D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

D͏i͏-s͏t͏r͏i͏b͏u͏z͏i͏o͏n͏i͏ D͏i͏-g͏i͏t͏a͏l͏i͏ D͏i͏-v͏e͏r͏s͏i͏f͏i͏c͏a͏t͏i͏

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11 – I Velvet Underground

Non è solo per l’importanza rivestita nella storia del rock che i Velvet Underground si guadagnano sul campo un capitolo a sé, ma anche per l’impossibilità di inserire la loro musica in un qualsiasi filone musicale degli anni ’60: con un po’ di sforzo si può stabilire un nesso con la psichedelia, solo che qui le derive psichedeliche sono legate all’assunzione di eroina, non di Lsd, e i luoghi non sono le spiagge assolate dalla California ma le strade pulsanti di New York: e lo stesso pulsare ossessivo e frenetico, ricorre come un mantra in pezzi come “Heroin” e “Run Run Run” lungo i solchi dell’esordio “Velvet Underground & Nico” (1967) alternandosi però con nonchalance alla dolce decadenza pop di “Sunday Morning” e “I’ll be Your Mirror” o alle oscure atmosfere di “All Tomorrow Parties”.

Questo accostamento d’opposti inedito, tra pop ed avanguardia, rock americano ed espressionismo europeo weilliano è il frutto dell’incontro tra due soggetti altrettanti diversi: Lou Reed, già paroliere per la Pickwick Records, musicista ed appassionato doo-wop con una certa predisposizione e curiosità per le avanguardie e John Cale, che da quelle avanguardie proviene, studi classici alle spalle e trascorsi al fianco di LaMonte Young e John Cage, e una certa attrazione per il rock.

Se i due sono l’asse portante del gruppo, la line-up definitiva si completa con l’aggiunta di Sterling Morrison alla chitarra e Maureen Tucker alla batteria. Il gruppo, avanti anni-luce rispetto alla stragrande maggioranza dei contemporanei, sfugge al rischia di rimanere un fenomeno puramente underground grazie al provvidenziale incontro con Andy Warhol nel 1965: Warhol diventa manager del gruppo e produce il debutto omonimo, ideando però la celebre cover con la banana e attirando sul gruppo la curiosità della stampa.

Non solo, allo scopo di accentuare l’aura decadente del gruppo gli affianca la spettrale voce della modella tedesca Nico, (inizialmente accolta con una certa titubanza dagli altri membri del gruppo), cui spetterà l’interpretazione di alcuni dei pezzi più belli dell’esordio, uno tra tutti la splendida “Femme fatale”.

La musica del gruppo resta comunque troppo rivoluzionaria per il grande pubblico e il disco resta un fenomeno relativamente sconosciuto per molti anni: incredibile è però l’influenza esercitata dal gruppo sulle leve future nell’anticipare il nichilismo che sarà del punk del ’76, le atmosfere decadenti che saranno riprese da molti gruppi new wave e goth, l’introduzione del feedback all’interno della struttura della canzone rock ( e pop ), ragion d’essere del futuro movimento noise-rock e di tutti coloro che, sulle orme dei Velvet, lo utilizzeranno per la creazione di mantra sonori. 

L’influenza del gruppo è incalcolabile e riveste per l’indie rock la stessa importanza che ebbero i Beatles per lo sviluppo del pop-rock inglese e questo nonostante l’esiguità della produzione del gruppo: due soli dischi con la formazione originaria , con il secondo, “White Light White Heat”(1967), già orfano di Nico e poi altri due dischi senza Cale(sostituito da Doug Youle), con “Loaded”, inciso per la Atlantic, a chiudere la breve saga del gruppo, virando peraltro verso il pop e il glam di cui Reed diviene nei primi ‘70 uno dei massimi protagonisti, trovando un punto d’incontro tra il decadentismo del gruppo e quella del movimento Inglese e l’ennesimo capolavoro, quel “Transformer” che inaugura la collaborazione con Bowie/Ziggy Stardust e lancia la carriera solista di Reed: una carriera che passa anche per l’estremismo noise di “Metal Machine Music”(1975), inascoltabile affastellamento di rumori che porta ai suoi estremi gli spunti dei Velvet.

Anche gli altri membri del gruppo, in particolare Nico e John Cale, portano avanti brillanti carriere soliste: la prima raggiunse il suo apice col gotico “The Marble Index”(1969), disco oscuro e ricco di elementi classici, in cui il rock è ormai un ricordo lontano e dove si viaggia, se mai, dalle parti dello Scott Walker più moribondo. Il disco è prodotto proprio da Cale, che dopo un disco di stampo più tradizionale come “Vintage Violence”(1970) si trova a collaborare col compositore minimalista Terry Riley in “Church of Anthrax”(1971), disco quasi interamente strumentale e probabilmente lavoro più avanguardistico della sua carriera.

Dopo aver ondeggiato a lungo tra tradizione e avanguardia, Cale trova il centro incidendo dischi che mantengono un aspetto sperimentale per quanto riguarda gli arrangiamenti ( e in gran parte anche i costumi di scena indossati negli anni ’70) ma una struttura relativamente classica e cantautoriale nella sostanza, toccando con “ Music For A New Society ” (1982) il punto più alto della sua carriera discografica solista.

Fonte http://www.storiadellamusica.it/ #Dimusica

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In questo paese io vivo così. Mi alzo presto e lavoro tutta la mattina, traduco, scrivo, studio e leggo.

