Annotazioni

per raccogliere pensieri sparsi o frammenti già in rete

(dal blog Un Tour du Laos)

LaBici

Come accennato su telegram, in questa settima tappa del viaggio in bicicletta sto cercando prospettive narrative che mi permettano di andare oltre la geografia dei territori e raccogliere spunti sui meccanismi di produzione della realtà. Vorrei farlo a partire da un testo importante che ho riletto in questi giorni e che non cessa di generare riflessioni. Si tratta dell'ultimo lavoro di Mbembe, “Nanorazzismo, Il Corpo notturno della democrazia.” Mi piacerebbe contestualizzare alcuni dei temi che propone attraverso l'esperienza “indocinese”. L'ipotesi di lavoro di Mbembe riguarda il tentativo di dimostrare che la democrazia si sorregge su di un`inerente doppiezza e che istituzioni totali ed ordinamenti totalitari come la piantagione, lo schiavismo, il campo di lavoro o la prigione non siano da considerarsi esterni ad essa ma elementi del suo corpo notturno. Rivisitando alcune considerazioni di Franz Fannon sull'esperienza coloniale, osserva come la democrazia sia intimamente legata a un potere leggittimato dalla forza di una legge che si costituisce nel fuori-legge e che si impone “come se fosse voluta dal destino”. Non si articola quindi dentro dicotomie di legalità/illegalità ma è soggetta ad imperativi politici in cui la legge stessa appare “assolutamente strumentale”. Queste dinamiche sono evidenti nelle relazioni coloniali e neo-coloniali dove la nozione weberiana di monopolio statale della violenza si frantuma in una varietà di attori privati che la esercitano per fini produttivi e di profitto. Se la democrazia da un punto di vista filosofico sorgeva proprio per contrastare queste dinamiche, la Colonia come la post-colonia appaiono invece maschere che celano l'intimità notturna della democrazia rimuovendo la sua latente violenza in un perenne altrove, storico e passato, o geografico e contemporaneo, quasi per esorcizzarla e tenerla lontana dalla polis.

Il filosofo napoletano, Esposito, in un suo recente lavoro, Pensiero Istituente, si muove su tematiche analoghe da diverse prospettive. Definisce infatti la democrazia proprio nella frattura con quella violenza arbitraria che Mbembe invece considera fondante l'ordine democratico. Per sciogliere questi legami occorre però ripensare l'idea stessa del corpo politico e si spinge fino a definire la società democratica come società senza corpo. Citando Lefort, Esposito spiega che una società democratica può realmente definirsi tale ipostatizzando la caduta dell`immagine di una totalità organica che tenga assieme il sociale, sia essa il Re ma forse anche il Partito e perchè no “il Governo”. Questa disarticolazione dal corpo delle parti implica comunque il riconoscimento, come in Mbembe, di un vuoto primordiale e fondante. Tuttavia per Esposito, “la società democratica [è] un vortice che [vi] rotea intorno [...]” che, a ben vedere, dovrebbe accogliere completamente il vuoto senza rimuovere la violenza originaria per liberarne la comprensione profonda e così disinnescarla. Per Mbembe invece la democrazia mantiene una relazione strumentale con questo vuoto. Per dirla deleuzianamente, si mantiene sullo stesso piano di immanenza definenendosi in relazione ai suoi contrari e a ciò che non è.

Questo dibattito tra pensiero istituente (Esposito) e pensiero destituente (Mbembe) esposto ora un pò superficialmente è quanto mai attuale nel sudest asiatico dove le nuove generazioni sono alle prese con un difficoltoso tentativo di ripensare la natura delle istituzioni politiche che sono sorte nella Colonia e in risposta alle guerre anti-coloniali o al neo-colonialismo ad esse relazionato (qui un esempio del dibattito). Nella mia limitata esperienza etnografica, la ricodificazione di queste pulsioni sul vuoto a volte assume le sembianze di rinnovati nazionalismi che nascondono ataviche forme di esclusione e marginalizzazione. Altre rinforzano spinte autoritarie orientate all`esecuzione di difficoltosi quanto controversi programmi di sviluppo top-down. Per queste ragioni, il politico trova una sua forma più nella nozione di comunità immaginate ed escludenti che nella descrizione di pratiche di democrazia reale o dal basso, fatta eccezione, forse, delle esperienze delle comuni cinesi durante la rivoluzione culturale. Si potrebbe arrivare ad ipotizzare allora, usando i termini di Esposito, che nel sudest asiatco vi sia una supremazia del simbolico rispetto al reale insieme a processi politici che rendono difficoltosa la contendibilità del potere. Questi due elementi messi insieme spiegerebbero, in linea teorica, una tendenza verso modelli statali autoritari ad intensità variabili pur dentro forme di governo distinte da democrazie formali (Sud Corea, Tailandia e Giappone), a sistemi mono partitici (Cina, Vietnam, Laos) o dittature in senso stretto (Myanmar). Vorrei allora mettere giù qualche pensiero sulle continuità e discontinuità storiche che le diverse forme statali mantengono al di là dei meccanismi di scelta dei governi di cui si dotano. Per farlo proverò a discutere della ricostruzione e pacificazione del Laos sfruttando questo viaggio verso Long Chen, la capitale paramilitare della guerra americana, come un simbolo ineludibile del vuoto democratico.

Long Thien La Pista dell`aereoporto di Long Chen (o Tieng o Cheang)

Long Chen è oggi una piccola cittadina di bassa montagna che vive intorno all'economia di una base militare, squattrinata e senza grandi apparati bellici da mostrare. I militari li si riconosce per un cappellino mimetico o per un pantalone o uno stivale o perchè la sera si bevono qualche birra nei bar di frontiera aperti per loro. Gli specialisti della CIA purtroppo destinarono questa splendida vallata alla guerra ma le guglie gotiche delle montagne che la circondano reclamano ancora il destino che è stato loro negato. La vecchia pista dell'aereoporto è perfettamente protetta e nascosta. Ad una estremità vi sono due falesie a forma di piramide che segnavano il fine corsa degli aerei. Chi sbagliava salutava tutti contro di loro. Altri occhi forse vi avrebbero immaginato un immenso prato, fiori, risaie e qualche mulino. Rimane poco della bellezza che fu. Non ci sono più alberi, nè animali.

La storia della città è legata indissolubilmente alla crescita militare del signore della guerra Hmong, Van Pao. Secondo alcune ricostruzioni storiche, Long Chen in pochi anni ospitò fino a 60.000 persone tutte per lo più appartenenti culturalmente all`etnia Hmong. Con la presa di potere dei Pathet Lao e dei comunisti, iniziò un rapido spopolamento. Le modalità di questa migrazione in uscita sono ancora avvolte nel mistero. Secondo alcune tesi di dottorato (1, 2) disponibili su internet ed un testo più recente, il Generale Van Pao, i suoi familiari e tutti gli altri generali a lui più vicini furono trasferiti negli USA. Si parla di circa 2500, 3000 persone. Gli altri rimasero invece in Asia, alcuni dentro campi per rifugiati in Tailandia, altri in Laos organizzati per continuare la guerra o per difendersi dalle prevedibili ritorsioni post belliche. La migrazione Hmong verso l'estero, soprattutto negli USA, durò per tutti gli anni 70. Un censimento del 2005 stimò che negli USA vi erano almeno 130.000 Hmong. Non ci sono cifre univoche nemmeno sul numero dei morti durante la guerra segreta. Alcune fonti parlano di 30.000 solo tra coloro che erano assoldati direttamente da Van Pao, cioè tra coloro che vivevano a Long Chen. Per questo le cifre sembrano obbiettivamente un pò sovrastimate pur rimanendo enormi.

Uno dei nodi principali delle ricostruzioni delle vicende di quegli anni riguarda il fatto che il governo degli USA solo recentemente ha ammesso un suo ruolo nella guerra civile laotiana senza però ancora chiarire in che modi. Non vi sono, ad esempio, evidenze di finanziamenti approvati dal Congresso o da qualche commissione più segreta di stampo militare al gruppo in armi di Van Pao. Vi sono ricordi e testimonianze di incontri avvenuti con membri del Congresso e Van Pao in basi militari americane in Taialandia ma non ci sono documenti ufficili che li dimostrino. Per tutti gli storici risulta innegabile comunque che il finanziamento delle attività belliche Hmong, prima e dopo la guerra americana, avvenne attraverso il narcotraffico, con la produzione di oppio destinato ai laboratori per il processamento di eroina. Questo è l`elemento dirimente delle dispute poichè porta con se diverse complicazioni legali e giuridiche e catene di responsabilità che molti testi del nazionalismo Hmong omettono privilegiando la dimensione vittimistica “da perseguitati dai comunisti” rispetto alle altrettanto innegabili atrocità da loro commesse durante la guerra. La costruzione politica dell'identità Hmong si basa cioè sulla rimozione delle violenze commesse a partire proprio da luoghi come Long Chen. I responsabili semmai furono quei generali che condussero il loro popolo a commetterle e che ora non sono più presenti sul territorio laotiano. In forma analoga, chiedono che si riconoscano le diverse colpe per ciò che riguarda la catena produttiva dell'eroina includendo più ampie reti di trafficanti e quelli che raccolgono i maggiori profitti dal commercio illecito.

Per comprendere meglio la complessa situazione dei Hmong di oggi, bisognerebbe allora spiegare per bene l'ultranazionalismo che ha animato ed anima ancora alcuni dei suoi leader storici. Van Pao ad esempio era evidentemente un anti-comunista ed anti-vietnamita ma era anche un ultra-nazionalista. Credeva che grazie alla guerra americana sarebbe riuscito a dare a tutti i Hmong, sparsi tra Cina, Vietnam e Laos, un unico territorio in cui vivere. Riteneva che il suo ruolo fosse quello del Re-condottiero. Questo però non gli derivò da sue capacità messianiche o divine ma da un indubbio carisma unito alla capacità di ottenere fondi con cui pagava a basso costo (circa 3$ al mese negli anni 60-70) i suoi 40.000 soldati. Sposò molte donne appartenenti a diversi clan Hmong per entrare in relazioni di sangue con le discendenze di vari villaggi e ricevere i favori dei loro capi. Il narcotraffico invece gli permise di tessere una vasta rete clientelare con cui dava favori e lavoro ad almeno 100.000 persone che lo consideravano un Re/patrono. A conferma di ciò ci sono diversi studi di storici sia bianchi americani, sia Hmong in diaspora. Questi tratti del pensiero di Van Pao e la sua storia narcotica, che ne ha fatto uno dei maggiori narcotrafficanti laotiani apppoggiato dai vertici militari USA, sono spesso dimenticati.

