🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

Recensioni musicali di Silvano Bottaro

immagine

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura.

Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione.

Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.

Ancora una volta un disco geniale.

#millenovecentoottantotto

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino.

“Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans. Da tempo Clapton nutriva una passione speciale per JJ Cale. Almeno dal periodo di “After midnight”, che egli aveva portato in classifica nel ’70.

Ed è proprio dall’ascolto della musica di quello schivo e solitario eroe dell’Oklahoma che egli si decide a dare una sterzata alla sua produzione incidendo “461 Ocean Boulevard”.

Lo stile diventa leggermente più commerciale, ma mantiene sempre il feeling del blues, pur facendo a meno — talvolta — della sua struttura.

Il gruppo che accompagna Clapton è collaudato e sa riservare al leader gli spazi necessari per le luminose invenzioni “della solista”. L’essenziale di “Slowhand” è dato da ballate molto molto lente, da canzoni ritmate sullo stile pigro di JJ Cale e da una buona dose di blues senza parlare delle aperture al County.

Tutto è semplice e lineare; tutto è avvolto da un sottile velo di melanconia; da meritare ascolti ripetuti anche a distanza di anni dalla pubblicazione.

#millenovecentosettantasette

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi.

Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt.

Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino.

La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo.

Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia.

Quasi un capolavoro.

#duemiladieci

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari. Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore.

Nessun taglio netto con il passato: la Anderson di oggi (1989) è la stessa di sempre, solo discorre con maggior semplicità, con dolcezza e malinconia. Accarezza le tradizioni musicali del centro e del sud America, le culla con sguardo ironico (ma non cinico), le riveste d’eleganza europea e ce le porge cantando con grazie inaudita. Si Laurie canta e lo fa divinamente, abbandonandosi senza freni ad un’ondata melodica irresistibile.

La voce di Laurie Anderson passeggia tranquilla, si innalza ad acuti improvvisi, si trasforma con la stessa plastica duttilità di Kate Bush, rincorre suggestioni esplicitamente pop, si insinua tra cori gospel, tra ballate caraibiche con tanto di slide guitar, saltella tra le note squillanti dei fiati, rimbalza su morbidi e armonicissimi tappeti di tastiere, per poi riposare all’ombra del canto suadente della fisarmonica.

Un disco tranquillo e sereno, che rilega nell’angolo dissonanze e squilibri tonali, senza rinunciare ad essere acuto, lucido, penetrante, convincente. E’ una Laurie Anderson musicalmente terrena, priva di intellettualismi compiaciuti, un’artista che si impadronisce del pop, lo raffina, lo purifica ma non lo raffredda in glaciali schematismi.

Non si parli allora di commercialità; si dica piuttosto della genialità, della sincerità, del divertito candore con cui Laurie Anderson ha creato il suo ennesimo capolavoro.

#millenovecentoottantanove

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Quando ascoltai per la prima volta i “The Jesus And Mary Chain” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai — lo ammetto — nel ’77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine — consideravo tra me e me — come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis? Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunque, ha ciclicamente bisogno dei suoi Sex Pistol e Jesus And Mary Chain per “strattonarsi” ancora una volta sulla strada giusta, che è poi quella sbagliata, e non è un gioco di parole. Il rock è sempre dall’altra parte della strada, il rock — anche quando si nasconde dietro forme più accessibili — è, se vissuto con coerenza, comunque “di rottura”.

A due anni da Psychocandy, nell’autunno del 1987, Jesus And Mary Chain tornano con Darklands, un lavoro più maturo, meditato, studiato; meno rumorismo, come era lecito aspettarsi, e più pop, più canzonette, ma sempre taglienti come rasoiate settantasettine. E’ l’album che mostra l’attitudine che farà dei fratelli Reid dei compositori indimenticabili.

Nei solchi (siamo nel ’87 e il CD latita ancora per poco) le zelanti sonorità vengono condite da testi tutt’altro che stupidi, materiale ben lungi dall’essere risaputo o stereotipato. In fondo, come detto all’inizio, è sempre dietro alle devianze che si nasconde la purezza d’intenti, dietro il disgusto si cela il sopraffino.

#millenovecentoottantasette

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Anche la Gauthier come Roky Erickson non ha avuto certamente una vita facile, infatti, The Foundling (Il Trovatello) altro non è che la sua biografia in musica.

Abbandonata fin dalla nascita in un orfanotrofio ci rimane fino all’età di quindici anni e quando esce imbocca immediatamente la strada della droga. Queste esperienze com’è logico immaginare lasciano un segno profondo nella sua vita, The Foundling parla di questo. Un disco triste quindi, estremamente personale e catartico dove la cantautrice attraverso le canzoni racconta parte dei suoi ricordi delle sue vicissitudini e delle sue speranze.

The Foundling è un concept album, dove le musiche bene s’intrecciano con le liriche che esplorano la sua identità, il lavoro, l’amore, la maternità e momento assai profondo e commovente la recente scoperta della madre biologica che ancora una volta per telefono le conferma il suo ennesimo addio.

Un suono malinconico pervade per l’intero album, dove le atmosfere blues acustiche (se no cosa?) sono opportunamente dosate grazie anche alla produzione di Michael Timmins (Cowboy Junkies) che di “melodie” ne mastica parecchio.