E poi, dopo pranzo, comincio a sentire il richiamo del bosco. Una volta che ho fatto finta di non sentirlo, è arrivata una poiana a mugugnare fin sopra il vicolo dove abito. Ho un testimone. Ho dovuto dire: “Scusa, il bosco è arrivato fin qui a chiamarmi, devo andare.” Il bosco sta a non più di cinque minuti a piedi dalla cascina in cui vivo. Spero quindi che i vigili saranno clementi. Ha molta acqua, proprio tanti ruscelli, e alberi, soprattutto castagni, e muschio tantissimo. Ci sono anche gli ontani bianchi. E le querce. Poi in primavera ha avuto tanti fiori e foglie da smarrirsi, quasi non lo riconoscevo, perché sono arrivata che era ancora inverno. D’estate è stato zeppo di zanzare e tafani, è stata dura non frequentarlo per un po’, poi ho deciso di portarmi uno zampirone e di  sventolarmelo davanti alla faccia e alle spalle, un po’ faticoso, ma me la sono cavata.

Ho visto un sacco di animali finché noi umani dovevamo sparire in casa, ho visto: rospi e ramarri, una cerva, vari cerbiatti, cinghiali e cinghialini, un ratto, volpi, aironi, poiane, ghiandaie, cornacchie e gazze, un serpente. Quasi tutti avevano un punto di domanda negli occhi. 

Ora si sta spogliando, il bosco, fa rumore, mi fa fare dei soprassalti. Sono caduti vari alberi per il diluvio. L’albero con cui ho più confidenza, ma una confidenza da scolara a Maestro, è un vecchissimo ciliegio selvatico. Alto che ti fa male il collo a guardarlo e largo, molto largo. Lo abbraccio e appoggio l’orecchio al tronco e dopo un po’ mi lascia degli insegnamenti. Mi ha detto di guardare i ruscelli e imparare a ruscellare. Mi ha detto, dopo una brutta ferita da taglio al cuore, di lasciar salire tutte le memorie e il male e le bruciature, senza spavento perché sarebbero finite presto. Mi ha anche detto nel frattempo di stare ferma, ma come un albero, non come un sasso.

In genere, mi dice di lasciare gli umani sospesi, di non inseguirli in cerca di spiegazioni. Quando non riuscivo più a scrivere perché avevo un killer di precisione che mi sparava alle parole, mi ha detto: “Lasciati essere diversa da tutti quanti.” È tornata la poesia.

Io qui ho solo il bosco, perché non so guidare e quindi faccio casa bosco casa. Non mi sento mai sola. Certi dicono: “Ma fai sempre lo stesso percorso?” Beh no, ce ne sono almeno quattro ma io ne prediligo uno. Comunque, è una corbelleria credere che ci possa essere un sentiero sempre uguale, cambia continuamente ed è una sorpresa a ogni passo. Nel bosco imparo a guardare e ad ascoltare. All’inizio mi ha sgridato molte volte perché ci andavo con in testa un mucchio di persone e guardavo solo dentro di me. Allora ho imparato a lasciare tutti a casa e a guardare fuori o se porto qualcuno con me è per farlo guarire insieme a me. Perché nel bosco non c’è niente da fare, fa tutto lui o loro che siano, ti guariscono, ti trasformano e meno fai, più possono lavorarti.

Nel bosco canto e ballo, tanto non c’è nessuno e comunque prima mi guardo intorno.  I primi mesi ho fatto anche la spazzina del bosco, ho raccolto tutta la plastica, il ferro, la carta che c’era. Ho tolto tante bottiglie di plastica bianca infilate su paletti e dopo il mio compagno mi ha detto: “Oddio Chandra, hai tolto i confini degli appezzamenti dei contadini…” Finora però non mi ha detto niente nessuno. Non so se sull’autocertificazione potrei scrivere ‘spazzina dei boschi’.

E poi c’è il capitolo asini. Prima di tutti, Pippo che ho ribattezzato Pippo Magique, perché è veramente veramente magico. È un grande asino bianco. Assomiglia molto  a un unicorno. Certe volte mi corre incontro a tutta velocità ragliando al cielo. Altre volte fa quasi finta di non vedermi. Una volta si è messo a correre in diagonale e io ho corso seguendo un’altra diagonale, poi abbiamo virato e ci siamo abbracciati. Un’amica mi ha detto: “Sono testimone di aver visto un asino che ti abbracciava e non solo tu che abbracciavi un asino.” Non lo vedo da un po’, il suo padrone lo tiene segregato ora, in un prato inaccessibile e recintato. Sembra proprio che io debba imparare a perdere.

Non come opposto di vincere ma di tenere.

Per ora la città non mi manca affatto, se mi chiamano persone un po’ serie o ciniche, la magia del bosco trema, vacilla, ma poi torna in piedi, salda, appena ritorno a essere bosco insieme al bosco. Forse anche scriverne è un rischio, forse. 

