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Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Predicazione su Isaia 2, 1-5

oggi il nostro testo ci porta ben 2700 anni indietro nella storia e ci rende testimoni di una visione profetica, forse una delle visioni più note e citate.

Isaia, il profeta, all’inizio del capitolo 2 ci racconta non qualcosa che è accaduto nel passato, ma qualcosa che ancora deve accadere. È un sogno? Una speranza? Una promessa? Un’utopia?

Sembra quasi un dipinto, un affresco su larga scala: un monte, dei popoli in cammino, parole che danno vita, armi che si trasformano. Un testo che ha attraversato i secoli e ancora oggi ci interroga, ci conforta, ci provoca.

1. Un popolo in cammino

Isaia dice: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e si ergerà sopra i colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Non è una processione di un solo popolo, non è un corteo nazionale o religioso. Sono tutti i popoli, le nazioni del mondo, che si mettono in cammino. Non c'è conquista, non c'è imposizione. Non c'è propaganda. C'è solo un desiderio, un bisogno: “Venite, saliamo al monte del Signore.”

Questo movimento verso Dio nasce dal basso. È come una sete collettiva, una fame condivisa. Non è solo il desiderio di spiritualità, ma la ricerca di un senso, di un orientamento, di una parola che parli davvero alla vita.

C'è un dettaglio interessante nel testo: i popoli si incoraggiano a vicenda. Si dicono l’un l’altro: “Venite!” Come quando tra amici ci si motiva a partecipare a qualcosa di importante: un incontro, un evento, una giornata speciale.

2. Una sete di ascolto

Isaia continua: “Egli ci insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri.”

Questa è forse la parte più sorprendente: i popoli non vogliono salire al monte per vedere qualcosa, per fare una foto, per avere un'esperienza spirituale, non vanno lì per turismo religioso, vanno lì, perché Vogliono ascoltare. Vogliono imparare.

Noi viviamo in un mondo pieno di parole, di opinioni, di rumore. Siamo inondati da messaggi, notifiche, pubblicità, consigli su cosa fare, come essere, cosa pensare. Ma Isaia ci mostra una scena diversa: un’umanità che fa silenzio per ascoltare Dio.

Non è semplice. Ascoltare richiede pazienza, attenzione, umiltà. È una forma di apertura, di disponibilità. E qui non si tratta di ascoltare per curiosità, ma per mettersi in cammino: “Noi cammineremo nei suoi sentieri.”

C’è un legame profondo tra ascolto e azione. Non basta sapere. Non basta sentire belle parole. Il desiderio è quello di vivere in modo nuovo, di camminare su strade diverse, più giuste, più vere, più umane.

Questo cammino non si fa da soli. Come sul sentiero di Emmaus, si cammina insieme. E talvolta, proprio nel cammino, scopriamo che Dio è accanto a noi, magari nascosto nelle parole di un compagno di viaggio, in un gesto semplice, in una parola che ci conforta.

3. Dalle armi agli aratri

Ed ecco che la visione di Isaia raggiunge il suo culmine: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci.”

Nel nostro tempo la pace sembra sempre di più un sogno, anzi un utopia. Non una pace fragile, fatta di armistizi temporanei o silenzi tesi, ma una pace vera, profonda, dove nessuno deve più avere paura dell’altro. Una pace in cui non si costruiscono più muri, ma ponti. Una pace dove non si imparano le tecniche di guerra, ma le vie della giustizia, della solidarietà, del dialogo.

Il profeta Isaia immaginava proprio questo: un mondo dove le spade sarebbero diventate aratri, le lance trasformate in falci, e nessuno avrebbe più imparato l’arte della guerra. Un mondo dove la formazione non è più alla guerra, ma alla cura della terra e delle relazioni.

Pensiamo a come sta andando il mondo:

La spesa militare globale ha superato i 2.4 trilioni di dollari all’anno. In Europa, alcuni Paesi stanno aumentando la spesa militare fino al 5 % del PIL. In Italia, per raggiungere questo obiettivo, si rischia di stanziare oltre 30 miliardi di euro per armamenti, mentre nello stesso tempo mancano fondi per scuole, ospedali, pensioni, edilizia popolare.