Oggi la costruzione identitaria transnazionale dei Hmong si basa su di un governo in esilio che è una lobby molto attiva e danarosa con discrete influenze sul Congresso americano. Le fazioni politiche si suddividono tra un gruppo filomonarchico che vorrebbe il ritorno del Re e di una monarchia costituzionale, quelli che si autodefiniscono “pro-democrazia” sotto l`acronimo ELOL, Ethnic Liberation Organization of Laos, e un altro che invece aspira alla secessione anche con l'uso di armi, lo United Lao National Liberation Front (ULNLF). Date le differenze sui mezzi, entrambi considerano l'anticomunismo alla base della loro ideologia e non riconoscono la legittimità del governo dei Pathet Lao formatosi a loro parere non per una vittoria nella guerra ma per un colpo di stato del 1975. Questa distinzione è molto importante nella costruzione ideologica del nazionalismo Hmong poichè fin da subito si sono considerati un gruppo belligerante in resistenza piuttosto che una forza paramilitare finanziata dal narcotraffico. In un mix di revisionismo ed anti-comunismo, non riconoscono le violenze belliche compiute durante la guerra segreta, quella che loro definiscono la prima guerra segreta, poichè combattevano contro i comunisti per conto degli americani. La seconda guerra segreta, iniziata dopo “il colpo di Stato”, è invece concettualizzata come una lotta di autodifesa contro i crimini contro l'umanità commessi dal governo golpista. Sempre stando ad un loro testo di riferimento, la loro è una guerriglia legittima organizzatasi per difendersi dalle ritorsioni post belliche proprio intorno alla zona di Long Chen e intorno alla montagna più alta del Laos, il monte Phou Bia. A questo si aggiunge un discorso panculturale che tenta di mettere assieme tutte le popolazioni di origine Hmong che vivono in diversi agglomerati di villaggi tra il Vietnam, la Cina e il Laos. Pur dentro diversità geografiche e di contesto abbastanza consistenti, questa narrazione nazionalista costruisce un vero e proprio idealtipo dei Hmong che descrive un popolo unito e fiero della propria diversità culturale, non poroso al mondo esterno per difendere la propria identità, ma combattente e pronto a “difendersi o a fuggire piuttosto che ad arrendersi”.

In questo contesto si inseriscono poi svariati programmi di aiuto che aspirano a migliorare le effettive condizioni di marginalizzazione e deprivazione di molti villaggi Hmong. La maggiorparte dei programmi orbita intorno a Luang Prabang e nella provincia di Xieng Xuang dove vivevano i seguaci di Van Pao. Per il fine di questo post che è una descrizione verosimile del vuoto su cui orbita la società democratica, è importante sottolineare come l'intreccio di memorie e visioni del mondo divergenti determini un militarismo del pensiero che è onnipresente in un paese come il Laos. Questa suddivisione netta e bipolare dei ricordi possibili, dei “buoni e cattivi” e delle memorie “giuste o sbagliate” e insieme della ricerca dell'oblio riguarda chiunque viva qui. Dal modo di relazionarsi a questa realtà divisa dipendono infatti strategie e possibilità di sopravvivenza tanto dei laotiani quanto degli espatriati di diverse nazionalità. Inoltre su queste divisioni si innestano macro flussi internazionalisti tanto delle destre fascistoidi quanto delle sinistre della resistenza con ampi rischi di strumentalizzazione di storie locali. Ad esempio, negli ultimi anni, il solco ideologico tra le polarità è stato occupato soprattutto da sentimenti e narrazioni anti-cinesi con cui si è rafforzato un certo nazionalismo interno insieme a un generale senso di malcontento verso il governo centrale dentro agende di geopolitica regionale. Come già accennato in post precedenti città come Luang Prabang ospitano con estrema facilità pensieri politici neomonarchici, secessionisti e/o anticinesi. Come scoperto in questo viaggio sono maggiori gli esponenti della sinistra comunista e post-comunista nel sud del Paese. Difficile invece stabilire quanto forte sia l'impatto del pensiero nazionalista sui villaggi Hmong più remoti e quanto il senso di unità del corpo sociale costruito narrativamente nella sofferenza e marginalizzazione trovi una rappresentanza credibile dentro le due macrofazioni descritte sopra. Nel Comitato Centrale clandestino dei Phatet Lao c'era un Hmong, Lo Faydang e molti Hmong seguirono lui nella resistenza e non i suoi oppositori. Certamente come raccontato in diversi testi di quegli anni, gli USA e i suoi servizi di intelligence militari adottarono tecniche di controllo indiretto e di politicizzazione di minoranze etniche come mai avevano fatto in precedenza. Produssero così un punto di svolta nelle tecniche di controllo e di influenza regionali per preservare quelle che loro consideravano conquiste democratiche sul proprio territorio.

(dal blog Un Tour du Laos)

banksyaLuangPrabang

E’ passato più di un mese dal rientro a Luang Prabang ma il riadattamento alle energie psichiche della città è durato poco. Non si può rimanere attaccati per sempre all'emozione estatica del rincontro con la Natura. Prima o poi l'aperto torna a farsi chiuso e bisogna fare i conti con la ripetizione. Ciò è vero soprattutto dopo la biciclettata più lunga della mia vita, anche e forse soprattutto perché è avvenuta dentro la sospensione epocale prodotta dalla pandemia. Il ritorno per questo è stato un riadattarsi a un ritmo ibrido di un presente che non sa di ripresa o di proiezione in avanti, ma di ripetizione orizzontale dello stesso, in un’attesa continua che l'Altro modifichi le regole del gioco. Ci troviamo un pò tutti a fare i conti con forme di spossessamento del sé e con un regime di impotenza imposto da una contingenza biologica. Ma ci sono fattori aggiuntivi perchè questo processo di assoggettazione avviene in forma consapevole, quasi accettata, in nome di un'emergenza che obbliga ad incorporare una rinnovata modalità esistenziale.

C’è però un aspetto di Luang Prabang che ha a che fare con la sua turisticizzazione\mercificazione e con la sua memoria contesa che si aggiunge alla sospensione pandemica e che rende peculiare la quotidiana esperienza del tempo, cioè di come passato e presente esistono nel presente. Ogni abitante di una città d'arte deve relazionarsi con l’apparente quanto necessaria immutabilità del suo patrimonio storico ed artistico. Da un punto di vista psichico, è come se ad un'impotenza di contesto determinata dall'epidemia se ne aggiunga una strutturale. Per certi versi un passato da conservare sostituisce o si aggiunge a tutta una serie di rituali formalizzati e, come quei rituali, partecipa di processi sociali che reificano gerarchie e ruoli. Conservare il patrimonio storico artistico di una città implica un insieme di dispositivi che aspirano a fissare, recintare, tutelare, impedire un uso piuttosto che un altro dello spazio. Ciò comporta un'esperienza storicizzante della quotidianità che produce soggettività radicalmente diverse da quelle di una città in cui è prassi comune distruggere il vecchio per ricostruire. Ma stabilisce anche un ordinamento giuridico-morale che ordina le modalità accettabili in cui il passato deve e può manifestarsi nel presente. Questo secondo aspetto è quello che più mi interessa ora perché ha a che fare con la “Legge” e con un ordine e fa del patrimonio storico artistico una modalità del godimento. Come tale, produce fantasie che si vincolano ai meccanismi di produzione del desiderio, o per dirla con Zizek, che “insegnano [al soggetto] a desiderare”.

In altre parole questo significa che in una città come Luang Prabang esistono tutta una serie di processi con cui la fantasia si allaccia alla memoria storica dei luoghi, quindi ad una memoria collettivizzata dai dispositivi del potere, per poi vivere quasi di vita propria, facendo immergere le diverse soggettività che la abitano in vere e proprie fantasticherie sul suo passato a volte grandioso, a volte taciuto. “Timeless” è la parola chiave che sintetizza questa atmosfera magica. Racconta un presente senza tempo su cui sono stati prodotti video, immagini e campagne pubblicitarie per il turismo da ormai 20 anni. Hotel, bar e ristoranti ne hanno fatto un paradigma distintivo dell’esperienza turistica che offre la città. Vecchi edifici coloniali, stanze di re e regine o giardini di principi e principesse che affacciano su uno dei più suggestivi fiumi dell'Asia sono oggi disponibili ai curiosi e facoltosi turisti che desiderano immergersi per qualche giorno in una ricostruzione immaginaria della Colonia o dell’epoca monarchica. Il passato si fa così performance quotidiana in cui tre generazioni di laotiani di tutte le etnie hanno imparato ad indossare abiti d’epoca e a servire mantenendo il sorriso e la postura corretta mentre esaudiscono ogni desiderio del visitatore. Molti di questi giovani arrivano da villaggi vicini in cerca di un salario o di maggior fortuna in città. Tutti insieme partecipiamo di una vera e propria costruzione utopica di Luang Prabang in cui la Storia riemerge sia come rimemorazione vivente del passato, sia come grande rimosso, cioè come racconto incompleto che non svela mai pienamente il suo segreto scabroso: quello di essere una città dal passato monarchico che oggi gode della sua bellezza architettonica per essere stata “responsabile” e, per questo salva, dai bombardamenti che hanno riguardato invece il resto del Paese. L'oscenità nascosta della sua bellezza è il motore immobile della città ma cosa significa abitarla cercando di non rimuovere l'orrore primordiale che ha costituito il suo patrimonio storico ed artistico?

Le macchine desideranti

JeepUS

La risposta a questa domanda riprende direttamente alcune questioni lasciate aperte nel post precedente a proposito di società democratiche oltre i loro ordinamenti istituzionali e giuridici formali. In un suo libro recente, Recalcati analizza l'essenza delle comunità democratiche come comunità di desiderio. Rivisita radicalmente, in chiave psicanalitica, i rapporti di forza dei legami sociali e delle relazioni tra soggettività, suggerendo di spingerli dentro un continuo tentativo di superamento delle relazioni di reciprocità e delle dinamiche di colpa-debito. Piuttosto che osservarle materialmente attraverso pratiche come il dono, Recalcati si muove nell’inconscio per trovare un modo di pensare e quindi di vivere l’aperto e stabilire le forme “dell’eguaglianza dei non eguali”. Ritrova quelle dinamiche per superarle nella vitalità del desiderio che non può chiudersi nel suo Oggetto e si fa invece condizione di ricerca creativa continua; una spinta vitale che supera ogni sua rappresentazione consumistica. Contro ogni settarismo, Recalcati sembra qui accogliere alcuni temi cari a Deleuze e Guattari nel loro lavoro su Capitalismo e Schizofrenia. Sottolinea cioè l'importanza di un desiderio che si faccia deviante, spingendo verso un divenire femminile da opporre al divenire panico del desiderio contemporaneo, in cui le capacità empatiche dell'umano sembrano accartocciarsi sul gruppo, dentro percorsi identitari che escludono il non facilmente comprensibile. Come già suggeriva Bifo qualche anno fa, in questo mondo accelerato e caotico, in cui i vecchi ordinamenti istituzionali sembrano incapaci di arginare le deterritorializzazioni imposte dai flussi economici, demografici ed ambientali, a mancare non è il Padre, cioè, la legge o l'ordine, ma la Madre, intesa come eccesso emotivo, sensibilità e percezione dell'altro.

