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Recensioni musicali di Silvano Bottaro

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Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.

Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.

Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi di quei prodigiosi figli americani ne restano tre: Manuel s’è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson pare ormai stanco di musica, mentre Helm e Hudson vivono rintanati sugli Appalachi, nel cuore remoto di un’America ancora troppo grande per loro.

Questa è musica senza tempo.

#millenovecentosessantanove

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Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E’ molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel “niente di nuovo”, “album inutile”, “ormai finito” ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia “oscurato” dal classico velo affettivo che, per carità non è “pietoso”, ma senz’altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne “The Boss” riesce a dirci ancora molto!

Un gradino al di sotto di Magic del 2007 e un gradino sopra di Working On a Dream del 2009, “Wrecking Ball” si colloca nella “via di mezzo”. Certo, siamo lontani dal suo ultimo capolavoro “The Rising” del 2002, escludendo quei due lavori leggermente atipici che sono l’acustico “Devils & Dust” del 2005 e quel folkloristico “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” del 2006.

Gli album di Springsteen e di conseguenza i suoi testi rispecchiano sempre il periodo attuale e anche questo diciassettesimo album in studio “Wrecking Ball” ossia “palla demolitrice” non fa differenza. Se “Working On A Dream” portava un vento di speranza legata soprattutto all’ascesa di Obama alla presidenza Americana, “Wrecking Ball” riflette la società e il pensiero odierno ossia la recessione, la consapevolezza di vivere un periodo critico e difficile dovuto alla crisi economica che esaspera milioni di persone.

Un album per certi versi amaro quindi, dove non si risparmia nessuno, dai politici agli economisti, dagli amministratori ai banchieri, ma che al contempo, invita a non arrendersi, a continuare ad usare la rabbia, il motore che crea la forza per vincere. I temi sociali sempre in prima linea, ma non solo, anche storie di vita quotidiana, un “personale e politico” che si fondano in un tutt’uno. Un album che sottolinea alcuni aspetti negativi della vita come l’amarezza e la delusione ma che, come quasi sempre avviene, lancia un “messaggio” positivo e ottimista: sogno e speranza è ancora una volta il consiglio Springstiniano. Prendersi cura di noi per creare un futuro migliore per i nostri figli è il suo slogan preferito.

Le musiche ben amalgamate (come sempre) con il “senso” dei testi, creano tredici brani strutturalmente buoni. Si va da “We Take Care of Our Own” brano allegro e coinvolgente a “This Depression”, bellissima canzone lenta, probabilmente dedicata alla moglie Patti Scialfa, tra le più belle del disco. Da “Easy Money”, brano countrygheggiante a “Wrecking ball” altro ottimo brano con un riff tra i più orecchiabili. Dalla entusiasmante “Shackled and Drawn” a “Death to My Hometown”, un misto di celtico e gospel, terzo brano più bello del disco. Da “Swallowed Up”, brano testuale a “Land of Hope and Dreams” il brano più “springstiniano” dell’intero album. Se “Jack of All Trades” è un altro brano lento e riflessivo, “Rocky Ground” è un brano anomalo, una strana campionatura e una voce femminile lo rende il più innovativo del disco. “American Land” è una ballata energica mentre le ultime due: “You’ve got it” e “We are Alive” si mantengono nel “genere springstiniano” senza particolari emozioni.

Se la fisarmonica e il violino fanno riecheggiare il sound irlandese e il banjo è una reminescenza “seegeriana”, non bastano a far di questo Wrecking Ball un disco marcatamente folkanzi, è ancora il rock a fare da padrone. Il suono è energico, senza eccessi e, ancora una volta, chitarra, basso e batteria, riportano il Boss al stile classico a noi più caro. Non entrerà tra i Top della discografia Springstiniana questo “Wrecking Ball” ma resta comunque un buonissimo disco, per nulla scontato ne tantomeno noioso e banale e anzi, quello che più conta, non lascia trasparire il senso di “vuoto musicale” che, a dire il vero, colpisce molti musicisti non più in tenera età.

#duemiladodici

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Un monumento: tre dischi, trentasei titoli, due ore e un quarto abbondanti di musica. Ogni musica immaginabile dentro il perimetro del rock e nelle zone ad esso limitrofe e oltre ancora: reggae innanzitutto e poi funky, disco, soul, jazz, calipso, gospel, country. E rockbilly e ombre o poco più, di quel punk deragliante da cui i Clash erano partiti nel 1977 per approdare due anni dopo all’enciclopedismo di London Calling, riassunto magistrale in due LP di un quarto di secolo di rock’n’roll.

