Transit

GovernoMeloni

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Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.

La sicurezza secondo il #GovernoMeloni è una linea retta: ordine, controllo, punizione. Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese.

In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.

I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto.

Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia. Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione.

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Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna. Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso. La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele.

In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile.

È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe. In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile. Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere.

È un rovesciamento silenzioso, ma radicale. Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti. Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo. Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale.

Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato. Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata.

È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette.

Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune. Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi.

La Costituzione italiana affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza. Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe.

Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro. Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile.

#Blog #GovernoMeloni #Sicurezza #DirittiCivili #Opinioni

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(230)

(R1)

Nota: Come per Vannacci, questo sarà l'unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere.

La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza.

La condanna di #Roggero è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano. Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa. La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026. Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “#Salvini” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta.

Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza. Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo.

Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica.

(R2)

In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga. Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte.

Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana. Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan.

Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti. La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista.

L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato. Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti.

È esattamente la logica fascista: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto. Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva. Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag.

Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale. Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento.

Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia.

Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo.

La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”.

#Blog #Roggero #Giustizia #GovernoMeloni #DirittiCivili #Opinioni

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(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

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Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni

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(212)

(IM1)

L’Italia è nel mezzo di una crisi sociale silenziosa, e il governo #Meloni sceglie deliberatamente di voltarsi dall’altra parte, ripetendo slogan identitari mentre lascia marcire salari, bollette e povertà, oggi aggravati da una nuova stagione di guerra che ha l’ #Iran come sfondo.

I numeri sono chiari: secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2024 i salari reali italiani sono ancora circa il 6,9% sotto il livello pre‑pandemico, il calo peggiore tra le principali economie avanzate, mentre altri Paesi hanno già recuperato almeno in parte il potere d’acquisto. Non si tratta di “percezioni”, ma del fatto che milioni di lavoratori si ritrovano ogni mese con uno stipendio che, al netto dell’inflazione, vale molto meno di cinque anni fa, a fronte di profitti aziendali che hanno retto decisamente meglio l’urto delle crisi.

Di fronte a questo, il governo continua a opporsi a un salario minimo legale e a qualsiasi forma strutturale di indicizzazione dei salari, preferendo bonus una tantum, tagli temporanei al cuneo e propaganda sul “lavoro ritrovato”, come se un contratto precario e sottopagato bastasse a cancellare il problema di chi vive stabilmente in trincea tra affitto e spesa.

Sul fronte delle bollette, dopo l’esplosione dei prezzi legata alla guerra in #Ucraina, l’Autorità “Arera” certifica un calo dell’energia elettrica di circa il 10,8% nel primo trimestre 2024, con una spesa annua tipo di 684 euro, la metà rispetto ai dodici mesi precedenti, ma ancora circa 150 euro in più rispetto al 2020, prima della crisi. In altre parole, le famiglie continuano a pagare un “sovrapprezzo strutturale” per luce e gas, mentre il governo smantella il rafforzamento dei bonus sociali e lascia che la fine del mercato tutelato diventi un’altra occasione di rendita per i grandi operatori, non certo un sollievo per chi fatica a tenere accesi i termosifoni.

Intanto l’Istat ci dice che oltre 2,2 milioni di famiglie, quasi 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, con un’incidenza vicina al 10% della popolazione e punte drammatiche tra minori e famiglie straniere. È il dato che più smentisce la narrazione della “nazione risollevata”: dietro il patriottismo da palco ci sono bambini che saltano pasti proteici, anziani che rinunciano alle cure, giovani adulti che rimandano qualsiasi progetto di vita autonoma.

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In questo quadro, l’ennesima escalation militare in Medio Oriente e la prospettiva di un conflitto allargato che coinvolga direttamente l’Iran non sono una questione astratta di diplomazia: significano nuove tensioni sui prezzi dell’energia, altro carburante per l’inflazione, altro margine per scaricare costi sui più fragili mentre ci si rifugia dietro la parola d’ordine della “sicurezza”.

Il governo Meloni si presenta come il paladino dell’Occidente assediato, ma sul fronte interno pratica un rigoroso immobilismo sociale: nessuna riforma coraggiosa su salari, nessun piano serio contro la povertà, nessuna strategia per disinnescare l’effetto combinato di guerra e caro‑vita sulle famiglie a basso reddito.

Invece di mettere in discussione un modello che produce lavoratori poveri e cittadini cronicamente indebitati con le utenze, l’esecutivo preferisce distribuire colpe verso l’esterno: l’Europa, i migranti, le Ong, ora i nemici di turno in Medio Oriente.

