viewCosmologie Selvagge
FIG.1 Monastero di Lenggu, montagna sacra Ge Nyen, provincia di Litang, Sichuan. La tradizione locale lo lega a Dusum Khyenpa, il primo Karmapa (1110-1193), fondatore della scuola Karma Kagyu, la cui sede principale fu però poi spostata a Tsurphu, a circa 70 km da Lhasa.
A oltre 4.000 metri di altitudine, nell'antica regione del K'am (est Tibet), il monastero di Lenggu rappresenta oggi un'enigmatica sopravvivenza. Fondato nel 1164 dal primo Karmapa, Dusum Khyenpa, fu quasi interamente raso al suolo dall'Esercito di Liberazione del Popolo negli anni Cinquanta. Restaurato dopo il 2000, è oggi custodito da due soli monaci. Durante un pellegrinaggio compiuto alla fine del 2025, ho assistito a una cerimonia annuale in cui buddismo e sciamanesimo sembravano fondersi. Davanti agli abitanti dei villaggi circostanti, veniva rappresentato l'antico racconto di una sfida cosmica tra divinità tantriche. Attraverso le orazioni, la musica e le danze dei lama e un falò finale catartico, le divinità accettavano di rimanere nel monastero, riconoscendone la funzione pacificante e trasformando un conflitto ancestrale in occasione per dibattiti dottrinali e pratiche meditative. Questa esperienza — in cui un luogo di culto incastonato nel misticismo di montagne sacre da millenni diventa teatro di una lotta insieme spirituale e politica — mi ha suggerito una domanda più ampia: cosa accade quando un potere rivoluzionario, progressista e dichiaratamente laico incontra spazi la cui sacralità ha storicamente definito identità e forme del politico? Per rispondere, propongo una comparazione tra due contesti apparentemente molto distanti — Laos e Tibet — ma accomunati da una condizione analoga: in entrambi i casi la pratica rivoluzionaria non ha abolito la sacralità preesistente, ma l'ha incorporata in una nuova narrazione nazionalista che tenta sia la pacificazione del passato conteso, sia la generazione di economia attraverso forme di capitalismo religioso e della memoria. Per “capitalismo religioso e della memoria” intendo il processo attraverso cui il patrimonio spirituale e storico si trasforma in una risorsa simbolica ed economica di un sistema di produzione di valore.
Sacralità Guerrigliera
Nel testo precedente avevo ripercorso circa un secolo di storia laotiana, con l'intento di offrire alcuni spunti storiografici decolonizzanti, chiedendomi se la resistenza laotiana non avesse generato un proprio misticismo politico-narrativo. Per rispondere mi ero addentrato nella leggenda del capo guerrigliero Kaysone Phomvihane e nel racconto del Museo delle Resistenze, che lo consacra “padre della nazione” di un Laos socialista dove il buddhismo non viene abolito, ma integrato nella dottrina nazionalista. Provavo quindi a rileggere antropologicamente la biografia di Kaysone, per mostrare come la sua figura incarnasse significati che andavano oltre quelli del “condottiero”, poiché segnava il passaggio dalla patrilinearità delle dinastie regali laotiane a una matrilinearità sociale, coerente con le pratiche di parentela delle popolazioni Lao e Tai (Evans 1998; Stuart-Fox 1997). Cercavo così di legare i sistemi politici precoloniali — capaci di adattarsi plasticamente a una “cosciente debolezza” rispetto alla forza numerica e tecnologica degli imperi vicini — alle atmosfere politiche successive alla caduta della monarchia. Il Museo delle Resistenze sembra infatti volersi riappropriare di tradizioni popolari, ricostruendo l'essenza stessa dell'eroe: uno che non emerge più da un lignaggio mitico o sacro, ma è generato dallo sforzo collettivo della lotta di liberazione. La rivoluzione costruisce un nuovo personaggio del popolo: non più il signore della vita, il chao sivit, che riceveva onori e ricchezze per via ereditaria dal padre e nemmeno il saksit, l'uomo dotato di poteri magici come fu il vice-re di Luang Prabang e primo leader anticoloniale del paese, Pethsarat, o il chao fa, il condottiero messianico proveniente dal regno dei cieli, come fu il Generale della CIA e dell'esercito monarchico, Van Pao, ma il carisma ascetico del sahai (letteralmente “compagno/a”), forgiatosi sui tanti campi di battaglia del Laos in più di 30 anni di guerre.
FIG.2 L’ingresso della grotta-rifugio di Kaysone Phomvihane a Vieng Xai. L’ascesi guerrigliera trasforma lo spazio sotterraneo in un eremo politico, fonte di un carisma che entra in risonanza con la via ascetica del Buddismo Theravada.
L'apice di questa costruzione simbolica si trova nel complesso di grotte di Vieng Xai, nella provincia di Houaphan (Fig. 2). Tra il 1964 e il 1975, oltre 30.000 persone vi si rifugiarono per sopravvivere ai bombardamenti americani; qui Kaysone e i quadri del Pathet Lao organizzarono un governo parallelo in condizioni di estrema precarietà. Oggi le grotte sono un luogo di culto della storia locale, che racconta la vita in comune: dal ritiro forzato dal mondo alla necessità di disciplina per sopravvivere, fino alla pratica della resistenza. Vivere a Vieng Xai voleva dire combattere sia Māra — l'ignoranza e la tentazione che nel racconto buddhista tentano di far desistere il Buddha dall'illuminazione — sia i bombardamenti e l'invasione militare. Da queste memorie condivise nasce l'ibrido dell'asceta-guerriero Kaysone, la cui grotta è perfettamente riprodotta anche nel Museo delle Resistenze; da lì, grazie all'educazione monastica, viene presentato come capace di guidare il suo popolo non con la forza, ma con l'esempio morale e la semplicità della sua vita.
FIG.3 L’installazione del That Luang al Museo delle Resistenze, Vientiane. La cosmologia buddhista è riconvertita in supporto simbolico del progetto rivoluzionario: contadini, scuole e centrali elettriche prendono il posto dei Jataka e della corte regale.
