autorità giudiziarie degli States causando violente ritorsioni contro la sua famglia rimasta in Colombia. Circa 35 suoi familiari furono assasinati. Al suo ritorno, nel 2010, diede inizio ad una vendetta su vasta scala che fu l’origine del passaggio di poteri che toccò direttamente anche il Barrio con la sostituzione “ufficiosa” dei Rastrojos con gli Urabeños. Comunque le si osservi, le delazioni incrociate generavano vendette e violenze trasversali e “sapear” era comunemente inteso come un’azione profondamente pericolosa per tutti.
Il secondo principio riguardava invece una più generale regola di vita, cioè il “no meterse en la vida ajena” (non farsi gli affari degli altri). Per come lo intesi dopo conversazioni infinite, significava relazionarsi ai fatti mai in maniera interrogativa o investigativa. Non bisognava cercarli ma fare in modo che fossero loro ad arrivare alle orecchie. Ciò che realmente importava era non essere mai sorpresi nell’atto di fare domande o nel “chiedere in giro” sulla vita di qualcuno. Ad ogni domanda che si riceveva si doveva invece rispondere a partire dalla propria vita, dalla propria esperienza e fare in modo di non divagare mai in quella di altri di cui non si poteva sapere. Si trattava quindi di un principio che tentava di ordinare il pettegolezzo all’interno delle “zone proibite” della città, dove era meglio non fare domande perchè tanto non si conoscevano le risposte ed una verità pareva non esistere.
Il terzo principio era forse quello più rilevante da un punto di vista antropologico perchè riguardava la necessità di trovare un equilibrio psichico rispetto ai traumi prodotti dalla violenza in città. Era quello dal campo cosmologico più vasto che spronava le persone “sane” a “no hablarle a la muerte” (non parlare con la morte), che in estrema sintesi significava non richiamare alla mente i ricordi di persone scomparse di “mala muerte”, di morte violenta. Per spiegare tutto questo si scomodavano spiriti che si manifestavano come energie che entravano ed uscivano dalla persona che evocava quei ricordi abbandonandosi a rinnovate sofferenze oltre a quelle già patite. In molti casi costringevano la persona ad entrare in uno stato di malinconia dal quale sarebbe stato poi molto difficile uscire. Ricordare certi eventi che avevano segnato la storia del Barrio era una cosa pericolosa, non solo per paure di ritorsioni, ma semplicemente perché “asi uno llama los problemas” (in questo modo i problemi arriveranno). Imparare a vivere nella regola del silenzio di Buenaventura significava invece trovare una modalità esistenziale che permettesse di posizionarsi ad una giusta distanza dalla “mala muerte” o di lasciarla andare (dejarla ir) quando arrivava troppo vicina. Per spiegare come ciò avvenisse nella pratica avrò bisogno di alcuni post.
Ciò che appare rilevante ora è che da dentro questa “etica del silenzio” l’articolazione delle relazioni nel Barrio tra i diversi attori o tra emissari delle istituzioni intermedie apparivano molto più intricate delle semplici definizioni che venivano apposte. Nel post [3 di 3] ho descritto ad esempio le implicazioni emozionali e sull’immaginario locale che ebbe il ritorno di Willy nel Barrio nel Natale 2010. Ripensare a quei giorni ed al rumore generato fa emergere un’opposizione narrativa importante rispetto ai campi di indicibilità generati intorno alla casa dei Paisas o alla militarizzazione delle casette comunitarie. Su di uno sfondo etnico ma anche genealogico e territoriale, il ritorno di Willy produsse un cortocircuito radicale nelle narrazioni egemoni sul conflitto locale. Willy sembrò materializzare un potere vicino, più amichevole, di cui tutti sembravano voler prendere un pezzo anche solo standogli accanto. Per qualche giorno di festa, “il male del Puerto” parve non essere subìto ma agito. Il suo essere “de los nuestros” (dei nostri) non implicava una scelta di campo vera e propria ma una rivincita effimera che era anche solo poter festeggiare il ritorno di qualcuno del Barrio “che ce l’aveva fatta”. A chi importava il lato nel quale stava?
Per alcuni Willy era in effetti un integrante dei Rastrojos. Eppure, dando per buona la sua stessa confessione ma anche altre storie, le sue relazioni nella “zona grigia” erano molto più complesse. Per descriverle userò un espediente, qualcuno che a lui era molto vicino. Il nipote, Julian, fu assasinato insieme a Willy nell’ottobre del 2012 e viveva nel Barrio. Anche lui era molto taciturno circa la reale natura dei suoi affari ma definiva se stesso ed i suoi (mi gente) come “para”. Risaliva quindi un albero genealogico del suo gruppo in armi fino all’epoca del Bloque Calima, superando di netto la fase della scissione tra Rastrojos, Machos ed Aguilas Negras e poi quella tra Rastrojos ed Urabeños. Commenti analoghi erano prodotti da persone a lui vicine. Tuttavia quando altri “para” arrivarono nel Barrio, qualche mese dopo, e la sua posizione di comando fu messa in discussione, si resero necessarie nuove alleanze, nuovi tagli, nuove partizioni. Che “para” era allora Julian e per osmosi quelli che stavano intorno a lui ed allo zio?
