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Recensioni musicali di Silvano Bottaro

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Davide Bernasconi in arte “Van De Sfroos” classe 1965, inizia una decina d’anni fa (ndr nel 1997) la sua carriera da solista, realizzando il cd “Breva & Tivan”, disco d’oro, con cui vince la Targa Tenco come “miglior autore emergente”, e quasi contemporaneamente viene pubblicato il mini-cd, “Per una poma”. Nel 2001 pubblica “…E Semm partii”, che gli vale il secondo disco d’oro e la Targa Tenco come “miglior album in dialetto”. Nel gennaio del 2003, esce “Laiv”, come preannuncia la “storpiatura inglese”, un album che diventerà disco d’oro, quasi interamente registrato dal vivo. Infine l’ultimo album d’inediti “Akuaduulza”, 14 brani di storie, leggende, tradizioni di “acqua dolce”.

Dopo tre anni di attesa è uscito ora; “Pica!” (che in dialetto laghèe significa “picchia”), esclamazione che accompagnava il lavoro dei minatori di Frontale (frazione di Sondalo, comune dell’Alta Valtellina). Il disco è composto da quindici canzoni, di cui dodici cantate in dialetto e le restanti in italiano con ritornello sempre in dialetto. Questa è una delle caratteristiche principali che marcano questo sensibile musicista. La sua vocalità e il modo di fare musica crea una sonorità unica e profonda, il dialetto poi, che è una lingua a sé, ha una musicalità molto forte e una adattabilità a quella inglese, superiore a quella italiana. Davide suona una musica popolare, vera, sentita. Le canzoni sono legate alla realtà della vita quotidiana, parlano dei problemi che ogni giorno coinvolgono la gente comune. Ma se è il dialetto la principale peculiarità di Van De Sfroos, nelle sue ballate stralunate l’humour non è da meno, ed è infatti facilmente intuibile nell’ascolto del disco.

Davide Van De Sfroos con “Pica!” incide il suo disco più bello. Le sue liriche mischiate al rock, al country, al bluegrass, creano un tappeto sonoro di gran suggestione, un album intenso e coinvolgente, con una serie di canzoni di grande spessore. Consigliato.

#duemilaotto

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“…i Marlene Kuntz vivono il loro presente e il loro presente è in continua evoluzione…”Sono le parole di Cristiano Godano, cantante e paroliere, rilasciate in una recente intervista.

Anche se sono sulla scena musicale italiana da dieci anni (ndr post del 2007), non conoscevo il loro mondo sonoro. Mi sono avvicinato a questo disco per curiosità e quindi non avendo ascoltato i loro dischi passati, mi è difficile fare opera di paragone, probabilmente è solo un vantaggio.

Questo nuovo lavoro (il settimo per la cronaca) è prodotto e arrangiato da Gianni Maroccolo, è composto da dodici tracce, dodici canzoni che hanno come comune denominatore: l’amore.

Il titolo stesso di questo cd “Uno” è assai emblematico. Uno è unico, unico è l’amore. Questa è la summa del disco.

In sostanza quello che esce fuori a testa alta da quest’opera sono i testi. Le parole sono vere e proprie poesie, poesie d’amore. L’amore in ogni sua sfccettatura, amori dolci, drammatici, poetici e fisici, come sentimento unico e indecifrabile di cui non sappiamo fare a meno.

La musica invece gioca un ruolo secondario. E’ solo semplice accompagnatrice, pura melodia che ben si amalgama con le parole scritte da Godano.

“Uno” è un album da ascoltare attentamente con orecchie libere da ogni pregiudizio. Questo è il loro presente.

#duemilasette

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Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a J. M. che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “scarecrow” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar, così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo.

I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “Farm Aid”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane.

Con questo “the lonesome jubilee” J. C. si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L’album è di “presa” immediata, si fa amare fin dal primo ascolto, ma non per questo cade nella banalità.

Nel complesso un buonissimo disco questo, del nostro. Musicalità e testi degni di un songwriter alla pari, certe volte, di musicisti di calibro internazionale assai più famosi, ma che nulla hanno da insegnare al nostro “puma”.

“La mia vita è una contraddizione di desiderio e dispiacere trascino il mio cuore attraverso le ceneri per gettarlo nel cuore. Forse c’è una ragione e potrebbe esserci un disegno, oppure siamo solo degli sciocchi a credere che un giorno capiremo. E tutto diventa vero, si tutto diventa vero. Come una ruota dentro un’altra che gira dentro di te. E pensi cosa ho fatto? Cosa posso fare? Quello che credi di te stesso diventa tutto vero.”

#millenovecentoottantasette

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La canadese Mary Margaret O’Hara è stata una meteora, è apparsa, ha illuminato il pianeta musica, ed è sparita.