Come trasportare però questa necessità di cambiamento trasformativo dalla psiche e dalla soggettività al sociale e alle formazioni storiche? In che modo interpretare la performance messa in scena dalla foto di sopra? L'aprirsi al divenire femminile riguarda una profonda riconsiderazione delle dimamiche di dominio e delle forme della sua incorporazione. Riguarda le modalità di accoglienza dell’altro e le modalità di superamento delle ferite dell’incontro. Signfica assumere la necessità di ripensare sistemi produttivi e riproduttivi basati sullo sfruttamento di alcuni per il bene degli altri. In questo senso quella Jeep non lascia scampo. La sua simbologia fallica, che alcuni associano facilmente a violenze indicibili, trova nel restauro dell’economia di mercato una nuova vita “vintage” ma ripropone anche il mondo visto in “blocchi” che ha segnato la seconda metà del novecento e la storia recente del Laos in particolare. Il suo percorrere le vie della quotidianità si perde così nel mare delle immagini social che raccontano una città dalla bellezza senza tempo e dal passato idilliaco. Ma afferma anche tra le righe, che tutto è permesso, grazie all’impunità di coloro che arrivarono ed andarono via in silenzio ed ora “ritornano” per vendere un prodotto ma forse anche per riprendersi qualcosa attraverso un ricordo potente. Ecco quindi dispiegarsi il paradosso della creatività del desiderio che sembra fare del capitalismo una forza deluzianamente rivoluzionaria, capace di frantumare ogni barriera e muro divisorio ed affermarsi come l’unico sistema economico disponibile per rendere attuali le comunità di desiderio. In questa apparente riproposizione del “non c’è alternativa”, può allora essere utile riaffermare la natura profondamente anticapitalista del pensiero femminista in cui dovrebbe iscriversi il divenire femminile.

Come dimostrato dalla Federici, tra le altre, le “rivoluzioni industriali” che hanno dato vita al sistema capitalistico sono inestricabilmente relazionate allo sfruttamento della donna in quanto “sorgente” della forza lavoro. Il suo confinamento negli spazi chiusi della riproduzione e la sua esclusione sistematica da qualsiasi lavoro salariato per lunghi periodi storici hanno costituito uno schiavismo di classe che insieme ai processi di privatizzazione delle proprietà, le cosiddette enclosure, e alla tratta di persone, ha formato un asse portante dello sviluppo industriale-capitalistico occidentale. Con gradazioni e modalità diverse, tutto ciò è anche osservabile nei modelli di crescita economica e di gestione delle risorse dei paesi che furono “il secondo mondo”. Alcuni testi di antropologia sociale raccontano la transizione da economie centralizzate e statalizzate ad economie non regolamentate e di mercato nella loro riscoperta di reti familistiche e di strutture di appoggio informali che hanno permesso agli attori economici di gestire il rischio e l’incertezza delle nuove condizioni produttive. In alcuni casi, come quello descritto dalla Humphrey in Siberia, il passaggio “dallo Stato al Mercato” è avvenuto attraverso un vero e proprio revival di “tradizioni”, famiglia e di altre relazioni personali, tanto da ricostituire forme di fiducia e di reciprocità su di uno sfondo propriamente culturale piuttosto che burocratico e istituzionale.

La culturalizzazione delle relazioni economiche come risposta alle dinamiche deterritorializzanti del Capitale è un fenomeno vasto ed ubiquo. Tuttavia la subalternità delle donne è stata così riproposta come chiave di sopravvivenza di produzione e riproduzione. “La Madre” è cioè entrata in un processo di marketizzazione per cui l’aperto che rappresenta è divenuto un’àncora di salvataggio contro le periodiche crisi del Capitale che ravvivano desideri panici e protezionistici. In questa prospettiva, quel ritorno invocato da Bifo a livello dell’inconscio del soggetto ha prodotto nei capitalismi del nuovo millennio un altro confinamento produttivo della donna. Ora oltre al ruolo di generatrice della forza lavoro associa anche quello di protettrice ultima della continuità del Capitale e si oppone direttamente alle cicliche cadute della produzione (qui una bella testimonianza di questo processo nell’Italia pandemica). La religione del Capitalismo intercambia alla bisogna “Padre” o “Madre” in base alle necessità produttive e del marketing politico di quell’aperto apparente che è la liberalizzazione dei mercati. Il divenire femminile deve invece riguardare altro e cioè la capacità di superamento delle ferite che l’aperto e l’accoglienza dell’ignoto genera. Riguarda il superamento delle binarietà e dei legami biologici dentro una transizione in cui il divenire sia agito quanto subito. E deve necessariamente riportare il piacere che manca, come afferma Godani, non dell’imperativo capitalista “Godi!”, ma del “godi” che fa dell’ozio un’azione sovversiva delle microforme di dominio del quotidiano. Ma come materializzare questa trasformazione?

Al riguardo, potrebbe essere interessante raccontare qualcosa sulle comunità di desiderio di Luang Prabang e su come la pandemia sembra ne stia mostrando un lato più oscuro a causa del panico economico che si è diffuso tra certi segmenti popolazionali, creando una corsa all’accaparramento invece che spinte collaborative. Per ragioni che spiegherò meglio, la città ha costruito un’immagine di sè come avanguardia dei modelli di sviluppo sostenibile del sudest asiatico. Vorrei mostrare però che questa costruzione immaginaria è un prodotto di precise scelte di marketing che aspirano a posizionarla come un “marchio” sul mercato regionale turistico. Appare inoltre il frutto di una rinnovata spinta elitaria della città in cui il divenire femminile nasconde proprio quelle dinamiche di protezione del Capitale che ho discusso in precedenza e dietro cui si cela l’immagine della Jeep. Nonostante ciò esistono degli elementi della transizione in atto che mostrano percorsi di ibridazzione liminali che meritano una descrizione più accurata.

La pedagogia di Holliwood

Prima di tutto elencherò alcuni elementi che costituiscono nell’immaginario locale la specialità di Luang Prabang. 1. Da ormai due decadi, è considerata un luogo LGBTQ+ friendly; 2. Le donne hanno un ruolo economico di primaria importanza nelle dinamiche produttive urbane. 3. Da qualche anno i maggiori hotel cittadini hanno inziato un processo di conversione economica per garantire sostenibilità ambientale: dall’approvigionamento a chilometro zero, a prodotti biologici, dalla riduzione del consumo di plastica, ai primi timidi tentativi di utilizzo di forme di trasporto elettrificato. 4. In quanto patrimonio mondiale dell'UNESCO, è una delle poche città dell'area che possiede un piano regolatore che ordina, seppur parzialmente, il consumo del territorio e le scelte architettoniche e dei materiali di costruzione. 5. La burocrazia municipale è formata dentro scuole militari, ma per vedere armi bisogna andare fino al poligono di tiro sportivo. 6. E' un centro buddista di discreta rilevanza regionale con alcuni tratti dottrinali unici non rintracciabili in altre aree del Buddismo Theravada. 7. A Luang Prabang e dintorni la World Bank non finanzia strade e dighe ma progetti di conservazione della biodiversità. 8. Facebook è considerato la porta per la libertà di espressione e uno strumento imprescindibile di organizzazione di gruppi ed azioni collettive. L’insieme di questi elementi segnalano una certa potenzialità liminale della città ma potrebbero anche celare l’ipocrisia tardo capitalista e quella sostituzione di “Padre” e “Madre” citata in precedenza.

Per fondare empiricamente l’osservazione di queste dinamiche ho fatto di necessità virtù e, viste le mie difficoltà con il laotiano, in questi mesi ed anni ho sfruttato la conoscenza di altre lingue per immergermi, come molti e con fortune alterne, nel mondo dei migranti che, in un modo o nell’altro, hanno un regolare permesso di soggiorno: “gli expat”. Partirò quindi da questo campo di analisi per proporre alcune considerazioni sulle materializzazioni del divenire femminile a Luang Prabang.

Dividendo la società in due macrocategorie che sono quelle dei potenti e quella dei dominati, è probabile che la maggioranza degli expat (nonostante alcuni ricevano salari con molti zeri) rientrino nella seconda categoria. Sebbene vi siano indubbie differenze di classe tra gli “expat”, i più “vecchi” sono riusciti ad arricchirsi e a vivere al di sopra delle loro aspettative finanziarie proprio grazie alla decisione di migrare in Laos al momento giusto. Tante storie locali di successo condividono una precisa finestra temporale, il primo decennio del 2000, e raccontono un mix di capacità personali, etica del lavoro, opportunismo e sensibilità rispetto alle dinamiche socio-culturali locali. Su queste biografie “dell’individuo” si allaccia poi la necessità di regolarizzare la posizione migratoria per i fini dell’accumulazione di Capitale.

La migrazione per ragioni economiche ha infatti prodotto un’infrastruttura giuridico-legale che sostiene la presenza degli expat e dei loro investimenti nell’impossibilità di un expat di diventare “proprietario” di edifici e di terreni. La tipologia di visto ottenuta racconta quindi un’altra storia. In molti casi accade che l’arrivo in città sia dovuto ad un’amicizia che diventa amore. In altri la relazione è invece prettamente commerciale. Seguendo queste due traiettorie è possibile allora descrivere l’incontro tra gli expat e gli abitanti di Luang Prabang attraverso due macro categorie: 1. quella di legami di parentela con famiglie più o meno importanti formalizzatisi con matrimoni per amore o di comodo; 2. e quella di legami commerciali con reti locali di potere formalizzatisi con la costituzione di società con prestanomi o con soci locali. Come sempre accade ci sono diverse gradazioni e incroci possibili tra i diversi estremi, ma la sostanza del discorso non cambia. Ogni expat può essere inquadrato dentro questo spettro giuridico-legale attraverso il quale una prima forma di diversità è stata via via assorbita e normalizzata nelle dinamiche economiche della città.

E’ poi possibile identificare i flussi migratori intorno all’asse linguistico più che strettamente geografico o culturale. Ci sono quindi: filippini, coreani, cinesi\mandarino, cinesi\cantonese, tailandesi, vietnamiti, inglesi (americani, australiani, inglesi), francesi, canadesi, italiani eccetera. Ma vi è anche una componente religiosa legata a gruppi e sette che fanno capo a diverse forme del cristianesimo evangelico, dell’ebraismo, dello shivaismo, dell’islam e di altre pratiche buddiste zen. Sovrapponendo le diverse categorizzazioni tra di loro è possibile ritrovare reti di appoggio e\o commericali in cui individui, famiglie e gruppi impresariali locali sono inseriti e in cui l’elemento più propriamente culturale si intreccia con quello economico.

