〈 D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏ 〉

D͏i͏-s͏t͏r͏i͏b͏u͏z͏i͏o͏n͏i͏ D͏i͏-g͏i͏t͏a͏l͏i͏ D͏i͏-v͏e͏r͏s͏i͏f͏i͏c͏a͏t͏i͏

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I blog erano osterie in cui si parlava intorno a un tavolo. E si passava da un tavolo a un altro, portando con sé qualche amico... Questa è una lunga strada in cui ognuno grida la sua, o ripete qualcosa che ha sentito dire da un altro, e poi, ogni tanto, si ferma, ascolta, butta via un mi_piace e tira dritto!

Va be', non ci fate caso, ogni tanto, mi faccio prendere dalla nostalgia e ripenso ai vecchi tempi in cui ci si leggeva con rispetto e si commentava con attenzione (anche se, in fondo, pure là nella blogosfera potevi imbatterti in qualche salamelecco o in qualche stoccata gratuita di troppo; pure il paradiso è costellato di frutti che possono aggredire o offendere il nostro personale palato).

Sì, sì, lo so, in fondo, tanto i social di nuova generazione come i vecchi blog sono solo mezzi, veicoli di comunicazione...: il valore di un post dipende da quello che ci metti dentro, non dallo spazio fisico o virtuale che lo ospita. Eppure non c'è dubbio che sui social, qualunque cosa ci metti dentro, la lettura sarà rapida, distratta, pronta a scorrere sul prossimo post senza soffermarsi a riflettere sulle parole scritte o sulle immagini o i suoni proposti.

Aitan #Diconnessione

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Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: – l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; – nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; – la gente non sarà guidata dalla automobile, non sarà programmata dai calcolatori, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione; – la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; – la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; – ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; – in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; – gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose; – i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; – gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; – i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; – la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; – la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; – nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; – il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; – il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un’affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; – nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione; – i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; – i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; – l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; – la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; – la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; – una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; – una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù; – in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; – la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo; – la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; – saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; – i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; – saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacche’ le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla; – la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei; – però, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.

(Eduardo Galeano) #Divita

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L’autostima è il pilastro che sta alla base del nostro benessere e della nostra crescita emotiva. Il modo in cui ci sentiamo in relazione a noi stessi ha conseguenze su ogni singolo aspetto della nostra vita; in altre parole, dalla stima che abbiamo di noi stessi dipende il nostro funzionamento nel lavoro, nell’amore, nel sesso, in famiglia, ecc.

Non esiste, infatti, una sola difficoltà psicologica che non sia attribuibile alla mancanza di autostima. Ed è così perché di tutti i giudizi ai quali siamo sottoposti nella nostra vita, nessuno vale tanto quanto quello emesso da noi stessi. In altre parole: abbiamo bisogno di autostima per raggiungere una vita piena. Ciascuno di noi è un essere unico ed esclusivo, ma per esserne convinti e poter fare la differenza dobbiamo imparare a conoscerci.

Imparare ad accettarsi e ad amarsi Il processo di miglioramento dell’autostima prevede l’individuazione delle nostre zone di auto-sconfitta, indagando sul perché vi siamo intrappolati. Superare una bassa autostima è un processo che richiede un grande lavoro su se stessi, esaminando a fondo il proprio io.

L’autostima positiva consiste nel sentimento, nell’esperienza e nella convinzione di essere pronti per affrontare la vita. La nostra mente è la chiave della nostra sopravvivenza, è il pilastro centrale su cui si regge un’autostima salutare. Se si è coscienti di questo, si potrà raggiungere un adeguato grado di conoscenza delle proprie azioni.

  1. Auto-accettazione Accettandosi a pieno, si rifiuta in automatico la possibilità di rinnegare un qualsiasi aspetto di se stessi: i pensieri, le emozioni, i ricordi, il corpo, il carattere, la personalità, etc. Di conseguenza, il processo di auto-accettazione ci porterà a smettere di lottare contro noi stessi, facendo emergere il coraggio di essere ciò che siamo, senza dover scendere a compromessi. Per questo motivo, la nostra autostima non sarà mai più alta della nostra auto-accettazione.

  2. Giudicarsi secondo i propri valori Per proteggere la nostra autostima, dobbiamo essere in grado di valutare nel giusto modo il nostro comportamento. Per fare ciò, la prima cosa è stabilire parametri di giudizio che siano nostri e di nessun altro. Quando ci valutiamo, tendiamo a basarci su quello che gli altri si aspettano da noi, anche se non siamo d’accordo. In questo senso, è bene fare un’analisi precisa riguardo le modalità di valutazione delle proprie azioni. Dobbiamo essere onesti e compassionevoli al momento di esaminare il contesto e le circostanze dei nostri atteggiamenti, così come le alternative che consideriamo accessibili.