Cerco di ricordarmi il più spesso possibile di dedicare tutte le meraviglie a chiunque mi venga al cuore. Come una carezza, che non si sa da dove venga. Faccio un elenco improvvisato e invio. Alle 18,30 ogni sera medito, qualcuno da lontano medita con me. Sento il respiro, lo seguo e lo assaporo, e invio il bene a tutti gli esseri che sono in emergenza. Gli esseri, non solo le persone. Tanti fili sottili coprono il mondo e io ne faccio parte.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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In questo momento, mi spaventa parlare e tanto più scrivere. Se dico che non voglio collaborare con i contagi e sto attenta a non andare in giro per non mettere a rischio gli altri ma anche me che sono vecchina e ho avuto varie polmoniti, mi abbaiano che però le persone devono lavorare, che chiudere i bar uccide chi ci lavora, che c’è chi vive di teatro, che i piccoli ristoranti … “Eh lo so”, rispondo timidamente a occhi bassi. Come se non lo sapessi … ma si sa che se dici una parola restano in disparte tutte le altre. Mi sento in colpa di essere delicatamente viva e di non uscire di scena per lasciare spazio a chi è forte e “il covid è solo un’influenza”.

Se dico che la vita non può più essere ‘normale’ e che la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa e fa salire tutto l’incompiuto che stava assopito in noi, sbraitano che gli adolescenti non possono più toccarsi e diventeranno tutti autistici. Se accenno genericamente ai bambini, inveiscono che ci sarà una generazione di ignoranti. Spavento.

Eppure, Marina Cvetaeva che ha vissuto sempre con la febbre a quaranta e a 200 all’ora, in un’epoca feroce, scriveva che tutta la sua poesia nasceva dalla Rinuncia. Con la erre maiuscola. Una forza vitale, sembrerebbe.

Va beh, sai cosa? Io sto zitta. Ma come sarà una scrittura zitta? E se scrivo dal mio minuscolo punto di vista, dal bosco e dalle foglie, mi sento di mettere in piazza, tra gli inferociti, la delicatezza di una vita che si preserva a stento.

Se parlo di come la meditazione mi insegna a non dividere il bene dal male e ad accogliere tutto così com’è con compassione e con il senso del non permanere delle condizioni, mi ammoniscono che no, bisogna trovare sempre il positivo e il significato profondo e agire. Oppure che un vero poeta ha solo la poesia e non si mette a fare il salvatore. Veramente io mi sento un ciarlatano.

Ci sono anche quelli che non dicono niente, ma spariscono, perché disapprovano, e non si accorgono che le opinioni sono i travestimenti dei nostri attaccamenti, giusti o sbagliati che siano, ma perché renderli delle prese di posizione anziché dire: “Non posso farne a meno”?  Ho già vissuto periodi in cui parlare era sempre un rischio, di colpo diventavi un nemico per una parola scorretta, non eri dalla parte giusta.

E poi c’è stata anche l’infanzia, un padre che ti lasciava scegliere di bere il caffelatte da qualunque tazza, tranne la sua. Solo che la sua cambiava. Senza preavviso. Non sbagliare era un vero azzardo. E dopo erano guai.

Insomma, lo smarrimento è sempre stata la mia Via, e finire dalla parte sbagliata anche. E tacere pure. Un silenzio non quieto né sereno, ma la bocca cucita perché qualsiasi cosa dici sbagli.

Il fatto è che le cose sono complesse e se vedi un lato ne manchi un altro e non ho parole rotonde.

Tutto sommato, credo che ascolterò e basta, lascerò dire a ognuno la sua e intanto respirerò. Certe volte, così facendo, qualcuno mi dice: “Grazie, mi fa bene parlare con te.” 

“A me invece fa bene respirare,” penso io, un po’ malinconicamente.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se. 

Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo.

Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo.

Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?

Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade qualunque, slarghi trafficati, qualche chiesa, sono pezzi di me rimasti lì, momenti di consapevolezza che non sono partiti con me. Forse.

Qui c’è il bosco, il mio Maestro. Non ho più nessuna vita sociale, tanto non ne ero capace. Qualche amica e amico sì però, ci si scrive o ci si telefona. Anche qualche parente cattivo che non ha capito di aver perso il bersaglio: sono andata via!

Per un po’ mi hanno fatta sentire vile, una scampata, ma ora i pensieri degli altri non pesano più così tanto. Perché gli alberi mi parlano. E anche gli asini, più che altro gli asini mi corrono incontro e ci abbracciamo, soprattutto uno, Pippo Magique.

Non trascuriamo gli altri regni, ci sono gli alberi dovunque siamo, qualche animale c’è sempre ovunque, se non altro i cani salvavita delle città. Sono stanchi, un saluto gli fa bene.

Non trascuriamo il respiro, c’è ancora, non è garantito, fa bene ricordarlo, sentirlo, lasciarlo libero, prolungare un po’ l’espirazione, imparare a lasciare. Ogni respiro insegna a lasciare. Inspirare prende, ma sa farlo da sé, espirare invece lascia, esce nel mondo, insegna a mollare la presa.

Nel bosco porto sempre con me la mascherina, se incontro qualcuno (è raro, ma nei periodi in cui si può prendere qualcosa, castagne, funghi, spuntano gli umani) se li incrocio anche per pochissimo, mi infilo la mascherina e gli sorrido, un po’ come un tempo gli uomini che alzavano il cappello, un segno di rispetto, per la comune fragilità.

Imparare a salutarci, a onorarci perché stiamo passando.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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Vi sconcerta non riuscire a vedere la gente della Valle?

– Beh, sì, – balbettò il Mago. – Finora sono sempre riuscito a vedere tutte le persone che ho incontrato.

I bambini vogliono essere tutti visti. Per questo parlano, si muovono, e per questo si nascondono e stanno in silenzio.

