La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

[bada-boom #3]

Più ci allontaniamo dall'Italia, più il caffè fa schifo. È una progressione lineare. Autogrill dopo autogrill quello che ti danno quando chiedi un caffè aumenta di prezzo e perde di gusto. Diventa una broda americana, l'ennesima, bollente e disgustosa. Dalla Svizzera alla Germania è un crollo del gusto moka, mentre nei paesi nordici non ci provano nemmeno: tutti i negozi hanno una macchinetta, come quelle che in Italia si tengono negli uffici o negli Hotel da poco. C'è il pulsante per il caffè americano, per il cappuccino, per il caffè con latte, quello per l'espresso (da non premere mai) e per altre varianti che vengono servite in un grosso bicchiere di cartoncino, delle dimensioni adatte a una Coca Cola del Mc Donald. Ai figli non interessa, a me ed Elettra sì, specie al mattino.

Il risveglio per noi due non inizia quando si aprono gli occhi, ma quando il caffè o il cappuccino caldi entrano dentro al nostro corpo. Prima non siamo svegli, siamo come esseri primitivi che si muovono in un mondo desolato e freddo. Mandiamo grugniti, ci guardiamo in cagnesco. Dopo il caffè o il cappuccino inizia la civiltà. Per una incomprensione familiare non abbiamo portato la moka con noi e quindi siamo persi. Desolati. Alla fine optiamo per il meno peggio: delle bustine Nescafé al cappuccino da sciogliere nell'acqua calda ma non bollente, spiegano le istruzioni in tedesco. Il Nescafé al cappuccino è disgustoso, ma cosa non lo è? Dolciastro, sa di finto, ma diventa la prima cosa che beviamo durante tutto il tragitto dall'Italia alla Norvegia e ritorno. Giorno dopo giorno entro in confidenza con questa polverina ambrata con dei pallini neri dentro, imparo che va messa l'acqua calda, rimescolato, bisogna attendere venti secondi e poi rimescolare ancora. Il Nescafé al cappuccino fa anche una schiumetta in cima. Se mescolo male ogni tanto inghiotto dei grumi che mi si aprono in bocca e rivelano la polvere acre con cui il cappuccino è fatto. Eppure, dopo due settimane, al cappuccino Nescafé gli voglio bene. Spero che finisca presto tutto, ma per ora gli voglio bene.

A Kassel entriamo in un franchising di cose da bere e mangiare, non ricordo quale. Stiamo andando verso documenta e abbiamo deciso di fare prima una breve colazione. Ci sono cose dolci da mangiare, le brioches man mano che si sale verso l'alto cambiano anche loro aspetto, si ingrandiscono, cambiano gusto. L'Europa è un guazzabuglio. Anche all'interno di un franchising non provi la serenità tranquilla di quando sei al Mc Donald e riconosci il prodotto. In Europa c'è ancora una varietà che confonde, che ti fa sentire straniero. Tutto intorno a te vedi una macchina occidentale che lavora, che uniforma, che compatta tutto in forme ed estetiche riconoscibili, che rimuove ed umilia quello che occidentale non è, ma ci sono ancora degli interstizi. Nel franchising per bere c'è la solita macchinetta, metto sotto il bicchiere di cartone e premo caffè ed esce la solita broda nera. Mi siedo con i miei figli e inizio a sorseggiare. Siamo tutti stanchi per il viaggio.

Per andare nei bagni di questo franchising bisogna chiedere alle casse, premono un pulsante e io e primogenito possiamo scendere ai bagni, che sono occupati. Non c'è nessuno in realtà, tranne le due persone che sono chiuse dentro e io e mio figlio nell'antibagno che aspettiamo. Primogenito ha in mano il suo smartphone: è lì con me, ma in realtà sta chattando con decine di persone nel mondo. Vedo le frasi in inglese che scorrono, il suo sorriso apparire e sparire dal volto, le sue dita che velocemente scrivono cose. È connesso, ed è lì con me. È mio figlio e tra un po' non lo vedrò più. Lo guardo mentre lui non mi vede, guarda il piccolo schermo che tiene in mano e rimango così a constatare la sua presenza, il suo prendere spazio, il suo essere lì con me, in un piccolo antibagno a Kassel. Devo affezionarmi anche a queste cose, questi brandelli temporali.