Al centro di una sala del Museo delle Resistenze di Vientiane si trova una delle installazioni più sorprendenti, che sembra voler trasferire a Vientiane e nelle istituzioni statali la mistica delle montagne di Vieng Xai. Vi è una riproduzione stilizzata del That Luang — la grande stupa eretta nel 1566 dal re Setthathirath, simbolo dell'ordinamento cosmico del regno — che ospita alla sua base scene di lotta partigiana, di costruzione di dighe e di alfabetizzazione delle campagne (Fig. 3). La stupa, che nella tradizione theravada rappresenta il monte Meru e l'universo ordinato dal dhamma, qui viene riempita con i contenuti della rivoluzione: la modernizzazione socialista prende il posto del monarca buddhista come garante dell'ordine morale, in un'ulteriore ibridazione di sacro e politico. L'aspetto forse più innovativo di questo ribaltamento epistemologico è che la rivoluzione, nel marxismo, va sempre intesa anche come uno stato di coscienza. Qui la coscienza rimane dentro i dettami buddisti, ma — come raccontò Che Guevara nel suo saggio sulla guerra di guerriglia (1960) — riguarda la comprensione dei legami materiali di oppressione oltre che le caratteristiche morali ed etiche del guerrigliero/a, la cui aspirazione è incorporare e riprodurre quella liberazione che si vuole generare a partire dai rapporti comunitari nei quali è inserito/a. Teoria e pratica, nel marxismo come nel buddismo, sono indissolubilmente collegate. La rivoluzione, intesa come educazione delle campagne, progresso tecnico per tutti e abbandono del patriarcato regale, non è solo una struttura politico-economica che aspira a sostituire il vecchio ordine: afferma anche la necessità di un nuovo vivere in comune per potersi realizzare pienamente. In un paese come il Laos, ciò non può avvenire senza il riconoscimento della cosmologia buddista, che va tuttavia allontanata dal processo storico di cattura dei suoi insegnamenti da parte delle monarchie regionali. In questo senso la guerra cognitiva, il governo dell'informazione e quindi la coscientizzazione delle persone occuparono uno specifico campo di battaglia durante le due guerre di Indocina. La scultura del Museo lo mostra chiaramente.
That Luang, la stupa originale. La parte riprodotta dalla scultura del museo è la guglia centrale, quella che rappresenta il Monte Meru.
In particolare, alla fine degli anni Cinquanta e all'inizio degli anni Sessanta, la CIA avviò la cosiddetta “Operazione Speciale Pagoda”. In pochi anni organizzò un cambio repentino dei vertici ecclesiastici di Vientiane, accusati di essere schierati con l'Esercito di Liberazione del Laos (Ladwig, 2017). La maggioranza laotiana della guerriglia era stata in effetti educata dentro monasteri di buddhismo theravada — spesso le uniche scuole disponibili nei villaggi da cui provenivano — e durante tutta la fase della guerra i monasteri ebbero un ruolo importantissimo nella circolazione di vettovaglie e informazioni tra centri urbani e rifugi della guerriglia. Il monastero dei villaggi incorporò così la lotta di classe anticoloniale: non si affiancava agli istituti educativi francesi, ma ne sanciva la frattura, tra poteri esterni e poteri interni, tra educazione del popolo ed educazione dell'élite nobiliare. Emerge tuttavia con chiarezza un dilemma di autenticità: durante la guerra, chi poteva trasmettere gli insegnamenti del Buddha? La domanda non riguardava la dottrina, sulla quale nessuna delle due parti dissentiva, ma la titolarità della trasmissione. È esattamente il tipo di conflitto che questo testo prende come oggetto: non una controversia sul contenuto, ma sulla firma.
Fino ai primi anni Settanta, le bombe americane colpirono e rasero al suolo diversi monasteri del XV secolo nella piana di Xiangkhouang, coevi o poco più giovani di quelli di Luang Prabang. Negli anni Cinquanta e Sessanta i monasteri di Luang Prabang vennero invece completamente restaurati e riportati a nuova vita grazie ai fondi statunitensi incanalati prima attraverso USOM e poi, dal 1961, attraverso USAID. Una popolazione buddista, i Phuan, fu decimata e in larghissima parte sfollata. I reali di Luang Prabang, che acconsentirono e richiesero i bombardamenti sul proprio territorio, si affermarono invece come discendenti autentici dei Bodhisattva del passato. Dopo la presa del potere delle autorità comuniste, nel 1975, iniziò un'altra epurazione, questa volta per liberare i monasteri dai monaci che non avevano sposato la causa rivoluzionaria. Ma processi analoghi, ovviamente, riguardarono vasti settori degli apparati pubblici, dalla Polizia all'Esercito, dai Ministeri alle scuole. Due epurazioni successive, condotte da poteri opposti, sulla medesima istituzione e con la medesima logica: stabilire chi sia autorizzato a incarnare una continuità.
La fase storica che va dalla dichiarazione di indipendenza alla seconda metà degli anni Ottanta è ancora poco documentata. Molte delle ricostruzioni disponibili sono dei memoriali giornalistici e cronache raccolte attraverso alcune, per la verità molto poche, testimonianze di persone che hanno vissuto l'epoca. Il governo comunista volle un isolamento completo, anche per elaborare internamente il lutto del disastro a cui si era arrivati. Se esistono, gli archivi del Partito non sono ancora disponibili per la consultazione. Seguendo allora uno sguardo più ampio, quanto accadde in quegli anni fu un complesso processo di sostituzione della vecchia nobiltà terriera — legata alla colonia francese e che, grazie a essa, aveva accresciuto le proprie fortune — con poteri emergenti di centri allora periferia del paese. La nuova leadership, nel suo complesso, era meno istruita e meno cosmopolita ed apparteneva largamente alla cultura contadina del paese. La guerra fredda si è innestata in questi processi, generando visioni e analisi profondamente dicotomiche e non conciliabili degli eventi che seguirono. Queste narrazioni così diverse ancora oggi producono una sorta di rumore di sottofondo, come se le divisioni che portarono il paese alla guerra civile siano ancora latenti e irrisolte.
Kaysone mentre gioca a ping pong nel patio della sede del Segretariato del Partito e la casa dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, entrambi a Vientiane
Subito dopo la fine degli scontri armati, il paese passò per una delle carestie più dure della sua storia. Sulla falsariga di quanto accaduto nella Cina maoista, la letteratura prodotta in Occidente sul tema attribuisce generalmente le cause alla collettivizzazione delle terre avvenuta in quel periodo. Non vi sono però studi specifici sul campo capaci di sostenere un serio scrutinio storiografico delle fonti. Inoltre, ci sarebbero almeno altri tre fattori da considerare, di cui difficilmente si legge: la riduzione improvvisa della terra coltivabile, la mancanza di manodopera e l'assenza di finanziamenti per un piano di ricostruzione complessivo. Nel primo caso, valli e campi di riso dovevano essere sminati prima di essere coltivati, ma il neonato governo non disponeva di tecnologie adeguate, e nemmeno i suoi alleati furono di grande aiuto. Inoltre, dal 1973 ai primi anni Ottanta, per ragioni tanto politiche quanto economiche, almeno 400.000 persone emigrarono verso USA, Canada, Francia e altri paesi. Alle espulsioni si aggiunsero i morti e i mutilati di guerra, un numero mai veramente chiarito che potrebbe aggiungere fino a 200.000 persone ai conteggi. Considerando che la popolazione laotiana negli anni 60 si aggirava intorno ai 2.5 milioni di persone si può allora inferire senza timori che guerre e migrazioni ridussero drasticamente il numero di uomini e donne nel pieno della loro età produttiva. Così il nuovo governo del Laos si trovò nella necessità di ricostruire quasi due terzi del paese non solo senza fondi né piani di ricostruzione, ma avendo perso anche molte delle competenze di cui avrebbe avuto bisogno. Non sembra dunque eccessivo affermare che le ragioni per cui il Laos è il “paese più povero del Sud-est asiatico” non possano essere ricondotte unicamente ai fallimenti del governo comunista. Vi sono cause strutturali radicate in trent'anni di guerre, insieme alle decisioni politico-economiche prese in quel contesto “rivoluzionario”. Il caso forse più esemplificativo di queste atmosfere, e di questa peristente latenza della guerra civile laotiana nelle relazioni interne ed esterne del paese, riguarda Sisavang Vatthana.