I bambini desiderano tantissimo essere invisibili. Certe volte solo l’invisibilità salva le cose sacre, come la nostra faccia che non vedendola possiamo sentirci abitanti di un paese invisibile e affacciarci alle finestre, gli occhi. Perdere la faccia davanti agli altri salva la faccia sulla porta dell’invisibile, apre una prospettiva nuova. Noi siamo nascosti dentro. Invisibili. E chi lo sa lancia occhiate agli altri. Ci si riconosce, nell’invisibilità.

Una volta un’amica filippina mi ha detto: “A me non lasciano il posto in metrò, Chandra, io sono invisibile.” E lo diceva come dire io sono inglese. Quindi c’è un’invisibilità che protegge e una che uccide.

Spesso gli invisibili sono invisibili agli intelligenti che poi magari scrivono tanti pensieri intelligenti sull’invisibile e anche sui suoi abitanti. Essere invisibili può fare molto male. Ma i cani vedono quasi sempre gli invisibili, i gatti assolutamente sempre. Come i morti, per esempio.

Nei libri considerati per l’infanzia, l’invisibile è abitabile anche quando non è nominato. Molte impossibilità sono probabili quando lo sfondo, l’amato sfondo degli invisibili dove fare quietamente tappezzeria, è l’accogliente spazio dell’invisibile. L’invisibile è casa. Perché i bambini sono arrivati da poco nel visibile e si ricordano molte cose di laggiù, lassù, là attorno.

Le ferite sono invisibili, soprattutto a scuola e soprattutto con gli adulti spaventati dal cuore. Il cuore è amico dell’invisibile, è attaccato per un filo al visibile, se tiri troppo si spezza e vola via e va a bussare alla foresta dell’invisibile dove si sono salvati tutti gli animali e ogni albero e tutte quante le ferite. Chi vede l’invisibile è impossibile che si dia arie. Speriamo solo che invisibile non sia una parola che sta diventando frequente per accaparrarsi una nuova esclusività, speriamo che non finisca come la luna, con una bandiera ficcata nel collo.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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10 – La psichedelia

Il fenomeno della psichedelia, di cui s’intravedono i primi segnali nel 1965 e di cui si scorge la fine negli ultimi anni del decennio, è l’evento più complesso dei ’60, tanto è fitta la ragnatela di eventi, gruppi e rimandi e tanto è vasta la sua influenza su tutti i frangenti del rock: dal folk-rock al blues-rock, dal garage-rock al pop.

Partiamo dalle definizioni che comunemente si danno al genere: una musicale, indica lo stile psichedelico come quella corrente musicale in cui le forme si dilatano in lunghe jam strumentali mutuate dal jazz e in cui le sonorità si arrochiscono di nuovi strumenti e suggestioni: da quelli orientali a quelli elettronici applicati a voci e strumenti; un’altra, di carattere storico, spiega come la musica psichedelica sia nata come sottofondo all’esperienza lisergica o, appunto, psichedelica che deriva dall’assunzione degli acidi; un’altra ancora, filologica, spiega che esistono due ondate psichedeliche: una originale, quella americana e una derivativa, quella inglese.

Se queste definizioni ci danno una prima idea, anche se fumosa, delle caratteristiche generali del fenomeno per capire realmente di cosa si tratti occorre necessariamente scendere nel dettaglio, partendo proprio dal luogo-simbolo della psichedelia Americana: quella San Francisco che nel 1965 è meta prediletta di poeti beat e in cui Mario Savio fonda il Free Speech Movement. Il luogo in cui la controparte californiana di Dylan, Country Joe McDonald, organizza sit-in e marce e in cui comincia a svilupparsi un nuovo movimento pacifista che riprende la vena politica della controcultura newyorchese rielaborandola in chiave idealistica e utopistica: si tratta del fenomeno hippy.

Interessati più al lato spirituale che a quello materiale delle cose, gli hippy tentano di esaltare e sublimare l’esperienza di ricerca interiore attraverso l’assunzione di acido lisergico, LSD, durante i così detti acid tests: tra i primi ad organizzarli c’è Ken Kesey, che ingaggia per fornire un sottofondo sonoro all’esperienza allucinogena i Warlocks, futuri Grateful Dead. La musica psichedelica può dirsi nata.

O meglio, la versione più libera e senza compromessi di quel calderone di stili che si trovano riuniti sotto tale definizione: la psichedelia delle lunghe jam sessions, spesso frutto di improvvisazioni, è quella che meglio incarna lo spirito del movimento ma anche la meno rappresentato su disco, in quanto legata ovviamente ad una dimensione live che trova la sua massima espressione nelle registrazioni dei concerti dei Grateful Dead, in particolare nel celebre “Live Dead” (1969).

All’altro capo dello spettro musicale psichedelico si collocano i pastiches sonori della psichedelia inglese, i quadretti stralunati e sghembi del Barrett solista e i gioiellini pop visionari beatlesiani di Sgt. Pepper, tra cieli di diamante e campi di fragole.

Tra i due estremi infinite varianti e sfumature, che trovano spesso un minimo comun denominatore nella voce pastosa e alienata, nella contaminazione con le sonorità orientali (l’India è in quel periodo una meta frequentatissima nei viaggi alla ricerca di sé stessi), la dilatazione più o meno spinta delle strutture, le sperimentazioni negli arrangiamenti e nella produzione. In questi anni sembra naturale filtrare attraverso uno spirito nuovo, visionario e contaminatore, i generi che già esistevano.