Questo purtroppo è l’unico disco da lei inciso. Una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi, non ha conosciuto il “bene commerciale”. La sua musica di difficile collocazione contiene un cocktail di folk, jazz, blues e country, tutta condita da un’estrema personalità. Su tutto risalta la sua interiorità, meditata e pura, non costruita ne artefatta.

Altra qualità che la distingue è l’uso della voce, che lei usa in maniera estremamente articolata, creando armonie uniche, sensibili, intelligenti e profonde. Le undici canzoni che compongono il disco, non essendo estremamente facili, hanno bisogno di essere ascoltate lentamente, ed è proprio per questo che ascolto dopo ascolto ti rimangono inchiodate nella mente.

Ricordo che all’epoca il termine che fu coniato a semplificare il disco è stato: elementare ma difficile.

La prima parte (lato A per il vinile) è superbo, denso ed intimista, la voce è energica la strumentazione essenziale e potente. La seconda parte è più difficile e meno strumentale, la voce è soffusa e triste, ma resta comunque sempre splendida.

Ci troviamo davanti ad un disco eccellente per non dire un capolavoro. Undici quadri d’autore con delle perle assolute: “Body’s in trouble”- “A new day” — “Keeping you in mind”. La O’Hara ha un talento smisurato, una voce unica che la fa brillare nella costellazione musicale. Non a caso la critica internazionale lo dichiarerà tra i cento album principali del ventesimo secolo. Un disco quindi che bisognerebbe avere, dico bisognerebbe perché è un disco di difficile reperibilità.

#millenovecentoottantotto

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Grinderman è un progetto, e come tale ha una sua precisa identità.

I brani che compongono l’album hanno la peculiarità di essere “essenziali”, scarni, meno arrangiati del Cave che conosciamo degli ultimi anni, infatti ci riportano il “nostro” agli esordi, anche se in forma più morbida.

I Grinderman, oltre a Cave alla voce, chitarra e piano sono: Warren Ellis al violino e chitarra acustica, Jim Sclavunos batteria e percussioni, Martyn Casey al basso.

I disco spazia in tre momenti particolari; quello della TENSIONE ELETTRICA come la rabbiosa Get it on, la stridente Honey bee, la potente Love bomb, la essenziale Title track, per finire con la nevrotica e punk No pussy blues.

Quello del BUIO TORMENTO come la psicadelica Elettric Alice, dell’oscura Don’t set me free, della seducente Decoration day, della decadente Go tell the women.

Quello DOLCE RILASSATO come la lirica Rise, la poetica Man on the moon solo voce e piano, la superbaVortex, per finire con l’eccezionale e romantica Chain of flowers.

L’ultimo quartetto sopra citato è quello che più mi affascina dell’intero album. Brani e ballate cariche di intensità che porta Cave nella via di mezzo, i Grinderman sono la parte più dolce e tranquilla del primo N.C. (punk) e la parte più diretta e semplice dell’ultimo N.C. (arrangiatore).

#dumeilasette

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Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”.

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”.

Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica.

Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.

#millenovecentosettanta

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Tornato in Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza, Van trova l’ispirazione per un album concept estremamente personale.

Non vi sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario vello di Veedon).

Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c’è il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite.

Ad accompagnare il cantante c’è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra. Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po’ tutti gli album precedenti. Infatti per ogni canzone c’è uno stile diverso, eppure l’opera conserva un carattere fortemente unitario.

Rispetto ad Astral Weeks, cui quest’opera è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più costruita e meno originale. L’accompagnamento strumentale è infatti semplice e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti. I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E’ un disco che, pur non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per essere penetrato.

Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato ed annunciato il suo successore, dal nome “Mechanical Bliss” e dal tono opposto, gaio e spensierato. L’album non fu mai pubblicato.

#millenovecentosettantaquattro

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Non riesco ad immaginare quanto sarebbe vuota la mia vita senza i miei dischi, soprattutto certi dischi, a cui sono particolarmente affezionato. Raramente ho avuto dei “colpi di fulmine” ed ho imparato a conoscere le opere molto lentamente, anche dopo mesi di ascolti. Con Disintegration è stato diverso, mi è piaciuto sin dal primo ascolto.

A mio parere, e di molti, questo è il miglior album dei Cure, per alcuni, di ogni tempo. Con ogni probabilità lo si può inserire nella miglior trilogia insieme a Pornography (1982) e Bloodflowers (2000). Ancora una volta Robert Smith e la sua band riescono a sorprendere. Disintegration è un’opera decadente, un manifesto dark, un disco che se lo avesse inciso Baudelaire lo avrebbe chiamato “I fiori del male”.