Conviene fissare qui una questione terminologica che il resto del testo darà per acquisita. Sisavang Vong, figlio di Zakarine, salì al trono di Luang Prabang nel 1904 e fu incoronato seguendo i riti tradizionali ma, come spiegato anche nel testo “Oltre la Nazione”, la sua salita al trono fu subito contestata per un vizio procedurale. Il successore di Zakarine sarebbe dovuto provenire dalla famiglia dell'Upparat (il vicere) che però in quella fase storica risultava troppo vicino ai vecchi protettori siamesi del Regno (Grant Evans 2002:77). Fino al 1930, il regno di Xiengkhuan non riconobbe Sisavang Vong come “Re del Laos” (Wolfson-Ford 2024). Discorso simile può essere fatto nel sud del Paese dove non si arrivò mai ad una completa accettazione della nuova monarchia (Baird 2024). Alla morte di Sisavang Vong, nel 1959, suo figlio, Sisavang Vatthana, gli succedette e agì da sovrano per tutta la seconda guerra d'Indocina, ma non fu mai incoronato. Ufficialmente la cerimonia di incoronazione fu rinviata più volte per ragioni di bilancio e di sicurezza e non ebbe mai luogo. In verità, Vatthana per molti era un re illegittimo poichè il nuovo sistema di trasmissione dinastica del potere aveva premiato la sua famiglia proprio in virtù della sua incondizionata accondiscendenza verso il potere coloniale francese. Nelle fasi concitate che seguirono alla presa del potere da parte dei Pathet Lao, alcune fonti locali riportano però che, nel 1977, egli scelse di affrontare le conseguenze previste dal nuovo governo, morendo in un campo di rieducazione, come accadde a molti altri connazionali nei campi o tra le macerie delle loro case.
Durante la guerra fredda, reti molto vicine alle aristocrazie in esilio rielaborarono questo evento storico a partire dalla volontà del nuovo governo di giustiziare il figlio del re e terminarne la genealogia. Il libro Bamboo Palace (2003) di Christopher Kremmer, racconta abbastanza bene questa versione dei fatti, sottolineando soprattutto la violazione dei diritti umani dei prigionieri, la natura disumana dei campi di rieducazione e la deriva totalitaria del governo comunista del Laos. Il titolo rimanda alla capanna di bambù dove finirono a vivere il re, la consorte di Vatthana, Khamphoui, e il loro primo figlio, in Houaphan, proprio a Vieng Xay. Un dettaglio importante è che il bambù rappresentava il materiale di costruzione più usato per le case signorili nell'epoca precoloniale ed era in stridente contrasto con il nuovo palazzo reale regalato dai francesi a Sisavang Vong.
La vicenda è ora inserita e archiviata tra i documenti che proverebbero le violazioni dei diritti umani dell'attuale governo laotiano presso corti degli Stati Uniti e presso l'ONU. Va aggiunto che la ricostruzione degli eventi proposta da Kremmer si basa su informazioni raccolte in seguito alle denunce negli USA di esponenti di un organo istituzionale simbolico, il governo laotiano in esilio, composto principalmente da ex collaboratori della CIA e dai loro discendenti e dalla vecchia nobiltà franco-laotiana, incluso il nipote di Vatthana, Soulivong Savang, rifugiatosi all'estero ed oggi autoproclamatosi Re del Laos. Questo intreccio giudiziario non è un dettaglio secondario: fornisce infatti un mandato che legittima ricerche della verità in un paese terzo, da parte di non eglio specificati ordini o entità o individui, talvolta con metodi non propriamente scientifici come l'infiltrazione, la profilazione o la raccolta informativa riservata.
Insomma, al di là delle interpretazioni sugli eventi specifici, sia il Tibet che il Laos condividono una brusca interruzione di un ordinamento politico secolare, legato tanto ai miti quanto alle tradizioni, a vantaggio di una leadership emergente, proveniente da vecchi centri di potere in cerca di rivalsa e da nuove leve produttive e sociali formatesi, in pochi casi, anche internazionalmente. Contestualmente, in entrambi i paesi sorge un'alterità mimetica e forànea, il governo in esilio, la cui funzione primaria, oltre alla coordinazione della diaspora, è la delegittimazione del governo di casa. In questa prospettiva, i percorsi politici di Laos e Tibet sembrano paralleli. In parte ciò si deve all'origine comune delle fratture che produssero le guerre civili in entrambi i paesi: seguirono agli sconvolgimenti successivi alla fine della seconda guerra mondiale, dopo il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la fine del colonialismo giapponese in Asia, le nuove invasioni del Vietnam del Sud e della Corea, e l'emergere di poteri regionali nuovi organizzati intorno alla dottrina comunista.
Osservati lungo questi processi regionali, Tibet e Laos rappresentano i versanti più nascosti e meno noti di guerre di influenza ben più vaste. La storia di Vatthana si oppone però a quella del Dalai Lama su molti piani di analisi. In particolare, alcune fonti informate da me intervistate sull'argomento propongono altre interpretazioni degli eventi che precedettero la sua incarcerazione. In breve, Vattana fu messo al corrente dei piani di incarcerazione nei suoi confronti e gli fu proposto di abbandonare il Paese. Il suo rifiuto fu però visto come un atto di riconoscimento del nuovo governo nonchè di giustizia per il popolo laotiano. Si tratta di una possibilità storiografica generalmente esclusa dalla narrazione dominante, ma che meriterebbe di essere esplorata meglio. Cosa accadrebbe infatti se quello di Vatthana, invece di essere considerato un omicidio di Stato, fosse stato un sacrificio rituale? Non intendo suggerire che la sua morte sia stata storicamente concepita o organizzata come tale. Mi interessa chiedere se la sua narrazione possa essere letta attraverso una grammatica politica del sacrificio e della sostituzione della sovranità. Se, invece di osservare l'evento attraverso le lenti dei diritti umani e quindi dei familiari o delle persone prossime che hanno vissuto “la sparizione”, lo si inserisse nelle strutture socio-politiche dei regni del Mekong centrale precoloniali, cosa potrebbe dirci la storiografia al riguardo?