Poi mi cade l'occhio sulla spazzatura del bagno. Il bagno del franchising è tutto pulito, è ancora mattino, ma tutto è in ordine e lindo. Solo nella spazzatura c'è una piccola scatola di cartone, colorata. Abbasso la testa finché non vedo il disegno di una specie di termometro. Non capisco bene. Mi inginocchio davanti alla spazzatura e vedo che non è un termometro, è uno di quei test, quelli che devi farci la pipì sopra e possono venire una o due righe. Non capisco, dalle scritte in tedesche se sia un test per la gravidanza o uno per il covid. Infilo le mani nella spazzatura e giro la scatola, dalla parte del nome del prodotto, ma è in tedesco, non riesco a capire. Chiamo primogenito, gli chiedo se può inquadrare la scritta e tradurla. Lui alza la testa dai suoi amici, si avvicina, fa una foto alla scatola e la sottopone a Google Lens che traduce tutte le scritte.

“No, papà, non è un test di gravidanza, e nemmeno per il covid” mi dice poi, dopo aver letto. “È un test per la rilevazione di cocaina nelle urine” aggiunge alzandosi. Mi alzo anche io. “Ah” dico. Così, di prima mattina, prima o dopo il cappuccino, qualcuno è sceso nei bagni del franchising per controllare di non avere troppa cocaina in corpo. Quanta voglia di vivere, tutti questi adolescenti, come me. Ormai siamo senza adulti, è caduta la farsa della maturità. La vita è un'eterna adolescenza, solo che dopo un po' gli adolescenti invecchiano, diventano vecchi adolescenti, come me. Branchi di vecchi adolescenti che presidiano il loro diritto a godere, a ballare, a innamorarsi, ad essere cullati prima di dormire.

Mi tornerà in mente quel bagno quando mi ritroverò, una decina di giorni dopo, a St. Pauli, ad Amburgo. Il giorno prima ero nella civile Norvegia, nell'algida Svezia, immerso tra servizi sociali e parchi giochi per bambini, casette con i prati perfettamente tagliati e il giorno dopo mi ritrovo, di notte, nel casino della città tedesca, in un Hotel incastonato tra un sexy shop e un locale a luci rosse, circondato di gente che si guarda attorno con lo sguardo acceso e allucinato, come se cercasse qualcosa che non esiste, con ragazzini che mi chiedono se voglio fare sesso con loro e locali che pompano musica straniera per tutta la strada. Odore di urina per la strada, gente abbandonata per terra avvolta nei cartoni. Un solo giorno di viaggio e mi sembra di essere finito dall'altra parte del mondo.

E infatti ci sono: quella via, man mano che cammino la riconosco, l'ho già vista. È la copia di tanti film e serie americane. Non è un pezzo di Europa quello in cui sono, ma un pezzo di occidente, un frammento copincollato dall'immaginario della grande potenza americana. Eppure, quel frastuono, quel casino, quella sporcizia e quel degrado, anni luce dalla protezione dei paesi del nord, a me piace. Sono affascinato da quella vitalità, da quella voglia di divertirsi, di ferire, di fare del male, di fare quello che cazzo mi pare. In mezzo a quel casino mi sento protetto.

Quando arrivo a Genova, una delle prime cose che faccio è mettere su la moca e farmi un caffè, un vero caffè italiano. È lì che succede. Preparo tutto il caffè, con la voglia di berlo tenuta dentro per più di venti giorni. Sento il rumore del caffè che viene su, lo verso nella tazzina per me e in quella per Elettra con un dito di latte freddo, come piace a lei. Glielo porto che ancora dorme e intanto vado a bere il mio. Finalmente bevo un sorso, caldo e pieno.

E mi fa schifo.

Resto come fulminato. Ne bevo un secondo sorso e fa schifo come il primo. Lavo la macchinetta, cambio il caffè, arriverò nei giorni dopo a cambiare tutti i pezzi interni della caffettiera, ma il mio caffè continua a fare schifo. Finché non capisco: il mio caffè fa schifo come tutti gli altri caffè d'Europa. Ha sempre fatto schifo. Ma – negli anni – mi sono abituato. Mi sono assuefatto a pensarlo come il gusto buono del caffè. Sono bastati venti giorni per uscire dagli stereotipi del gusto e ora mi trovo estraneo anche a me stesso. E mi fa piacere.