  3. Eliminare la colpa Nel caso in cui ci sentiamo colpevoli in modo giustificato, dovremo prendere le misure necessarie per eliminare la colpa; non ha alcun senso limitarsi a soffrire passivamente.

  4. Riconoscere l’esistenza delle subpersonalità È importante essere onesti con se stessi e riconoscere l’esistenza delle “subpersonalità”. Dobbiamo stringere amicizia sia con il bambino e l’adolescente che sono in noi, sia con quell’individuo che un tempo eravamo, ma che oggi respingiamo. Così facendo, cominceremo a vedere noi stessi come un tutt’uno completo, piuttosto che parte di un individuo.

  5. Vivere attivamente Assumersi la responsabilità delle proprie azioni, dei propri sentimenti e del proprio benessere ci renderà consapevoli che esistiamo. L’indipendenza e la produttività sono virtù alla base dell’autostima, e il lavoro è il miglior modo di mostrare responsabilità verso se stessi.

  6. La fiducia in se stessi e l’auto-rispetto La fiducia in se stessi e l’auto-rispetto possono essere raggiunti solo attraverso l’autenticità dell’essere. Bisogna avere il coraggio di essere ciò che siamo, conservando la coerenza tra ciò che pensiamo/sentiamo/agiamo dentro di noi e il modo in cui lo facciamo con il mondo esterno. Non è possibile rassegnarsi al sottomondo dell’inespresso e del non vissuto.

  7. Favorire l’autostima degli altri Trattare gli altri con rispetto, benevolenza e buona volontà è necessario per poter supportare la nostra stessa autostima. Attraverso l’aiuto, ci renderemo consapevoli di quanto sia importante rispettare i tempi e permetterci di conservare i nostri propri ritmi.

  8. Rinunciare all’auto-sacrificio Dobbiamo accettare che non viviamo per servire gli altri né viceversa, che l’auto-sacrificio non contribuisce ad aumentare la nostra autostima e che ci vuole coraggio per essere egoisti in modo onesto.

La faccia più dura, ma necessaria del cambiamento duraturo Come abbiamo visto, aumentare l’autostima porterà a delle ricompense, ma comporterà anche il dover affrontare delle sfide. Per questo, a prescindere dalla fase della vita in cui ci troviamo, potremmo vederci costretti ad “abbandonare” tutto ciò che ci fa sentire a nostro agio, rinunciando alla nostra comfort zone e costretti ad esplorare un mondo sconosciuto.

C’è chi finisce per rendersi conto che non ama più il partner, che non è soddisfatto del suo lavoro o che i suoi amici non sono entusiasti di fronte al suo cambio di interessi. Naturalmente, spesso siamo portati ad accettare il modo in cui ci sentiamo – anche se non ne siamo soddisfatti –, sopportandolo, perché ormai ci siamo abituati. Abbiamo paura di non “riconoscerci” in noi stessi.

Per questo motivo, è bene capire quanto è importante che nella vita esista un certo grado di disorientamento, ai fini della crescita personale. Bisogna essere disposti a “sopportare l’incertezza e la confusione” fino a che non si raggiunge nuovamente uno stato di normalità. L’auto-tortura non è un’opzione di vita soddisfacente, per quanto vi siamo abituati. Dobbiamo dunque sforzarci di creare un concetto nuovo di noi stessi, anche se ciò implicherà un profondo processo di riadattamento.

Non saremo gli unici a subirlo: chi ci circonda dovrà lasciare da parte certi atteggiamenti per superare ed accettare il riadattamento. È probabile che cerchi di manipolarci per farci tornare ad essere ciò che eravamo prima, e per questo dovremo essere forti. In definitiva, per migliorare la propria autostima, è necessario lo sviluppo di un processo di resistenza, sia interno che esterno, che può risultare scomodo, ma che, d’altra parte, è assolutamente indispensabile per poter ottenere un cambiamento duraturo.

Avere un’alta autostima renderà ogni cosa differente. Una volta che avremo chiari in testa gli aspetti della nostra vita che cambieranno, disporremo di tutte le carte per impegnarci in questo viaggio, scoprendo che la realtà della vita può essere molto più bella.

Dalla rete #Divita

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8 – Il Soul

L’invenzione del soul viene comunemente attribuita a Ray Charles che , con “I got a Woman”, nel 1955, fonde il lamento del gospel con il trascinante impeto del rhythm & blues: la fusione viene accolta con un entusiasmo pari solo all’indignazione dei tanti che vedevano in questa commistione di sacro e profano, di diavolo ed acqua santa, un accostamento sacrilego, tanto che alcuni membri della band decidono di uscire dal gruppo per non prendere parte dell’atto blasfemo.