La verità è che, mentre il governo agita la bandiera dell’ordine e della forza, è proprio sull’unica sicurezza che dovrebbe contare. quella di potersi permettere un salario dignitoso, una bolletta pagabile, una vita fuori dalla miseria, che continua a non muovere un dito.

#Blog #Italia #Economia #GovernoMeloni #Salari #Bollette #Povertà #Opinioni

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(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

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(208)

(LE1)

La proposta di riforma della legge elettorale della maggioranza #Meloni introduce un proporzionale “truccato” da un premio di maggioranza molto ampio, costruito per blindare l’attuale blocco di governo e mettere fuori gioco ogni alternanza reale. Cosa prevede, in sostanza, questo impianto? Innanzitutto il superamento del “Rosatellum” e dei collegi uninominali: il sistema diventa formalmente proporzionale, con liste bloccate e senza un vero ritorno alle preferenze, salvo qualche eccezione per le minoranze linguistiche. A questo si aggiunge un premio di maggioranza nazionale: chi supera il 40% dei voti ottiene un “pacchetto” aggiuntivo di seggi, stimato intorno a decine di deputati e senatori, che porta la coalizione vincente a sfiorare il 60% dei seggi parlamentari.

Restano soglie di sbarramento elevate (intorno al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni), con un evidente incentivo a costruire cartelli elettorali ampi e subalterni al partito egemone. È previsto inoltre un eventuale ballottaggio: se le prime due coalizioni si collocano in una fascia intermedia di consenso, si va al secondo turno, che ha un’unica funzione reale, cioè assegnare comunque il premio a qualcuno e garantire una maggioranza “artificiale” anche quando il paese è diviso. Infine viene introdotto il “premier in scheda”: l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio al momento della presentazione delle liste, legandosi politicamente alla riforma sul premierato e creando un meccanismo di investitura personale, pur fingendo di non toccare formalmente le prerogative del Capo dello Stato.

(LE2)

La narrazione ufficiale giura che tutto questo serve alla “stabilità”, come se il problema dell’Italia fosse l’ingovernabilità e non, semmai, l’abuso di maggioranze già iper-compatte. In realtà il disegno è trasparente: questa riforma serve a mettere in cassaforte la futura maggioranza del centrodestra, riducendo al minimo il rischio che un’opposizione unita, con numeri simili, possa vincere o quantomeno impedire l’egemonia assoluta nei due rami del Parlamento.

Il premio scatta esattamente nella fascia in cui i sondaggi collocano stabilmente l’area che sostiene Meloni, e la dimensione del premio è tale da deformare in modo pesante il rapporto tra voti e seggi, trasformando un 40 e rotti per cento dei consensi in quasi il 60% delle poltrone.

L’eliminazione degli uninominali, che nel 2022 avevano già favorito il centrodestra, non è una generosa apertura alla rappresentanza, ma un ulteriore passo verso un modello controllabile dal vertice: con le liste bloccate, i candidati “sicuri” vengono scelti dal capo, garantendo un esercito di fedelissimi in aula.

Sul piano politico più ampio, questa legge elettorale è il tassello perfetto di un mosaico: premierato, referendum sulla giustizia, riscrittura selettiva delle regole del gioco in modo da neutralizzare qualunque contrappeso e trasformare una maggioranza relativa di oggi in dominio strutturale sulle istituzioni domani, inclusa la possibilità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e incidere pesantemente sugli organi di garanzia.

Non mancano, in tutto questo, profili di evidente incostituzionalità o quantomeno di violazione dello spirito della Costituzione. La Corte costituzionale aveva già messo dei paletti, accettando, con molte cautele, l’idea di un premio che dal 40% dei voti porti al 55% dei seggi, non oltre.

Qui si spinge l’asticella verso soglie vicine al 60%, con un rischio concreto di calpestare il principio di rappresentanza e l’eguaglianza del voto, svuotando la proporzionale dal suo significato. Il combinato disposto di premio “secco”, liste bloccate e soglie di sbarramento selettive crea una distorsione che va ben oltre la fisiologica “correzione maggioritaria” e somiglia piuttosto a un’espropriazione del voto di milioni di cittadini che non si riconoscono nella coalizione vincente.

A questo si aggiunge la forzatura del “premier in scheda”, introdotto mentre si discute di premierato: sulla carta il Presidente della Repubblica resta libero di nominare chi vuole, ma nei fatti viene schiacciato dalla pretesa di una legittimazione diretta del capo politico, costruita per via ordinaria senza modificare esplicitamente l’articolo 92.