C’è una psichedelia che deriva e si evolve dal folk-rock, scardinandone in parte la struttura tradizionale e la forma canzone, ma mantenendo comunque al centro dell’attenzione la melodia: è la psichedelia dei Byrds di “Fifth Dimension”(1966) e di “Younger Than Yesterday”(1967), quella dei Jefferson Airplane (il primo gruppo psichedelico di San Francisco ad ottenere fama nazionale) di “Surrealistic Pillow” (1967), dei Love di “Forever Changes” (1967) e “Da Capo”(1967), formazione guidata dal genio musicale di Arthur Lee, con cui il folk acido più pop tocca i suoi vertici assoluti.

Si può parlare di psichedelia folk anche per gruppi come Pearls Before Swine e Kaleidoscope in cui la contaminazione riguarda non solo e non tanto le sonorità orientali ( quasi un topos musicale nell’era psichedelica), quanto piuttosto la musica medievale in un tentativo di risalire alla fonte delle tradizioni musicali.

Esiste poi una psichedelia garage-rock in cui i tre accordi del genere risplendono di profumi nuovi: tra tutti i texani 13th Floor Elevator di Roky Erickson, allucinati ed incubanti, e i Seeds. La matricerock-blues risalta invece inconfondibile nei dischi di band minori come Chocolate Watchband, Blues Magoos e di giganti del rock anni ’60 come Doors e Jimi Hendrix.

La formazione di Jim Morrison esordisce nel 1967 con un disco (omonimo) stupefacente, serie perfetta di pezzi al confine tra blues-rock e canzone Brechtiana, classica e musica orientale, incarnazione dei lati più oscuri del sogno psichedelico con Morrison che da cantante si trasfigura in sciamano ed attore, il concerto che si fa rito catartico e tragedia.

Un rito consumato in altre forme ed altri modi durante i concerti di Jimi Hendrix, durante i quali la chitarra viene violentata ed utilizzata come vittima sacrificale, suonata coi denti e dietro la schiena, il suono trafitto da fuzz, feedback, e wah wah;non solo, Hendrix riesce anche nel miracolo di riprodurre nelle registrazioni di studio i cicloni sonici che generava su palco, uno su tutti “Electric Ladyland “(1968), capolavoro assoluto a metà strada tra blues e psichedelia.

Il suono blues viene ulteriormente indurito nei dischi di gruppi come Blue Cheer, Steppenwolf e IronButterfly, che lo traghettano verso l’hard rock: in particolare i Blue Cheer, con “VincebusEruptum” (1968) forgiano un suono, fuzz assordante alla chitarra e basso amplificato a livelli inumani, che anticipa di oltre 20 anni lo stonerrock.

Casi assolutamente a parte sono costituiti dai Red Krayola di Mayo Thompson, dagli United States Of America e dai Silver Apples. Se i primi sono autori di un rock che strizza l’occhio al free jazz e alla musica concreta, gli U.S.A. ,influenzati tanto dall’avanguardia di Riley e Reich quanto dal contemporaneo rock psichedelico, abbandonano le chitarre e le sostituiscono con archi e tastiere creando scenari sonori futuristici e visionari e coniando una sorta di ambient pop ante-litteram.

Ancor più pionieristici i Silver Apples, gruppo ispirato dalle sperimentazioni con l’elettronica di Morton Subotnick, dalla trance dei Velvet Underground e dal free jazz, e che mette a frutto le sue influenze fin dall’esordio omonimo del 1968, in cui i tre sperimentano con i synth ricreando scenari futuribili e spaziali che influenzeranno eroi del kraut rock come Tangerine Dream e Faust e gruppi new wave come Suicide e Chrome.   Risulta evidente anche da questa breve carrellata come la psichedelia Americana sia un fenomeno assolutamente eterogeneo e difficilmente catalogabile: non è un caso, perché nell’inclassificabilità ma anche nello spirito pionieristico e curioso che l’anima il fenomeno stesso trova il suo significato più profondo, accanto ad uno spirito antagonista (erede del movimento di Greenwich) per cui si tende a far coincidere la fine della fase cruciale del fenomeno col festival di Monterey del 1967 che lo legittima e lo rende riconoscibile presso il grande pubblico; l’utopia del flower power viene spazzata via un anno dopo, quando le masse dei pacifisti vengono sostituite da movimenti più politicizzati e alla protesta pacifica si sostituisce quella violenta.

A questo potrebbe venire spontaneo chiedersi che cosa abbia a che fare l’Inghilterra con questo fenomeno, che è si musicale, ma allo stesso legato ad un movimento sociale prevalentemente americano: per molti versi la psichedelia inglese, svincolata da qualsiasi retroscena sociale, è un fenomeno puramente musicale, cominciato nell’estate del 1966, quando Joel e Tony Brown, che avevano lavorato col guru dell’LSD Timtohy Leary negli Stati Uniti, esporta a Londra il Light Show, che diviene immediatamente un successo di massa; il celebre DJ John Peel contribuisce a diffonderne i suoni con la trasmissione radiofonica Perfumed Garden e di lì a poco si inaugura il celebre Ufo Club dove ben presto cominciano ad esibirsi i Pink Floyd.

Nell’esordio del gruppo, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967),si ritrovano tanti elementi distintivi della psichedelia inglese: la tendenza a ricondurre la divagazione allucinogena psichedelica dentro i recinti pop, coniugando cioè la visionarietà dei testi e la creazione di un suono alieno (attraverso un massiccio utilizzo di riverberi ) con l’innato senso melodico dei britannici.