Non è l’ultima delle invenzioni di Charles, che estenderà ben presto i confini della musica che lui stesso aveva contribuito a creare, introducendovi elementi jazz per poi riscoprire il country, musica con cui era cresciuto nel sud segregazionista degli Stati uniti. Alle sue spalle nel momento della svolta aveva un’etichetta come l’Atlantic, fondata a New York nel 1947, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial ed Aristocrat (la futura Chess) a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni, dal blues al rock’n’roll, dal rhythm’n’blues al soul, appunto.

Dove la Chess si rivela fondamentale per la diffusione del blues elettrico e del rock’n’roll grazie ad artisti come Howlin' Wolf ,Muddy Waters , John Lee Hooker prima, Chuck Berry e Bo Diddley poi, l’Atlantic, per cui peraltro avevano già inciso stelle del jump blues come Ruth Brown e Big Joe Turner e gruppi doo-wop come Clovers e Drifters, costituisce una delle etichette chiave del soul, grazie ad artisti come Solomon Burke, Wilson Pickett, Otis Redding e Aretha Franklin, oltre allo stesso Ray Charles.

Se quest’ultimo è uno degli inventori del genere, altri devono essere ricordati accanto a lui per il lavoro pionieristico fatto nel traghettare la musica nera dal rhtyhm’n’ blues al soul, in particolare Sam Cooke e Jackie Wilson. Il primo è giustamente considerato il più importante interprete soul di tutti i tempi: cresciuto ascoltando e cantando gospel e doo-wop ( in particolare gli Ink Spots sempre citati come influenza fondamentale) Cooke è anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelli più vicini alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”, sorta di risposta della musica nera al movimento controculturale guidato dal Dylan prima maniera.

Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson: le ragioni della scarsa popolarità di tale artista sono da ricercarsi nella sua maggior predisposizione per la dimensione live: animale da palco impareggiabile, dotato di una grinta e di un’aggressività che può rivaleggiare con quella del più noto James Brown, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio, dove peraltro si trova spesso ad eseguire pezzi troppo melodici e posati, lontani dalla sua grintosa sensibilità musicale.

A livello di performance l’unico in grado di oscurare Wilson è proprio il già citato James Brown, “Padrino del soul” o “Mr. Dinamite”, comunque lo si voglia chiamare Brown resta uno dei più grandi inventori della musica nera, avanti anni luce rispetto ai suoi contemporanei: già nel 1956, in “Please please please” si possono leggere le prime avvisaglie di quello stile di soul, ossessivo e frenetico dal “falsetto psicotico, il suono di chitarra acuto e metallico, il basso fratturato e la pulsante poliritimica” che riscopre le radici africane della musica nera sulle tracce del rhythm’n’blues spiritato di Bo Diddley; con “Papa's Got a Brand New Bag”, del 1965, la transizione è completa e si festeggia la nascita del funk.

In seguito all’attività pionieristica di questa manciata di artisti il soul non tarda ad affermarsi come musica nera per eccellenza dai ’60 in poi, mostrando fin da subito una doppia faccia: da una parte musica da festa se non da ballo, dall’altra risposta nera al folk e in genere alla musica della controcultura bianca, sottofondo delle lotte per i diritti civili della minoranza nera. È un soul festoso e dalla forte connotazione pop, spesso parente stretto del doo-wop, quello portato in testa alle classifiche dai girl groups neri dei primi ’60 come Shirelles e Ronettes, con pezzi che spesso sono firmati dai migliori autori di musica pop dell’epoca : tra gli altri Burt Bacharach, Jimmy Webb, Smokey Robinson , Dozier-Holland & Holland.

È invece un soul di invettiva politica e ribellione quello che anima pezzi come “Respect” e “A Change Is Gonna Come”, tra i momenti migliori del terzo disco di Otis Redding, “ Otis Blue: Otis Redding Sings Soul” (1966), capolavoro del soul che omaggia il maestro Sam Cooke ed alterna con sapienza ballate soffici, ritmi infuocati ed un inno generazionale come “Satisfaction”. Dovendo cercare comunque un bandolo nell’intricata matassa del soul dagli anni ’60 in poi il punto di riferimento principale rimangono le etichette.

L’abitudine di associare alle diverse etichette determinate sonorità ed atmosfere nasce proprio con le label soul, da una parte si tratta di scelte “editoriali” delle label (celebre in tal senso il lavoro fatto dal boss-tiranno della MotownBerry Gordy per farne l’etichetta pop-soul per eccellenza), dall’altra di un effetto collaterale della tradizione per cui ogni etichetta ha una sua band strumentale fissa ad accompagnare le stelle di casa, destinata ad imprimere al sound un carattere unitario.