È un corto circuito istituzionale: si cambia la forma di governo per legge ordinaria, mascherandola da semplice tecnica elettorale. In questo quadro, le parole “stabilità” e “governabilità” suonano come l’ennesima foglia di fico.

Questa riforma non nasce per dare più voce ai cittadini, non amplia la rappresentanza, non restituisce potere agli elettori nella scelta dei parlamentari: al contrario, concentra il controllo nelle mani dei vertici di coalizione, garantisce un premio abnorme a chi è già maggioranza e comprime ogni spazio di alternanza, conflitto politico e pluralismo reale. È l’ennesima legge elettorale-calcio di rigore: la squadra al governo sposta la porta, sceglie il portiere avversario, decide l’arbitro e poi pretende pure gli applausi in nome della “modernizzazione” del gioco democratico.

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(207)

(R1)

La vicenda di #Rogoredo è una di quelle storie che dovrebbero togliere il sonno a chiunque creda ancora nello stato di diritto, ma che in questo paese finiscono regolarmente nel tritacarne della retorica securitaria e della memoria corta. Il 26 gennaio, l’assistente capo Carmelo #Cinturrino ha ucciso con un colpo alla testa il ventottenne Abderrahim Mansouri, detto “Zack”, ed è ora accusato di omicidio volontario insieme a colleghi indagati per averlo coperto e per i ritardi nei soccorsi. Secondo gli inquirenti, sarebbe stata messa in scena una finta minaccia con una pistola giocattolo accanto al corpo, a coronamento di un sistema di estorsioni e dominio sul territorio che trasforma il “servitore dello Stato” in signorotto armato.

Questo non è um giallo morboso di fine inverno, è una radiografia dell’Italia che si sta costruendo a colpi di decreti sicurezza e campagne mediatiche sul “pugno duro”. Il recente decreto legge sulla sicurezza, varato a febbraio, è il perfetto sfondo normativo di questa deriva: tra fermi preventivi alle manifestazioni, nuove fattispecie di reato simboliche e strette sulle periferie “degradate”, spunta lo scudo penale, cioè l’idea che chi agisce invocando legittima difesa o adempimento del dovere possa restare fuori dal registro degli indagati, almeno in una prima fase.

Che poi il #Quirinale abbia imposto di estendere la norma a tutti i cittadini è quasi un dettaglio di stile: il messaggio politico, culturale e simbolico resta cucito addosso alle forze dell’ordine, come un invito implicito a sentirsi ancora più intoccabili. Il rischio è chiarissimo: se trasformi il controllo giudiziario in fastidio burocratico e se costruisci una narrazione in cui la polizia è sempre e comunque nel giusto “per definizione”, allora casi come Rogoredo non sono aberrazioni, ma incidenti di percorso in un sistema che accetta la violenza di Stato come normale rumore di fondo.

(R2)

Ed è qui che la coincidenza con il referendum sulla separazione delle carriere di marzo smette di essere casuale e diventa un pezzo dello stesso puzzle. Si racconta al paese che separare le carriere tra giudici e pm sia una misura di civiltà, una riforma neutra di ingegneria istituzionale, mentre in realtà si sta limando, passo dopo passo, l’autonomia e la forza di chi deve indagare, anche e soprattutto, su polizia, carabinieri, apparati di sicurezza.

In un quadro nel quale si vuole una magistratura requirente più docile, più controllabile dall’esecutivo, meno libera di infastidire il potere, la storia di un agente che spara alla testa a un ragazzo e di colleghi che inquinano la scena del crimine diventa quasi imbarazzante: è l’eccezione che rischia di svelare la regola.

Separare le carriere senza rafforzare davvero le garanzie di indipendenza del pubblico ministero significa, in concreto, consegnare l’azione penale a un circuito più permeabile alle pressioni politiche. E se chi deve indagare sui #Cinturrino di oggi e di domani sa di giocarsi la carriera ogni volta che tocca un nervo scoperto del potere, il risultato è scontato: meno inchieste scomode, più omertà istituzionale, più zona grigia.

Il combinato disposto tra scudo penale, retorica del “poliziotto eroe” e separazione delle carriere è un progetto di società: una società dove il cittadino, soprattutto se povero, straniero o marginale, è nudo davanti allo Stato armato, e dove l’unico vero reato è disturbare l’ordine costituito. In questo contesto, questa vicenda non è una deviazione, è un’anticipazione.

