Transit

Il blog di Alessandra Corubolo e Daniele Mattioli.

Ci vorrebbe un bugiardino, proprio come quello delle medicine. Ci vorrebbe per i #socialnetwork. Non eviterebbe gli effetti collaterali, che di norma sono molti più dei benefici, ma almeno qualcosa si potrebbe evitare. O no? Quando discutiamo di un mezzo usato da miliardi di persone nello stesso giorno non ci sono formule o avvertimenti che tengano. E' un paradosso. E' impossibile.

La parola che più posso, con i miei limiti, avvicinare a quel foglietto è “netiquette.” Ammetto che era da qualche tempo che non ne leggevo così diffusamente: è certo che sia data per scontata, ormai, come molte cose da molte persone. E' implicita, ma dandola per ovvia, tante persone fanno finta che non esista più. Premettendo che io per primo sono colpevole (e da qui in avanti questa affermazione non va dimenticata), c'è da domandarsi come mai adesso, su #Mastodon, si accetti con entusiasmo. Anzi, che sia premessa per ogni interazione di questa piattaforma, che venga ricordata tanto frequentemente, che sia “esposta.”

Mettiamo che il presupposto sia la saturazione che deriva dalla tossicità (definiamola così per brevità) di cui sono intasati i social. Malattia che è prodotta unicamente dai fruitori. Chi fornisce le piattaforme ne trae guadagno, nel caso non sia “Mastodon”: quindi ha un ritorno dalle interazioni, da tutte le interazioni, senza discernere di che tipo siano. Lasciamo perdere le moderazioni ed i manifesti anti qualcosa. La realtà fattuale è quella di un far west più o meno senza regole. Tutto è fagocitato dai numeri che si traducono in soldi: quindi, adattarsi o crepare.

Però sembra che di regole chiare, non fraintendibili, ci fosse bisogno come l'acqua in un deserto. Il che può presupporre un'analisi di coscienza approfondita. O solo del buonismo. La seconda ipotesi mi sento di volerla scartare a priori: tanto vale restare su “Twitter” o “Facebook” e raccontare un monte di fregnacce. Mica esiste un controllo dei pensieri. La prima è molto migliore. Implica il raggiungimento di un livello di saturazione elevato, un rifuggire dall'ipocrisia che tutti abbiamo usato (e usiamo) con troppa disinvoltura. Non appaia un pensiero paternalistico: se si ha un Blog si scrive, prima che ad ogni altro, a se stessi.

Non è una cosa semplice ribaltare anni ed anni di incazzature, strali, offese e risposte violente: quando ci vuole ci vuole, non si dice così? Non è affatto facile rivedere il proprio modus operandi mettendo tanti e tanti paletti. Non è solo immediato, è anche faticoso. Quello che non si vuole da un social: l'arduo compito di mettersi d'impegno. Se dovessi andare dietro all'ego, al carattere, alle mie (e di tantissimi) brutte abitudini, alla mia ipocrisia su “Mastodon” non ci sarei dovuto arrivare. Invece, contravvenendo a tutto questo, mi sento fiducioso. Assai. Potrei dire che sudo, che mi mordo la lingua, che lascio metà delle risposte nella mia mente, ed è tutto vero. Ma è altrettanto vero che il tempo che ho va speso bene, meglio, anzi parecchio (per citare uno dei Maestri.) E siccome non mi pagano, meglio averne un ritorno in termini di pacificazione. Il che non significa essere buonisti o passare per fessi, ma rimettersi in gioco. Palla al centro e pedalare.

(Sempre e solo con l'avallo di Alessandra.)

#netiquette #Mastodon #socialnetworks #Blog #opinioni #opinions

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Non devo fare un mero elenco delle cose buone o meno di “Mastodon.” Di certo sarebbe più facile e certamente più leggibile. Eppure, preparando questo post nella mia testa (e poi perdendomi dietro al lavoro), ho seguito varie considerazioni, varie idee ed è meglio cercare di rendere questo casino. So che apparirà più tortuoso e meno abbordabile, ma quale testa non è così?