Nel momento in cui, però, a causa dei problemi mentali che si fanno sempre più gravi, Barrett viene allontanato dal gruppo e sostituito con Dave Gilmour. Il primo inciderà due album splendidamente bizzarri, “The Madcap Laughs”(1967) e “Barrett”(1970), che proseguono il percorso cominciato con l’esordio dei Pink Floyd, prima che l’aggravarsi del suo stato mentale lo spingano verso un allontanamento definitivo dalle scene musicali.

Il gruppo di Gilmour dopo un album interlocutorio del 1968 (“A Saurceful of Secrets”) che in qualche modo tenta invano di proseguire sulla falsariga dell’esordio, intraprendono altre strade esasperando l’aspetto atmosferico del proprio suono e creando un suono epico che tende a spostare il baricentro musicale verso il progressive arrivando nel 1973 al capolavoro di “Dark Side Of The Moon”, art rock dilatato e contaminato di blues e fusion che segnerà anche il trionfo commerciale del gruppo.

Se i Pink Floyd sono il gruppo psichedelico Inglese per eccellenza, riflessi variopinti e lisergici attraversano tante produzioni inglesi dei tardi anni ’60: dai Cream di Disraeli Gears (1967), ai Beatles di Sgt Pepper’s… (1967) e del White Album(1968), dai Rolling Stones di Their Satanic Majesties Request (1967) agli Who di Magic Bus (1968), rendendo evidente ancora una volta come il movimento psichedelico sia, specie a livello musicale, fenomeno trasversale in grado di toccare le frange più diverse della scena musicale, dal blues al folk, passando per il pop-rock.

Fonte http://www.storiadellamusica.it/ #Dimusica

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Ho letto una storia Sufi: “Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva piú uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva piú a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscí ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando”.

Meditare non è cercare vie d’uscita, ma piuttosto vie d’entrata. È questo che fa l’asino. Entra nella sua situazione, sente la disperazione, grida, poi accoglie quello che sta succedendo, non ne resta sommerso, non è vittima della situazione, si scrolla di dosso la terra e quella stessa terra diventa la sua risorsa.

Chandra Livia Candiani da 'Il silenzio è cosa viva' #Dibuddismo #Divita

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Ci sono album che trascendono l’epoca in cui sono usciti e continuano a essere riscoperti dalle generazioni successive. Altri no e per varie ragioni. Per la produzione datata, per il mutato contesto sociale o per cause imperscrutabili, i dischi che troverete elencati di seguito sono stati amati da milioni di baby boomer. Eppure, a differenza di tutti i Dark side of the Moon e i London Calling del mondo, non hanno lasciato una particolare impronta se non tra gli ascoltatori a cui erano indirizzati quando sono usciti. Tornate a leggere questo pezzo fra qualche anno: magari le cose saranno cambiate.

“Slowhand” Eric Clapton (1977)

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Per essere un album da cui sono usciti alcuni dei più grandi successi di Clapton (Cocaine, Wonderful Tonight e Lay Down Sally è il terzetto di apertura), Slowhand non gode di grande reputazione, così come sottotono è il suo sound. Pur senza il fuoco strumentale delle band precedenti e senza le guest star (Bob Dylan, Ron Wood e buona parte di The Band) presenti nel suo LP del 1976 No Reason to Cry, il quinto album solista di Clapton beneficia della tranquilla atmosfera famigliare creata dalla sua backing band per i live e del tocco vellutato, in fase di produzione, di Glyn Johns. Tutto è incentrato sulla costruzione dei brani piuttosto che sul virtuosismo. È come se Clapton avesse smesso di preoccuparsi di scrivere hit per riuscirci, finalmente. Siccome il suo status di leggenda è principalmente dovuto alle parti chitarristiche, è comprensibile che i lavori più orientati sulla scrittura dei pezzi, come Slowhand appunto, passino sotto traccia.

“The Cars” The Cars (1978)

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L’album d’esordio del quintetto di Boston è una vera e propria parata di hit. Il 33 giri ha passato 139 settimane in classifica, arrivando al numero 18 e vendendo milioni di copie forte dei singoli My Best Friend’s Girl e Good Times Roll, ma anche di brani come You’re All I’ve Got Tonight, Bye Bye Love, All Mixed Up e Moving in Stereo (incluso nella scena della piscina del film Fuori di testa). Questo disco rappresenra il momento più alto della band e i Cars sono uno dei gruppi più influenti della new wave. Ric Ocasek in seguito ha prodotto album di Weezer, Guided by Voices, Hole, Nada Surf, No Doubt, Bad Brains.

“Rickie Lee Jones” Rickie Lee Jones (1979)

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Con Tom Waits a fare da capofila, alla fine degli anni ’70 nella California meridionale fioriva una curiosa e piccola scena neo beat. Rickie Lee Jones, con l’omonimo disco d’esordio del 1979 è stata l’artista più importante di quel panorama. L’album è giunto al numero 3 della Top 200 di  Billboard e il singolo Chuck E.’s in Love ha toccato il numero 4 della Hot 100. Sia Jones che Waits, intelligentemente, si sono poi allontanati dal tipo di estetica retromaniaca da “dritti” che contraddistingueva questo disco, peraltro ancora affascinante.

