Condanne a Roma, sorrisi al Cairo.

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La sentenza di primo grado sul caso #Regeni è una vittoria della giustizia contro un muro di silenzio che sembrava insuperabile. Ma è una vittoria che rende ancora più difficile accettare la prudenza del governo italiano: mentre un tribunale condanna tre uomini degli apparati di sicurezza egiziani, il ministro degli Esteri Antonio #Tajani si preoccupa soprattutto di precisare che l’Egitto, come Stato, non è stato condannato. Il 28 settembre 2026 la Corte d’Assise di Roma ha inflitto dieci anni di reclusione a tre agenti egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato.

È essenziale non attribuire alla sentenza ciò che non dice: non c’è stata una condanna per l’omicidio. Le motivazioni devono ancora essere depositate. Eppure il risultato è enorme. Dopo più di dieci anni, la responsabilità penale per il rapimento del ricercatore di #Fiumicello è stata riconosciuta nonostante l’assenza degli imputati e gli ostacoli che hanno rischiato di impedire persino la celebrazione del processo. Quegli ostacoli non sono un dettaglio diplomatico. Le autorità egiziane non hanno fornito gli indirizzi necessari a notificare gli atti agli imputati. Nel corso delle indagini si sono succedute versioni fuorvianti: l’incidente stradale, il delitto legato a una relazione sessuale, la pista della banda criminale.

La Corte costituzionale è dovuta intervenire perché la mancata collaborazione egiziana non si trasformasse in una protezione per gli imputati e in un’impossibilità di accertare i fatti. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha detto che il risultato è arrivato “...nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziane”,

Di fronte a tutto questo, #Tajani ha scelto parole di una cautela sconcertante: “Non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone”. Ha aggiunto che la sentenza è di primo grado, che si vedrà cosa accadrà nei successivi gradi di giudizio e che “...la giustizia farà il suo corso”. Sul mancato aiuto del Cairo, la sua risposta è stata: “Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione”. È una distinzione giuridicamente corretta, ma politicamente desolante. Nessuno chiede al ministro di attribuire al presidente egiziano una responsabilità penale che la Corte non ha accertato. Gli si chiede di riconoscere il comportamento dello Stato con cui intrattiene rapporti diplomatici.

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La distanza tra le richieste italiane e la risposta egiziana è il punto. “Abbiamo sempre chiesto” non spiega che cosa il governo intenda fare quando quelle richieste restano senza esito. Suona tanto più insufficiente ricordando che, all’inizio di settembre, lo stesso Tajani aveva celebrato i “rapporti politici solidi” tra Italia ed #Egitto e l’intenzione di tradurli in crescita e investimenti.

La cooperazione fra Stati può essere necessaria; presentarla come se il caso Regeni fosse una parentesi scomoda è una scelta politica, non un obbligo della diplomazia. La famiglia Regeni, attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini, ha dichiarato che “Oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta”. È una fiducia conquistata con tenacia, non concessa dal silenzio del Cairo. La sentenza non chiude la ricerca delle responsabilità per le torture e per l’uccisione di Giulio; proprio per questo non può diventare il pretesto per aspettare in silenzio.

Adesso lo Stato italiano deve dire pubblicamente quale collaborazione pretende dall’Egitto, quali iniziative assumerà per rendere effettive le condanne e quali conseguenze politiche trarrà da un nuovo rifiuto. Non basta dichiarare “non accettabile” un omicidio e poi trattare come ordinaria l’ostruzione alla giustizia.

Un Paese che celebra la forza dei propri tribunali ma continua a riservare parole premurose a chi ne ha ostacolato il lavoro manda un messaggio intollerabile: la verità conta, purché non disturbi i rapporti con il Cairo. Giulio Regeni e la sua famiglia meritano una risposta più ferma. Ed anche l’Italia che non si volta dall’altra parte.

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