E così, per esempio, il cosiddetto Memphis soul della Hi Records, quello di Rufus e Carla Thomas e Al Green si sviluppa grazie alla backing band Hi Rhythm Section e a Willie Mitchell, padrone di casa ed architetto di quel suono, dolce ma non necessariamente leggero, che con le sue raffinatezze anticipa il Philly Sound degli anni ‘70. Così il suono della Stax Records, il così detto southern soul, filo rosso che lega artisti diversissimi come OtisRedding, WilsonPickett e Sam& Dave è in gran parte dovuto agli Mgs di Booker T: un suono ruvido e ancora vicino al rhythm and blues, destinato a prosperare fino all’avvento dei ’70.

Ancora, alla Tamla Motown di Detroit del già menzionato Berry Gordy,ci si rifornisce di soul virato pop, gioielli perlopiù figli della penna ispirata di compositori come Smokey Robinson e Holland-Dozier & Holland: Temptations, FourTops, Supremes, Commodores, ma soprattutto Stevie Wonder e Marvin Gaye: due artisti che assumendo personalmente il controllo della propria musica sono tra i principali responsabili dell’evoluzione di quel suono che traghettano verso lidi che non aveva ancora nemmeno intravisto.

Partito con pezzi tradizionali in pieno stile Motown, Marvin Gaye comincia ad intraprendere sentieri mai percorsi prima dal soul con un pezzo dall’arrangiamento ambizioso e maestoso come “I Heard it Through the Grapevine”, (il più grande hit a memoria d’uomo della Motown) per poi arrivare con l’album “What’s Goin’on”, del 1971, al capolavoro: concept album basato sui pensieri di un reduce del Vietnam (Gaye si ispirò al fratello Frankie) , il disco ondeggia tra lamento gospel ed invettiva politica, raccontando “di degrado urbano, problemi ambientali, turbolenze militari, brutalità della polizia, disoccupazione e povertà”. La veste sonora non è da meno: raffinata, contaminata dal jazz, atmosferica e commovente, fa di questo disco il capolavoro assoluto e indiscusso della musica nera. Nell’impari sfida compositiva con Marvin Gaye un solo artista è probabilmente in grado di rivaleggiare ad armi pari: Stevie Wonder.

In modo completamente opposto e spesso antitetico rispetto a Gaye Stevie Wonder riesce ad introdurre nel soul passaggi melodici e sonorità inedite destinate a restare impresse indelebilmente nella tradizione musicale soul ( e non solo) : basti pensare all’influenza che ancora nel nuovo millennio eserciterà sugli artisti del cosiddetto nu-soul. Come per Gaye ( con cui condivide peraltro l’etichetta) è nel momento in cui riesce in parte a svincolarsi dalle maglie di Gordy, attraverso la firma di un nuovo contratto con la casa di Detroit che gli lascia maggiori margini di manovra, che Wonder comincia a rivelare appieno tutto il suo talento compositivo: da “Music of My Mind” (1972) fino ad arrivare al suo lavoro più ambizioso, il concept “Songs in the Key of Life” (1976), passando per “Talking Book” (1972), uno dei primi album pop ad utilizzare principalmente strumenti elettronici.

Si, perchè sempre di pop si tratta, anche quando la musica viene utilizzata per affrontare tematiche sociali, pop però portato ai suoi massimi livelli melodici in un’operazione che porta spesso a considerare Wonder la controparte soul dei Beatles. D’altra parte le evoluzioni artistiche di questi artisti e con essi della Motown (di cui erano colonne portanti), portano quest’ultima ad avvicinarsi nel suono ad un’etichetta come la Hi Records: nei dischi di entrambi l’accompagnamento orchestrale si va andato sempre più diffondendo, la line-up rhythm’n’blues tradizionale viene sostituita da archi, fiati e lussureggianti arrangiamenti orchestrali.

Sono i prodromi del philly soul, in gran parte prodotto dei produttori dell’epoca, che marchia indelebilmente le melodie vellutate dei vari Delfonics, Harold Melvin & the Blue Notes e O'Jays, divenendo, assieme al funk principale colonna sonora per il filone cinematografico Blaxploitation e ponte ideale verso le vellutate sonorità della disco di metà anni ’70. Un’ultima precisazione riguarda due termini che ricorrono spesso nella critica musicale: blue-eyed soul e northern soul, due fenomeni relativamente slegati all’evoluzione del soul stesso.

Col primo termine si intende semplicemente il soul cantato da artisti bianchi: inaugurato da “You Lost That Loving Feeling” dei Righteous Brothers sotto la regia sapiente di Phil Spector il fenomeno, che di per sé non costituisce un vero e proprio filone quanto una combinazione di circostanze (il cantante bianco che si misura con pezzi soul) destinata a ripresentarsi frequentemente nei decenni successivi: nei (tardi) anni ’60 degni di menzione sono i Box Tops (se non altro per essere stata la palestra musicale di Alex Chilton, futuro fondatore dei seminali Big Star), mentre nei ’70 artisti brilleranno artisti diversissimi tra loro come Hall & Oates, la Average White Band e Robert Palmer.