Quest’ultimo triplo segnò il passo successivo, e quale passo, un balzo in avanti mozzafiato che lasciò a bocca aperta, il respiro affannoso, per la meraviglia e l’ammirazione. Sandinista è un’opera di fusione superba, un lavoro in cui il rock si rivitalizza risalendo alle sue radici più ataviche, confrontandosi e amalgamandosi con le musiche terzomondiste.

Un monumento, si è detto, e come tutti i monumenti forse un po’ ingombrante. Avrebbe giovato una maggiore concisione. Fossero stati due i dischi (il terzo parte alla grande ma poi si perde per strada, è dispersivo e sostanzialmente superfluo) sarebbe stato il capolavoro degli anni Ottanta. Resta comunque uno degli album più grandi della storia della musica rock.

#millenovecentoottanta

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Il primo album solista di Steve Wynn, leader dei disciolti Dream Syndicate, è un disco vario, denso di umori, con qualche puntata personale verso sonorità più ricercate dove si dimostra autore con meno rabbia del rocker dei Syndicate, ma con più idee, con un uso degli strumenti vario, mille sfaccettature nella musica, tanto che il disco mostra di avere diverse cose che si riescono a scoprire solo dopo vari ascolti.

L’album rivela un Wynn musicista più maturo, non più il ragazzo dai suoni acidi ma un scrittore ed interprete rock di vero talento. I suoni del disco richiamano in parte i Syndicate e in parte fanno apparire un lato nuovo, quello del balladeer notturno.

E’ chiaro che Wynn con questo lavoro ha voluto prendere le distanze dal vecchio suono a cui ci aveva abituato, cercando soluzioni più vicine al cantautorato statunitense che al puro rock di matrice chitarristica che aveva alimentato sino a qualche mese fa la sua carriera. Wynn si dimostra songwriter, autore di canzoni, nella più classica tradizione dello storyteller.

Nel contempo l’album dichiara una maturità di arrangiamenti che fa uscire l’autore dal suo usuale schema (chitarra-basso-batteria e, eventualmente, tastiere) per ampliare il suono con archi e fiati, adeguando le sonorità a quello che è l’ambito più ovvio del cantautore.

Kerosene Man è dunque un bel disco, dove la ballata regna sovrana, dove la voce carismatica del leader raggiunge toni talvolta confidenziali, dove sax e violino entrano di forza in un tessuto che prima non li contemplava. Il suono va dal rock alla canzone notturna, ma il disco mantiene una vena costante per tutto il lavoro, vena di elevato livello, sia professionale che artistico.

#millenovecentonovanta

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Quello che traspare fin dalle prime note di Gold in the Shadow è una particolare e marcata intimità. Lo stile dato dalla voce e dalla sonorità raffinata, lieve e crepuscolare di William Fitzsimmons, suggeriscono un viaggio emotivo nei meandri del suo, del nostro ‘essere’.

William Fitzsimmons psicoterapeuta oltre che musicista, descrive le sue canzoni come una continua lotta contro i suoi demoni, le sue paure.

Figlio di genitori ciechi e con un passato da malato mentale, la sua non è stata certo una vita facile, i suoi testi ne sono la testimonianza, la musica ne è la rivincita.

Gold In the Shadow è il suo quarto lavoro e pur non discostandosi molto dal suo “The Sparrow and the Crow”, considerato il più bel disco/rivelazione folk del 2009, ci regala dieci ballate acustiche di asciutto folk con un equilibrato uso di ‘elettronica’ e ‘archi’.

Gold In The Shadow è un’opera profonda che tocca le corde più sensibili dell’uomo. Descrive in maniera poetica “stati” di anime in pena, riuscendo pur malinconicamente, ad infondere una sorta di speranza.

Non c’è molto altro da aggiungere su questo lavoro di William. Quando mi succede di ascoltare un disco per tantissime volte di seguito vuol dire che mi ha ‘preso’ e Gold In The Shadow ha avuto questo potere.

Personalmente lo trovo molto affascinante e coinvolgente.

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A metà degli anni sessanta, specialmente in California esplodono le feste hippy, la sbornia mistica, l’equazione tra amore e libertà trionfa, la maggior parte dei gruppi West-Coast sono attivissimi ed in prima fila nella contestazione al “sistema” ed alla guerra al Vietnam.