Vado a fare la spesa con secondogenito, lui deve prendere delle cose per il pranzo, io altre per una torta che terzogenita ed Elettra vogliono fare. Posteggio davanti al supermarket. Scendiamo. “Guarda – dico – passo un attimo al bancomat a prendere i soldi per la spesa”.

Secondogenito mi guarda, mi dice no. “No?” “No, ho io i soldi” “Ah. Ma quanti ne hai?”

A questa domanda secondogenito alza la testa, chiude le palpebre in una piccola fessura, con una leggera aria di superiorità e dice “abbastanza”. Sembra uscito da un manga. Me ne sto. “Ok” faccio e entriamo nel supermercato.

Facciamo la spesa.

Alla fine andiamo alla cassa, la cassiera passa tutte le cose agli infrarossi e intanto io e secondogenito mettiamo le cose nel sacchetto della spesa. Lo facciamo sempre con la fretta ansiogena di chi sa che un eventuale ritardo bloccherebbe la catena di montaggio del consumo, infatti dietro di noi c'è già coda. Tutti hanno fretta di pagare.

“Ottantasei euro” dice la commessa e io non alzo nemmeno la testa, continuo a mettere le cose nel sacchetto e dico “secondogenito, tu intanto paga mentre io finisco di mettere via le cose”.

Seguono cinque secondi pieni di silenzio assoluto e poi sento la sua voce: “ma io non li ho mica”.

Alzo la testa, incrocio gli occhi di secondogenito che ora hanno un leggero sguardo panico. “Tu mi hai detto che avevi abbastanza soldi per la spesa!” dico. “Abbastanza fino a quel momento” protesta lui. “Cosa vuoi dire?” “Abbastanza per quando te l'ho detto” “Quanto hai?” “Cinquanta euro” “Non sono abbastanza!” “Erano abbastanza prima che facessimo la spesa!”

La cassiera sembra innervosirsi. Sospiro, tiro fuori il mio portafoglio, ci metto le banconote che ho, chiediamo alla commessa di togliere alcune cose, chiediamo scusa, ormai la coda è infinita dietro di noi, abbiamo bloccato il flusso dinamico del capitalismo.

Usciamo.

Entriamo in auto, io rido. “Abbastanza” ripeto e rido indicandolo. Ripeto tutta la scena: “— quanto hai? — abbastanza” e rido mentre inizio a guidare. Secondogenito protesta e ridacchia. Guido.

Dopo un po' secondogenito, tra sé e sé, dice: “forse non avrei dovuto prendere sedici euro di sacchetti di cacca per il cane”. Inchiodo. “Hai comprato cosa?” “Sedici euro di sacchetti di cacca per il cane. Erano finiti. Ho pensato di farne una scorta in modo da averli sempre pronti” “Sedici euro di sacchetti di cacca per il cane, sono un'enormità, fa prima a morire prima il cane” “Non dirlo nemmeno per scherzo” “Ma poi scusa: se sai che hai un budget di cinquanta euro, ne spendi sedici solo per i sacchetti di cacca per il cane?” e mi metto a ridere ancora. “Spendi il trenta per cento del tuo 'abbastanza' solo per i sacchetti per la cacca del cane?” rido mentre sterzo e lui non dice niente. Sorride. Affina la vista.

Solo, dopo una decina di minuti, aggiunge nel silenzio della macchina: “è più del trenta per cento” e si gira verso di me e mi sorride con uno sguardo incomprensibile.

[bada-boom #1]

E così siamo partiti ragazzi, io, adolescente di cinquanta e passa anni e mio figlio adolescente e mia moglie adolescente anche lei, mia figlia, altra adolescente e l'altro ancora, adolescente di mezzo, tutti e cinque seduti nella Citroen Nemo che brilla chilometro dopo chilometro, tutti con il proprio bagaglio personale, sacchi di roba, zaini, vestiti, cibo, tutti pronti per partire da Genova e diretti a Jorpeland, il nome è di fantasia, migliaia di chilometri di Europa da superare, tutti un fascio di nervi, nervosi, irosi, tranquilli, felici, pronti a tutto, stanchissimi, e appena partiamo mettiamo l'autoradio e si sente la voce di Massimo De Francovich che inizia anche lui a leggerci le venti e passa ore di La coscienza di Zeno di Svevo e restiamo a guardare il paesaggio Ligure che sprofonda rapido nei meandri degli svincoli autostradali mentre Zeno dice che sta male, che ha una malattia, che sta benissimo ora, che va tutto alla grande.