In tempi recenti, con l’aumentare dei mega progetti sul territorio nazionale e con l'accresciuta importanza degli investimenti esteri diretti (soprattutto nell'edilizia e nelle catene hotelere, nelle infrastrutture e nel settore minerario), i flussi migratori hanno iniziato a complicarsi ulteriormente venendo a mancare le reti di appoggio linguistiche sostituite direttamente dalle Company che portano gli operai attraverso il sistema di visti previsti dalle licenze commerciali, nazionali o internazionali. Ad esempio, alcuni campi di lavoro per infrastrutture hanno creato dei veri e propri spillover popolazionali sulle città e i villaggi che sorgevano nelle prossimità delle opere in costruzione. Negli anni sono poi aumentati anche i lavoratori specializzati, oltre al personale esperto di vari organismi internazionali, i quali però se non sviluppano legami emozionali del tipo 1 rimangono solo per pochi anni. Dentro questo insieme di regole e definizioni generali si articolano relazioni ed incontri che rappresentano in maniera evidente un aspetto della transizione iniziata in Laos alla fine del 1900 (qui un altro aspetto della transizione).

L’incontro multiculturale e cosmopolita tra classi medie e medio-basse si è così inserito ed intrecciato alle pratiche e alle narrazioni della ricostruzione e della pacificazione del Paese dopo la guerra americana. Si tratta di un processo spesso silenzioso e molto simbolico di riconciliazione ma anche di rievocazione di antiche divisioni (come mostrato dalla foto della Jeep). Non tutti i nuovi arrivati sono però in grado di percepirlo ed interpretarlo a causa di una naturale ignoranza delle storie locali sul passato conteso. In questa cronica incoscienza si gioca un aspetto cruciale delle modalità in cui passato e presente vivono nel presente. In estrema sintesi, sempre più persone in città non trovano eccessivamente problematica la presenza della Jeep sulle strade.

Pur partendo da traiettorie distinte o da credi politici per certi versi non conciliabili, a Luang Prabang è possibile definire una convergenza ideale intorno a posizioni politiche se non proprio “anticomuniste” per lo meno avvezze all’idea che il comunismo sia uno degli esperimenti politici falliti della contemporaneità. La transizione economica in atto ne sarebbe la prova più evidente. In questo senso il dispiegamento delle forze del Mercato rappresenta la vera energia rivoluzionaria che ravviva la quotidianità, tra consumo simbolico e microvittorie commerciali ed estetiche sul “vicino di casa”. Ad aiutare questo sviluppo creativo autoctono è il fatto che la forma del capitalismo di Luang Prabang non ha le sembianze invasive di un’acciaieria o di una miniera d’oro, ma quella della conservazione del patrimonio per l’industria turistica e ben si presta a costruzioni ideologiche nazionaliste ed identitarie. Non importa quindi da dove arrivano i materiali di costruzione o i fondi necessari per restauri, abbellimenti, ricostruzioni e conservazioni. E non importa se molti dei guadagni prodotti dipendono da rendite da posizione dominante oppure dal bassissimo costo del lavoro. Per ragioni di marketing e di profitto, la città viene tutelata e protetta non solo da certe forme antiestetiche di speculazione edilizia, ma anche da pensieri negativi sulla sua posizione cosmologica nella regione.

In questa prospettiva, le comunità di desiderio di Luang Prabang potrebbero avvicinarsi ad un’interpretazione destrorsa di “Capitalismo e Schizofrenia”, per cui la rivoluzione sembra dispiegarsi pienamente attraverso le forze di un capitalismo buono e giusto, che recinta le isole produttive e dispone sistemi di sicurezza intorno ad esse. Questa vittoria dell’economia di mercato si manifesta attraverso comunità di desiderio che creano esperienze produttive quasi archetipe e modelli di best practice da imitare. In un ipotetico continuum che rappresenta il nuovo capitalismo laotiano, troveremmo allora da un lato un vero e proprio elitismo hipster, sussidiato e biologico, e dall’altro forme di restaurazione del gusto nobiliare ed aristocratico di vecchi gruppi collaborazionisti con nuove ambizioni di potere. In mezzo al cammino si posizionano invece gli osceni tentativi del “Governo” di accaparrare risorse deturpando l’ambiente e censurando la creatività del desiderio. In questo modo il vecchio è tutto condensato su di un “capo espiatorio” che rinforza le spinte rivoluzionarie del capitalismo buono (1 e 2).

I tempi della memoria

Già nel 2008 Marina Abramovich aveva proposto un’interpretazione delle difficoltose rielaborazioni dei processi storici e sociali che erano in atto a Luang Prabang. Nelle foto e nei testi prodotti dopo circa 4 anni di workshop e percorsi esperienziali sono raccolte diverse testimonianze di una certa rilevanza sull’incontro tra temporalità e memorie. Nel suo caso specifico, la Abramovich aveva mostrato con eccezionale forza simbolica come monaci buddisti ed esercito comunista cercassero spazi di coabitazione, sopportazione e comprensione reciproca. Vista la sua personale biografia, il suo partecipare all’incontro segnalava una via d’uscita estetica ai conflitti latenti della città dentro percorsi di pacificazione che parevano innovare visioni culturaliste più mainstream secondo le quali comunismo e spiritualità non potevano trovare spazi di convivenza.

Nei diversi testi però non si entra mai nel merito di alcune riscotruzioni storiche del periodo bellico laotiano in cui si mostra che il movimento anticoloniale contava nelle sue fila anche molti monaci buddisti che mantenevano posizioni politiche dal nazionalismo fino al marxismo. Molti guerriglieri Pathet Lao provenivano dai monasteri non per via di infiltrazioni comuniste ma per oggettivite condizioni di marginalità e perchè vi erano entrati per essere educati non potendo accedere alle più costose scuole dell’elite coloniale. Questo comunismo come movimento di liberazione anche spirituale è spesso dimenticato nelle rieleborazioni locali. Attualmente sono molti i buddisti praticanti a sgranare gli occhi pensando che dei guerriglieri provenissero dai monasteri. Se alcuni negano in toto che ciò sia veramente accaduto, altri ritengono quella scelta un errore, come se quei novizi non avessero compreso “la via” e si sottoposero a necessità contingenti che nulla hanno a che fare con il Buddismo. Tuttavia, vi sono prove sufficienti che dimostrano che in alcune zone del paese i monasteri divennero obiettivi militari delle forze collaborazioniste. Mentre in altre, come a Luang Prabang, furono storicamente uno strumento di rafforzamento del potere simbolico della monarchia.

Tra i lavori del progetto si possono leggere poi reinterpretazioni del passato coloniale francese che mostrano il lato accogliente della Colonia. Sottolineano le migliorie architettoniche apportate alla città e i diversi restauri proposti alla cittadinanza. Raccontano di quanto povero fosse il Laos e quanto costoso e non economico fosse il mantenimento dell’apparato amministrativo locale. Dirigono quindi l’attenzione verso una dominazione “illuminista” e non opprimente, selvaggia o razzista. Si omettono purtroppo molte altre storie come la prima guerra di Indocina e le tante testimonianze di diserzione che riguardarono i soldati della legione straniera. Cercano quindi di stabilire un ponte verso la trasformazione “positiva” di vecchie e nuove relazioni emozionali quanto commerciali, in funzione di un rinnovato incontro fra nazionalità e soprattutto fra le reti francesi e di rifugiati francofoni di ritorno in Laos e tutti gli altri. In questo lavoro di reinterpretazione della memoria, Luang Prabang emerge quindi nella sua potenzialità utopica di spazio di ricostruzione e convivenza della diversità. Tuttavia l’immagine prodotta sembra non riuscire pienamente a sostenere il peso del rimosso che contestualmente impone. Si apre necessariamente un “Fuori”, oltre le frontiere urbane, altrettanto vasto che partecipa dell’incoscienza della città. Qui sono confinati simbolicamente e silenziosamente i fantasmi del passato; quelli di una guerra civile protratta, troppo superficialmente analizzata dentro i parametri della guerra fredda, lungo le divisioni imposte dal comunismo e dall’anticomunismo.

Negli anni la costruzione del discorso sulla “fortuna e sulla bellezza di Luang Prabang” o sulla sua specialità nel panorama regionale si è inserita sul tagliio tra l’Isola UNESCO, dove risiede il patrimonio storico ed artistico da tutelare e rivalutare attraverso il turismo, ed il suo Fuori, fatto invece di povertà e di marginalità da assistere e prodotto delle inadepienze del “Capo Espiatorio”, il governo comunista. La jeep dei marine rimessa a nuovo aspira a posizionarsi quindi su di un rinnovato spazio di indefinizione tra questi poli. La sua presenza simbolica cerca nuovi significati attraverso i dispositivi dell’alterità messi a disposizione dal capitalismo globale. L’idea che la sostiene è sostanzialmente che anche il rimosso possa trovare una sua funzione commerciale ed essere trasformato da ricordo doloroso a materializzazione proficua e pacificante. Immagina quindi di poter liberare il soggetto dal trauma originario che è l’irragiungibilità dell’Oggetto ripulendo la Jeep del suo ricordo bellico attraverso una compensazione economica che ha le sembianze del mercato. Entrambe le operazioni che produce, quella psichica e quella materiale, avvengono attraverso una conversione monetaria che si interpone e media il passaggio da trauma rimosso a presa di coscienza addolcita (un pò come fanno le società petrolifere che compensano monetariamente per le devastazioni ambientali che producono alcune aree ma non altre). L’unico problema è che questa “liberazione di mercato” impone risorse finanziarie idonee. Chi non può accedere ai meccanismi della compensazione, deve allora trovare un lavoro salariato o capire come arricchirsi per non vivere più in un passato ormai ricordo sbiadito e troppo imperfetto, in cui la vittoria si è tramutata in sconfitta, e dove la città che perse ma si salvò, oggi è la vetrina della laotianità nel mondo.

I raid Pirata

C’è però un’altra via in cui l’incoscienza del passato trova uno sviluppo dentro un’esperienza materialmente innovativa del tempo e di un divenire femminile rivoluzionario che non riscopre la “Madre” per prendersi cura del Capitale durante le cicliche crisi economiche, ma sostiene relazioni produttive fondamentalmente egualitarie perchè così si sviluppano nella contingente comprensione e necessità dell’altro. Riguardano relazioni economiche che si fondano sulla condivisione di mansioni, rendite e spese in base alle disponibilità giornaliere, dentro luoghi e spazi disponibili per periodi di “prova” (se non propriamente occupati) che durano di solito un anno o poco più o poco meno. Non fanno ricorso o non hanno accesso ai sussidi della cooperazione allo svilluppo, di imprese metallargiche e di autotrasporti o minerarie e non contano sui salari delle catene di alberghi e ristoranti. Orbitano autonomamente intorno all’Isola UNESCO e solo marginalmente ne sfruttano le potenzialità economiche. Per questa ragione, durante l’attuale chiusura delle frontiere hanno continuato a produrre socialità e sostentamento per un numero probabilmemte maggioritario di persone rispetto a quelle sussidiate dai “programmi di aiuto” ufficiali. Durante la mia permanenza ho osservato molteplici realtà di questo tipo e frequentate diretttamente solo alcune. Riguardano una vasta gamma di attività economiche che aprono e chiudono in forma improvvisa per poi spostarsi e riaprire e richiudere ancora. Si tratta di attività economiche di vario tipo, da negozi per la vendita di frutte e verdure che provengono da mercati non regolamentati, a cucine economiche che aprono sfruttando reti di quartiere che evitano la loro proliferazione “di mercato” in modo da garantire sia prezzi bassi sia piccoli margini di guadagno. Mi riferisco anche ad alcuni negozi che prestano servizi come il tagliio di capelli o le manicure e ad alcuni centri per giocare a videogiochi online.