Due riferimenti aiutano a dare forma a questa domanda. Il primo è Kantorowicz: nell'istituzione monarchica coesistono un corpo naturale, finito e caduco, e un corpo politico che si riferisce all'eternità dell'istituzione rappresentata. La punizione inflitta a Vatthana consiste esattamente nel separarli — lasciare che il corpo naturale muoia di malattie curabili in una capanna di bambù, mentre il corpo politico viene trasferito altrove. Il secondo è Bloch, e in particolare la teoria della “violenza di rimbalzo” esposta in Prey into Hunter (1992): il rituale elimina l'individuo transazionale, con la sua vitalità biologica e negoziabile, per restituire quella vitalità catturata a un'entità trascendentale, che ne esce accresciuta. Ciò che rende il caso laotiano notevole è che l'entità trascendentale beneficiaria non è la stessa da cui la vittima proveniva. La vitalità del chao sivit non torna alla monarchia: passa al popolo che sopravvisse nelle grotte e fonda la Repubblica Popolare del Laos.
In altre parole, il confinamento suo e della sua discendenza dinastica potrebbe rappresentare una punizione esemplare ma non spettacolarizzata, che abitava l'ordine simbolico della stessa monarchia di Luang Prabang. Senza il suo popolo, emigrato e cacciato fuori dal Laos, e senza l'appoggio militare franco-americano, il re è solo e morirà di fame o di malattie curabili, come capitava spesso nei campi di rieducazione. La sua morte non si consuma quindi a Luang Prabang, dove la sua leadership carismatica è ancora presente tra le architetture della città e i ricordi delle persone rimaste, ma nei luoghi che quando era al potere non seppe ascoltare. Non è quindi un capro espiatorio. Il suo sacrificio non mantiene l'ordine inalterato: sancisce invece un nuovo inizio.
La punizione silenziosa inflitta a Vatthana, morire come una qualsiasi popolano, riguarda certamente la credenza che il suo regno fosse un'impostura, che il suo potere in vita fosse illegittimo, conseguito attraverso le macchinazioni coloniali e mantenuto attraverso una forza militare orrorifica e straniera. Tuttavia apre anche nuovi campi di legittimità. Quello stesso riconoscimento del governo comunista è oggi richiesto a tutta la popolazione in diaspora che ha deciso di rientrare nel paese in questi anni. In cambio si ricevono parte delle vecchie proprietà confiscate e la capacità di vivere finalmente in pace anche in Laos. Seguendo, però, questa versione dei fatti fino in fondo, il governo laotiano in esilio apparirebbe come un artificio legalista più assimilabile ad un gruppo paramilitare con finalità golpiste che ad un'entità politica vera e propria: una sorta di Gladio in salsa asiatica, utilizzabile in qualsiasi momento per ragioni geopolitiche. Negli anni 60 qualcosa del genere già esisteva ed operava tra Vientiane e Luang Prabang. Si chiamava “Momentum” e la sua descrizione sarà lasciata a testi successivi.
FIG.4 Il primo ministro del Laos, Sonexay Siphandone, e la moglie Vandala durante il Tak Bat del mattino, il giorno della gara di barche del Festival 2025 a Luang Prabang, Laos.
Immaginare il Tibet
In Tibet, il governo in esilio, pur appoggiato dai medesimi attori internazionali, agisce e si legittima con mezzi e forme molto diverse. La questione presenta ulteriori sfaccettature poiché monasteri, lignaggi di reincarnazione, famiglie aristocratiche, reti commerciali e autorità politiche sono stati a lungo intrecciati. Inoltre, il buddhismo tibetano non è mai stato una realtà uniforme: include tradizioni diverse — Nyingma, Kagyu, Sakya, Gelug e molte altre — e si è sviluppato in regioni dai rapporti politici mutevoli: Ü-Tsang, K'am, Amdo, Mongolia, Himalaya, Sichuan, Yunnan, Qinghai e Nepal. In questo senso, il territorio che chiamiamo Tibet, che occupa circa un terzo dell'intera Cina, nella sua lunghissima storia non è mai emerso come entità politica unitaria. Per lungo tempo fu terreno di contesa tra imperatori mongoli e cinesi, per poi diventare parte della Cina sotto la dinastia Qing e vivere un breve periodo di indipendenza dopo la sua caduta, fino all'ascesa del maoismo e all'unificazione con Pechino. Lungo la sua storia millenaria, le popolazioni locali, spesso isolate per lunghi periodi dell'anno, conservarono comunque ampie forme di autonomia culturale. Le istituzioni monastiche tibetane erano infatti luoghi di culto, ma anche scuole, archivi, centri economici e nodi diplomatici. La loro autonomia dipendeva dalla capacità di formare persone, conservare testi, amministrare donazioni e mantenere relazioni con comunità disperse su territori enormi.
La storia stessa dei Karmapa appartiene a una delle scuole più antiche del buddismo tibetano. Fino all'ascesa dei Dalai Lama e della scuola Gelug nel XVII secolo, la scuola Kagyu di Dusum Khyenpa rappresentò la corrente più autorevole del buddismo tibetano. Era riconosciuta in molti luoghi dell'Asia buddista, fino al sud dell'India, soprattutto per il suo essere fortemente radicata nelle pratiche yogiche e di meditazione e in un legame maestro-studente molto stretto. È proprio ai Karmapa che si deve l'origine del sistema di successione ecclesiastica per reincarnazione, da sempre motivo di fascino per gli osservatori occidentali del Tibet. La successione reincarnata offriva ai monasteri una soluzione istituzionale al problema della continuità dell'autorità, riducendo almeno formalmente la dipendenza dalla trasmissione biologica. Tuttavia, i bambini erano spesso scelti tra le famiglie dei più ricchi proprietari terrieri e tra l'aristocrazia tibetana, e questo fatto mostrava una tensione costitutiva nei monasteri stessi.
Il Nuovo Monastero di Lenggu è a circa 3 ore di cammino scendendo a valle da quello vecchio. Vi abitano quasi cento monaci. Nella foto il falò finale che permette alle divinità di tornare nel monastero.
Nel XVII secolo, ad esempio, l'ascesa del Quinto Dalai Lama e della scuola Gelug avvenne nel contesto di alleanze militari e politiche. Nel 1642 il condottiero mongolo Gushri Khan intervenne a favore della coalizione Gelug, sconfiggendo i poteri rivali dello Tsang, vicini alla scuola Karma Kagyu. Il Decimo Karmapa fu costretto alla fuga. Non è un episodio marginale, tutt'altro: come sempre, le lotte di potere che riguardano il mondo dell'immaginario e la supremazia teologica necessitano di alleanze politiche e militari. Ma la scuola Gelug produsse anche un sofisticato sistema di governo composto da 175 monaci e 175 civili appartenenti alle principali famiglie aristocratiche del Tibet. Alla sommità c'erano i Dalai Lama, che non erano semplicemente re, né soltanto monaci. La loro autorità dipendeva dalla credenza che fossero manifestazioni di Avalokiteśvara, il Bodhisattva della compassione, ma anche dal sistema amministrativo che presiedevano, fondato su programmi di studio rigorosi, dibattiti filosofici e disciplina vinaya, oltre che da alleanze con famiglie influenti e rapporti con potenze regionali.