Assieme a Svevo ci sono le voci dei fantasmi della nostra adolescenza, De Andre, Vecchioni, Bowie, Prince mescolate con le voci di altre adolescenze decenni dei sedili dietro, Madame, Sangiovanni, Rkomi un flusso ininterrotto di ricordi che si sovrappongono e si creano in questo momento per la prima volta, suoni e voci che rimbalzano per il vuoto stretto dell'abitacolo, prendono spazio nella nostra testa e noi – ascolto dopo ascolto – iniziamo a cantarle e ripeterle, allunghiamo il nostro abbecedario, confrontiamo e facciamo analogie e differenze tra quello che eravamo stati noi e quelli che sono loro, sentiamo tutto il peso delle generazioni e tutti i canali che il commercio ci lascia aperti.

I golem della comunicazione di massa che ci ripetono per centinaia di volte gli stessi jingle, le canzoni della buona notte, quelle per ballare, quelle per fare l'amore e noi lì, seduti immobili per ore dentro l'abitacolo della nostra astronave europea, le facciamo nostre, le mastichiamo e le ingoiamo finché quelle melodie, quei ritmi, quelle timbriche, faranno parte di noi, come cookies salvati selvaggiamente in uno spazio virtuale della nostra memoria.

Nessuno di noi lì, nella tangenziale, nella corsia di ingresso o di uscita, nella corsia di sorpasso o in quella di emergenza sta ballando, nessuno sta facendo l'amore, nessuno è cullato nelle braccia per addormentarsi, ma fingiamo, seguiamo le parole e fingiamo di innamorarci, di ballare, di dormire, mentre l'asfalto scorre sotto di noi.

Chilometro dopo chilometro, anno dopo anno. Le vacanze sono l'omeopatia del viaggiare, pensi di muoverti, ma stai solo esercitandoti, hai legato in vita un elastico e per quanto ti allontani dalla tua casa, ad un certo punto l'elastico ti tirerà indietro, alla tua strada, alla tua rete locale, alla tua routine, ai tuoi desideri normali, sponsorizzati, standard.

Gli anni invece passano, non sanno fingere, passano sopra l'adolescenza come nuvole in viaggio, a tratti il sole fa brillare il verde dei prati visti al finestrino, a tratti sparisce, banchi di freddo attraversano lo spazio e io mi stringo a me, nel sedile, nel caldo animale dell'abitacolo. Devo accendere l'aria condizionata per fare sparire dai vetri il vapore che i nostri corpi mandano, la nostra impronta. In me, nel corso del viaggio, albergheranno assieme la paura, l'ansia e il sentimento di essere solo un ombra. Quando, dopo essere scesi dal Preikestolen succederà quella cosa, sentiremo tutti quel rumore, e dentro di me la turbina dell'ansia inizierà a girare a mille e la consapevolezza di essere un adolescente vecchio, da abbattere. L'ombra di un adolescente passata sul mondo, come una nuvola in una delle sue piccole fasi di trasformazione, un'ombra che si aggrappa ai miti, ai leader, alla bellezza, alla tecnologia, per credere in una mia permanenza che non vedrò mai.

Dentro 'documenta', a Kassel, ci disperdiamo, ognuno segue un percorso diverso. Ad un certo punto sono appoggiato a una balaustra che guardo nel vuoto. Sotto di me ci sono gli altri visitatori, di fronte delle bandiere appese nel vuoto con delle frasi in inglese, una mi colpisce, prendo la macchina fotografica, la fermo.

“As an art student, I felt somehow like an outsider. As a mentor now, I want to do it differently from what I received and I am trying to bring the “lacks” in the contents of my teaching”.

Quanti pezzi di me ci sono in giro. Un pezzo di me che non conosco ha scritto quella bandiera. Un pezzo di me è Zeno Cosini, un pezzo di me è Arturo Bandini, che sto leggendo in viaggio, un pezzo di me è Marlow che racconta del suo.

つづく

— secondogenito — mh — hai mica una gomma da cancellare? — perché mai dovrei cancellare una gomma? — ...