“Breakfast in America” Supertramp (1979)

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Escludendo The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, Breakfast in America dei Supertramp è probabilmente l’album di art rock più popolare di sempre (con 20 milioni di copie vendute, certificate, in tutto il mondo), spinto dai singoli di successo The Logical Song, Goodbye Stranger e Take the Long Way Home. Da quando i Radiohead hanno abbandonato ogni ambizione di piacere alle masse, l’art rock non è praticamente stato rintracciabile nell’universo pop. Per quanto siano stimolanti, i Muse e i loro epigoni non riescono neppure ad avvicinarsi al gusto per le melodie pop dei due leader dei ‘Tramp (Rick Davies e Roger Hodgson), anche se Kevin Parker dei Tame Impala ha citato la band inglese come una sua influenza.

“Private Dancer” Tina Turner (1984)

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Tina Turner era già una star per via della sua partnership con Ike Turner, dal quale ha divorziato nel 1976 dopo anni di maltrattamenti subiti. Dopo anni passati a proporre e rifinire il suo spettacolo dal vivo come solista, ha ottenuto un contratto con la Capitol e ha inciso un pezzo di un certo successo, la cover di Let’s Stay Together di Al Green. Così, nel 1983, la sua etichetta le ha chiesto un album. Nato con l’aiuto di diversi produttori e autori, Private Dancer presenta diversi elementi di soul, pop, R&B, reggae e new wave, su cui svetta il suo cantato sexy di Tina. Il primo singolo, quello di traino, ovvero Better Be Good to Me, ha raggiunto il numero 5 della Hot 100, ma Turner ha toccato la vetta con What’s Love Got to Do with It?. Con questi due brani, nel complesso, ha ottenuto quattro Grammy. Ha poi sfiorato il primo posto con la title track, scritta da Mark Knopfler dei Dire Straits e con tanto di assolo di chitarra suonato da Jeff Beck. Con l’inclusione delle cover di Help dei Beatles e di 1984 di David Bowie, Private Dancer è uno dei più grandi album di sempre a segnare il ritorno di un’artista, anche se il sound troppo patinato non rappresenta al meglio il leggendario talento naturale della Turner.

“No Jacket Required” Phil Collins (1985)

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Ormai è più facile sentire qualcuno che scherza (e magari a ragione) su Sussudio che non qualcuno che la ascolti davvero, per cui potrebbe essere difficile ricordare che la canzone, nel 1985, era in cima alle classifiche statunitensi. E potrebbe essere arduo anche immaginare che un tizio inglese, sulla trentina abbondante e dalla calvizie incipiente, potesse essere una delle popstar più grandi al mondo. Ma Phil Collins lo era, specialmente dopo l’uscita del suo terzo disco solista. Grazie a hit a base di synth che ti si piantavano in testa come One More Night e Don’t Lose My Number, l’LP ha raggiunto il numero uno in diversi Paesi, diventando il più grande successo della carriera di Collins (più di 25 milioni di copie vendute). Dopo No Jacket Required, Collins ha pubblicato un duetto con Marilyn Martin che ha ottenuto una nomination all’Oscar (Separate Lives, dalla colonna sonora di Il sole a mezzanotte) e si è esibito con grande successo nell’edizione americana e in quella inglese del Live Aid, il 13 luglio del 1985.

“Brothers in Arms” Dire Straits (1985)

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L’esplosione dei video musicali è stata al contempo una benedizione e una maledizione per i Dire Straits. A inizio carriera, il gruppo di Mark Knopfler aveva evitato il nuovo media che stava nascendo, limitandosi a qualche clip con riprese dal vivo. Ma quando Knopfler ha scritto il grande successo tratto da Brothers in Arms, il singolo Money for Nothing (che raccontava l’atteggiamento sprezzante di un colletto blu nei confronti di MTV e gli eccessi degli anni ’80), il video che lo accompagnava, con un breve e memorabile cameo vocale di Sting, ha reso il pezzo un inno di MTV a dispetto del testo sarcastico. Divenuto un tormentone onnipresente, ha finito per mettere in ombra un album contraddistinto da brani tristi e dolci riflessioni. Peccato che così tanti ricordino soltanto quel riff.

“Bring the Family” John Hiatt (1987)

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L’ottavo album di Hiatt ha rischiato di essere il suo canto del cigno nell’industria discografica. Era stato scaricato da diverse etichette, in parte a causa del suo alcolismo, e stava facendo i conti coi tragici suicidi del fratello maggiore (avvenuto quando era bambino) e della sua seconda moglie, nel 1985. Fortunatamente l’inglese Demon Records gli ha concesso un piccolo budget e lui ha chiamato alcuni amici (il virtuoso della chitarra Ry Cooder, il cantautore Nick Lowe e il batterista Jim Keltner) per aiutarlo a incidere un album. Registrato in otto giorni, Bring the Family fondeva le meravigliose ballad tipiche di Hiatt (Have a Little Faith in Me e Lipstick Sunset) con il suo amore per la musica roots e i testi ironici, come in Your Dad Did e Thing Called Love, poi divenuta un grande hit di Bonnie Raitt. Bring the Family ha avuto un successo moderato, ma ha portato Hiatt per la prima volta in classifica, in un anno ricordato più che altro per Livin’ on a Prayer e I Wanna Dance with Somebody.