Il blog lo ho aperto nel 2005: adesso è lì, perso. Sono cambiate tante cose, la maggior parte a livello personale ed ora, con mia somma gioia, condivido lo spazio del web con la mia adorata moglie Alessandra. Ma non è di certo questo che può importare. Voglio dire che ritengo di avere una certa anzianità in rete, seppure. e va detto immediatamente, che non sono un informatico. Data la mia età non ho mai avuto una formazione in questo senso: ai “miei tempi” l'unico computer era in segreteria. A dire che il pochissimo che so è perchè mi sono smazzato per i fatti miei. Da quell'anno la comunicazione in questa maniera è cambiata totalmente, ad iniziare dalla tempistica, caduta da quella più lenta dei Blog a quella rapidissima dei “social network.” Passate tutte le piattaforme (facendola breve) e relative incazzature, scazzi, errori (molti da parte mia) e improbabili pretese di notorietà, sembrava sempre mancare qualcosa. Però questo è ascrivibile al mio carattere, all'uso del mezzo, alla velocità di comprensione dei meccanismi e alla relativa semplicità nell'accettazione delle imposizioni dei big data, non di certo all'idea del social in sé. Vecchia, la faccenda: come si usa una cosa fa la differenza. E tralasciando gli affari troppo personali, “Mastodon” è l'ultimo approdo, ma non in senso negativo, tutt'altro.

A me appare chiaro come l'idea che sottende a “Mastodon” sia poderosa, nella sua essenza e semplicità: evitare di essere, innanzi tutto, sottomessi volutamente a chi ha fatto dei pensieri altrui mera merce di scambio per prodotti, servizi e cose che arricchiscono altri. E basterebbe questo per decidere di starci, ma quello che più mi ha attirato è il desiderio di rimettere a posto l'illogica logica del protagonismo, che è difetto umano, ma ormai arrivato al paradosso. Lo dice uno che combatte da sempre con la propria insicurezza, in ogni ambito e sa molto bene che significhi essere succubo del giudizio altrui. Non sono certo tutte rose e tutte fiori, ma la maniera tranquilla, quasi rilassata con cui ci si muove (o ci si inizia a muovere) su “Mastodon” è impagabile. La netiquette, questo animale mitologico, sembra davvero funzionare e le regole sono chiare, cristalline. In mano a molta gente sarà probabile qualche problema o molti, ma anche adesso che tanti, soprattutto da “Twitter”, planano, va messo in conto. E poi ti aiutano, in questa transizione che, come ho già avuto modo di dire, può sembrare complicata particolarmente per coloro che non hanno “mestiere”, ma che sono rispettati. Magari, a volte, sembra un po' di essere sgridati come alle elementari, ma si può sorvolare.

Il fatto, poi, che si sia direttamente coinvolti con la gestione dei server (anche solo, magari, eliminando il carico dei toot dal proprio profilo) e con il loro mantenimento anche economico, rende l'esatta idea di partecipazione attiva. Un modo che deve indurre ad una responsabilità dovuta prima che ad ogni altro a se stessi, facendo in modo che le cose vadano bene, che si possa davvero creare uno spazio molto grande, ma molto sereno. Se sia un'utopia sarà da capire, ma, come ogni cosa, viene determinata dalla volontà di farlo: è più facile cadere nella panacea delle migliaia di follower, del lecchinismo, del like come se piovesse che fare questo.

Anche comprendere che i numeri sono tali e puntare ai contenuti (anche il cazzeggio va fatto bene, ca va sans dire) senza scornarsi per quanti li leggano, non è cosa da tutti i giorni.

Certo, dal mio punto di vista ci sono delle piccole cose che non vanno, ma minime. Per esempio il termine “seguaci”, che si potrebbe sostituire con “...persone ti seguono” e “...segui X persone”. Poi, e a me appare ovvio, evitare di criticare chi usa la funzione del blocco: se c'è ne posso approfittare senza che, per questo, sfilino orde di gente molto buona. Oppure il tono a volte paternalistico di alcuni nello spiegare certe sottigliezze della piattaforma, ma che volete che sia? Davvero, che è? Non voglio apparire come troppo indulgente, ma quello che spero è che ci sia il mio impegno e quello di tanti altri per creare una piattaforma che diventi un punto di riferimento (se non lo è già) per vivere più tranquillamente i social. Creare una comunità è molto meglio che produrre ansia e far virare un'intera società verso l'edonismo tout-court. Fa male a tutti. Nella vita, ma è sempre un'opinione personale, si dovrebbe procedere per sottrazione, non per accumulo. Senza scordare che, comunque, tutto, ma davvero tutto è destinato a passare. E noi anche.