Un caso a parte è costituito da Van Morrison, già frontman dei Them, straordinario interprete soul e folk che fa seguire all’esordio solista di “Blowin’ your mind!”(1967), “Astral Weeks”, (1968), capolavoro assoluto della sua carriera nonché pietra miliare della musica rock: accompagnato da una sessione ritmica jazz Van Morrison regala canzoni di ampio respiro, malinconiche e agrodolci, con al centro la meravigliosa sequenza di “Cyprus Avenue”, “The Way Young Lovers Do” e “Madame George” ,pezzi che abbracciano con apparente disinvoltura folk, jazz e soul.

Per quanto riguarda invece il northern soul la definizione non indica, come potrebbe far pensare il nome, un particolare stile di soul associata al settentrione degli Stati Uniti: il nord a cui ci si riferisce è quello dell’Inghilterra, zona in cui si trova un gran numero di club che, tra i primi anni ’70 e la seconda metà del decennio, vale a dire tra il periodo dei mod e quello dei punk, animano le serate inglesi con revival della musica soul e r’n’b. Se i D.J. locali suonano un po’ di tutto (Motown, Stax , Atlantic …) le loro scelte hanno comunque un denominatore comune nella ricercatezza e relativa oscurità dei pezzi passati.

Con l’avvento del punk, la scena passa in secondo piano, ma alcuni dei più assidui frequentatori di questi club farano fruttare gli ascolti di gioventù fondando il proprio gruppo: tra questi il futuro leader dei Soft CellMarc Almond e Bob Stanley e Pete Wiggs dei St.Etienne (non a caso autori nel 2004 di un’uscita della collana di mix album “The Trip” che, forte della lezione dei D.J. northern soul di 30 anni prima allineerà in rapida sequenza autori oscuri e brani semi-sconosciuti di artisti più noti).

Fonte http://www.storiadellamusica.it/ #Dimusica

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Dobbiamo studiare, dobbiamo conoscere, dobbiamo sviscerare i problemi, ma dobbiamo anche empatizzare con gli altri, condividere le nostre conoscenze, scambiarci i nostri saperi e il nostro saper fare, uscire dalle nostre torri d’avorio e confrontarci col mondo.

L’amore senza la conoscenza, o la conoscenza senza l’amore, non possono maturare una vita retta. Nel Medioevo, allorché la pestilenza mieteva vittime, santi uomini riunivano la popolazione nelle chiese per pregare, cosicché l’infezione si diffondeva con straordinaria rapidità fra le masse dei supplicanti. Ecco un esempio di amore senza conoscenza.

La grande guerra è un esempio di conoscenza senza amore. In entrambi i casi le conseguenze furono disastrose. Benché amore e conoscenza siano necessari, l’amore è, in certo senso, più fondamentale perché spinge l’intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili.

Le persone non intelligenti si accontenteranno di agire secondo quanto è stato loro detto, e potranno causare danno, proprio per la loro ingenua bontà. La medicina suffraga questa opinione: un bravo medico è più utile a un ammalato che non l’amico più devoto; e il progresso della scienza medica giova alla salute della comunità più che una ignorante filantropia.

Tuttavia, anche al medico è necessaria la benevolenza, affinché tutti, e non soltanto i ricchi, possano approfittare delle scoperte scientifiche.

Da “La vita retta” di Bertrand Russell

#Disociale #Difilosofia #Divita

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Sul Web dovremmo essere in grado non solo di trovare ogni tipo di documento, ma anche di crearne, e facilmente.

Non solo di seguire i link, ma di crearli, tra ogni genere di media. Non solo di interagire con gli altri, ma di creare con gli altri.

L'intercreatività vuol dire fare insieme cose o risolvere insieme problemi.

Se l'interattività non significa soltanto stare seduti passivamente davanti a uno schermo, allora l'intercreatività non significa solo starsene seduti di fronte a qualcosa di interattivo.