— papà — dimmi terzogenita — al campo scout abbiamo avuto come ambientazione Dragon Trainer — ah carino — e il primo giorno ci hanno raccontato questa storia dei draghi che rubavano le pecore ai vikinghi e ci hanno chiesto se volevamo essere drago o vikingo, per dividerci in squadre — ah, e tu cosa hai scelto? — io ho chiesto di essere pecora — ...

[undici di sera in casa venerandi, Elettra mi scrive via telegram]

— venerandi — sì amore? — mi guarderesti dalla finestra del bagno di sopra se c'è qualcuno nel bosco dietro casa che usa la motosega — uh? — sento il rumore di qualcuno che sta usando la motosega — vado a vedere — ... — eccomi: non c'è nessuno nel bosco. Il rumore viene dall'altra parte della vallata, stanno tagliando dei rami sopra lo svincolo dell'autostrada — ah ecco — tutto normale — è più plausibile di quello che avevo pensato io — cosa avevi pensato? — un serial killer che stava facendo a pezzi un cadavere nel bosco — ...

[torno in cucina, poco dopo terzogenita scende dal piano di sopra]

— papà — dimmi terzogenita — c'è qualcosa di strano! — uh, cosa? — sta succedendo qualcosa di strano fuori di casa! non senti questo rumore? — sì, non preoccuparti. Ho già controllato, stanno facendo dei lavori sull'autostrada — ahh, ecco cosa era — torna pure a dormire! — avevo pensato fosse un serial killer con la motosega — ... — buona notte — ...

— venerandi — dimmi amore — ma cosa stanno facendo a quei poveri cani? — che cani? — i cani dei vicini. Non senti come stanno gemendo? — dunque — non li senti? è come se guaissero per qualcosa che... — non sono i cani dei vicini — ... — è un cd di musica che sto ascoltando — cristo — è un album di musica concreta — ...

Caro diario,

questa mattina mi sono svegliato e ho iniziato a costruire una palizzata con Elettra, pensavamo di metterci un sacco di tempo e invece – l'esperienza evidentemente qualcosa fa – abbiamo lavorato in maniera efficace usando a) sega circolare b) trapano punta ferro c) flessibile d) mazzuolo e scalpello e) viti autofilettanti testa a stella (che ho fortemente rivalutato) e poi abbiamo guardato la nostra opera e abbiamo detto però, però.

Tra i momenti topici, a) stavo piantando un palo di metallo di due metri e mezzo e mi è scappato il mazzuolo ma per fortuna la mia gamba ha attutito il colpo b) dopo aver finito di avvitare le viti autofilettanti mi sono guardato la mano e sembrava avessi posato la mano su una piastra rovente.

Poi sono crollato. Mi sono sdraiato sul divano con l'ebook reader a leggere “Storia Aperta” e ne ho letto un bel po' e poi sono crollato nel sonno. Mi sono risvegliato che abbracciavo l'ebook reader come fosse un peluche, mi sono fatto tenerezza da solo. Mi sono rimesso a leggere e ad un certo punto ero come Pippo, quando i cinesi gli buttano la sabbia sugli occhi, avete presente.

Alle sette avevo prenotato il campo da tennis. Elettra dice non so se ce la faccio, io guardo la mano e le dico che non so nemmeno se riesco a prendere la racchetta in mano, e quando ci diciamo queste cose in genere poi prendiamo all'improvviso e andiamo e infatti siamo andati.

Sul campo da tennis abbiamo fatto del tennis situazionista, una cosa che somiglia molto al tennis, ma difficilmente comprensibile dall'esterno, comunque è stato forte, dico “forte” perché se scrivo divertente Facebook lo fa diventare blu e se ci passi sopra appare un pollice blu, io odio Facebook, è una piattaforma che ci scrivo solo come terapia, per migliorare il mondo, ma poi smetterò prima o poi.

Comunque, nel campo di tennis c'era il manifesto dell'associazione che gestisce il campo e dietro delle scritte a pennarello, e mi sono avvicinato a leggerle ed erano scritte belle, tipo “vengo da Torriglia per giocare a tennis perché amo il tennis”, o “continuerò a giocare a tennis perché voglio vincere tutte le partite!”, o “basta con la guerra, piantatela, I <3 Ucraina” e sono rimasto lì ad osservarle come un piccolo miracolo.