Fino alla fine dell'Ottocento, le principali famiglie del paese erano cinque; sei erano invece le famiglie appartenenti al lignaggio dei Dalai Lama. Affermare che gli abati erano spesso anche discendenti di importanti famiglie della regione è dunque corretto. Alcuni studi di storia tibetana si spingono però fino a paragonarli a signori feudali — categorizzazione che richiederebbe di essere affinata caso per caso. In generale, la tensione tra la funzione “anti-nepotistica” del tulku e il rischio di una sublimazione simbolica della dinastia stava alla base dell'istituzione stessa dei Dalai Lama. Dopo tutto, il rapporto lama-patrono (in tibetano cho-yon) era una relazione simbolica reciproca tra sovrano buddhista e maestro spirituale: costituiva la forma più elementare degli ordinamenti di potere tibetani, uno spazio di in-definizione tra sacro e politico da cui si estraevano prestigio e autorevolezza personali. La discendenza mitica sosteneva certamente il successo, e dunque le ricchezze e la capacità di accumulazione delle famiglie più nobili. Ma è altrettanto vero che queste relazioni erano vitali per gli stessi monasteri, poiché generavano flussi di donazioni essenziali per il mantenimento e l'ampliamento delle loro strutture e delle loro scuole.
Monaci in circolo che con musica ed orazioni purificano il monastero e permettono un nuovo inizio.
Proprio qui risiede un altro elemento distintivo delle forme di potere centrate sui monasteri della regione: la scuola. Il monastero era l'apice di un rigido sistema pedagogico, in cui i bambini scelti in tenera età venivano educati alle pratiche spirituali che li avrebbero condotti all'illuminazione e al compimento del loro destino monastico e, talvolta, regale. I Dalai Lama venivano educati all'arte di governo attraverso il buddhismo, seguendo un modello che riecheggia i miti raccontati nelle corti e nei templi di molte monarchie del Sud-est asiatico, inclusi i regni del Mekong centrale.
Come già visto a proposito dei dipinti del Wat Sisaket di Vientiane, tutto il sim del complesso è affrescato con la storia di un regno al cui apice siederà un Bodhisattva. Tra le corti principali del Sud-est asiatico del XVII secolo, il buon re indianizzato è quasi sempre rappresentato come un Bodhisattva, e come tale il suo potere assoluto è limitato solo dagli insegnamenti del Buddha, quindi dal Sangha (i monaci). Siamo in una dimensione sacrale del carisma regale, prodotta dalle pedagogie religiose, che riguarda la capacità dei sovrani di conquistare le anime dei sudditi — cioè di farsi credere effettivamente leader etici e divini. Nascono così sistemi di governo “relazionali” e “comunicativi”, fondati prima sull'immaginario e poi sul simbolico, che si espandono per influenza a partire da centri gravitazionali, e non solo tramite forme di controllo territoriale della sovranità.
Geertz, ad esempio, chiamava “teatrale” questa peculiare forma di Stato che descriveva tra i negara balinesi. A suo parere le capitali e i palazzi reali, insieme alla cerimonialità delle corti, rappresentavano un ordine soprannaturale voluto dagli dèi; lo Stato era invece l'apparato logistico-amministrativo necessario a realizzare i rituali pubblici di massa in cui quell'ordine poteva essere messo in scena, ammirato, condiviso e tramandato. In questo modo, i re indianizzati si facevano individui sacri della nazione: fondavano un regno prima sul corpo dei sudditi e poi sul territorio, mentre si affermavano nell'immaginario popolare attraverso un network comunicativo dove ciò che contava davvero erano la posizionalità — la prossimità ai centri gravitazionali, a “chi conta” o al re in persona — e l'intensità della presenza in quella posizione.
In Tibet, però, questo meccanismo compie un salto categoriale: il Dalai Lama rappresentava l'idea di purezza assoluta del sovrano, non un potere assoluto. Ci troviamo di fronte a ciò che Tambiah (1976) ha definito un “regno galattico”, in cui il centro non controlla direttamente un territorio, ma irradia una potenza morale che si indebolisce con la distanza. A ben vedere, questa forma di potere comportava un'innovazione radicale: la dinastia non era più la discendenza biologica, ma una comunità spirituale incarnata. In questo sconvolgimento delle regole dinastiche si generava una sorta di proprietà transgenerazionale incorporata ai monasteri e legittimata dalle pratiche religiose di un'élite di prescelti. Il Potala di Lhasa — come il monastero di Songzanlin, il “Piccolo Potala” fondato nel 1679 con il patrocinio del Quinto Dalai Lama nei pressi di Shangri-La — ospitava un potere tanto ultraterreno quanto amministrativo, e tale potere non discendeva da un mandato divino né da una scelta popolare: era l'ancestralità che, reincarnandosi nel Dalai Lama, si faceva governo. Non si trattava dunque né di una sharia buddhista, né del mandato del cielo degli imperatori cinesi, ma, a mio parere, della legittimazione popolare di un regime pedagogico monastico, insieme aperto ed elitario.
Monastero di Songzanlin, il “piccolo Potala”, Shangri-La, Yunnan
Alla base di tutto questo vi è la lingua tibetana classica, e la sua funzione centrale nel canone, nella liturgia, nell'educazione monastica e nella trasmissione della memoria religiosa. Per questo i monasteri sono luoghi di incubazione di una “tibetanità” a prescindere dai voleri politici di un governo: il loro ruolo non deriva soltanto dal numero dei monaci o dalla ricchezza delle strutture, ma dalla capacità di custodire vocabolari, pratiche, genealogie e forme di autorità che per loro natura vanno oltre qualsiasi limite imposto. Se il cinese è da secoli la lingua franca dei commerci, il tibetano classico appartiene ai monaci vajrayana come il pali ai monaci theravada più dediti allo studio. La differenza dottrinale sui “linguaggi” del Buddha è probabilmente l'elemento di maggiore separazione tra i due veicoli. Nel vajrayana, tuttavia, il culto dei lama resta parte rilevante della pedagogia monastica in tutte le scuole; per questo il tibetano classico rimane elemento portante dell'insegnamento. In molti casi i monasteri si trasformano nel tempo in santuari degli stessi abati che vi vissero: un esempio significativo è il monastero di Dongzhulin, vicino a Benzilan, in Yunnan, fondato per sancire il passaggio dalla scuola Kagyu alla scuola Gelug anche nelle aree centrali della regione, la cui salita rituale conduce alle tombe dei due lama che lo fondarono nel 1667. Va notato che le pratiche sacralizzanti sono comuni a molte religioni: la buddità, come la santità, genera archetipi che la comunità sistematizza e tramanda in forme diverse. Ma se nei monasteri theravada a dominare l'immaginario è il Buddha storico, i suoi mudra e le storie delle sue vite precedenti, i monasteri tibetani sono anche un vasto reliquiario di monaci, insegnamenti, leggende e testi prodotti al loro interno — un patrimonio culturale e filosofico ancora largamente da esplorare.