Tim Berners-Lee #Diconnessione

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Quelli che dopo il tragitto bagno-cucina avevano il fiatone e poi si sono scoperti runner. Quelli che si facevano prestare il cane da un amico per uscire di casa durante il lockdown. Quelli che sul balcone cantavano Bugo. Quelli che “la mascherina è un bavaglio”. Quelli che “no! La mascherina è una museruola!”. Quelli che “sono stati i cinesi!”. Quelli che “dove caxxo sta Whuan?”. Quelli che “non ce n’è coviddi”. Quelli che “è stato Bill Gates per poi vendere a tutti il vaccino”. Quelli che “Bill Gates è cinese”. Quelli che “siamo in una dittatura sanitaria”. Quelli che “il tampone buca la ghiandola pineale”. Quelli che “la pistola per misurare la temperatura acceca il terzo occhio”. Quelli che “il tampax nel naso non lo metto!”. Quelli che “non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro”. Quelli che “non mi vaccino perché so cosa c’è dentro ma non ve lo dico”. Quelli che “non è un vaccino, è acqua”. Quelli che “non è un vaccino, è un siero sperimentale genico”. Quelli che “ok, è un vaccino ma non lo faccio lo stesso perché è comunque sperimentale genico”. Quelli che “visto che era stato Bill Gates per vendere il vaccino?”. Quelli che “dopo il vaccino ho il braccio magnetizzato”. Quelli che “nel vaccino c’è un microchip collegato alle antenne del 5G”. Quelli che “ho fatto il vaccino ma non c’è campo”. Quelli che “Alexa, attiva il siero sperimentale genico collegato col 5G”. Quelli che “ok, attivo il siero sperimentale genico collegato col 5G”. Quelli che “ok, metto ‘Finché la barca va’ su Spotify”. Quelli che “mi dispiace, non riesco a trovare la rete wi-fi”. Quelli che “dopo il siero sperimentale genico non riesco più a scopare con nessuno”. Quelli che “ok, non scopavo neanche prima ma secondo me il siero sperimentale genico ha peggiorato la situazione”. Quelli che “ok, è un vaccino ma non riesco più a scopare come se mi avessero inoculato un siero sperimentale genico”. Quelli che “se inoculato fa rima con… ci sarà un motivo no?”. Quelli che “ne riparliamo tra 18 mesi”. Quelli che “un’amica della cognata di mio cugino ha fatto il vaccino e dopo due ore aveva il pene”. Quelli che “il Covid si cura con un farmaco veterinario usato per sverminare i cavalli”. Quelli che “ok, mi sono preso il Covid ma non ho più i vermi”. Quelli che “lo dico da vaccinato con tripla dose”. Quelli che “il vaccino non protegge dal virus”. Quelli che “il virus non protegge dal vaccino”. Quelli che “meglio morto che vaccinato”. Quelli che ⚰️💀 “vabbè era così per dire…”. Quelli che “ai letto le ricerche del premio nobile Montagne?!”. Quelli che “vogliono sterminare i 2/3 della popolazione mondiale, lo ha detto Nonna Luisa su iutube”. Quelli che “come mai ci hanno messo così poco a fare il vaccino? È forse un siero sperimentale genico?” Quelli che “come può uno scoglio arginare il mare?”. Quelli che “il green pass è il marchio della bestia”. Quelli che “il green pass è il guinzaglio con cui ci vogliono rendere schiavi”. Quelli che “ok, ho fatto il green pass ma solo per vedere la maggica!”. Quelli che “ho speso 350 euro per un green pass falso e il QR code porta a una pagina web con la scritta MINCHIONE”. Quelli che “lunedì blocchiamo tutti i treni contro il green pass”. Quelli che “niente, per bloccare tutti i treni serve il green pass”. Quelli che “l’ho fatto solo perché avevo letto passaporto vaginale”. Quelli che “se mettono l’obbligo vaccinale emigro all’estero”. Quelli che “niente, per emigrare serve il green pass”. Quelli che “dopo aver fatto il siero sperimentale genico riesco al massimo ad andare dal bagno alla cucina e mi viene il fiatone. Prima ero un runner”.

Fabio Salamida #Disociale

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Parlando con i membri indiani Shin’ichi aveva percepito che molti di loro avevano iniziato a praticare con il desiderio di trasformare il proprio karma. In India, infatti, il concetto di karma è profondamente diffuso tra le persone. Ogni forma di vita percorre perennemente il ciclo di nascita e morte. In questo ciclo continuo le azioni che si manifestano tramite il corpo, la bocca (Le parole) e il pensiero (il cuore), generano il karma di una persona. La gioia o la sofferenza che proviamo adesso non sono altro che la conseguenza che ne deriva.

In altre parole, le azioni malvagie compiute nelle esistenze passate accumulandosi sono divenute cause negative che producono le retribuzioni karmiche che si manifestano in questa esistenza. Viceversa, dalle buone azioni derivano le cause positive. Le azioni negative compiute in questa vita diverranno retribuzioni nelle prossime, e lo stesso vale per le buone azioni che saranno le cause positive per le prossime vite.

La Legge di causa ed effetto che regola la vita costituisce un insegnamento basilare del Buddismo. Il problema è come si possa trasformare in questa vita il karma che ci affligge e che deriva dalle retribuzioni negative. Secondo questa visione, per quante buone azioni possiamo accumulare non saremo comunque in grado di estinguere in questa sola esistenza il karma negativo che causa le nostre attuali sofferenze, dal momento che questo si è accumulato nel corso delle esistenze passate.