Un caso che ho seguito per circa 3 anni è quello di una famiglia di fruttivendoli ambulanti che dopo aver lavorato per lungo tempo in una zona della città a ridosso dell’Isola sono stati mandati via in seguito alle opere di riqualificazione dell’area. A trovare spazio nei nuovi negozi con affitti abbastanza costosi è stata invece una cooperativa di produzioni organiche di alcune realtà produttive locali sussidiate dalla cooperazione internazionale e un altro fruttivendolo che era già proprietario dello spazio. Nonostante moglie, marito, figli e famiglia allargata non avessero alcuna intenzione di andare via, sono stati costretti a lasciare la zona per alcuni mesi. La “Madre” tuttavia non ha abbandonato lo spazio ed ogni mattina ha iniziato a vendere non più frutta ma fiori decorativi per i monasteri. Dopo qualche tempo di continua presenza giornaliera in cui insieme a lei sulla strada si alternavano il marito, la cugina e la figlia maggiore, tutti insieme hanno poi rioccupato l’area adiacente che non era stata ammodernata e che rappresentava un fastidioso non-finito estetico nella bellezza della città. A distanza di un anno sono ancora fieramente lì a vendere frutta.

Potrei fare esempi analoghi, sia di occupazioni di terre per uso abitativo e commerciale sia di casi di sfratti forzati ma non necessariamente violenti spesso culminati con ricollocazioni accettabili per le parti in causa. Questa accettazione riguarda proprio un’attitudine a considerare l’occupazione temporanea in modo da sfruttare le potenzialità degli spazi finchè possibile. Se da un lato questo processo facilita la gentrificazione di alcune aree della città, dall’altra costituisce una specifica esperienza urbana che non può essere semplicemente intepretata dentro i parametri della sopravvivenza se non proprio dell’indigenza. Si tratta di vite urbane nomadiche che vivono l’aperto cogliendo opportunità e riducendo, grazie a dinamiche di solideriatà che si mettono in moto in forma quasi sponatena, le difficoltà delle ricollocazioni.

Certamente ci sono anche altre storie non di successo ma altrettanto degne e che riguardano, ad esempio, alcuni nuovi disoccuppati. Alcuni di loro hanno inziato a muovere i primi passi cucinando e preparando i pasti oppure tenendo i figli mentre la moglie lavora. C’è anche chi si dedica alle pulizie di casa. In un caso che conosco da vicino, quello di una sartoria, la nascita di un bambino ha impegnato solidalmente tutti gli impiegati a prendersene cura in modo da dare alla madre la possibilità di continuare a lavorare seppur a ritmi ridotti. Questo le ha permesso di ricevere lo stesso salario e di non avere preoccupazioni. Il posto di lavoro si è così trasformato in un piacevole spazio di convivenza e convivialità in cui il bambino ha imparato fin da subito a vivere tra la gente e ad ascoltare lingue diverse senza dover ricorrere ai costosi asili dell’elite cittadina e senza dover chiedere aiuto ai familiari che vivono in villaggi lontani. Questo tipo di pratiche sono decisamente più comuni e diffuse di quanto non si creda parlando della “povertà laotiana”. Soprattutto mi pare che costruiscano pratiche di socialismo reale in cui esigenze produttive e riproduttive si posizionano fuori dalle dinamiche di mercato dominanti e permettono di vivere oltre le differenze di genere, il piacere del “godi” che libera dalle dominazioni quotidiane. Sono pratiche femministe spontanee che non hanno il bisogno di un’agenzia per la cooperazione che educhi a relazioni paritarie in casa.

Tutte queste storie potrebbero essere inserite in un’appendice ideale di un libro recentemente pubblicato anche in italiano, L’Utopia Pirata di Libertalia. In questo testo, David Graeber desacrive come nel XVIII secolo, nel mezzo di traffici economici segnati dalla violenza e dal “colore dei soldi” siano sorte delle comunità spontaneamente egalitarie, durate forse poche generazioni, ma che misero insieme nuovi arrivati, come alcune navi pirata provenienti dai carabi in cerca di rifugio, e alcune popolazioni malagasce. Non vi sono archivi storici che ne confermino in maniera inconfutabile l’esistenza. Tuttavia l’elemento interessente riguarda il fatto che il racconto su di loro venne tramandato e raccolto dentro un genere letterario all’epoca molto in voga che trattava di pirati e pirateria non come predatori senza pietà ma come avventurieri capaci di vivere oltre i confini imposti dalle società retrograde da cui provenivano. In alcuni casi, dopo essere approdati ed essere stati accolti, pare addirittura che l’incontro con “gli indigeni e le indigene” abbia dato il via ad esperienze di democrazia diretta che non avevano precedenti sia nelle aree di arrivo, sia in quelle da cui erano partiti. L’esperienza di questi villaggi malagasci superò così i confini dell’isola fino a far ritenere che i salotti buoni della corte di Re Luigi XIV ne parlassero interessati. In qualche modo quindi parteciparono alla creazione dell’utopia socialista che avrebbe poi segnato il panorama culturale della rivoluzione francese prima e della comune di Parigi più tardi.

Nel caso di Luang Prabang però i racconti della resistenza non entrano nei report ufficiali di organizzazioni governative e non. Certamente non sono proposti come segno distitivo dell’esperienza di viaggio in città da parte delle agenzie turistiche. Al contrario sono spesso strumentalmente utilizzati per segnalare l’indecenza del “Capo Espiatorio”, il governo comunista, senza però cogliere che queste realtà sono tutte intorno alle isole produttive del nuovo capitalismo laotiano di cui fa parte chi critica il “Capo”. Mentre si guerreggia per il consumo più oculato o per il SUV più nuovo, ci si dimentica che tra quelle genti più d’una ha ben chiara la cruda ironia di quella jeep. Non credo però siano in molte quelle tra loro che invochino il ritorno del “buon colonialista”.

Concludendo Un Tour Du Laos

Sono così arrivato alla fine di questo viaggio di due mesi e mezzo circa a bordo di una bicicletta durante il quale mi sono sentito un eroe romantico che riscopriva il potere curativo della Natura e dei suoi spazi selvaggi. L'incontro con il suo corpo oscuro, maledetto, senza alcuna pietà e compassione è stato solo sporadico. In fin dei conti, ho navigato in un mondo di confine ma urbanizzato, aperto ma già recintato e reso accessibile. Ho così goduto appieno della ricerca del sublime perché ho viaggiato nell'ignoto “in sicurezza”. Come scrive Bodei “quando scalo ripide e alte montagne, quando affronto la navigazione o i viaggi di scoperta in mari e territori sconosciuti [...] io misuro la mia capacità di resistere all'avvilimento e alle intimidazioni. Il sublime è quello sforzo titanico di rovesciare i rapporti di depressione [...]“. In fin dei conti, il mio personale confronto con la Natura è terminato vittoriosamente. L’ho squarciata da nord a sud e poi circumnavigata attraverso i suoi passi più alti da est ad ovest a bordo di una bicicletta lungo un percorso di oltre 2500km. Recuperate le forze fisiche, i mini post su telegram, i video di Relive e tutto il resto mi sembrano ora tracce di una fuga che ha avuto successo ma che devo ancora imparare a riconoscere. Un lungo viaggio è per definizione una lenta presa di coscienza del proprio sé nel mondo. Che si tratti di una migrazione o di un’esplorazione, credo non faccia molta differenza dal punto di vista della coscienza. Tuttavia ora, nel ritorno alla scrivania, al tempo delle letture e del pensiero, delle pulizie di casa e del giardino e di tutto il resto che offre riparo dall'illimitato, quel sé mostra un altro aspetto, forse più malinconico ma non per questo da rifiutare. Fa tutto parte di quel “godi” di cui scrive Godani. Certo mi trovassi a condividere un magazzino con altre 30 persone che sono riuscite chissà come a passare la frontiera, la malinconia non avrebbe tempo di manifestarsi nella lentezza di queste giornate e probabilmente assumerebbe altre forme. Ma il mio viaggio è stato un ritorno che aspirava a una ripartenza, non era solo un andare. Attraverso il semplice movimento, la biciclettata aveva modellato la malinconia, una pedalata alla volta, dentro la ricerca quotidiana del sublime. Ora mi dedicherò ad altro per darle un’altra forma. Grazie per l’ascolto.

(dal blog Un Tour du Laos)

UncleHo Souphanovong e Ho Chi Minh (Comandanti rispettivamente dei Pathet Lao e dei Viet Minh) (foto esposta nella guesthouse in cui alloggiavo a Pakse nel 2020)

Volevo scrivere un post da viaggio che facesse un pò il punto dei chilometri, 1500 (+700), percorsi fino ad oggi. Quindi questo sarà un testo celebrativo soprattutto di Angela e della bicicletta come mezzo di conoscenza del mondo. Mi sono chiesto se dare il nome di Angela Davis a una Raleigh di inizio millennio non fosse un pò un retaggio sessista. Allora prima di tutto spiegherò il perchè di questo nome. La bici è stata effettivamente assemblata alla buona. Poi, una volta compresi i suoi rumori e le sue tendenze è andata via via migliorando. Dopo aver aggiunto i pezzi giusti, è diventata il migliore mezzo possibile per affrontare ogni percorso, anche strade che non ci sono ancora. Con acciacchi per i maltrattamenti subiti, per le manomissioni a cui è stata sottoposta e nonostante abbia percorso vie sconsigliate da molti, Angela ha resistito alla grande. Nel peggiore dei casi si è lasciata trasportare facilmente a bordo di un camioncino ed ha dato segnali facili da cogliere prima di ogni rottura, evitandomi quindi anche guai fisici. Mi ha permesso soprattutto di incontrare persone sinceramente desiderose di autarci a proseguire il cammino. Con fortune alterne, in molti hanno provato a regolare meglio una vite o riassemblare un pezzo slacciatosi improvvisamente. Sono riuscito così non solo a percorrere strade secondarie e parallele. Attraverso la sua condizione esistenziale precaria, si è formata una piccola rete di relazioni intrecciatesi da qualche parte tra la solidarietà e la necessità.