(Daniele, con l'avallo di Alessandra.)

#blog #mastodon #socialnetwork #opinioni #opinions

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Nel biennio 2021 – 2022 i salari sono scesi del 3,1% in Italia. Se non si comprende che il problema investe tutti allora il vero guaio è questo. Ad essere complottisti (sic) si potrebbe vedere un disegno, dietro a tali dati: quello, essenzialmente, di spazzare via il surplus delle persone, quelle più deboli, più attaccabili.

Per mia natura rifiuto una spiegazione così cinica e, mi auguro, improbabile, ma la storia economica liberista e capitalista dell'ultimo secolo si è fondata sul sistematico accumulo di beni nelle mani dei pochissimi che sappiamo. Così come sappiamo che questi fatti sono stati ampiamente diffusi e non solo dai partiti che, a Sinistra, vogliono stare dalla parte di coloro che stanno affannando. Molti economisti, e non solo quelli giovani, stanno ammonendo su un crollo di questa economia insostenibile per l'uomo ed il pianeta. Quindi, niente di nuovo. Quello che non si sradica è la pervicacia con cui questa ideologia ha intriso ogni ambito del nostro vivere: inconsapevolmente, o meno, facciamo parte di un sistema talmente ramificato da essere invisibile, in cui cadiamo (ed a cui cediamo) senza resistenza.

“Anche l'operaio vuole il figlio dottore”, cantava Paolo Pietrangeli ed ancora così, ancor di più. Per giustificarci ci sono milioni di frasi e pensieri e non tutti, per forza, errati. Essere umani è anche divenire egoisti. Quello che continua a latitare è un afflato di comunità, un unirsi per scopi comuni di comune crescita. In Italia, poi, che non ha mai brillato per tali prospettive, “sedersi ed aspettare” che altri si sporchino le mani è un classico. Quando scrivo queste banali riflessioni mi metto tra “...coloro che son sospesi”, avendo ben chiaro il fatto che avrei dovuto, dovrei e dovrò fare molto di più. Intanto, liberissimi, banche, governi e affaristi ci stanno massacrando ogni ora che passa. Ci stanno dicendo senza velature che non contiamo un cazzo e che sfogarci sui social a loro va benissimo.

Importante è che ricordiamo che città e piazza non vanno sporcate, non si deve urlare per non disturbare i nostri vicini ipocriti e contenti dell'andazzo. Sia mai, lo scrivo sempre. Sia mai che a sbattere contro il muro ci svegliamo tutti, ma tutti tutti.

#italia #salari #economia #transit #blog #opinioni #opinions #personale #personal

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Una parte dell'interessante articolo a firma di Bruno Saetta del 2 Ottobre su Valigia Blu (https://www.valigiablu.it/manipolazione-social-network.../), si parla del fastidio che provocano in noi i comportamenti che non riconosciamo come “corretti.”

Quando una persona ci pone di fronte ad uno stile di vita diverso da quello che per noi è giusto, quando un'idea, un atteggiamento non vengono riconosciuti ed accettati istantaneamente dal nostro cervello, la reazione è quasi sempre ostile, a parole e nei fatti.

La vicenda di #AlessiaPiperno, come milioni di altre, è, ora, amplificata dall'uso dei social: lo stesso mezzo adoperato da Lei e che le si rivolta coltro, attraverso i milioni di utenti che non vedono l'ora di riaffermare il proprio “sè” libero di poter imporsi sulle scelte altrui. Nel contesto di un'analisi che più volte si è fatta, questo fatto appare già analizzato moltissimo, ma il reiterarsi di questi atteggiamenti semanticamente violenti è un segno inequivocabile di come l'uso dei social sia andato oltre alla definizione stessa di veicolo sociale, appunto. Specchio della società? Corretto. Eppure è anche corretto affermare che la semplicità del loro uso ha ingigantito la portata delle conseguenze di quelle affermazioni che solo pochissimi anni fa era limitate ad ambiti più ristretti, oserei dire quasi intimi.