L’estinzione del karma negativo è un processo che prosegue per l’eternità, continuando ad accumulare cause positive, e non si limita a questa esistenza ma si estende a quelle future. Secondo questa visione all’essere umano non resta che accettare passivamente le sofferenze e l’infelicità in questa esistenza.

Al contrario il Buddismo di Nichiren Daishonin afferma il conseguimento della Buddità in questa esistenza, e la via per manifestare la condizione di Buddità inerente alle nostre vite e per riuscire a spezzare le catene del karma. Grazie alla fede, infatti, siamo in grado di compiere la nostra rivoluzione umana, di creare una condizione vitale invincibile e superare qualsiasi genere di difficoltà.

Attraverso la prova concreta che manifestiamo superando le nostre sofferenze, siamo in grado di dimostrare quanto è vero il Buddismo di Nichiren Daishonin e di far avanzare kosen-rufu. In altre parole, le nostre sofferenze sono un requisito fondamentale per dimostrare l’efficace potere di questo insegnamento, e grazie a ciò il nostro karma si trasforma immediatamente nella nostra missione. Grazie alla fede si passa dalla rassegnazione a un’esistenza in cui siamo pronti a sfidarci in ogni cosa.

Ciascuno dei membri indiani aveva percepito questo, e per questo sentiva il proprio cuore ardere di gioia.

NRU — vol. 29, punt. 26, vol. 29 NR, 588, p.17 #Dibuddismo

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Per molti anni ho lavorato nell’assistenza nelle cure palliative. I miei pazienti erano quelli a cui era stato detto che era rimasto poco da vivere ed erano mandati a casa a morire. Alcune volte, ho condiviso momenti incredibilmente speciali stando con loro nelle ultime settimane della loro vita. Le persone maturano molto quando si trovano di fronte alla propria morte. Ho imparato a non sottovalutare questa capacità. Alcuni cambiamenti sono stati fenomenali. Ho visto tutta l’intera varietà di emozioni previste: il rifiuto, la paura, la rabbia, il rimorso, la negazione e, infine, l’accettazione. Ogni paziente ha trovato la sua pace prima di andarsene. Queste sono le risposte alle mie domande su eventuali rimpianti che avevano o su qualsiasi cosa che avrebbero affrontato in modo diverso, alcuni temi erano ricorrenti, qui ci sono i cinque più comuni:

  1. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere la vita che volevo e non quella che gli si aspettavano Questo è stato il rimpianto più comune di tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e si guardano indietro, è facile vedere quanti sogni siano rimasti insoddisfatti magari per apparire come volevano gli altri. La maggior parte delle persone non aveva onorato neanche la metà dei loro sogni e doveva morire sapendo che ciò era accaduto a causa di scelte che avevano fatto, o non fatto. E’ molto importante cercare di realizzare almeno alcuni dei tuoi sogni lungo la strada. Dal momento in cui perdi la salute, è troppo tardi. La salute porta una libertà di cui pochi si rendono conto, fino a quando non è troppo tardi.

  2. Vorrei non aver lavorato così duramente Questo mi è stato detto da ogni paziente di sesso maschile che abbia assistito. Hanno perso la crescita dei loro figli e la compagnia delle loro mogli solo per stare dietro alla carriera. Col passare del tempo succede anche alle donne.Ma, la maggior parte erano di una vecchia generazione. Tutti gli uomini che ho assistito erano profondamente pentiti di aver perso così tanto della loro tempo in una vita di lavoro. Ma come fare? Semplificando il tuo stile di vita e facendo scelte consapevoli lungo la strada, è possibile. E, con la creazione di maggior spazio per te nella tua vita, sarai più felice e più aperto alle nuove opportunità, quelle più adatte al tuo nuovo stile di vita.

  3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti Molte persone sopprimono i propri sentimenti, al fine di mantenere la pace con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di una vita mediocre e non diventeranno mai come avrebbero potuto diventare. Molte malattie si sviluppano nell’amarezza e nel risentimento. Non possiamo controllare le reazioni degli altri. Tuttavia, anche se le persone possono inizialmente reagire in malo modo ad un cambiamento repentino, dopo la risoluzione di questi problemi si porterà il rapporto ad un livello completamente nuovo e più sano. Oppure si spezzerà un rapporto malsano dalla tua vita. In entrambi i casi, è una vittoria!

  4. Vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici Spesso, i miei pazienti, non hanno veramente realizzato appieno i vantaggi di avere vecchi amici vicini in queste ultime settimane. Molti erano così travolti dalla propria vita da aver lasciato sfumare negli anni molti rapporti di amicizia. Ci sono stati molti rimpianti circa le amicizie, il tempo e lo sforzo che si sarebbero meritate. A tutti mancano i propri amici sul letto di morte. E’ molto comune lo stile di vita impegnato, sempre indaffarato da far passare in secondo piano le amicizie e i rapporti personali. Ma quando ci si ritrova di fronte alla morte i dettagli della vita svaniscono. Le persone inseguono i loro affari finanziari. Ma non è il denaro o lo status ad avere importanza. Tutto si riduce alla fine. Questo, è tutto ciò che rimane nelle ultime settimane, l’amore e le relazioni.