I Jefferson, formatosi nel ’65, conoscono già il successo, soprattutto grazie a un percorso artistico che partendo dal folk revival acustico li portano alla psichedelia, al rock “acido”, alle ballate libertarie e impegnate. La loro “visione” musicale è per lo più una ricerca collettiva che li porta pian piano ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni.

Nel novembre del 1969 esce “Volunteers” il loro l’album più polemico. Gli ospiti del disco sono come sempre importanti: Jerry Garcia, Joey Covington, David Crosby, Nicky Hopkins al pianoforte e Stephen Stills all’organo hammond. Paul Kantner, Steve Stills e David Crosby firmano insieme “Wooden ships” uno dei momenti più riusciti dell’album. “Volunteers” si apre con “We can be together”, un vero e proprio inno alla fratellanza mentre “Hey Fredrick”, scritta da Grace Slick è uno dei momenti più toccanti con il piano di Nicky Hopkins. Altri brani interessanti sono “Good Shepherd” un traditional arrangiato da Jorma Kaukonen e “Meadowlands” con Grace Slick all’organo.

Un album fantasioso, provocatorio nel quale i Jefferson esprimono la violenta presa di posizione del gruppo sui temi politici in linea con la protesta studentesca nei “campus” delle università californiane. Musicalmente il disco è costruito intorno al talento individuale dei vari componenti della band che presentano Grace Slick alla voce, Paul Kantner alla chitarra, Marty Balin (fondatore del gruppo), Jorma Kaukonen alla chitarra, Spencer Dryden alla batteria e Jack Casady al basso.

La musica dei Jefferson Airplane è stata un perfetto esempio di musica allo stesso tempo militante, almeno nell’accezione del grande movimento americano, e totalmente disposto ad ogni “apertura”. Questa peculiarità è confermata in “Volunteers”, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento.

#millenovecentosessantanove

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Bon Iver pseudonimo di Justin Vernon, pubblica il suo secondo lavoro a distanza di tre anni dal suo fortunato ‘For Emma, Forever Ago’. Com’è immaginabile, la seconda prova discografica è sempre molto attesa, a conferma della veridicità artistica del musicista. A tal proposito, diciamolo subito la “prova” è stata superata. Bon Iver, infatti, pur conservando la sua essenza musicale, si evolve brillantemente nelle sonorità che, grazie all’uso di fiati e archi, rende questa sua seconda opera assai più fiorente e luminosa. Il disco è stato registrato nel Wisconsin, un’ex-clinica veterinaria ristrutturata a studio di registrazione, questo va detto per sottolineare la differenza dal primo disco che, invece, fu registrato in una capanna di caccia sperduta tra le foreste del Wisconsin nel gelo invernale del 2007, della serie: “status quo ante”. Una vena più ottimistica è rivelata nelle dieci canzoni che compongono il disco. Grazie alla poesia melodica e ai suoni originali del trentenne cantautore statunitense, l’omonima opera ci fornisce una musicalità rarefatta e intensa, un minimalismo folk di grande impatto emozionale. Un buon disco quindi, con belle canzoni costruite attorno alla sua vocale espressività minimalista. Bon Iver si dimostra uno degli autori più ispirati, sensibili e maturi degli ultimi anni. Consigliato.

#duemilaundici

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Grazie a Cassandra Wilson, si sta chiudendo molto bene questo duemiladieci. Silver Pony, infatti, è un ottimo disco. L’album, il ventesimo per la cronaca, è composto da undici brani, alcuni dei quali sono registrati dal vivo durante il suo tour estivo del 2009.

Figlia di un musicista jazz e di un’insegnante appassionata di rhythm and blues, la cinquantacinquenne Cassandra Wilson è tra le più brave e belle voci del panorama musicale internazionale. Dotata di tecnica impeccabile e di una grande comunicatività emotiva, questo Silver Pony ne conferma la veridicità.

Il titolo dell’album prende spunto da un fatto successo alla cantante quando era piccola e lo racconta lei stessa: “Un giorno arrivò un uomo nel mio paese, a Jackson nel Mississippi, con un pony e una macchina fotografica” e continua “Pagando potevi farti fare una foto sul pony”. La Wilson riuscì a fare la sua foto nonostante la madre non fosse molto d’accordo “Sono così felice che mi permise di salire sul pony” dice ora “Ero una bambina senza paura, e penso che invece lei mi volesse un po’ meno incosciente”. Ora “quella famosa foto” è diventata la copertina di questo suo ultimo lavoro discografico.