Ed ecco, allora, come un fenomeno ormai ineludibile delle nostre vite porta all'avanzare di una radicalizzazione, di un nuovo odio, urlato, senza pudore verso ciò che ci crea un fastidio, un disturbo. Non scevro di puro desiderio d'apparenza e molta superficialità, l'hater, l'odiatore alimenta se stesso per una ribalta, per un proscenio, in cui le decisioni degli altri, il loro modo di intendere l'esistenza terrena (e, non dimentichiamolo, a scadenza) è fonte inesauribile di autocompiacimento per un modo di essere assoluto e giusto.

Errori cui si incappa tutti, per celia o per rancore, per distrazione o per una formazione culturale imposta i cui retaggi emergono in maniera truffaldina e spesso inconscia. Il che non giustifica non avere disciplina, per sé e nei confronti di situazioni che si giudicano senza sapere nulla, ma nulla proprio, delle persone che le vivono.

La libertà altrui, fino a che non sfocia nel male verso altri, nella violenza gratuita (anche quella verbale) è intoccabile: chi può arrogarsi il “diritto” di pensare che il proprio modo di vivere e pensare sia sempre giusto, in ogni caso? Solo uno stolto o un ignorante, come già detto. Eppure sembra che a nulla valgano ragionamenti e analisi di fronte alla gratificazione immediata di trovare un conforto effimero nell'offesa ridondante, nel branco, nella stupidità, che è sempre la via più comoda.

Amare gli altri (anche nell'ipocrita eccezione dei cattolici, per dire) non è questo. Non lo sarà mai. E se non si compie il passo di comprenderlo, si è perso. Molto prima della partenza.

#AlessiaPiperno #transit #blog #opinioni #personale #personal #italia

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Torno a buttare giù due righe di cui fregherà nulla quasi a nessuno (il Blog? Arcaico...). Non è invidia per nessuno, perchè è un sentimento che non mi appartiene, ma vedere che alcuni #CCNL vengono rinnovati con celerità, con determinazione ed io sono senza aumenti, senza adeguamenti, senza soluzioni economiche dignitose da sei (6) anni fa incazzare. Non arrabbiare, incazzare proprio. Tralascio volutamente gli atteggiamenti vessatori di alcune grandi cooperative di lavoro che, senza alcun pudore, si mettono di traverso dall'alto del loro numero di occupati (come e con che paghe non chiedetelo, si offendono), tralascio la praticamente nulla coesione da parte dei lavoratori quando si tratta di una protesta, di uno sciopero. E punto sul fatto che quelli stessi lavoratori si prestano a qualsiasi vessazione, perchè ha funzionato benissimo il gioco massacrante del ribasso, sia negli appalti, sia e soprattutto verso il concetto di lavoro giustamente retribuito. La verità è il ricatto: non fornendo, all'atto pratico, nessuna formazione, non chiedendo nessuna attitudine, nessuna professionalità questo viene perpetrato. La tua vita è loro, i tuoi turni li gestiscono in base alle esigenze delle ditte e a quelle dell'incapacità conclamata di persone che non lo sanno fare, il mestiere del coordinatore. E' quello che gli ipocriti chiamano “lavoro non qualificato”, ma che lo è lo stesso, un lavoro. Migliaia e migliaia di donne e uomini che si sbattono per ore ed ore, che non hanno i soldi nemmeno per arrivare al 10 del mese, non alla fine: che sono invisibili, nonostante la pandemia, nonostante la stragrande maggioranza di loro faccia il suo “dovere” ed abbia a che fare con la gente, il pubblico, le persone. Eppure non si sente una mosca una che dica qualcosa. Ci sono sempre quelli che lo sanno e cercano di darsi da fare, di cambiare, ma sono pochissimi e, spesso, sfiancati. Sei anni, una pandemia, una guerra, crisi vere o presunte abbattono chiunque. Questo è sfruttamento, lo capirebbe anche chi ha tutto l'interesse a che non se ne parli, mai. Tollerato in nome di un liberismo assurdo ed inumano. Questo non sembri il solito e reiterato lamento per uno scopo politico (anche se il discorso sul #salariominimo si è iniziato a farlo), ma è un appello a guardare questi lavoratori per quello che sono: persone che, come tutti, devono vivere con dignità, non appesi ad un filo sottile come quello dei subappalti, che devono pagare tutto come tutti e non vedono un soldo in più dal 2016. Chiedere se sia giusto è retorico. Mi rendo conto di aver fatto un pistolotto anche di martedì. Ci vuole un altro caffè, mi sa.