  5. Avrei voluto essere più felice Molti non si rendono conto fino alla fine che la felicità è una scelta. Rimangono bloccati in vecchi schemi e abitudini. La cosiddetta abitudine bloccava le loro emozioni, così come le loro vite fisiche. La paura del cambiamento ha fatto si che pretendessero per sé e per altri una vita contenuta. Quando nel profondo, non desideravano altro che ridere e prendere la vita con leggerezza. Quando si è sul letto di morte, ciò che gli altri pensano di noi è molto lontano dalla nostra mente… Che bello essere in grado di lasciarsi andare e sorridere di nuovo, molto prima di morire. La vita è una scelta. E’ la vostra vita.

di Bronnie Ware, infermiera #Divita

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7 – Il Garage rock

Se il folk-rock di metà anni ’60 costituisce la risposta ufficiale del pop-rock americano alle “nuove” sonorità inglesi, il garage-rock può essere visto come la sua controparte underground, nel senso più puro e letterale del termine, trattandosi di una scena spontanea e frammentaria animata da un’infinità di gruppi dal suono amatoriale e crudo che tritano e riducono all’osso i riff di Kinks, Stones e Yardbirds, facendoli risuonare all’interno dei garage di casa, (da cui il genere prende il nome), cominciando e spesso terminando lì l’intera “carriera” musicale, tra le quattro mura del box di casa.

Talvolta alcuni di loro emergono all’improvviso, con hit improvvise e inaspettate, come la “Louie Louie” dei Kingsmen, da molti considerata il primo pezzo garage della storia o la “Psychotic Reaction” dei Count Five che ispirerà a Lester Bangs il celebre “Psychotic Reaction and Carburetor Dung”, per poi tornare ad immergersi nell’underground con la stessa rapidità con cui ne erano usciti.

Molti di loro probabilmente sarebbero destinati a rimanere irrimediabilmente nel dimenticatoio, non fosse per il provvidenziale intervento di recupero archeologico compiuto da “Nuggets” (1972), seminale raccolta curata da Lenny Kaye, chitarrista del Patti Smith Group che per la prima volta allinea alcuni dei principali gruppi e i pezzi del movimento: gruppi e pezzi per cui stilare una mappa dettagliata ed esaustiva è impresa pressoché impossibile vista la frammentazione del non-movimento.

Probabilmente il gruppo più influente per le future ondate revivalistiche sono i Sonics, gruppo di Tacoma che nel 1965 fa uscire “Here Are the Sonics”, esordio al fulmicotone farcito di cover rhythm’n blues selvagge e pezzi originali indimenticabili come “The Witch”, “Strychnine” e “Psycho”. Dalla stessa area, quella del Nord-ovest Americano provengono i già citati Kingsmen, i Wailers, gli Standells di “Dirty Water” e i Raiders, facendo della scena in questione una delle più interessanti tra tutte quelle che tra il 1964 e il 1967 vanno moltiplicandosi da una costa all’altra degli Stati Uniti, (anche se in questo caso il termine scena va preso più che mai con le pinze): dalla California (Count Five e Syndicate of sound) a New York (gli Strangeloves di “I Want Candy”), da Chicago (Shadows of the Knight e gli Awboy Dukes di “Baby Please Don’t Go”). Da Flint (futura patria del gruppo hard rock Grand Funk Railroad) provengono invece i Question Mark & The Mysterians che si lamentano delle 96 lacrime versate (“69 Tears”) sostenuti dall’ipnotico incedere di un organo farfisa.

Nonostante le apparenti caratteristiche derivative (peraltro presupposto per la nascita di ogni nuovo genere) il garage-rock si rivelerà seminale non solo per i revival a cui sarà soggetto nei decenni successivi, ma anche perché per la prima volta, in parte grazie al suo carattere semi-clandestino, in parte a causa del livello amatoriale della maggior parte dei suoi protagonisti, in parte ancora per le precarie condizioni di registrazione fece emergere un suono grezzo e sporco, un cantato rauco e feroce che verranno poi ripresi ed esasperati nel proto-punk di Detroit di Stooges ed Mc5 lungo un sentiero che conduceva dritto al punk-rock del ‘76: e proprio l’idea fondante del punk che chiunque possa prendere in mano uno strumento e salire sul palco è messa in pratica qui per la prima volta con successo, anche se tra le anguste mura di un garage della periferia americana anziché sui palchi newyorchesi del CBGB.

Fonte http://www.storiadellamusica.it/ #Dimusica

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