I dodici brani di Disintegration producono 71 minuti di suoni ammalianti, carichi di forti sentimenti, con un sound inquietante, triste, a volte spettrale. Sembra proprio che questo sia l’ultimo disco di Smith, come sempre viene annunciato, ma non sarà cosi. Robert ha trent’anni, e ha ancora parecchie cose da scrivere, sono i fumi dell’alcol, a fargli dire questo, in realtà è il potere della musica a salvarlo sempre, da ogni situazione. In ogni album Smith butta fuori tutte le sue angosce, tutte le sue paure, ogni disco è per lui terapeutico, è una liberazione, è una serie di sedute dallo psicoanalista, è una salvezza, ma è un pugno allo stomaco per noi, per noi che lo ascoltiamo.

La leggenda parla di devastanti effetti fisici all’ascolto di “Lullaby” e “Pictures of you”, di pianti a dirotto con “Lovesong” e “Closedown”, e non costa fatica crederci. Le malinconie di “Homesick” e “The Same Deep Water as You”, le tristezze di “Prayers for Rain” e “Untitled”, le ritmate, “Disintegration” e “Fascination Street”, le suggestive “Last Dance” e “Prayers for Rain”, sono brani carichi di emozioni, dolci e splendidi e fanno di questo disco un capolavoro della fine degli anni ottanta. Disintegration è un disco molto suonato, con molta musica, dei dodici brani del disco metà superano i sei minuti, un’eternità, per un gruppo pop.

Con Disintegration, Smith e la sua band, raggiungono il massimo della maturazione, sia nel lirismo dei testi e sia nella composizione sonora.

#millenovecentoottantanove

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Esiste una teoria secondo cui gli anni Ottanta britannici hanno prodotto solo due nomi da salvare: Smiths e Japan. Gruppi presuntuosi quanto si vuole ma almeno capaci di musica vera. Eppure all’epoca soprattutto gli Smiths lasciavano qualche dubbio. Sono bravi, bravissimi nei pochi minuti di un 45 giri — si diceva di loro — meno quando si tratta di reggere i tre quarti d’ora di un album, niente vero per quel che mi riguarda.

Sì, in “The Smiths” e in “Meat is murder” ci sono dei vistosi cali di tensione ma, in “The Queen is Dead” no, è perfetto dall’inizio alla fine come non era accaduto prima e non sarebbe accaduto poi.

“The Queen is Dead” è stato il punto più alto della carriera degli Smiths e può essere considerato il ritratto dell’Inghilterra del ‘900 secondo Morrissey che, al di là del suo ostentato egocentrismo è riuscito a regalarci canzoni uniche, immediate e nello stesso tempo con una presa lirica inimitabile.

Gli elementi dei testi sono: l’amore, la morte e soprattutto un grande senso dell’umor. Le parole sono sottili e genialmente ambigue. Morrissey fruga nella letteratura (Oscar Wilde) e nella cinematografia (le loro copertine hanno sempre riferimenti cinematografici) ma riesce ad imprimere sempre il suo marcato senso autoironico. Ma, bisogna ricordare che, le parole di Morrissey non sarebbero così efficaci senza le melodie perfette del chittarista Johnny Marr, che all’epoca seppe far canticchiare chissà quanti loro fans.

Queste due anime del gruppo, hanno creato un marchio di fabbrica inimitabile, quella di Morrissey, decadente, tormentata e sentimentale, sempre in bilico tra genialità e auto-flagellazione, tra sguardo crudo sul mondo e sfrenato intimismo, e quella del chitarrista Johnny Marr, tutta fatta di strepitose intuizioni musicali.

Fu un “matrimonio” perfetto che raggiunse l’apice proprio i quegli anni Ottanta, senza essere superati nel futuro da nessuno, nemmeno dalle loro singole prove.

#millenovecentoottantasei

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Quando l’artista nord-irlandese pubblica questo album è il 1978 e ha già alle spalle un decennio abbondante di buona musica, costruita soprattutto attorno ai suoni del rythm and blues.

Wavelenght (lunghezza d’onda) è un singolo che dà il nome a un album che ridà energia e slancio a George Ivan Morrison (Belfast, 1945) anche sul versante commerciale. Ma non troppo.

Wavelength è la prova che un fuoriclasse riesce a esserlo anche dopo tantissimi capolavori. Morrison ha saputo interpretare la musica nera: forse perché non si è mai dimenticato di quel luogo comune secondo il quale gli irlandesi siano considerati i “neri” delle isole britanniche.

Wavelength nasce soprattutto negli Stati Uniti, ed è infatti negli Usa che ottiene un successo, arrivando ai confini del ventesimo posto. Di religione protestante e figlio di genitori amanti del jazz, Morrison scrive e canta e suona chitarra, sax e armonica.

Nella sua storia è stata straordinaria l’uscita dai blocchi: la leggendaria Gloria incisa con il gruppo dei Them, rifatta dai grandi del rock, dai Doors a Hendrix dai Grateful Dead ai Rem.

#millenovecentosettantotto

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