Andare a votare al #referendum fingendo che sia solo una questione tecnica di organizzazione degli uffici giudiziari è un lusso che non possiamo più permetterci. Si tratta di decidere se vogliamo vivere in uno Stato in cui chi porta la pistola per conto dello Stato sa di poter rispondere delle proprie azioni, oppure in un paese in cui la divisa è il nuovo scudo, non solo simbolico, dell’impunità.

#Blog #Italia #Cronaca #Referendum #ScudoPenale #GovernoMeloni #DecretoSicurezza

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(206)

(BOP1)

Il cosiddetto “Board of Peace” di #Trump per #Gaza nasce come organismo internazionale che affianca il cessate il fuoco tra #Israele e #Hamas, con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase di ricostruzione e sicurezza nella Striscia.

Fin da subito, però, suscita forti perplessità sul piano politico, giuridico e istituzionale, e l’Italia si è mossa in modo ambiguo, oscillando tra il no formale e l’ipotesi di un rientro dalla finestra con un ruolo di osservatore. Trump ha annunciato il “Board of Peace” come nuova sede decisionale per la gestione del cessate il fuoco a Gaza, rivendicando che potrà fare “ciò che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare” e ponendosi esplicitamente in competizione con l’ #ONU.

Il Board riunisce una ventina di paesi, tra cui attori centrali come Israele, Egitto e Qatar, e si propone di seguire la ricostruzione postbellica e le questioni di sicurezza, con una possibile estensione del mandato ad altri conflitti. In vista della prima riunione, Trump ha sbandierato impegni per oltre 5 miliardi di dollari in aiuti e fondi per la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di uomini per una forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU.

Di fatto, però, la sproporzione tra i costi stimati per ricostruire Gaza e le promesse, e l’assenza di un chiaro quadro di responsabilità democratiche, alimentano l’impressione di un’operazione più di immagine che di reale governance multilaterale.

(BOP2)

Diversi paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno assunto una posizione prudente o apertamente negativa, proprio perché il Board sembra costruito come alternativa politica al sistema di sicurezza collettiva dell’ONU.

Sul terreno, intanto, bombardamenti e vittime civili a Gaza continuano, rendendo ancora più stridente la retorica di un “board della pace” che nasce mentre manca una vera garanzia di protezione per i palestinesi.

È legittimo domandarsi se questo organismo non serva più a consolidare l’influenza geopolitica di #Washington e di Trump che a assicurare giustizia, ricostruzione e autodeterminazione ai gazawi. In questo contesto si inserisce anche il rinnovato asse Roma‑Berlino, che il governo italiano cerca di valorizzare come contrappeso alle diffidenze francesi e alle incertezze della stessa Unione Europea.

Berlino mantiene una linea molto prudente sul “Board of Peace”, teme di legittimare una struttura parallela all’ONU e preferisce incardinare ogni iniziativa sul quadro multilaterale esistente; #Roma, invece, tenta di stare a metà strada, rivendicando vicinanza agli Stati Uniti, ma ammiccando alla cautela tedesca.

Il risultato è un asse che sulla carta dovrebbe rafforzare il fronte europeo, ma che nei fatti rischia di produrre solo comunicati congiunti e poca chiarezza politica: si critica l’impianto del Board, ma non si ha il coraggio di dire apertamente che l’Europa dovrebbe rifiutare organismi costruiti su misura per la leadership di Trump.

Il governo italiano, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha spiegato di non poter aderire al Board perché la sua architettura concentra un potere di vertice nelle mani di Trump, in assenza di condizioni di uguaglianza tra gli Stati membri.

È una motivazione giuridicamente corretta: l’Italia può cedere quote di sovranità solo a organismi effettivamente paritari, non a un consesso dove la lettura dello statuto è nelle mani del “presidente” di turno. Eppure, mentre #Tajani ribadisce il no formale, #Meloni apre alla possibilità di partecipare come osservatore, presentando questa scelta come modo per “non restare fuori dalla stanza” quando si decide il futuro di Gaza.

Il risultato è una linea ondivaga: da un lato si rivendica la fedeltà alla Costituzione, dall’altro si cerca un canale laterale per rientrare in un meccanismo che resta squilibrato e opaco, con il rischio di legittimarlo proprio mentre lo si critica.