Questo spazio solidale per la riparazione delle debolezze di Angela è stato fonte di ispirazione oltre che strumento per sentire vicinanza con persone che parlano lingue che non conosco. Pedalare in un paese comunista, seppur alle prese con una complessa transizione, è diventato per certi versi un tentativo, forse anche chisciottesco, di cogliere empaticamente la qualità di queste relazioni solidali prima ancora di quelle economiche. La dote di avvicinarsi all'aterità è, a mio parere, misura della capacità di resistenza di un popolo di fronte alle avversità e la bicicletta è stata, fino ad ora, uno strumento utile per generare empatia, sopresa e sorrrisi. Per non rimanere nella superficie di queste relazioni però, ho anche svolto un lavoro prospettico e di ripulitura dei racconti raccolti per strada da quel rumore di sottofondo che è l'eco dell'ideologia anticomunista che pervade la maggiorparte dei testi e delle informazioni disponibili in lingua straniera (l'unica che sono in grado di leggere) dei luoghi che sto percorrendo. Molte analisi sembrano infatti preparare la morte annunciata del comunismo dentro una transizione che condurrà necessariamente all'unico mondo possibile, quello neoliberale. Per tentare di rivitalizzare un'utopia e provare ad osservare il mondo con positività ho scelto invece di pormi in una prospettiva per me nuova dentro la quale credere a un Partito e a un Governo frutto di una storia rivoluzionaria anti-coloniale. Questo implica lavorare con una tesi da dimostrare giorno per giorno, che una rivoluzione come una transizione, per definizione, sono prima di tutto una pratica del cambiamento, proprio come un lungo viaggio in bicicletta. Chi meglio allora di Angela Davis, i suoi scritti e la sua storia politica, possono offrire una teoria della pratica per relazionarsi alle dinamiche di questi luoghi?

In passato, ho vissuto da bianco in una capitale dell'America africana, Buenaventura, una città portuale, sorta intorno al commercio di schiavi prima e lo sfruttamento della mano d'opera dei loro discendenti poi. Qui il transito e la transizione mi parevano una condizione esistenziale imposta dall'alto, voluta programmaticamente per fare della città uno snodo logistico. Classe, genere e nozioni di etnicità si intersecavano in brevissime apparizioni tra le molteplici storie disponibili. Erano sempre sottoposte o poste tra parantesi rispetto all'obiettivo primario e non discutibile dell'infrastruttura urbana: la trasportabilità di merci da e verso il porto. Ma c'era tutta un'altra città, maggioritaria e in ascolto, che rimaneva esclusa da questi movimenti. Era come sospesa dentro una povertà atavica definita e descritta sempre negli stessi modi fin dai tempi dei primi viaggiatori e missionari che camminarono per le sue strade. Questa condizione richiamava saperi di vario tipo per spiegarla eppure rimaneva sempre incomprensibile. Negli anni in cui vissi lì, analisi esperte definirono la sua povertà come una vera e propria trappola in cui tutti rischiavano di cadere. Salvo rare eccezioni, i discorsi sviluppisti dominanti annunciavano interventi di cooperazione olistici che avrebbero operato su diversi piani economci e sociali della città. Nella pratica poi si ometteva di sviluppare soluzioni partecipate e fondate sulla consapevolezza di tutti dello sfruttamento su base razziale che era in atto. Capitava allora che il ricollocamento di 30.000 persone (il 10% della popolazione) dai quartieri vicini al mare in cui vivevano da due secoli risultassero “necessari” per lo sviluppo non solo della città ma dell'intero paese. Il problema da risolvere riguardava così l'assistenza e le giuste compensazioni da fornire ai desplazados. Una perfetta macchina antipolitica amministrava il porto. Seguendo molti dei testi che raccontano il Laos, sembra che qualcosa di molto simile accada con il governo comunista del Paese. Vorrei allora provare a fare alcune distinzioni.

Per chiarire meglio la mia posizione “governamentalista”, vorrei riproporre l'ultimo messaggio di Allende al suo popolo prima di morire. Ci troviamo nel 1973 e mentre le forze americane accettavano di lasciare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, sull`altro lato del Pacifico, in Cile, si consumava un golpe orribile. Le sue ultime frasi ribadiscono l'importanza dell'utopia nel socialismo e si concludono con la profezia sull'ineluttabilità di una società migliore fatta di uomini e donne libere. Vorrei allora proporre una domanda per interrogare il contesto: Ci sono uomini e donne libere in Laos? Ci sarebbe molto da scrivere al riguardo. Proprio grazie a questo viaggio in bicicletta ho riscoperto un Laos rurale orgoglioso della proprie condizioni di vita generalmente egalitarie anche se spesso dimenticato negli spazi urbani dove a volte si ascoltano definizioni superficiali che lo considerano un mondo pre-moderno ordinato da economie di mera sussistenza. È importante allora cercare una relazione tra questo Laos e quello dei grandi processi economico-finanziari in atto. Credo che lungo questa linea si possa abbozzare una risposta alla domanda di sopra. A questo proposito non c'è tema migliore delle dighe. La questione è infatti centrale per il Paese. Per dimensioni ed impatto ambientale è probabilmente superiore alla costruzione della ferrovia o delle sue arterie stradali. Creare laghi artificiali dove prima scorrevano fiumi, allagare villaggi e campi di riso ha dei costi molto alti per le popolazioni. È facile quindi trovare visioni polarizzate tra semplici Si e No alle dighe. Molte opinioni tendono poi a convergere dentro generali forme di dissenso anti-governativo. Ma uno dei nodi della questione è proprio che alcune delle recriminazioni non contestano i progetti in quanto tali includendo anche i loro esecutori che sono imprese multinazionali. Non assumono posizioni radicalmente anti-capitaliste o non propongono soluzioni energetiche alternative. Si limitano invece ad un ambientalismo di facciata con molte venature di anticomunismo insieme a un generale desiderio si dissentire come operazione collettiva e “democratica”. Ci troviamo allora di fronte ad un autoritarismo alla Buenaventura o sono possibili altre interpretazioni?

Per mettere subito in relazione queste domande con il contesto e l'utopia, racconterò di una scambio di parole ed esperienze con un operaio inglese. La sua storia potrebbe rappresentare un archetipo dei modelli di emancipazione della “working class” bianca britannica post tacheriana. Il lavoro di “Charlie” è quello di scavare tunnel necessari alla realizzazione di dighe. Ha lasciato l'Inghilterra alla fine degli anni 90 quando lavorava sulla Jubelee line della metropolitana di Londra. Poi si è trasferito all'estero migliorando guadagni e tenore di vita. Nel corso della sua carriera trentennale come tunnelista ha lavorato con costruttori diversi e in molti paesi del mondo. Nel suo gruppo di lavoro attuale per un progetto nel sud del Laos, ci sono operai indiani, vietnamiti e birmani, oltre che laotiani. Mi ha spiegato infatti che la costruzione di dighe avviene attraverso un complesso sistema di sub-appalti con cui le società leader dei contratti con i governi lasciano ad imprese locali, spesso controllate da altre multinazionali, la realizzazione di una vasta serie di operazioni specifiche. L'elemento interessante è che la forza lavoro che si occupa materialmente di realizzare un mega progetto come una diga è letteralmente multinazionale anche se l'impresa subappaltatrice risulta nazionale e con una sede locale. Nei campi di lavoro delle dighe laotiane si trovano quindi oltre ai laotiani anche italiani, francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, coreani, giapponesi, colombiani, ecuadoriani e via dicendo. In qualche modo allora, “Charlie”, da quando ha abbandonato l'Inghilterra alla ricerca di avventure e vita migliori, è di fatto entrato a vivere in un mondo Corporate, cosmopolita ma fatto di eroi della working class di molti paesi. Nel suo caso specifico, si trova ad entrare ed uscire dagli Stati in cui lavora dentro campi di lavoro molto duri e non piacevoli ogni due mesi per vacanze retribuite a casa, in Indonesia e nelle Filippine. Praticamente non paga tasse (come riconosciuto anche da lui) oltre visti ed utenze delle sue abitazioni. La sua è quindi la condizione di un operaio specializzato che si gode la vita ed abbraccia in toto la visione di sviluppo e di relazione con i territori dell'azienda per cui lavora. Il privilegio bianco, nella sue stesse parole, è superato dalla condizione multietnica dell'operaismo in cui si colloca. Il vero spartiacque è invece la compagnia con cui si ha o meno la fortuna di lavorare, diciamo così. La condizione di Charlie dipende infatti dal suo essere British. Se fosse nato cinese, ad esempio, a parità di competenze, sarebbe costretto a condizioni di lavoro decisamente più svantaggiose e il suo stile di vita, sempre stando al pettegolezzo, sarebbe forse anche più dissoluto e meno compatibile con certi canoni e regole condivise in materia di prostituzione, consumo di alcolici e simili. Come le vecchie basi militari, anche i campi di lavoro per la realizzazione di grandi infrastrutture sono infatti foriere di una vasta gamma di problematiche sociali che creano ulteriori pressioni e disagi sui villaggi locali. I cantieri “cinesi” sono spesso sotto la gogna per essere considerati tra i peggiori ed hanno gli occhi addosso anche di agenzie di settore dell'ONU che offrono programmi di sensibilizzazione e attività connesse. Nel racconto di “Charlie” è però sempre latente un elemento morale che riguarda la sua radicata convinzione di contribuire, con il suo lavoro, a rendere il mondo migliore.

Provo allora ad allargare il discorso a certi paradigmi di sviluppo e di crescita economica che si poggiano su scenari di un mondo post-combustibili fossili. In questo futuro elettrificato, le dighe occupano una posto decisamente di riguardo. Al di là di strumentalizzazioni varie e bypassando ogni possibile spettro nazionalistico che riguarda imprese globali che partecipano della produzione del Capitale offshore piuttosto che del gettito fiscale degli Stati, la questione che vorrei porre riguarda la narrazione “green” e di sostenibilità ambientale che queste imprese ormai da anni portano avanti. Si prenda come esempio il report 2019 agli investitori della Webuild, ex Salini-Impregilo, multinazionale con sede a Milano, nota a tutti gli ambientalisti italiani per essere nei consorzi di realizzazione delle linee TAV. È tra i maggiori costruttori al mondo di dighe. Qui in Laos non lavora più direttamente ma controllava un'impresa subappaltatrice locale nella diga “koreana e tailandese” una cui ala è ceduta nel 2018 causando inondazioni e morti. Tra i sui progetti più importanti c'è stato l`allargamento del canale di Panama oltre che la famosa diga sullo Zambesi tra lo Zambia e il Zimbabwe degli anni '70. A chiare lettere, nel report si definisce la costruzione di dighe l'asse portante della conversione verde dell'economia mondiale e della riduzione di emissioni globali di CO2. A ben vedere, assumendo in toto questo paradigma, il governo laotiano non ha fatto altro che intraprendere una complessa operazione con cui spera di regolare e controllare l'immenso bacino idrico che possiede, divenendo in questo modo, “la batteria del Sudest asiatico” e convertendosi in una sorta di Kuwait del rinnovabile.