“Tracy Chapman” Tracy Chapman (1988)

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In un momento storico in cui Rick Astley e i Guns N’ Roses spadroneggiavano su MTV, la soffusa Fast Car di Tracy Chapman (brano che immortalava le difficoltà di una coppia di senzatetto) e Talkin’ Bout a Revolution, in cui dichiarava “la povera gente si solleverà e prenderà ciò che è suo”, sono inaspettatamente diventate hit pop. Accendendo la scintilla per una rivoluzione musicale tranquilla, Tracy Chapman ha venduto sei milioni di copie e per tutto l’arco degli anni ’90 ha continuato a pubblicare dischi che raggiungevano l’oro e il platino. Nonostante il successo di artiste che hanno seguito il cammino da lei tracciato, come India.Arie e in un certo senso Ani DiFranco, la produzione levigatissima e molto anni ’80 di Tracy Chapman lo ha reso datato alle orecchie di chi lo ascolta ora, nonostante una tracklist ancora fantastica ed emozionante.

“Nick of Time” Bonnie Raitt (1989)

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Come accaduto con Bring the Family di John Hiatt, Nick of Time rappresenta per Bonnie Raitt il primo album dopo essersi disintossicata e il suo più grande successo. Oltre alla cover del pezzo di Hiatt Thing Called Love, il disco conteneva brani nel suo tipico stile che mescola blues, country, soft rock, pop ballad e anche un pochino di reggae (in Have a Heart). Levigato, ma senza perdere una certa autenticità roots, Nick of Time ha portato a un’esplosione di fama per Raitt in una fase avanzata della sua carriera, finendo al numero uno nel 1990 e facendole vincere tre Grammy.

Fonte: https://www.rollingstone.it #Dimusica

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“Come spiego a mio figlio che il mondo sta finendo?“. Questa domanda declinata in diverse maniere, ma dettata comunque dall’urgenza di trovare, in tempi di pandemia e di guerra, una direzione da seguire me la sento rivolgere sempre più spesso. Forse perché durante i laboratori nelle scuole i bambini mi raccontano tanto, ed è proprio dalle loro parole che arrivano le risposte. O perché ormai è risaputo che ho poca voglia di interagire con gli adulti – salvo rare eccezioni – e soltanto i bambini riescono a tenermi ancorata alla Terra.

La soluzione credo risieda nel non pensare a salvare il proprio figlio dalla verità, perché non è un salvataggio, ma una condanna ad annaspare nella finzione. Se esiste un’unica regola, una soltanto, che sento di affermare con certezza riguardo ai bambini è quella di non nascondere mai nulla, non mentire di fronte a una catastrofe ambientale, a una guerra, a una relazione che non funziona, alle malattie. Intossica crescere in una vita che non esiste. La finzione genera danni terribili. A volte, ingenuamente, mi chiedo: “i mostri di oggi che bambini sono stati?“. (…)

Andando a scuola stamattina ho chiesto a mio figlio: “cosa ti fa paura?”. “Il suono assordante dell’allarme antincendio”. Avviene almeno una volta a settimana, sa bene che sono soltanto prove, esercitazioni, eppure non riesce a contenere la paura. Penso alle sirene dell’allarme bomba, ai bambini nelle cantine di Kiev. “E cosa ti fa stare meglio in quei momenti?”. “L’abbraccio della maestra”. Al sicuro, in guerra, in ospedale, i bambini hanno sempre gli stessi desideri.

Voglio ostinarmi a credere che i bambini di oggi svilupperanno anticorpi verso la guerra, verso lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, verso ogni forma di prevaricazione; come chi è stato piccolo nel 1986 avendo memoria indelebile del disastro di Černobyl’ dovrebbe aver maturato una naturale idiosincrasia al solo accennare alla parola nucleare.

Il mondo non sta ancora finendo, non se mettiamo immediatamente in atto un cambiamento. Sta di certo finendo il mondo che abbiamo conosciuto finora, una corsa apparente in avanti che ci ha sradicato dalla nostra vera natura, dalla Natura. L’ansia del consumo che ci ha portato fino a qui è diventata distruttiva. In questo momento di devastazione facciamo gli amanuensi, impegniamoci per un rinascimento dell’essere umano, creiamo legami di complicità, educhiamo i bambini alla condivisione e non alla competizione. Non possiamo insegnare nulla se non impariamo noi per primi, magari da Patch Adams: “L’essere clown è solo un espediente per avvicinare gli altri, perché sono convinto che se non cambiamo l’attuale potere del denaro e della prevaricazione sugli altri, non ci sono speranze di sopravvivenza per la nostra specie”.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

C’è stato un attimo meraviglioso e sospeso, prima che si scatenasse di nuovo il conflitto globale – tra poteri, carri armati, pro vax e no vax… – in cui sembrava che la nostra indole atavica più profonda, quella di essere solidali e tribù, che trova la massima espressione proprio di fronte alle catastrofi, stesse finalmente rifiorendo. Non è stato così. Eppure possiamo ancora mostrare ai nostri figli che anche nella devastazione resistono semi di speranza, che ripudiamo ogni forma di guerra, che è quasi primavera.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

di Federica Morrone #Disociale

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Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme a milioni facessero da ponte per farlo passare.

Premuroso, non lo lasceresti mai da solo faresti ombra per non far bruciare i suoi occhi, lo copriresti per non farlo bagnare dagli schizzi d'acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, busseresti alle porte dei governi per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto, odieresti il mondo, odieresti i porti pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane da chi, nel frattempo sostituisce le urla con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.

Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti vorresti spaccargli la faccia, annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo e sopratutto sicuro.

Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanitá perduta, dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente non è il tuo.

Sergio Guttilla

#Disociale

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