In questo quadro, la prudenza italiana appare meno come un atto di autonomia politica e più come il tentativo di tenere insieme fedeltà a Washington, asse con Berlino, timori europei e vincoli costituzionali, senza mai dire chiaramente se il modello del “Board of Peace” sia compatibile con una vera architettura multilaterale. Prendere tempo sulla disgraziata #Gaza. Non di certo un modo degno di parlare di pace.

#Blog #BoardOfPeace #Medioriente #USA #Italia #GovernoMeloni #PoliticaEstera #Opinioni

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(203)

(DS1)

Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.

Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.

Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.

Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.

(DS2)

Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.

Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.

Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.

Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.

In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.

#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili

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(201)

(GM1)

Facciamo il punto sul lavoro del Governo Meloni. Tanto per essere chiari.

Il governo #Meloni aveva promesso la rivoluzione, si è presentato con lo slogan “Pronti a risollevare l’Italia” e per ora ha risollevato soprattutto le aspettative tradite. In campagna elettorale si parlava di “taglio delle tasse”, “riduzione della pressione fiscale”, flat tax estesa alle partite IVA fino a 100 mila euro e progressiva eliminazione dell’Irap, il tutto condito dal ritornello sulle famiglie schiacciate dal fisco. A distanza di anni, i numeri raccontano una storia lievemente diversa dalle conferenze stampa: la pressione fiscale è cresciuta, toccando il 42,5 per cento nel 2024, e le tanto sbandierate rivoluzioni fiscali sono rimaste un genere letterario.

La leggendaria flat tax “per tutti” non si è vista, se non in forma di annunci evaporati tra un vertice di maggioranza e una nota del #MEF. L’estensione promessa alle partite IVA fino a 100 mila euro è stata rinviata, limata, poi discretamente accantonata nelle ultime manovre, mentre ci si è dedicati a piccoli ritocchi spacciati per “svolta epocale”. Nel frattempo il grande riordino delle detrazioni ha prodotto un aumento di gettito a regime, con tagli che colpiscono anche famiglie e contribuenti medio‑alti: altro che liberazione fiscale, sembra più una stretta travestita da riforma coraggiosa.

Capitolo carburanti, ovvero l’epica saga delle accise. Dall’opposizione Meloni e soci ripetevano che le accise sui carburanti andavano progressivamente abolite, come se bastasse un cambio di governo perché il pieno costasse magicamente la metà. Una volta arrivati a Palazzo Chigi, improvvisamente si è scoperto che il bilancio dello Stato non si regge sugli slogan: il piano strutturale concordato con Bruxelles prevede un graduale aumento delle accise sul gasolio per allinearle alla benzina, mentre si procede a un robusto disboscamento delle detrazioni fiscali per circa 7 miliardi l’anno. Il risultato è che chi faceva il pieno sognando “meno tasse” oggi paga di più e ha pure meno margini di detrazione, ma può sempre consolarsi con un post su X in cui gli spiegano che la colpa è dell’Europa, del passato, del destino cinico e baro, mai delle scelte del governo.

(GM2)

Sul fronte sociale, il racconto era quello della difesa del ceto medio e della “dignità del lavoro”, con promesse di rilancio dello Stato sociale e di un grande investimento nella sanità pubblica. Peccato che, nella realtà, l’Italia nel 2024 destini alla sanità circa il 6,3 per cento del PIL, sotto la media OCSE ed europea, mentre i cittadini fanno la fila mesi per una visita o scivolano nel privato a pagamento. Il governo rivendica “record di risorse” stanziate, ma si dimentica di aggiungere che l’aumento nominale serve in gran parte solo a inseguire l’inflazione, lasciando il servizio sanitario in cronico affanno e sempre più lontano dalla retorica della “sanità per tutti”.

Se si allarga lo sguardo all’insieme del programma del centrodestra, il quadro diventa quasi didattico. Un’analisi su cento impegni chiave mostra che solo poco più di una ventina possono dirsi compiutamente realizzati, mentre il resto è in sospeso, annacquato o francamente tradito.

In teoria doveva essere la stagione della riscossa nazionale; in pratica è diventata la stagione del “non abbiamo potuto”, “ci hanno impedito”, “non è colpa nostra”, mentre le famiglie fanno i conti con tasse non più leggere, servizi non più efficienti e un futuro che assomiglia terribilmente al passato.

Le promesse mancate del governo Meloni non sono incidenti: sono il vero progetto politico, dove la propaganda viene mantenuta con rigore assoluto e la realtà può tranquillamente arrangiarsi.

#Blog #Politica #Economia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni

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