Per tentare una risposta non posso che richiamare le storie del Barrio ed interpretarle dentro l’etica del silenzio presentata sopra. I primi 6 mesi dal mio arrivo furono segnati da una continua presenza simbolica della Polizia Nazionale che accompagnava i programmi di sviluppo finanziati tra gli altri dalla Croce Rossa Internazionale. La Polizia organizzava eventi estemporanei, separati dai progetti produttivi, con i quali cercava di avvicinarsi alla popolazione distribuendo cibo ed accessori per la viabilità su moto come giacche catarifrangenti ed altri oggetti. Durante quelle giornate di donazioni molti di coloro che orbitavano intorno alla sfera di Willy e Julian si davano da fare per raccogliere la popolazione sulla strada e per fare in modo che tutti ricevessero qualcosa. Questa manifestazione di una relazione di “non belligeranza” era spiegata in diversi modi dagli abitanti. Molti non sapevano nemmeno delle confermate commistioni tra, ad esempio, Varela, il capo dei Rastrojos, o del cartello del Norte del Valle e la polizia di Cali. Non dovevano per forza ipotizzare dinamiche più complessive ma mettevano assieme voci ed una condizione che era semplicemente visibile. La Polizia si appoggiava al gruppo di Julian per presenziare il Barrio in uniforme e alcuni dicevano che Julian era dei Rastrojos.
Questa commistione non era ovviamente sempre ben accetta. In un’occasione si rischiò di far cadere la rinnovata presenza “amichevole” perchè la Polizia Nazionale richiese di poter mantenere due agenti in borghese, “un paisa” e un “cholo”**, come li chiamavano nel Barrio, per occuparsi della sicurezza delle unità produttive durante il giorno. Entrambi venivano dalla zona caffettera del Paese. Rimanevano solo durante le ore di ufficio, dalle 9 alle 4.30 circa ed erano ufficialmente disarmati. Più o meno tutti sapevano della loro affiliazione ma nelle prime settimane dal loro arrivo, la moto da enduro con i colori e le scritte della Polizia Nazionale che usavano per recarsi nel quartiere costituì l’origine di una crisi diplomatica. In molti associavano quella moto all’inizio di una nuova militarizzazione o più semplicemente ad un’operazione di intelligence con la quale la Polizia avrebbe iniziato a raccogliere informazioni casa per casa con modalità non chiare e magari inserendosi nei percorsi estorsivi che condizionavano la vita di alcuni abitanti. Durante concitati incontri in cui piovevano insulti contro Josè reo, in quanto Presidente del Consejo Comunitario, di aver accettato quella presenza, alcuni ragazzi presero la decisione di rubare la moto per poi bruciarla e buttarla da qualche parte. Proprio grazie all’intervento di Julian si trovò una soluzione facendo ridipingere la motocicletta di nero in modo che i colori della Polizia non fossero più visibili. Si cercò quindi di salvare un’apparenza rispetto agli spazi di “afuera” del Barrio affermando un potere negoziale negli spazi “de adentro” ma Julian ribadì anche che il suo ruolo era vincolato ad una collaborazione con i corpi regolari dello Stato.
Questa relazione fu confermata durante la campagna elettorale per le elezioni del sindaco. Nel maggio del 2011, colui che avrebbe poi vinto le elezioni di Buenaventura, Bartolo Valencia, del Partido Liberal, fece un comizio nel Barrio. Ad accompagnarlo nel cammino fino alla casetta comunitaria ed a gestire la sua sicurezza, oltre ad alcune volanti della polizia furono proprio Julian insieme ad altri dei “suoi” che rimasero tutto il tempo sulla strada accanto alle vetture ed alle moto che si erano radunate per l’occasione. Tutto era ampiamente normalizzato. Il gruppo di Julian nel Barrio durante l’Epoca 1 era del tutto organico alle strutture politiche locali. Rispetto a quanto riportato in alcuni testi su mafie e gruppi insurgenti (1, 2) quindi non si possono analizzare quei “para” osservando il business della protezione. Al contrario segnalando la loro presenza dispiegavano forze con cui impedivano la cattura del Barrio da parte di altre reti. Può darsi che lo facessero per essere sicuri di non avere problemi nella gestione delle loro economie private o che dal margine in cui ci trovavamo non potessimo vedere strategie più complessive ed azioni meno magnanime che toccavano invece altri quartieri. In ogni caso i fenomeni estorsivi di cui si ascoltava in maniera diffusa che riguardavano il pagamento del pizzo (vacuna), ad esempio, per far circolare una mototaxi nella comuna, non toccavano il Barrio nel senso che Julian e “i suoi” agivano intercedendo per evitare un pagamento o per permettere un posizionamento sul mercato. Stabilivano quindi una presenza negoziale con il resto della città piuttosto che un sistema di confrontazione. Per riuscirci operavano da dentro alleanze multiple e si relazionavano anche con i corpi ufficiali dello Sato. Nel farlo ribadivano qualcosa che assomigliava ad un limite o un solco oltre il quale non si voleva e poteva andare. Willy e Julian stavano lì a ricordarcelo ed a farlo credere.