È paradossale: si trovano miliardi per armi, carri armati, caccia da guerra… ma per i bambini senza asilo, per i medici di base, per chi vive senza casa… spesso non c’è abbastanza. La verità è questa: ogni euro investito in armi è un euro sottratto alla vita. Ogni “sicurezza” costruita con la minaccia, si paga con meno salute, meno istruzione, meno dignità. È una questione etica, prima ancora che politica.

Perché la pace vera non è solo assenza di guerra. La pace si costruisce. Si impara. Ha un prezzo, sì, ma è un prezzo di giustizia, non di acciaio. L’etica della pace ci insegna che se depongo la spada, è per impugnare un aratro. Non per disinteresse, ma per costruire. Non per cedere, ma per seminare futuro.

In questo senso, la pace è una scelta attiva. È decidere di invertire la direzione

  • da spese militari a investimenti educativi,
  • da difesa dei privilegi a cura dei più fragili,
  • da logiche di potere a logiche di servizio.

Per questo, la Parola di Dio ci invita non solo a desiderare la pace, ma a educarci alla pace. Non si nasce pacifici: si diventa artigiani di pace. Si impara a smontare le armi.

Sì, la pace si impara. Come si impara a suonare uno strumento, a coltivare un campo, a far crescere un figlio. E la si impara insieme.

E allora, che possiamo essere artigiani di pace, nella vita, nelle parole, nei bilanci pubblici e privati, nelle scelte quotidiane, perché la pace non è utopia, ma la più grande responsabilità che abbiamo davanti a Dio e agli altri.

4. E noi, oggi?

Isaia conclude con un invito rivolto al suo popolo: “Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!” È come se dicesse: “Abbiamo visto la visione. Ora tocca a noi. Non aspettiamo. Cominciamo a camminare.” E noi? Cosa ce ne facciamo di questa visione? Come ci interpella?

Forse ci sentiamo piccoli, impotenti, disillusi. Eppure la visione di Isaia comincia con un movimento collettivo, fatto di tanti piccoli passi. Un popolo in cammino. Uomini e donne che si incoraggiano a vicenda e vedono che si possono fare dei passi concreti per cambiare il mondo e convertire le menti e le azioni.

Jens Hansen

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Utopia o reponsabilità?

Registrazione per la RAI FVG

La pace sembra sempre di più un sogno, anzi un utopia. Non una pace fragile, fatta di armistizi temporanei o silenzi tesi, ma una pace vera, profonda, dove nessuno deve più avere paura dell’altro. Una pace in cui non si costruiscono più muri, ma ponti. Una pace dove non si imparano le tecniche di guerra, ma le vie della giustizia, della solidarietà, del dialogo.

Il profeta Isaia, con il nostro testo di oggi, immaginava proprio questo: un mondo dove le spade sarebbero diventate aratri, le lance trasformate in falci, e nessuno avrebbe più imparato l’arte della guerra. Un mondo dove la formazione non è più alla guerra, ma alla cura della terra e delle relazioni.

È un’immagine potente, poetica. Ma oggi… non è irreale o surreale? Io direi che è drammaticamente attuale.

Pensiamo a come sta andando il mondo:

La spesa militare globale ha superato i 2.4 trilioni di dollari all’anno. In Europa, alcuni Paesi stanno aumentando la spesa militare fino al 5 % del PIL. In Italia, per raggiungere questo obiettivo, si rischia di stanziare oltre 30 miliardi di euro per armamenti, mentre nello stesso tempo mancano fondi per scuole, ospedali, pensioni, edilizia popolare.

È paradossale: si trovano miliardi per armi, carri armati, caccia da guerra… ma per i bambini senza asilo, per i medici di base, per chi vive senza casa… spesso non c’è abbastanza.

La verità è questa: ogni euro investito in armi è un euro sottratto alla vita. Ogni “sicurezza” costruita con la minaccia, si paga con meno salute, meno istruzione, meno dignità. È una questione etica, prima ancora che politica.

Perché la pace vera non è solo assenza di guerra. La pace si costruisce. Si impara. Ha un prezzo, sì, ma è un prezzo di giustizia, non di acciaio.

L’etica della pace ci insegna che se depongo la spada, è per impugnare un aratro. Non per disinteresse, ma per costruire. Non per cedere, ma per seminare futuro.