Uno specchio della sua vita quindi questo The Foundling, dove una vita straordinaria viene testualmente descritta nei testi delle canzoni e dove la musica viene leggermente relegata ad un piano secondario, di accompagnamento ma, non per questo meno interessante. Il messaggio di The Foundling comunque, è quello di dimostrare che, nonostante una vita carica si crudeltà, dolore e sofferenza, l’unica via è sempre quella di credere ancora, nell’amore.

#duemiladieci

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Prosegue bene quest’annata musicale (2010 ndr) con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”.

Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album.

Il disco è un’autobiografia in musica. Il male, la tristezza, la morte ma anche l’amore, la speranza la spiritualità sono i temi di cui parlano i testi delle sue canzoni. Dodici brani estremamente coraggiosi dove il nostro sessantatreenne cantautore mette a nudo tutta la sua vita. La sua voce intensa è profonda crea un’emozione senza pari. Il primo e l’ultimo brano del disco e non a caso, sono stati registrati durante la sua reclusione in manicomio. Nel mezzo le altre dieci canzoni, non tutte sono inedite ma sono state composte nella sua lunga carriera. Le sonorità, principalmente country e folk, sono armoniosamente costruite dagli Okkervil River i quali danno un tocco avvolgente ed incisivo.

E’ palpabile l’ottimismo che affiora in questo disco, un sentimento che ha sempre sostenuto Erickson durante la sua non certamente facile vita, fatta di orrore, incubi ed elettroshock. Lo si sente nelle ballate intense e cariche di sentimento.

#duemiladieci

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati. Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo.

La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo. “High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock.

Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine. Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà del momento.

Notturni e per certi versi introspettivi sono la colonna sonora che accompagnano i giorni nostri. Nei poco più di quarantacinque minuti di “High Violet” l’aria che si respira non è certamente di rivoluzione musicale anzi, qui si parla di conservazione musicale più che altro. Le loro canzoni sono lo specchio dei tempi che viviamo, appartengono al sociale odierno, come dire: così è.

Il fatto è che, pur senza grande originalità, i brani che creano gli sanno fare bene, eccome, e alla fine musicalmente parlando questo fa la differenza. Il disco è superbo, il suono è affascinante, e ascolto dopo ascolto entra nell’epidermide, scaturendo sensazioni e vibrazioni profonde. Bravo e bravi.

#duemiladieci

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs“.

Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones.

Il comun denominatore delle quattordici canzoni che compongono l’album è la semplicità. I brani in effetti non sono particolarmente elaborati o tecnicamente innovativi anzi, per la loro struttura a volte sembrano un po’ “easy” come dire “di facile ascolto”. Ed è proprio questo che aumenta il valore artistico dell’album: creare facili canzoni senza per questo scadere nelle canzonette commerciali e superficiali. La mancanza di “appariscenza” ha frenato parecchio la scalata dei suoi dischi nelle classifiche di vendita anche se Wolf, pur consapevole, non me è mai stato interessato.

Wolf è un tradizionalista, un rock roll vecchio romantico, appartiene alla classe dei suoi coetanei Dylan e Springsteen e se il confronto sembra azzardato, visto che la maggior parte delle persone nemmeno lo conoscono, non lo è certo per i cultori della buona musica. Molto probabilmente la sua poco popolarità è sempre stata dovuta ad un eccesso di onestà e di integrità, fattori che poco vanno d’accordo col show business.

Le canzoni di “Midnight Souvenirs“, scivolano via una ad una nel cd player, senza noia, ognuna con una propria “vita”, con una propria storia e una propria struttura. I brani sono variopinti e passano per atmosfere emozionali senza fronzoli, toccando stili musicali diversi. La maturità e l’esperienza di Wolf è palpabile e la si sente nella voce, nei testi e nelle sonorità. Probabilmente nemmeno questo disco scalerà le classifiche dei dischi più venduti, di sicuro però, suonerà parecchio nelle nostre playlist.

#duemiladieci

  Clicca per commentare

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti

immagine

Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947–7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera.

A differenza del disco precedente “My Ride’s Here” (la malattia lo aveva già minato), un disco decisamente sottotono, questo lavoro si prende decisamente la rivalsa. Zevon ritrova la vitalità e canta come non gli succedeva da molto tempo. Tutti gli ospiti amici e musicisti come: Dwight Yoakam, Don Henley, Ry Cooder e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni, sono parte integrante delle canzoni senza però precluderne l’opera originale di Zevon.

Le sonorità portanti delle undici canzoni del disco hanno il sapore country e rock and roll. Sono ballate per la maggior parte malinconiche, alcune toccano punti di estrema tristezza, solo pochissime lasciano spazio a un po’ di gioia. Profondo e carico di intensità, The Wind è un grande disco, il progetto di un musicista maturo, conscio dei suoi mezzi, che ha lavorato al meglio per regalare al suo pubblico qualcosa che avrebbe dimenticato difficilmente. Il ricordo poetico/sonoro di un musicista, di un uomo, dall’enorme dignità.

#duemilatre

Clicca per commentare

HomeIdentità Digitale Sono su: Mastodon.uno - Pixelfed - FedditPer Contatto/Commenti