In questa prospettiva i giorni del ritorno di Willy furono certamente un evento “decisivo”. La popolazione fu messa di fronte alla scelta di mostrargli pubblicamente appoggio oppure di chiudersi in casa perchè trattavasi, in ogni caso, di un “malo” che con il rumore della sua presenza avrebbe attirato nuovi problemi. Ma aprì anche le danze del Natale che era certo la festa di tutti. Alcuni minatori raccoglievano denaro da mesi per permettere alle famiglie di celebrare degnamente. In quei giorni però accadde qualcosa che non si ripetè più durante l’anno che trascorsi a Buenaventura. Ci si addormentava dove capitava e ci si svegliava con qualcuno che stappava una “poker” (birra) ed offriva un caldito de pollo (brodo di pollo) contro i dolori di testa per non perdere nemmeno un secondo dei festeggiamenti. Bisognava ricominciare subito a celebrare tanto che dopo 7 giorni di continue bevute e mangiate in giro per il Barrio, Josè dovette dichiarare due giorni senza alcol che gli causarono critiche e proteste ma anche alcuni ringraziamenti.
A segnare quei ricordi e quei giorni fu proprio un’alternanza continua tra adentro ed afuera prodotta dai ripiegamenti della storia e delle storie dove sorgevano senza sosta nuovi possibili lati e posizioni nel conflitto. Questa esperienza che si palesò in quei giorni articolava le quotidianità ed imbeveva le vite nel Barrio in forme molto più generali e complessive di come una settimana di festa potrebbe far pensare. La paramilitarizzazione di Buenaventura aveva frammentato le visioni del futuro dentro una miriade di piani paralleli il cui punto di partenza era ormai una pragmatica necessità di prendere quello che c’era. Non c’erano o non c’erano più missionari laici a professare il mondo in comune secondo Karl Marx o a fissare delle boe in mezzo all’oceano. Si aveva invece la sensazione di trovarsi nel mezzo di spazi di potenzialità, di “interregni” che potevano durare una settimana o un mese, o qualcosa di più, e questa incertezza e la necessità di parteciparvi costitutiva un aspetto fondamentale di ordinamenti non-sovrani che costituivano lo spazio politico dei luoghi ai margini del Puerto. In questo senso, Julian e Willy non integravano un’organizzazione criminale. Dal punto di vista del Barrio quella possibilità non aveva rilevanza alcuna o se ce l’aveva riguardava solo pochissime persone. Visibilizzavano però dei sistemi politici fondati sulla forza delle relazioni che li sostenevano. Non c’era nessun diritto naturale o potere originario a definire un prima e un dopo della vita nel Barrio o a decretare la sovranità di un individuo sugli altri. Tutto era semplicemente in divenire ma bisognava riuscire anche a starci nel mezzo. La mia ipotesi è che se questo era vero nel Barrio, poteva e forse doveva esserlo anche altrove, tra i quartieri del Puerto, dove si viveva quotidianamente al di là delle categorie “criminologiche” che tentavano di definire racconti sovrani o sui sovrani. Era certamente in atto una lotta per l’influenza e per il “far cerdere” e Julian senza dubbio vi partecipava. Se però esisteva una tendenza all’assimilazione ed al riconoscersi oltre i limiti territoriali, questa veniva sistematicamente interrotta. La strategia dominante era infatti frammentare o unificare in senso sovrano\criminologico i diversi processi locali in base alle necessità. Così sullo sfondo di una corsa agli armamenti di piccolo taglio, la guerra civile emergeva come paradigma di governo di Buenaventura.