In questo senso, la pace è una scelta attiva. È decidere di invertire la direzione:

  • da spese militari a investimenti educativi, * da difesa dei privilegi a cura dei più fragili, * da logiche di potere a logiche di servizio.

Per questo, la Parola di Dio ci invita non solo a desiderare la pace, ma a educarci alla pace. Non si nasce pacifici: si diventa artigiani di pace. Si impara a smontare le armi.

Sì, la pace si impara. Come si impara a suonare uno strumento, a coltivare un campo, a far crescere un figlio. E la si impara insieme.

E allora, che possiamo essere artigiani di pace, nella vita, nelle parole, nei bilanci pubblici e privati, nelle scelte quotidiane, perché la pace non è utopia, ma la più grande responsabilità che abbiamo davanti a Dio e agli altri.

Jens Hansen

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Predicazione estiva sul sole e su Dio sole di giustizia

Siamo in estate. Come ogni anno, in questa stagione si parla tantissimo del tempo. C’è chi dice che fa troppo caldo. Altri vanno in vacanza e trovano solo pioggia. Qualcuno si lamenta per il troppo sole, altri per il troppo poco sole. E c’è anche chi si dispera perché non riesce ad abbronzarsi.

Poi c’è chi ha paura per il buco dell’ozono, che fa passare i raggi più pericolosi del sole… e intanto, nelle nostre città, l’ozono a volte è fin troppo, e ci fa mancare il respiro.

Insomma, in estate, tutti parlano del tempo. E, inevitabilmente, tutti parlano del sole.

Il sole è vita. Senza di lui non ci sarebbe nulla: niente piante, niente calore, niente ossigeno, niente vita. Per questo, fin dall’antichità, il sole è diventato un simbolo forte di Dio, del suo splendore, della sua forza, della sua luce. Le antiche civiltà lo avevano capito. Gli Egizi lo adoravano come Aton. I Greci lo chiamavano Helios. Gli Aztechi e gli Inca lo onoravano come una divinità. I Romani gli dedicavano feste. E la data del nostro Natale, il 25 dicembre, non cade a caso: era la festa del solstizio d’inverno, quando il sole ricomincia piano piano a vincere il buio. Anche i giapponesi lo hanno messo sulla loro bandiera: un sole rosso che sorge.

Il sole ha lasciato tracce anche nella Bibbia. E anche nella nostra fede. Per me, il sole è un’immagine concreta della grazia di Dio, che ci arriva con una generosità… sovrabbondante.

Il sole ci ricorda anche quanto siamo piccoli. Pensiamo un attimo a cosa abbiamo sopra le nostre teste:

Il sole esiste da 4 miliardi e mezzo di anni. E non è nemmeno a fine corsa: è a metà della sua vita. Ha una temperatura che va da migliaia a milioni di gradi. È una stella gigantesca: più di 100 volte il diametro della Terra. La sua luce impiega circa 8 minuti a raggiungerci.

Dentro il sole, ogni secondo, avviene un’enorme reazione: quattro atomi di idrogeno si fondono in uno di elio, e da lì nasce un’energia immensa. Pensate: in un solo secondo, il sole emette tanta energia quanta ne produrremmo con 150 milioni di centrali elettriche. Ogni secondo!

Ma sapete quanto di tutta quell’energia ci arriva davvero? Appena mezzo milionesimo. Il resto si disperde nel cosmo. Eppure, è più che sufficiente per dare vita a tutto.

Questa si chiama sovrabbondanza. Il sole dà senza misura, senza trattenere nulla. Proprio come fa Dio nella sua grazia. Dio non ci dona il minimo indispensabile. No. Ci riempie, ci circonda, ci nutre con la sua bontà e bellezza.

Quando Gesù, nel sermone sul monte, parla dell’amore verso i nemici, dice: “Dio fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti.”

È la grazia sovrabbondante. Un dono che arriva a tutti anche a chi non se lo aspetta.

Dio ci dona la vita, il creato, la forza delle mani, il respiro e i pensieri. E allora, come facciamo col sole d’estate, esponiamoci alla sua grazia. Stiamo lì, davanti a lui. Lasciamo che il suo amore ci scaldi, come i raggi sulla pelle.