Mentre giocavo mi ronzavano attorno dei piccoli moscerini suicidi, cosa che non ha migliorato molto il mio tennis, e mi sembravano gli occhi che roteavano attorno alla sacerdotessa di Diaries Of A Spaceport Janitor e quindi dopo un po' gli ho voluto anche bene ai moscerini, mi sembrava di essere in questo mercato spaziale, in un mondo reale.

Flashback: qualche giorno fa ero veramente in un mercato, lo stavo attraversando per andare dall'operatore Tre, in quanto mi avevano rubato il cellulare e andavo a chiedere la copia della sim e mi è successa questa cosa strana, che mentre ero lì che camminavo, circondato da quella massa di persone, mi sono reso conto che non ero tracciabile.

Nessun wi-fi a cercarne altri, nessun bluetooth ad annusare intorno, nessuna rete a mandare metadati al mondo, nessun gps a dire a Google dove stavo andando, nessun social da contattare o che mi potesse contattare, nemmeno nessuno a chiamarmi per telefono. Di colpo mi sono sentito scollegato dalla rete e quindi invisibile.

Ero tornato ad essere un semplice essere umano che camminava in mezzo ad altri esseri umani, solo lì, solo in quel momento, nessun log, nessun tracciamento, ero proprio io, lì, in quel momento e sarei potuto sparire, girare strada, infilarmi da qualche parte e nessuno lo avrebbe saputo. Avevo tutta la responsabilità del mio prendere spazio, della massa corporea, del tempo che passava e non mandavo segnali al mondo.

Così, in mezzo a quel mercato e in quel baccano, con quei corpi che mi scontravano o mi evitavano, ero solo per la prima volta dopo tanto tempo.

[back in time: 2011]

Figlio numero uno si è messo in testa di programmare gioca ai videogiochi e vuole farli uguali, quando camminiamo mi dice allora di cosa parliamo, di programmazione o di videogiochi e io scuoto la testa e gli dico di platform, parliamo di platform e camminiamo per strade inclinate su cui scorrono barili e fiammelle da abbattere con grossi martelli, ogni tanto mi parla del mostro di fine livello che sta ideando, mi spiega nel dettaglio come saranno i laser che ha, e di come lui sposterà il mostro di fine livello a inizio del gioco.

Io lo ascolto con amore e penso se devo cazziarlo oppure no, sono fiero del fatto che voglia programmare, ma penso che sia ancora piccolo per programmare videogiochi. Vorrei che facesse cose adatte ad un bambino, che si godesse la vita e che iniziasse con sql, che è più semplice e ti dà maggiori possibilità di lavoro, sql viene sempre utile, puoi fare di tutto con sql, forse anche videogiochi.

“Ma di cosa parla il tuo videogioco?” gli chiedo per farlo parlare un po’. Figlio numero uno sorride. Mi guarda e mi rivela che il protagonista è un prete. “Uh, un videogioco con protagonista un prete?” Figlio numero uno annuisce e sorride ancora tra sé e sé. Digrigna i denti. Non mi sembra il caso di indagare oltre. Cammino senza pensare a niente, tengo per mano figlio numero due che sgambetta senza sapere cosa dirmi. Mi ama.

Entriamo in casa, figlio numero uno sale al piano di sopra, mi chiede se può usare il computer, io gli dico di no e sento che lui accende di nascosto il suo computer e gioca o coda. Figlio numero due fissa me, poi sale di sopra, fissa figlio numero uno e poi si rannicchia in un angolo a covare il suo senso di esclusione familiare.

Io mi siedo davanti al mio powerbook e inizio a taggare, ormai non gioco più ai videogiochi, non scrivo, non faccio altro che taggare, taggare è come sbucciare le fave, come pelare le patate, tagghi e guardi lo schermo senza pensare a niente che non sia il tag stesso è una cosa di grande zennità, da ragazzo ho sempre sognato di fare una cosa per Elettra, ovvero prendere diversi pacchi di post-it e mettere su ogni cosa che c’era in casa un post-it con scritto cosa era, tipo mettere un post-it sul frigo con scritto frigo, sul tavolo con scritto tavolo, sulla finestra con scritto finestra, su ogni pentola con scritto pentola e così via fino ad arrivare al maggior dettaglio possibile e pensavo alla faccia che avrebbe fatto Elettra girando per la casa piena di post-it esplicativi e aprendo il frigo e trovando le uova con scritto ‘uovo’ su ognuna, o i piatti con scritto ‘piatto’ e avrebbe pensato che ero completamente pazzo mentre sarei stato completamente pazzo e innamorato di lei, non l’ho mai fatta questa cosa perché era più bella pensarla e scriverla qua che farla davvero e perché poi ho scoperto che taggare è esattamente questo e quindi ho convertito il mio desiderio nel taggare tutto il conoscibile, ogni singolo termine taggarlo con quelle meravigliose stanghette maggiori e minori di, come parentesi tonde su cui si andata a sbattere una palla a mille all’ora stirandole in apici solitari.