Questo sogno di sviluppo energetico potrebbe garantire rendite alle casse dello Stato per il prossimo secolo. Con un pò di oculatezza le rendite potrebbero farsi Banca o Fondo Sovrano per gli Investimenti e potrebbero aumentare ulteriormente. In un tempo non lontanissimo la capacità finanziaria del governo laotiano permetterebbe di allocare risorse per progetti di ricerca e borse di studio, la sanità universale gratuita e sussidi di disoccupazione senza dover ricorrere al debito pubblico. Il Laos tra 50 anni potrebbe diventare la Norvegia del Sudest asiatico invece che la sua batteria. C'è però qualcosa che non torna in questi calcoli. Perchè tanta fretta? Perchè tante dighe tutte insieme, costringendo la popolazione a degli sforzi immani e rendendo ogni ricollocamento e ogni reinsediamento oltremodo complessi e dolorosi? Tra tutte le domande che ho raccolto tra la gente e sulla rete queste mi sono sembrate le più interessanti.

Ad oggi il fabbisogno energetico del Paese è coperto e all'orizzonte non si vedono progetti di elettrificazione su vasta scala dei sistemi di trasporto pubblico e privato tali da giustificare l'attuale produzione di energia. Le grandi dighe sul Mekong e sugli altri fiumi suoi affluenti servono al 90% per sfamare i bisogni energetici dei paesi vicini, come la Tailandia e i suoi voraci sovraorganismi che sono le megalopoli Bangkok e Chiang Mai. Pedalando lungo il Grande Fiume non si vedono infatti battelli e nemmeno dighe. Si vedono piccoli agglomerati urbani, coltivazioni di riso e ortaggi lungo il letto del fiume ora in secca intramezzati da piccole imprese per la raccolta di sabbia per costruzioni, ancora non paragonabili per dimensioni a quelle che esistono in Cambogia (e che costruiscono gli edifici di Singapore). A catturare lo sguardo sono invece giganteschi tralicci dell'alta tensione che trasportano uno dei maggiori beni immateriali del mondo: l'energia elettrica appunto. A Thakhek ce n'è uno così grande da passarci in mezzo una strada come fosse una Sequoia metallica, bianca e rossa, che sorregge, imponente, lunghi e pesanti cavi metallici che corrono da un lato all'altro del mondo. Per un credente nel socialismo come me, a suscitare imbarazzo e qualche domanda, oltre all'imponenza dei progetti idrici per un paese di soli 7 milioni di persone, c'è proprio la fretta con cui questi progetti si stanno realizzando. Le dighe sono davvero necessarie tutte insieme o si poteva aspettare di essere sicuri che ogni villaggio ricollocato ricevesse il dovuto e anche di più? Se queste genti hanno accettato di essere spostate per la loro fede nel Partito, come si dice, non è forse compito del Partito, come diceva Allende, mettere al primo posto la fiducia ricevuta dai suoi contadini? Oppure bisogna accettare il cinismo dell'anticomunismo ed analizzare tutto dalle premesse di una morte annunciata e prepararsi alla spartizione sperando di capitare al posto giusto al momento giusto? Queste dighe celano davvero una corsa predatoria all'accaparramento di profitti?

Se si, com'è probabile, potrebbe darsi allora che il governo più che carnefice sia vittima della sua impotenza regionale e di negoziazioni infinite in cui dopo qualche mossa sbagliata e per non perdere la faccia si è trovato incastrato in un'intricata rete estorsiva resa però meno complessa proprio dalla non rapida sostituibilità politica dei suoi rappresentanti. Per spiegarmi meglio prendo ancora come esempio il caso della diga di Attapeu coreana-tailandese citata sopra. Ad oggi le responsabilità dirette per il cedimento per cui sono morte più di 200 persone non sono ancora state chiarite pubblicamente. La ricostruzione degli eventi è affidata al pettegolezzo in cui ogni attore piu o meno coinvolto scarica la responsabilità sempre sull'altro. Corrono voci di corridoio contrastanti tra chi accusa per il cedimento proprio quella azienda italiana e chi invece ricorda che l'ala in costruzione caduta era supervisionata da una controllata francese i cui manager hanno tutti lasciato il paese la notte successiva agli eventi temendo ritorsioni. Altri ancora affermano che vi fosse un problema progettuale ingegneristico alla base del cedimento e che quindi le colpe e il mostro fossero da qualche parte in Corea del sud. Certamente il caso della diga di Attapeu è ormai un cavallo di battaglia di ogni critica antigovernativa, testimonianza del totalitarismo laotiano, perfetto capo espiatorio per evitare che si sveli un mondo di interessi economici e spartizioni globali in cui i governi più che attori appaiono mascotte con cui fare foto di rito in cambio di piccolissime fette della grande torta che si cucina.

Vista così la fretta di costruire e produrre energia delinea allora i contorni di una vera e propria guerra globale per acqua ed appalti combattuta sul suolo laotiano da multinazionali finanziarie ed edili attraverso i loro avvocati, i diplomatici di appoggio, giornalisti spesati e gli operai nei cantieri. Ecco, in questa prospettiva, invece che contestare il governo, mi piacerebbe sapere qualcosa in più sulle magagne delle imprese subappaltatrici, su chi sta guadagnando cifre spropositate colando cemento tra le montagne senza pagare un soldo in tasse e chi con i suoi progetti barcollanti mette a rischio villaggi ed equilibri ecologici di milioni di anni. Sono sicuro che alla fine non sarò in grado di trovare un mostro nazionale cui dare le colpe di uno scempio o di un errore. Mi troverò invece a fare i conti con le dinamiche di sfruttamento delle periferie per sorreggere i regimi di consumo dei centri del mondo, troverò relazioni coloniali mai risolte, razzismo atavico e tutto il resto. Così in questa continua ripetizione che ormai si mostra senza pudori, riesco solo a propormi un'autentica variazione: una biciclettata da nord a sud a bordo di Angela e un rinnovato elogio della lentezza e della bicicletta ad energia autoprodotta.

(dal blog Un Tour du Laos)

protesteanticoloniali La ribellione del villaggio Napaken contro i colonialisti francesi (Museo provinciale di Savannakhet)

C'è un tema importante che ho riscoperto arrivando a Savannakhet, quello delle memorie dei conflitti. Vivo in una cittadina, Luang Prabang, che ha una storia filomonarchica abbastanza delineata. La figura del Re ancora oggi serve ad alcuni per ricordare un passato migliore del presente. E' soprattutto un baluardo anticomunista oltre che un'istituzione potenziata dalla colonia francese per facilitare il controllo locale. Tra i racconti preferiti dai turisti che non vedono l'ora di scoprire qualche segreto laotiano ci sono, ad esempio, le storie degli autisti del re finiti in campi di rieducazione e probabilmente morti lì. L'aristocrazia della città si è invece rifugiata all'estero, negli USA e in Francia, soprattutto. Alcuni di loro sono ritornati nella terra degli ancestri per cercare radici spesso nascoste da un hotel o da un centro massaggi o da un ristorante. Non esiste però un racconto scritto o per immagini della guerra civile in città. Si possono ascoltare storie ma il superamento del trauma bellico a Luang Prabang è stato trainato dall'industra turistica ed ha prodotto un radicale spostamento della critica rivoluzionaria allo sfruttamento coloniale, al suprematismo bianco o all'ingerenza di entità economiche sovranazionali, verso una meticolosa revisione indigenista della storia locale per fini commerciali e recentemente anche anticinesi.

Savannakhet sorge invece in una storia contesa a partire da un tentativo mai completato di cancellazione delle reminiscenze militari della città. Come accennavo nel messaggio su telegram di ieri, la città tutta fa parte di un grande rimosso, di una guerra segreta combattuta su vasta scala, di cui si sa molto poco ma che fornisce spunti per comprendere altre guerre, combattute su altre geografie forse con strategie militari assimilabili. Da un punto di vista sociologico, l'elemento più interessante che ho trovato riguarda gli spazi del divertimento militare, ma sarebbe meglio dire paramilitare, così profondamente legati alla ricerca dell'oblio e del non riconoscimento dell'Altro. Le accoglienti fumerie di oppio e di eroina, i prostiboli appartati, le strade strette e le poche finestre verso “fuori” degli edifici creano dei luoghi perfetti per l'intimo e personale superamento della soggettività. Qui l'annullamento avveniva con discrezione e permetteva facilmente di spingersi fino alle estreme conseguenze più distruttive, da quelle del sè come il suicidio o la perdita di ragione, a quelle dell'altro da sè, come lo stupro, la pedofilia e altro ancora. Questa possibilità di perdersi era per così dire facilitata proprio dalla non esistenza di Savannakhet e della base militare americana non lontana. Ogni epistola o racconto ufficiale disponibili negano oppure omettono questo “dettaglio” producendo un senso di impunità storica dell'impero.

cinemaamericano Cinema Americano

Vorrei allora raccontare come questa non esistenza e questo perdersi sono stati reinterpretati attraverso le testimonianze architettoniche di due cinema. Il primo, qui sopra, era il cinema “americano”. Costruito alla fine degli anni '50 in stile post art-decò (secondo un esperto locale), era utlizzato dai soldati in licenza per diversificare il loro divertimento. Dopo la guerra è rimasto inutilizzato fino a un anno fa quando è partito un progetto di restauro che gli ha dato nuova vita attraverso una caffetteria, un ristorante vietnamita e un negozio di fotografia e di abbigliamento fashion. È servita una lunga opera di convincimento dei quadri locali del Partito per riaprire al pubblico un ex cinema che molti consideravano un'icona da cancellare del passato colonialista. Al suo posto, per eliminare anche la memoria di svago associata alle ore di proiezione di film stranieri, negli anni '80 fu costruito un altro cinema, questa volta con architettura sovietica, voluto dal consulente russo del Partito che si trasferì a Savannakhet alla fine della guerra. Si trova a soli due isolati da quello americano e in qualche modo voleva ribadire la rovina del vecchio e la vittoria del nuovo.

cinemarusso Cinema Russo

A Luang Prabang non ci sono cinema (c'è un teatro che non ha mai avuto funzione di cinema). Nella capitale del Laos, Vientiane, è stato aperto un multisala ipermoderno dentro un centro commerciale pochi anni fa in cui si proiettano film borghesi tailandesi e alcuni blockbuster holliwoodiani. In una cittadina nel Laos centrale, di non più di 100.000 abitanti ci sono invece ben due cinema d'essai, di cui uno, quello russo, prima che si fondesse il proiettore, anche funzionante. Il ritrovare questi cimeli di una guerra non raccontata, insieme ad un piccolo museo che si azzarda a mostrare le immagini di una guerriglia contadina armata di braccia e baionette contro gli aerei americani, mostrano un Laos completamente assente in una città con tendenze filo-monarchiche come Luang Prabang, o rivolta al capitale come Vientiane. Fuori dai mondi del turismo educati se non dall'anticomunismo, certamente dalla sua sconfitta storica avvenuta nel 1989, si riscoprono genti nei margini, orgogliose di un cinema sovietico e di un ex cinema americano ora adibito alla cucina vietnamita e alla degustazione di caffè locali.