Monastero di Dongzhulin, Benzilan, Yunnan
Ciò che conta, ai fini di questo testo, è che la natura del potere irradiato dai monasteri — articolato e diffuso attraverso alleanze con entità politiche di vario tipo — possiede una poderosa struttura fantastica. In passato i Dalai Lama erano accolti a Pechino come vere star dei loro tempi: migliaia di persone accorrevano in città per vedere il Buddha vivente e magari riceverne una benedizione e un po' di buona fortuna. Fu chiaro fin da subito agli imperatori quale fosse il potere nascosto di queste figure sacralizzate della politica: avere il Dalai Lama dalla propria parte costituiva una forma di appoggio popolare di cui ogni potere poteva giovarsi. A loro volta, i Dalai Lama poterono costruire un regno religioso sulla base del carisma conferito dalla tradizione — un caso abbastanza unico nella regione, che alcuni studiosi paragonano alla Città del Vaticano.
La riconciliazione del'Esercito di Liberazione con i monaci tibetani: statua esposta nel cortile del municipio di Shangri-La in Yunnan.
Ammesso che queste considerazioni generali risultino accettabili, o almeno sufficientemente interessanti, vorrei ora addentrarmi nel tema principale di questo testo: l'autenticità. Vorrei cioè confrontare i due casi presentati attraverso alcuni aspetti essenziali dell'autenticità del potere — quello che credo sarà uno dei futuri campi di battaglia del mondo.
Tecnologie dell'Autenticazione
Vista della principale base paramilitare della CIA durante la guerra segreta (1961-1973). In primo piano i resti della pista aerea, completata nel 1964 e per qualche anno fra le più trafficate al mondo. Secondo la tesi formulata da Alfred McCoy nel 1972 da qui passava la maggior parte dell'oppio prodotto nelle regioni del nord del Paese. Da allora questa affermazione è stata contestata, ridimensionata e riaffermata a seconda di chi la racconta. Long Tieng, provincia di Xaisomboun, Laos.
La questione del vero e del falso arriva sempre dopo che qualcuno ha stabilito una procedura di verifica. L'autentico non è allora un fuori del potere, ma la sua firma retroattiva: si presenta come già dato, anteriore all'operazione che lo ha prodotto. Nella formula di Deleuze e Guattari (Mille Piani, 1980, piano 13), l'apparato di cattura contribuisce a costituire ciò che cattura. Chiedersi «è autentico?» significa quindi essersi già collocati dentro un apparato che possiede il diritto di rispondere.
L'autenticità non è, in questo senso, una proprietà del potere, ma un effetto di procedura. Quando prende la forma di un certificato, di un'etichetta o di una spunta blu — quando cioè si materializza — diventa analizzabile come dispositivo. Denominazioni d'origine, marchi di heritage, badge di verifica e persino il «sii te stesso» dell'industria del benessere appartengono a mondi molto diversi, ma condividono un'operazione: stabiliscono procedure, discorsi e forme di riconoscimento attraverso cui una pretesa di origine, identità o continuità viene validata. Chiamerò tecnologie dell'autenticazione questi apparati. L'espressione autenticità del potere non designa quindi un'autenticità posseduta dal potere, ma il potere esercitato da ogni procedura che stabilisce chi o che cosa possa essere riconosciuto come autentico.
Esiste una tensione del potere verso l'autentico che è stata dibattuta per secoli da storici e filosofi cinesi. 正統 zhèngtǒng è l'autenticità del potere intesa come sua trasmissione. Si riferisce ai sistemi di successione dinastica suddividendoli tra dinastie prodotte da trasmissioni ortodosse e dinastie 閏, “di passaggio o intercalari”, o 僭, usurpatrici. Nell'ordine imperiale fondato sul Mandato del Cielo l'autorità è di origine trascendente, ma il titolo non è dato una volta per tutte: può essere revocato, e la sua revoca viene constatata retroattivamente nella caduta della casata precedente. La vittoria rende leggibile il mandato che l'avrebbe resa possibile. Il rispetto del protocollo e la purezza della trasmissione dinastica operano così come sigilli di autenticità dell'impero. Ma l'autenticazione passa anche attraverso un'altra operazione decisiva: la storia ufficiale di una dinastia viene compilata da quella che le succede. Chi vince redige dunque anche il registro sul quale la propria successione potrà risultare verificata. Questa circolarità non è semplicemente un difetto del sistema: è uno dei suoi meccanismi.
Quello che nell'impero cinese prende la forma di un protocollo di Stato può altrove essere incorporato in pratiche quotidiane prive di un nome specifico. Per tenere insieme questi diversi ordini di grandezza mi servo della distinzione proposta da Maurice Bloch (2008) tra sociale transazionale e sociale trascendentale. Il primo è la dimensione dell'interazione fra soggettività presenti: negoziazione, scambio, alleanza, conflitto. È instabile e continuamente rinegoziabile. Il sociale trascendentale è invece costituito da ruoli, gruppi ed entità essenzializzate — il capo, la moglie, l'anziano, il clan, la nazione, gli antenati — che eccedono gli individui che temporaneamente li incarnano e possono continuare a esistere anche in loro assenza. Bloch mostra come i regni e gli Stati possano appropriarsi di queste rappresentazioni essenzializzate per presentarsi come totalità capaci di dare completezza a un mondo sociale altrimenti frammentario e incompleto. Nei sistemi in cui il politico viene inscritto all'interno di un più ampio ordine sacro, questa operazione comporta necessariamente trasformazioni, concentrazioni e riorganizzazioni dei sistemi simbolici esistenti. Il problema che interessa qui è se il sociale trascendentale eccede le interazioni contingenti, attraverso quali operazioni torna a manifestarsi nel mondo transazionale? Come diventa riconoscibile? Chi possiede l'autorità di validarlo, attraverso quali procedure e davanti a quale pubblico?