Nelle sonorità del disco, traspaiono le sue radici, i ricordi legati alla sua infanzia, alla sua famiglia e soprattutto al suo Mississippi. Dalla sua terra natale quindi, note di blues e R&B, ma anche jazz, influenze gospel, “tocchi” africani e brasiliani e perché no, anche un leggero pop.

Accompagnata da ottimi musicisti tra cui Ravi Coltrane (si, il figlio), il disco “scivola” via con grande piacere e profondo sentimento. Il suo strumento, la voce, calda e profonda, intrecciata alle atmosfere create dal fraseggio di chitarra, basso, pianoforte, percussioni e dal sax, creano emozioni pure, limpide come le acque di un torrente.

#duemiladieci

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David Crosby non ci ha abituato a frequenti uscite discografiche, a oltre quarant’anni da If I Could Only Remember My Name del ’71, in mezzo ci sono stati solo due dischi: Oh Yes I Can del ’89 e Thousand Roads del ’93. Se è facile pensare che questo sia il suo commiato musicale le canzoni non lo sono affatto. Undici brani quasi tutti a sua firma, l’aiuto del figlio Raymond, di Mark Knopfer e di Wynton Marsalis, danno un tocco di notevole presenza ad alcuni pezzi dell’album.

Quello che fa “grande” Croz è il suo “spiazzare” che, ancora una volta, è parte integrante della sua vita. David Crosby abituato a continue cadute e continue rinascite non poteva anche questa volta sorprendere critica e fan. L’album infatti, non era previsto e se poteva sembrare come un’operazione commerciale il risultato è invece tutt’altro. “…avevo ancora delle cose da dire” è la sua affermazione all’uscita del disco, e “per fortuna” aggiungiamo noi.

Crosby ancora una volta riesce a sceneggiare storie, confessare brividi profondi, narrare difficili rapporti con la vita, preparare balsami di guarigione. Croz è un disco ricco di fascino e dal suono elegante. La voce è intensa, le canzoni suscitano suggestioni e piccole magie. L’uomo riesce (ancora una volta) a stupire, a colorare il mondo con le tempere del vero artista, con i colori che accendono la fantasia, di azzurri profondi.

#duemilaquattordici

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Prima dei R.E.M., dei Sonic Youth e dei Nirvana, un altro grande gruppo del circuito alternativo a stelle e strisce fu ingaggiato da una major, per provare a dimostrare che certo rock nato e maturato nei bassifondi poteva diventare un business: si trattava di un trio originario di Minneapolis, con un nome assurdo — “ti ricordi?” in svedese — e trascorsi di rilievo nell’ambito dall’hardcore più feroce e senza compromessi, la cui leadership era divisa tra due compositori e cantanti impegnati anche alla chitarra (Bob Mould) e alla batteria (Grant Hart). Finì nel peggiore dei modi, quel sodalizio che pure aveva fruttato sette album e mezzo, di cui due doppi, in appena sei anni: con furibondi litigi e tanta amarezza. E finì, ironia del destino, poco dopo l’uscita del capolavoro che ne rappresentò lo zenit qualitativo e che quindi, suo malgrado, interpretò il ruolo un po’ sinistro dell’epitaffio.

Secondo lavoro marchiato Warner, dopo il quasi altrettanto imperdibile Candy Apple Grey, questo doppio vinile esalta la (purtroppo) definitiva maturità di una band che, lasciatasi alle spalle la lancinante crudezza degli esordi (documentata al meglio dal non meno monumentale Zen Arcade del 1984), aveva imparato a conciliare vigore punk e squisita indole pop in un songwriting di eccelsa caratura: lo fa con venti eccezionali brani — doveroso citare almeno Ice Cold Ice, la cui furibonda incisività non riesce a nascondere marcate influenze Beatles, e il più malinconico Standing In The Rain — all’insegna di un suono scabro, sfilacciato, spigoloso e distorto, splendidamente vivo e profondo anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. Pur avendo firmato con una multinazionale, gli Hüsker Dù hanno rappresentato per la scena indie degli ’80 ciò che i Fugazi sono poi stati per quella del decennio successivo. un simbolo e un modello, attitudine oltre che musicale. E la dimostrazione inequivocabile che partendo da pochi accordi rabbiosi e suonati velocissimamente si poteva arrivare molto, molto lontano.

#millenovecentoottantasette

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