#transit #blog #lavoro #sfruttamento #CCNL #italia #personal #personale

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Dal basso della mia vasta ignoranza mi sono fatto persuaso (sic) che ciò che sta accadendo nelle vite di tutti è nato ben prima di una guerra assurda, di un cambiamento climatico di cui abbiamo piena colpa, prima che diventassimo schiavi (nessuno escluso) dei beni molto prima che delle idee e della fraternità umana. Il capitalismo ha brutalmente fallito e le conseguenze le pagano le persone: intendo dire la massa totale degli uomini. Chi più chi meno, ma questo lo sa chiunque, anche quelli più ignoranti di me. Se vogliamo avere quello che pensiamo ci faccia stare bene, lo dobbiamo raggiungere a tutti i costi. E quei costi sono la povertà di una parte enorme di mondo, l'avidità di pochissimi, la fame, la siccità, le alluvioni e tutti i disastri, fisici e morali, che volete aggiungere. Nessuno è innocente, nessuno. Tranne coloro che una chance non l'hanno avuta mai e mai dovranno averla. Una moltitudine di persone che si allarga a dismisura, ogni fottuto secondo che passa. La classe media? “Classe”? Non fatemi ridere. Non c'è più nulla. Un deserto abietto di nulla, di delirio di onnipotenza, di un secolo e più di squali finanziari che non sono ancora sazi. Se vogliamo salvare il culo, e non la vedo bene, c'è da fare quella rivoluzione, prima di ogni cosa mentale, con cui ci si riempie la bocca ogni tanto. E' una parola fastidiosa per i più. “Mentale” intendo. Ciò che non si compra, che non ci dà un senso di appagamento, ciò che non si mangia non serve. Ce lo hanno insegnato. E tutti zitti per avere un bel voto. Forse sarebbe meglio far capire che non siamo tutti idioti, in questo unico mondo. Poi dice che uno si butta a Sinistra. Sempre troppo poco, mi sa.

Fine del pistolotto del lunedì. (Daniele)

#Blog #Transit #capitalismo #sinistra #pistolotto

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Di dati, commenti ed analisi al voto di ieri ne potete trovare a migliaia ovunque. Non servono di certo le nostre. Quelle che seguono sono solo considerazioni personali, se volete più astratte, ma non per questo meno sentite.

La retorica dei vincitori, come quella dei vinti, sarà il nocciolo comunicativo nelle ore a venire. Tralasciando il fatto che i dati sono impietosi, si continua a perdere di vista (e da molti anni, ormai) il vero centro della questione politica in questo paese, ovvero quella di uscire da una continua emergenza di valori e priorità. Se pur è noto che ciò che dovrebbe muovere chi sceglie l'agone pubblico è un reale interesse per i bisogni della nazione e della sua popolazione, si tende a definire più marcatamente una distinzione tra necessità reali e percepite. Fuori dalla stagnante ipocrisia dei palazzi non ci si sporca oggettivamente le mani: sembra esistere un popolo, una massa di persone cui dedicarsi, ma che non ha una definizione.