Senza il sole non c’è vita. Letteralmente. La nostra pelle, grazie al sole, produce serotonina, quella sostanza che ci aiuta a non cadere nella depressione. I raggi UVB ci permettono di produrre la vitamina D. E il nostro corpo riesce ad assorbire meglio l’ossigeno.

È come guardare il volto buono di Dio, come sentire la sua grazia sulla pelle. Il sole scioglie la tristezza. Scioglie i nostri dubbi sul nostro valore, sulle nostre colpe, sulle occasioni perse.

Come il sole, anche Dio si dona. Ma non si consuma. Anzi: si ritrova nel dono. In Cristo, Dio si è dato, completamente. E non si è svuotato. Si è rivelato.

Per tanto tempo abbiamo pensato che la Terra fosse il centro dell’universo. Poi abbiamo scoperto che non lo è. Nemmeno il sole è il centro. È solo una stella, tra miliardi. Una stella grande per noi… ma piccola nel cosmo. E questo ci fa capire quanto siamo piccoli anche noi.

Sì, possiamo inventare mille cose, ma senza il sole non possiamo fare nulla. Neanche il petrolio è altro che energia solare conservata da millenni. E quando il sole ha i suoi cambiamenti, ce ne accorgiamo. Ogni undici anni circa, si formano delle macchie solari. Da lì partono vere e proprie esplosioni di energia, che influenzano il clima, i satelliti, le comunicazioni… persino il nostro umore.

Non stupisce che i popoli antichi, davanti a tanta potenza, abbiano finito per divinizzare il sole. Quando l’uomo sente di appartenere a qualcosa di più grande, di misterioso, di vitale… cerca un dio.

Ma noi, che abbiamo conosciuto il Dio della Bibbia, sappiamo che è Dio ad aver creato il sole. Il sole ci parla della grandezza di Dio, ma non è Dio. È un segno, un riflesso.

E questo Dio ha voluto donarci tutto: la luce, la vita, e anche suo Figlio, perché potessimo conoscere la sua luce più da vicino. Eppure, il sole ha anche un lato oscuro.

Nelle giornate torride, quando la temperatura supera i 40 gradi, soprattutto chi ha problemi di cuore ne soffre. Troppo sole secca, brucia, crea deserti. Conosciamo anche la questione del buco dell’ozono. Solo quello strato, sottile ma prezioso, ci protegge dalla parte distruttiva del sole.

E poi c’è una cosa che tutti sappiamo: non si può guardare il sole a occhio nudo. È troppo forte. Ci brucerebbe gli occhi.

Anche Dio ha, per così dire, un lato “oscuro. Non nel senso che sia cattivo, ma nel senso che è troppo grande per noi. La Bibbia lo chiama: santità. È un fuoco che consuma. Nessuno può avvicinarsi a Dio e restare com’era. Nella Bibbia, nel tempio di Gerusalemme, solo il sommo sacerdote poteva entrare nel luogo più sacro, e solo una volta all’anno.

Noi esseri umani, con i nostri limiti, non possiamo avvicinarci a Dio da soli. Ma è Dio che ha scelto di avvicinarsi a noi.

E lo ha fatto in Gesù di Nazaret.

Lui è la luce che brilla nelle tenebre. Ma non ci brucia. Non ci acceca. Non ci consuma. La sua luce illumina, riscalda, ama. È luce per tutti. È luce che vuole essere riflessa.

Gesù ci dice: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e rendano gloria a Dio.”

Questo è il nostro compito: riflettere la luce del sole, portarla a chi vive nel freddo, nel buio, nel dubbio. Portarla a chi pensa che Dio non esista più. Come disse il re Salomone: “Il Signore ha dichiarato che abiterà nell’oscurità.” Anche noi, a volte, ci sentiamo così. Dentro a giornate buie. In momenti in cui Dio sembra lontano, silenzioso, irraggiungibile. E allora nasce la paura. Ci manca la fiducia.

Da bambino, quando pioveva, dicevo: “Oggi non c’è il sole”. Ma il sole c’è sempre. Anche dietro le nuvole. Anche quando non lo vediamo. La sua luce passa comunque, illumina comunque.

E così è Dio: c’è sempre, anche quando non lo sentiamo. Allora portiamo questa luce. Portiamola a chi vive nel buio. A chi ha perso speranza. A chi ha smesso di credere.