E sono lì che taggo e scende figlio numero uno è perplesso e mi dice uffa è un casino, non ci capisce. “I compiti di scuola?” chiedo. “Ma no il c++, è un casino” fa lui sbuffando. Tolgo le mani dalla tastiera. Le poso sulle sue spalle. “Figlio, hai solo nove anni. Spegni quel computer e vai fuori a sbucciarti le ginocchia sull’asfalto” “Uh, non fa male?” Scuoto la testa. “Malissimo –spiego– ma infinitamente meno del c++”

“E poi –aggiungo– è più adatto alla tua età. Io mi sono infilato pietroline preziosissime sotto la pelle saltata dei ginocchi. Se ho un ricordo della mia adolescenza sono i miei ginocchi insanguinati pieni di pietroline”. Figlio numero uno non dice niente, sguiscia via come una anguilla e torna al piano di sopra. Il demone intanto ha sentito tutto e come un’ombra scivola fuori dalla porta finestra che dà sul giardino.

Torno a taggare. E mentre taggo penso e penso che in fondo devo solo tenere duro ancora qualche anno e poi esploderà l’adolescenza. Odori, carne, ragazze, erezioni. Tutto quello che ha imparato fino ad oggi andrà alle ortiche, se ha funzionato con me funzionerà anche con lui. L’adolescenza, scoprire che l’infinito è a portata di mano e che dura molto meno di infinito. E con me era peggio. Figlio numero uno ad esempio ha degli amici. Ha una vita sociale, cose del genere.

Sorrido e taggo quando sento che mi chiama dal bagno, è la sua voce. Mi alzo, vado fino al gabinetto, apro la porta, entro. È seduto sul gabinetto. Guardo se manca la carta igienica. Non manca. Lui mi guarda mi dice papà, io vorrei, e si ferma come per pensare. Io indico la carta igienica e dico la carta igienica c’è, lui fa un gesto con la mano, come dire ‘vanitas’.

Io vorrei, riprende, che faccio un cerchio, e questo cerchio viene stampato su quattro fogli a4, al computer dico. Come potrei fare per, inizia e io faccio un gesto con la mano, come dire stop e dico, ma scusa, questa cosa deve venirti in mente mentre stai cagando? e lui fa un verso come dire, eh papà quando scappa scappa.

Io faccio due passi indietro, non rispondo, chiudo la porta del bagno e sento un rumore alle mie spalle. Mi giro lentamente e nel mezzo della stanza c’è figlio numero due che mi fissa con odio. Più in basso brilla il suo ginocchio insanguinato. Innamorato.

Vado da primogenito e gli chiedo se mi dà una mano per spostare un po' di tronchi e portare una carriolata di mattoni pieni e quello inizia a lamentarsi come lo avessi accoltellato dicendo che sta studiando, dannazione, ha gli esami, dannazione e io dico occhei occhei, faccio io, se stai studiando ci mancherebbe, occhei.

Esco fuori dalla tavernetta e sbuca terzogenita: “ecco, te stavo cercando” le dico. “Puoi aiutarmi?” Lei mi guarda, stranita. “Cosa devo fare?”. “Dovresti portare una carriolata di mattoni pieni dall'auto a casa nostra” le spiego e lei “ok” dice e prende la carriola e inizia ad andare verso la macchina.

E – niente – la scena si conclude con io che porto i tronchi e terzogenita decenne che mi segue con la carriola e la sua dozzina di mattoni pieni e io ogni tanto mi giro e la guardo e penso, un giorno mi ringrazierà, un giorno capirà la fortuna.

E poi passiamo sotto gli occhi dei vicini che la vedono e le dicono “sei forzuta eh!” e lei ride e sembra una scena di un film di Miyazaki.