Chiamo quindi tecnologie dell'autenticazione l'insieme delle operazioni sociali, rituali e amministrative attraverso cui il trascendentale viene periodicamente riancorato al transazionale. La mia ipotesi è che queste tecnologie contribuiscano a renderlo credibile, durevole e, in alcuni casi, persino consultabile. L'autenticità, da questo punto di vista, non viene semplicemente custodita: viene prodotta attraverso apparati identificabili. Una prima distinzione sarà utile. Alcuni regimi di autenticazione operano per soglia: stabiliscono se un soggetto appartenga oppure no a una categoria, se sia vero oppure falso, legittimo oppure illegittimo. Altri funzionano invece per gradiente: ciò che conta è la maggiore o minore prossimità a un centro, la diversa intensità con cui si partecipa della sua autorità o della sua potenza. Nel primo caso domina la discontinuità; nel secondo, la distanza. Occorre allora entrare nelle diverse forme del sociale trascendentale e nelle formazioni storiche che ne organizzano la validazione.
Nei regni dinastici cinesi i sudditi non figuravano come validatori riconosciuti: nessuna procedura assegnava loro una firma. Non erano tuttavia irrilevanti. La dottrina poteva leggere la rivolta come segno della revoca del Mandato del Cielo. Ma essere l'indice di una validazione non equivale a partecipare alla procedura che la stabilisce. Nel Tibet della successione per reincarnazione il problema si presenta diversamente. La trasmissione reincarnata sostituiva quella puramente ereditaria e forniva ai monasteri una continuità transgenerazionale incorporata e replicabile. Il validatore era un collegio di ecclesiastici che riconosceva il bambino attraverso segni, prove d'oggetti e responsi oracolari. Nel 1793 l'imperatore Qianlong sovrappose a queste pratiche l'urna d'oro, presentata come rimedio alla corruzione e al ripetersi sospetto delle reincarnazioni all'interno di famiglie già influenti. Segni, oggetti e oracoli continuavano a operare, ma producevano una rosa di candidati sulla quale interveniva una nuova procedura. L'aspetto importante non è che la decisione scomparisse, ma che la sua autorialità venisse redistribuita. Il risultato poteva apparire come prodotto del karma, del responso, del caso o del protocollo più che della volontà di un singolo attore. Chi istituisce la procedura non determina necessariamente ogni suo esito, ma stabilisce le condizioni entro le quali un esito potrà essere riconosciuto come valido. Anche le dispense imperiali che permettevano di sospendere l'estrazione non costituiscono necessariamente un'eccezione al dispositivo: mostrano piuttosto che la facoltà di sospendere una procedura è parte dell'autorità che l'ha istituita.
L'incontro coloniale alla fine del XIX secolo e la successiva formazione degli Stati-nazione nel Sud-est asiatico produssero una variazione decisiva. Per dirla con Deleuze e Guattari, la macchina coloniale del Despota istituisce le categorie entro cui i corpi saranno successivamente distribuiti. I nuovi sudditi vengono contati, mappati, classificati etnicamente e inscritti all'interno di narrazioni storiche. Come osservato da Benedict Anderson (1991), censimento, mappa e museo partecipano alla costruzione di popolazioni moderne in quanto entità quantificabili e amministrabili. Il processo può essere scomposto in due momenti. Prima viene prodotta una griglia descrittiva; poi individui, territori e oggetti vengono verificati rispetto a quella griglia. Classificazione, registro e verifica costituiscono così una medesima sequenza di autenticazione. Va aggiunto un elemento che Anderson lascia implicito e che qui è decisivo: la griglia è prodotta dall'alto e non è confutabile dal basso, perché chi vi viene inscritto non ne possiede i codici di accesso. Si può essere contati, ma non contestare il conteggio. Anderson tuttavia non descrive queste operazioni come semplici falsificazioni del mondo. Le comunità non si distinguono fra vere e false, ma per il modo in cui vengono immaginate, e «immaginato» non significa immaginario. La stessa cautela vale qui: definire l'autenticazione come dispositivo non significa stabilire che ciò che viene autenticato sia falso. Significa spostare la domanda dall'oggetto alla procedura e dalla procedura all'autorità che la istituisce.
Il caso laotiano è particolarmente istruttivo. Prima dell'arrivo dei francesi il Laos non era assente dalla storia politica: il regno di Lan Xang, fondato nel 1353, si era frammentato all'inizio del Settecento nei regni di Luang Prabang, Vientiane e Champasak. La sovranità non assumeva tuttavia necessariamente la forma di un territorio delimitato da frontiere lineari. Nel modello mandala descritto da Tambiah, i centri irradiano autorità con intensità decrescente e le zone marginali possono riconoscere simultaneamente più centri. Questo sistema non elimina l'autenticazione: la dispone secondo un'altra geometria. L'appartenenza non opera come soglia — dentro o fuori, vero o falso — ma si distribuisce lungo un gradiente di prossimità al centro. Ciò che deve essere riconosciuto non è un'identità esclusiva, ma una posizione entro reti mutevoli di dipendenza, protezione e potere.
Anche in questo contesto la validazione poteva assumere la forma di un atto pubblico, celebrato da soggetti riconosciuti come capaci di compierlo: capi, specialisti rituali, autorità religiose. La sua efficacia non dipendeva necessariamente dall'esistenza di un archivio separato, ma dalla possibilità che il riconoscimento venisse periodicamente reso visibile davanti a una comunità competente a interpretarlo. La celebrazione può allora essere pensata come una particolare tecnologia di autenticazione. Ciò che altrove viene conservato in un documento può essere conservato attraverso la ripetizione. Il rito non permette di consultare il passato come una biblioteca; lo rende nuovamente presente. La ripetizione produce così una forma di consultabilità performativa.
A Luang Prabang il tak bat, la questua mattutina dei monaci, può essere osservato anche da questa prospettiva. Una leggenda cittadina afferma che la pratica prosegua quotidianamente da oltre seicento anni. E' significativo quindi che essa venga pensata e raccontata in questa forma: la ripetizione quotidiana collega la città presente a una durata che eccede la vita dei suoi abitanti. Il tak bat scandisce inoltre lo spazio e il tempo urbano, organizza relazioni fra monasteri, famiglie e visitatori ed è oggi uno degli eventi pubblici più visibili della città. La turistificazione ha prodotto intorno alla questua un nuovo circuito economico e rituale, senza per questo cancellarne la capacità di mettere in scena una continuità riconoscibile: è qui che il capitalismo religioso e della memoria evocato in apertura è osservabile ogni mattina. In questo senso, come già notava Bloch, il rito funziona come un archivio vivente in cui il trascendentale non viene enunciato ma performato e così autenticato quotidianamente. Non afferma semplicemente che Luang Prabang è una città buddhista; rende una continuità visibile attraverso corpi, percorsi, gesti e ripetizioni. Dal punto di visto delle tecnologie dell'autenticazione è quindi un registro procedurale più che proposizionale.