Ad onor del vero, questo approccio analitico era ed è minoritario. Anche diversi percorsi in resistenza avevano ormai sedimentato un discorso “giustizialista” che richiedeva un intervento militare “buono” che permettesse lo sradicamento del male che erano tutti questi gruppi irregolari. Ma c’era qualcosa in più che spingeva quasi a dover dire “quelli non siamo noi”. In Colombia c'è una vasta letteratura giornalistica, film, serie tv, documentari, biografie autorizzate e non autorizzate sui “miei anni con il Capo” che se messi uno accanto all’altro, pur dentro differenze importanti, sembrano sostenersi su di un frame narrativo molto simile. Raccontano dell’ingresso nei mondi in guerra di personaggi del “bajomundo”, di solito paisas, che durante un percorso di autoaffermazione raggiungono una sorta di limite estremo del male. Queste narrazioni multiple costruiscono potenti immaginari sociali sul potere performativo di un Jefe (capo) che appare la fonte e l’origine di sistemi politici fortemente instabili poichè centrati su di un individuo, sulla sua rabbia ed il suo bisogno di riconoscimento. Di qui, la personale capacità di essere “superiore” o di “superare” i vincoli imposti dall’intorno sociale in cui nasce e cresce permette al protagonista di emergere, seppur per un tempo limitato e in un mondo di difficoltà estreme. La volontà di potenza descritta va però oltre le visioni della sovranità come capacità di usare la forza per stabilire un fuori della legge da cui affermare l’ordine originario. I mondi raccontati sono invece in continua lotta contro la violenza organizzata degli eserciti e delle polizie e quella di altri gruppi in armi. Parlano di una liberazione che è un oltre dello Stato ma anche del Barrio. Così la supremazia può essere raggiunta solo assorbendo la forza del nemico o dando prova della sua annichilazione. Per riuscirci bisogna quindi diventare un “mostro” capace di imporre la “propria Legge” attraverso la legittimità del proprio orrore e della propria violenza. Ma il potere performativo di un Capo ha in se anche qualcosa di sensuale ed attraente. E’ inseparabile dalla personale capacità di vivere l'eccezionalità della sua condizione esistenziale, che è quella di tutti gli abitanti del bajomundo. La differenza tra lui e tutti gli altri sta nella capacità di raggiungere e poi ripetere momenti culmine in cui si soggettivizza sperimentando se stesso nella sua natura più profonda, fino a perdersi nel completo consumo di sè.
La mistica incastrata in questa macchina mitica si basa su un movimento continuo e un presente permanente in cui anche la vita di chi sta intorno al Capo pare ridursi al suo diritto di vivere o morire. Senza di lui l’unità del sistema costruito cadrebbe. Questo però non accade mai, anzi è proprio nella sua morte che il sistema trova nuova vitalità. Benchè l'incantesimo che aveva colpito un gruppo di persone o case o quartieri svanisca, la sua morte ricorda che la magia riapparirà in un altrove in cui quella mistica continua ad esistere, ancora possibile ma non più nel qui-ed-ora. Sono proprio i racconti della nascita e caduta di un “Jefe” che costruiscono la base mitica del suo potere sovrano tra la gente. Ma dal punto di vista del Barrio rappresentano un estremo del desiderio che è fondamentalmente inconciliabile con la realtà quotidiana. Ne raccontano sempre “un fuori” che è al tempo stesso una piega possibile del vivere; un cammino “oltre il barrio” che implica quella trasformazione in “mostro”, un divenire il “male del Puerto” per liberare e liberarsi. In questo senso la morte è una punizione iscritta nel “destino del Capo” ma non ne rappresenta la fine bensì il compimento stesso del mito. I rituali funebri, che durano mesi, anche anni, ed includono fughe ed uccisioni efferate, rappresentano precisamente il momento di passaggio e la continuità dell’ordine, non la sua rottura. Accade infatti che l’unità del sistema, pur così apparentemente legata all’esistenza di un individuo, dipenda invece da operazioni ripetitive quasi automatiche di una filiera produttiva avvezza a continue sostituzioni, defezioni e cambiamenti.
Qui abitava un aspetto profondo dei rapporti di potere che Willy e Julian parevano ribaltare non solo etnicizzandoli e contestando il dominio dei “paisas”. Per tentare una qualche definizione credibile degli “interregni africani” bisogna forse partire da questo rovesciamento ontologico con cui non si imitava semplicemente un potere ma se ne fondava un altro che nel suo essere effimero non poteva che incitare a liberarsi “insieme”. Quando poi la liberazione si sedimentiva in “clan” l’interregno terminava, catturato da un sovrano, creato o voluto da alcuni, che in un modo o nell’altro sarebbe stato combattutto e punito per essere riprodotto. Proverò a raccontare meglio questa partecipazione dell’interregno nel regno e viceversa nei prossimi post.
** La parola cholo significa di sangue misto, indigeno e qualcos’altro. Poteva essere usata con un tono offensivo ma faceva parte del gergo comune con cui abitualmente ci si riferiva a persone che non potevano essere identificate chiaramente per un’appartenenza etnica ma avevano una discendenza indigena.