E' proprio a partire da questa consapevolezza che in città si articola, a mio parere, un movimento urbano che sta ricostruendo il passato oltre “l'invenzione delle tradizioni” ma in bilico tra un discorso “comunista inattuale” e il bisogno di connettività col resto del mondo “social”. Per due generazioni i temi che riguardavano la guerra civile sono stati trattati con estrema difficoltà, sia per i traumi personali che si erano vissuti, sia perchè si temeva di raccontare visto che non tutta la guerra era terminata. Lo scontro sucessivo all'uscita degli americani riguardò infatti regolamenti di conti molto locali, tra fascismo ed antifascismo e molteplici gradazioni riscontrabili in aree più remote dove la partecipazione alla guerra seguì soprattutto reti familistiche e appartenenze di clan piuttosto che vere e proprie ideologie e visioni del mondo. Tutto ciò ha prodotto una relazione profondamente paronoide con la vita pubblica che le nuove generazioni stanno provando a mettere in discussione. Per farlo, riutilizzano e contaminano di idee globali spazi chiusi da tempo in modo da trattenerli prima che li scopra il capitale. Simultaneamente la città si sposta e mentre il cinema russo col suo proiettore fuso e le sue scomode sedie di legno attende una modernizzazione da multisala, il vecchio cinema americano si rifà il trucco e diventa incubatore di imprenditoria giovanile e delle leggi del mercato. Qui spiccano nuove eroine del femminismo neoliberale o capitalista del ristorante “non vegetarian friendly” dell'ex-cinema.

(dal blog Un Tour du Laos)

comrades La presa di Atsaphangthong (vicino Savannakhet). Museo Provinciale di Savannakhet

Un amico mi ha detto che da quando è iniziata l'epidemia a Berlino ha iniziato a camminare ogni giorno per molti chilometri. E' il suo modo per sentire viva la città nonostante i luoghi chiusi, l'inverno e le pubblicità progresso che eroicizzano i divani. La domenica sceglie un quartiere e fa lunghe passeggiate, con la sua mascherina e le distanze di sicurezza. Mi diceva anche che camminando sta scoprendo così tanti dettagli della città che dopo anni gli sembra di vivere in un posto nuovo. Ha guardato il documentario di Matt Green, che in 7 anni ha camminato per ogni singolo isolato di New York e ne è stato ispirato. Credo che abbia trovato nuove prospettive per raccontare storie, lui che è uno tra i più bravi story teller che conosco, rigorosamente orale, necessariamente con una birra in mano.

Questa cosa mi ha fatto pensare che qualche anno fa avevo regalato il libro di Mattia Miraglio ad un altro amico, anche lui amante delle camminate. La sua storia dei 50.000 km in giro per il mondo partendo dal cuneese trainando un carretto mi aveva stupito molto. La semplicità del camminare rende queste grandi esplorazioni quasi familiari. Destano interesse perchè non richiedono speciali condizioni fisiche oltre alla mobilità degli arti. Non smette però di affascinarmi la durata della scelta, soprattutto se il cammino avviene su un territorio dove il grado di variazione climatica e paesaggistica è molto più basso rispetto a quello lungo arterie di connessione tra città. Le necessità di questi mesi pandemici potrebbero aver creato migliori condizioni proprio per una riscoperta del vicino, degli isolati, dei gruppi di strade, dei quartieri in cui “non sono mai stato”, come fatto da Green. Il rischio forse è che un eccesso di vicino faccia cadere in una qualche trappola identitaria, ma la porosità del buon camminare credo sia un rimedio naturale a deviazioni nazionaliste. Si può dire lo stesso del “buon ciclismo”, cioè dell'uso della bici per lunghi viaggi lenti?

Sono al mio primo giorno di pausa dopo una settimana di viaggio e circa 360km percorsi, di cui almeno 150 di sali scendi molto impegnativi anche perché sono stati quelli iniziali, quando muscoli e nervi non erano ancora preparati a sforzi così prolungati. Sto certamente vivendo in relazione simbiotica con una macchina a trazione muscolare. Senza esagerare nella feticizzazione delle sensazioni, questa relazione mi fa osservare il mondo dentro una bolla meno porosa di quella del camminare. Durante la pedalata, il saluto avviene da lontano, il sorriso è regalato di sfuggita, la crisi di fatica è un momento non propriamente condivisibile. Se camminassi lungo queste stesse strade ogni villaggio diventerebbe per necessità fisica e sociale una fermata. La bicicletta permette invece una maggiore superficialità che corriponde a catturare solo alcuni aspetti di un luogo o di un paesaggio e di farlo dall'alto, con uno sguardo che mentre si posa su qualcosa deve già dirigersi verso il prossimo punto da focalizzare. Si tratta qundi di incontri veloci ma che danno la possibilità di raccogliere uno sguardo d'insieme su certe linee connettive dei territori che potrebbero sfuggire al camminante. Non che non sia in grado di vederle anche lui/lei. Nel camminare però emergono molti altri elementi, ci si sovraccarica in fretta delle cosiddette storie, tanto che queste linee che riguardano la connettività socio-culturale dello spazio potrebbero rimanere in un secondo piano. Nel ciclismo lento si osserva invece continuamente l'ecologia umana nel suo intersecarsi con gli ecosistemi di una collina o di una vallata per esempio. Vorrei provare a partire da questa considerazione allora per raccontare alcune convergenze architettoniche tra cemento e legno che mi è parso scovare lungo una strada percorsa da poco. Approfitto del giorno di sosta per proporre una distinzione della lentezza tra il ciclista-geografo e il camminante-antropologo.

taileu

L'idea è quella di mostrare alcune foto di case nella città in cui sto scrivendo per raccontare una transizione che dai villaggi rurali da cui arrivo conduce ad una urbanità che sta tentando di rielaborare localmente nozioni come sviluppo economico e progresso. Date le mie difficoltà con le lingue locali utilizzerò la lettura del paesaggio per tentare un racconto verosimile e non accordarmi un'autorevolezza che non ho. Il nome della città non è importante. Si tratta di percorsi di ibridazione e di incontri tra modelli imprenditoriali, idee cosmologiche della “casa” e loro manifestazioni estetiche che riguardano ogni luogo. Dove mi trovo ho avuto però la sensazione di un incompiuto, di una transizione cioè che non è stato possibile terminare per qualche ragione che posso ipotizzare ma che non conosco. Quello che è tuttavia osservabile è proprio la ricerca di un modello economico distinto dal precedente i cui effetti non sono ancora chiari. Non è importante quindi un giudizio, sul bello o sul brutto ad esempio. Mi interessano invece i materiali, il loro mischiarsi, le forme e i paradigmi energetico-economici che li rendono possibili e che segnano certe intenzionalità.

La foto di sopra ripropone una casa cosiddetta “tradizionale” normalmente associata alla macro etnia Khmu (anche se a Luang Prabang è considerata Tai Leu). Elemento distintivo è che lo spazio intimo della casa si sviluppa in alto, al secondo piano. In basso c'è invece la parte dedicata alla produzione e al lavoro. Nelle case più ricche lo spazio viene chiuso con cemento (o legno). Altrimenti rimane aperto e vi si raccolgono animali domestici, telai, scorte di vario tipo, attrezzi agricoli. I villaggi che hanno preceduto la città in cui ho scattato questa foto e che non ho voluto disturbare con la mia invadenza, sono costruiti intorno a questo tipo di abitazioni. Pur differenziandosi nelle decorazioni, nei colori, negli intagli di legno, queste case a grande maggioranza di legno costruiscono un paesaggio con una rara unitarietà estetica. Le gerarchie pur visibili si mantengono dentro un ordine cosmico che le assorbe e le accetta riconoscendo quasi un ruolo di guida a quelle abitazioni capaci di forme più innovative. Non vi è bisogno di alcun eccesso architettonico perchè non sembra esserci una competizione agguerrita dentro un'economia essenzialmente rurale. A dimostrazione ulteriore di questo elemento è la quasi completa assenza, in alcuni villaggi, di recinzioni che separano le case. A sembrare suddivisa è certamente la terra, ma visto l`equilibrio cosmico di quei villaggi, ho da subito ipotizzato una certa eguaglianza distributiva degli strumenti di produzione.

Il bisogno di riconoscimento e di emergere è invece molto più evidente con l'inizio dell'urbanità. E' espresso soprattutto attraverso la scelta dei materiali, con una predominanza netta del cemento sul legno e con l'utilizzo di materiali pregiati come certe pietre o l'ebano nelle porte di ingresso, sui soffitti oppure nei colonnati che sostengono le terrazze. In maniera analoga si scorge l'ispirazione tradizionale delle forme costruttive, soprattutto per i tetti. Esiste cioè un “saper fare” edile che limita le forme ma che permette, a volte, una qualche coerenza architettonica tra passato e presente. A balzare all'occhio nelle case di recente costruzione è la quasi totale assenza non solo del giardino ma dell'ombra degli alberi. Il problema principale delle case di legno è infatti la calura nei mesi pre-monsonici e la dispersione del calore durante i pochi mesi freddi dell'anno. La soluzione costruttiva tradizionale è circondare la casa di ombre naturali e di usare gli alberi per trovare scampo dall'afa. Le nuove case sono invece dotate di diversi impianti di aria condizionata che permettono anche una chiusura netta degli spazi tra il dentro e il fuori oltre le mura perimetrali.

modernlao

Queste soluzioni stilistiche e di rottura con le forme e i metodi di costruzione “tradizionali” sono ancora più marcate nelle strutture adibite al turismo, come mostrano alcuni bungalow di alta gamma, oppure le strutture prefabbricate in cui ci sono le sedi di imprese di costruzione, banche e compagnie telefoniche. Ognuna di esse si inserisce nel paesaggio architettonico urbano proponendo soluzioni estetiche decisamente nuove e non coordinate con le linee costruttive della città. Queste semplici valutazioni estetiche aprono tutta una serie di domande di un certo interesse su quali visioni del mondo siano condensate dentro contenitori unici e distinguibili ma che seguono traiettorie non sempre convergenti che anzi paiono affermare cosmologie contrastanti se non in aperta lotta. La progressiva affermazione della libertà di mercato, della compra-vendita di proprietà e della conseguente speculazione edilizia attraverso il turismo ha in parte seguito un modello adattivo finanziato dal capitale migrante, cioè dalle rimesse di chi ha visto da vicino la possibilità di accumulare ingenti fortune economiche ed ha tentato di replicarne il modello. C'è poi il capitale di “fuori” che si somma ai vecchi paradigmi imprenditoriali. Il tutto si mischia senza produrre però un chiaro progetto urbanistico ma un luogo in perenne costruzione. Aggiungerei anche che forse in questo miscuglio si è persa fiducia in modelli economici alternativi non centrati sulla leadership individuale dell'imprenditore-innovatore. In questo modo la progressiva affermazione delle “leggi del mercato” e le sue dinamiche energetico-estrattative hanno prodotto nuove soggettività e proiezioni del sé. In questo post ho tentato di descriverle sommariamente attraverso le variazioni di alcuni paradigmi architettonici di base. Occorrerebbe un camminante per riempire di storie e di voci questi processi.