Con l'amministrazione coloniale il problema cambia nuovamente scala. Una serie di pratiche amministrative, educative, religiose e patrimoniali contribuì a rendere più coerente e leggibile come unità territoriale ciò che sarebbe stato riconosciuto come Laos. Il restauro dei monasteri, la riorganizzazione delle istituzioni, la circolazione dei funzionari e la produzione di una storia insegnabile del territorio non furono soltanto interventi amministrativi: parteciparono alla costruzione dei registri attraverso cui una nuova totalità politica poteva essere riconosciuta (Ivarsson, 2008). Anche la riorganizzazione dell'educazione religiosa può essere letta in questo quadro. La creazione di una scuola di pāli finalizzata a ridurre la dipendenza dei monaci dal vicino Siam non aumentava soltanto l'autonomia istituzionale del clero locale. Localizzava anche la formazione degli specialisti religiosi e quindi la riproduzione di coloro che sarebbero stati autorizzati a interpretare, trasmettere e validare una determinata continuità buddhista. Queste operazioni servirono scopi differenti e non necessariamente riconducibili a un unico progetto coerente. Nel loro insieme, tuttavia, contribuirono a produrre il Laos come entità politica distinta dal Siam e riconoscibile come unità fra altre unità, anche se all'interno del dominio coloniale francese. Come notava Thongchai Winichakul nel suo testo “Siam Mapped” il “geo-corpo” del Siam produceva il margine laotiano come il residuo di un'operazione cartografica altrui. Lo Stato che progressivamente emerge da queste operazioni quindi non eredita semplicemente un'identità già disponibile: contribuisce a costruire le procedure attraverso cui quella stessa identità potrà, retroattivamente, apparire come propria.
È il paradosso che Prasenjit Duara (2003) ha isolato studiando il Manchukuo che fu uno Stato creato nel 1932 in Manciuria, nel nord-est della Cina, dopo l'occupazione della regione da parte dell'esercito giapponese del Kwantung. Esistette fino al 1945 e formalmente possedeva quasi tutto ciò che uno Stato dovrebbe possedere, incluso un capo di Stato, cioè l'ultimo imperatore Quing deposto dalla rivolta del 1911-12. Il centro effettivo del potere era però l'apparato militare e politico giapponese. Nel suo testo Duara non nega che il Manchukuo fosse uno Stato fantoccio: nega che la constatazione sia interessante. Il punto è che i giapponesi si trovarono davanti a un compito impossibile e rivelatore — produrre un paese indipendente che era profondamente dipendente, fabbricare autenticità con mezzi inautentici — e che per riuscirci dovettero catturare risorse civilizzatorie preesistenti e transnazionali. Il Manchukuo non appare allora l'eccezione patologica della sovranità moderna, ma il suo caso di laboratorio, dove la messinscena è troppo recente per essersi sedimentata e resta perciò visibile. Nel Laos coloniale accade lo stesso, con un ritardo di sedimentazione appena maggiore: l'unità del regno viene autenticata con strumenti che provengono dalla potenza da cui quel regno dipende.
Riannodando i Fili
Per concludere questo lungo excursus, vale ora la pena di riprendere la distinzione lasciata in sospeso tra soglie e gradienti e rileggere il materiale raccolto su queste nuove basi. Come visto, i sistemi politici precoloniali del Mekong centrale e dell'altopiano tibetano funzionano prevalentemente per gradiente. Il mandala di Tambiah e il regno galattico non organizzano primariamente l'appartenenza attraverso un dentro/fuori esclusivo: chiedono quanto si sia vicini, con quale intensità si partecipi, quanto spesso si renda omaggio. Un villaggio di frontiera poteva riconoscere due centri senza contraddizione, perché le soglie da attraversare erano gestite localmente di solito con riti di passaggio. Il cho-yon stesso è un rapporto graduato, non un'appartenenza. E il tak bat è la forma quotidiana di questo regime: nessuno viene ammesso o escluso all'alba, ognuno è più o meno partecipe, più o meno presente.
L'apparato coloniale rafforza invece macchine a soglia. Il censimento assegna un'etnia e non due; la frontiera separa un dentro da un fuori; il museo distingue il patrimonio dal resto. La violenza specifica di queste tecnologie non sta in ciò che affermano, ma nella conversione che impongono: costringono un mondo di gradienti a dichiararsi in termini binari. Chi viveva su un margine partecipato deve ora risultare da una parte sola. Il tulku occupa una posizione istruttiva perché è una soglia collocata dentro un sistema di gradienti. Il riconoscimento del bambino è un atto binario — questo e non un altro — introdotto in un ordine che altrimenti misurava soltanto prossimità e intensità. L'urna d'oro non fa che proceduralizzare quella soglia, sottraendola al collegio locale e trasferendola in un protocollo imperiale. Ed è per questo che il conflitto sulle reincarnazioni resta oggi il più aspro: le soglie non ammettono compromessi, mentre i gradienti sì.
La contesa sulla laotianità di Kaysone, da cui questo testo è partito, è lo stesso conflitto trasferito sulla persona. La discendenza patrilineare è una soglia e non ammette gradi: nel pensiero nazionalista, se il padre è vietnamita, il figlio è vietnamita, e nessuna quantità di monastero o di guerriglia può spostare il verdetto. La trasmissione materna, l'educazione nel vat, gli anni nelle grotte sono invece grandezze che si accumulano per intensità. Chi accusa Kaysone di impurezza non porta prove diverse: porta un registro diverso. Ed è significativo che il registro a soglia sia esattamente quello che i francesi avevano contribuito a fissare, riscrivendo dal 1904 le regole di successione di Luang Prabang.
La stessa logica governa la coppia che attraversa entrambi i casi. Governo di casa e governo in esilio costituiscono una soglia perfetta, senza gradi intermedi: o l'uno o l'altro, o autentico o fantoccio, con l'accusa che circola simmetricamente nelle due direzioni. Il rientro della diaspora laotiana è precisamente il riattraversamento di quella soglia — si riconosce il governo, e in cambio si recupera una posizione su un gradiente: parte delle proprietà, la possibilità di vivere in pace, una prossimità di nuovo negoziabile. La morte di Vatthana, letta con Bloch e Kantorowicz, compie la stessa operazione al livello del sovrano: elimina il corpo naturale per liberare il corpo politico e farlo passare altrove.
Ed è qui che il Museo delle Resistenze può essere letto per quello che è. Kaysone, il sahai, non è né il chao sivit né il chao fa della tradizione che pure il museo mette in scena. La rivoluzione non ha sostituito una cosmologia con un'altra: ha spostato il validatore. Ha lasciato in piedi la stupa, il Meru, il dhamma e l'ascesi, e si è collocata nel punto in cui si decide chi possa legittimamente incarnarli. È questo, credo, il vero oggetto delle tecnologie dell'autenticazione — non la fabbricazione del sacro, che nessuno di questi poteri ha mai tentato, ma la conquista della firma che lo certifica. E se ho ragione a pensare che questo sarà uno dei campi di battaglia dei prossimi decenni, allora la domanda da portare altrove non è quale sovranità sia autentica, ma chi disponga del potere di dichiarare inautentica quella degli altri.