Transit

Sicurezza

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Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.

La sicurezza secondo il #GovernoMeloni è una linea retta: ordine, controllo, punizione. Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese.

In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.

I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto.

Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia. Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione.

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Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna. Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso. La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele.

In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile.

È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe. In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile. Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere.

È un rovesciamento silenzioso, ma radicale. Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti. Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo. Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale.

Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato. Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata.

È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette.

Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune. Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi.

La Costituzione italiana affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza. Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe.

Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro. Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile.

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