Non possono esistere necessità secondarie per milioni di persone cui sono erosi diritti e dignità a favore della visione acclarata di un'Italia che desidera vivere ben al di sopra delle sue possibilità. Certo, nei discorsi, nelle comparsate in televisione, sui disgraziati post di “Facebook” sembra il contrario. Basterebbe, però, fare uno sforzo in più per superare queste barriere dialettiche e di immagine per ricordarsi di tutti coloro che non hanno certezze, ma che masticano precarietà e delusione ogni giorno. La barca fa acqua ovunque: nelle cabine più costose si ha il diritto di non pensare, dato che non è obbligatorio avere empatia con nessuno.

Quello che la politica ha smarrito è l'ideale democratico (*) dell'avversione all'appiattimento, alla comodità. Riforme e controriforme mancano il bersaglio, costrette, ingabbiate da opportunismo e finanche atteggiamenti realmente delinquenziali. Ammorbiditi dalla nostra famosa indole del “...lascia perdere” tutti questi sbalzi, questi scivoloni finiscono nell'abnorme mucchio delle possibilità perdute, che contrasta con quello ancora maggiore di una deriva morale ed economica raccapricciante. E dato che la morale non è unica, per fortuna, quella migliore resta quella della sopraffazione. Una dittature, come scrivevo, non la bella democrazia da fatine.

Rivendicare un primato che esclude qualcuno (chiunque) è un fallo in partenza, da espulsione, non da ammonizione. Errore in cui sono caduti tutti coloro che hanno provato a essere realmente politici, realmente al di sopra di se stessi, al servizio di una comunità vasta come quella di uno Stato. Non si impara da questo abbaglio: la luce è talmente forte che non si distingue nulla. Le persone stesse che votano avrebbero tutto da guadagnare a ricominciare a pensare che non si esce da questo disastro da soli, che non esistono politici che possono realmente cambiare tutto. Solo ed unicamente una coscienza di nuovo libera da costrizioni materiali e da pressioni perbeniste (soprattutto cattoliche) potrà riaprire la porta ad un cambiamento tangibile.

Insomma, per essere banali, non dipende solo da quei due pezzi di carta con una “x”. Anzi, forse quella è la cosa più semplice. Dipende sempre e solo da noi, come singole parti di un tutto che non può più permettersi di esistere come vuota sintassi, ma che deve assolutamente divenire moto reale, pratica quotidiana, pensiero forte. Dipende da quanto vogliamo che il tempo che ci è concesso sia fruttuoso e non semplicemente speso ad aspettare il meno peggio, aggrovigliati su se stessi, senza alcuna prospettiva. Una elezione passa, come ogni cosa di questo mondo. A meno di non credere nell'immortalità è meglio rimboccarsi le maniche e lasciare una traccia di intelligenza per coloro che verranno.

(A&D)

(*): tenete conto che il termine “democrazia” evoca scenari ipotetici e perfetti, quando la realtà è quella di infiniti toni di grigio che sfumano dittature velate.

#Transit #opinioni #Blog #elezioni2022 #elezioni #italia #politica

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La polemica sulla “Gazzetta” di lunedì 12 settembre scorso non è solo un segno dell'inequivocabile scadimento della testata, ma un lampante esempio di mediocrità. Che poi è quello che questo Paese vuole. La mediocrità è pacificatrice, attribuibile, consolante, diffusa. In quasi tutti i campi, dalla politica al calcio, appunto questo “parametro” viene quasi esaltato; passando dai “social” è ancor più evidente. Mancare di rimarcare con la dovuta enfasi due risultati straordinari come quelli raggiunti la scorsa Domenica è il risultato di questa coscienziosa applicazione. La quasi scientifica propensione ad esaltare cose o persone francamente dimenticabili (il titolo “Rissa da var” lo può fare il “Manifesto” ed è molto meglio della “rosa”) fa sentire tanti al sicuro, soprattutto il lunedì mattina. Quando si è finito il primo caffè è consigliato di discutere di pallone, della propria squadra, di come qualcuno rubi o la faccia sempre franca. La “comfort zone” è così calda che pensare di uscirne è troppo. Troppo davvero. Scommetto, sapendo di vincere facile, che sarà così anche il 25 Settembre. Il che darà almeno un paio di mesi per altre banalità: importa poco se si è sull'orlo di un baratro molto, molto reale. L'importante è avere di che (s)parlare. Sia mai.

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