Il sole è un’immagine bellissima per Dio. Ci mostra la sua grandezza, la sua luce, il suo calore. E ci ricorda che anche noi, se ci esponiamo alla sua grazia, possiamo diventare portatori della sua luce.

Jens Hansen

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Avere o essere

Predicazione su Giovanni 6,30-35

Chi di noi non ha mai provato fame? Non parlo solo di quella fisica — dello stomaco che brontola. Parlo di una fame più profonda: quella di sentirsi al sicuro, di avere un senso, di sapere che la nostra vita vale. Una fame di amore, di pace, di giustizia, di relazione vera.

Viviamo in un mondo in cui ci viene detto, fin da piccoli, che questa fame si placa possedendo: cose, titoli, sicurezze, garanzie. Ma poi, anche quando abbiamo tanto… ci accorgiamo che qualcosa manca ancora.

Il brano che abbiamo letto oggi ci parla proprio di questo:

Parla di una folla. Gente che ha camminato, alla ricerca, che ha fame. Ma non solo fame di cibo: fame di senso, di speranza, di sicurezza. Quella folla ha appena visto Gesù fare un miracolo straordinario: ha moltiplicato il pane e ha sfamato cinquemila persone. E allora lo cercano di nuovo. Ma perché? Gesù lo dice chiaramente qualche versetto prima:

«Mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato del pane e siete stati saziati» (Gv 6,26).

La gente vuole ancora quel pane. Vuole sicurezza, vuole che il miracolo si ripeta. E allora fa una domanda:

«Quale segno fai, dunque, affinché ti crediamo? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto…»

Questa richiesta è interessante. La folla paragona Gesù a Mosè. Gli dice: “Va bene, ci hai dato pane una volta. Ma Mosè ha dato la manna ogni giorno per quarant’anni. Tu che fai di più?”

Ma Gesù li corregge. Dice che non è stato Mosè a dare il pane dal cielo, ma Dio stesso. E aggiunge una cosa fondamentale:

«Il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo… Io sono il pane della vita».

1. Che pane cerchiamo?

Questa è la prima domanda che il testo ci pone: che pane cerchiamo?

Viviamo in un mondo dove siamo spinti continuamente ad avere: avere più cose, più soldi, più comfort, più tempo, più successo. Abbiamo perfino fatto del pane – cioè del necessario – un oggetto di ansia. Abbiamo paura di non avere abbastanza. Così accumuliamo, risparmiamo, ci proteggiamo. E pensiamo: “Quando avrò tutto il necessario, allora sarò tranquillo. Allora sarò felice”.

Ma Gesù ci invita a un’altra logica: quella dell’essere. Non del possesso, ma della relazione. Non del controllo, ma della fiducia.

Erich Fromm, un sociologo e psicoanalista del secolo scorso, lo spiegava con un’immagine semplice: un bicchiere blu è blu perché lascia passare il blu, non perché lo trattiene. Così anche noi siamo davvero noi stessi non per ciò che tratteniamo, ma per ciò che doniamo, che siamo, che condividiamo.

2. Avere o essere?

Fromm parla di due modi di vivere: la modalità dell’avere e quella dell’essere. La modalità dell’avere è quella del possesso: “Questa casa è mia. Questo tempo è mio. Questi soldi sono miei. E li difendo”. Ma in realtà, come dice Fromm, quello che possediamo spesso finisce per possedere noi. Viviamo nella paura di perdere ciò che abbiamo.

La modalità dell’essere, invece, è un altro stile di vita. È fatto di fiducia, di apertura, di relazione. È vivere sapendo che la vita è un dono da ricevere e da donare, non qualcosa da controllare.

Quando la folla chiede a Gesù:

«Dacci sempre di questo pane»,

non ha ancora capito bene. Pensa a un pane che si può avere, conservare, magari mettere da parte. Ma Gesù risponde con un invito radicale:

«Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete».

Non è un pane da possedere, è un pane da vivere. È una relazione. È fede. È fiducia. È essere in Cristo.

3. Un Dio che si dona

Gesù non ci offre una cosa, ci offre sé stesso. Dice: “Io sono il pane”. Si fa cibo, si fa nutrimento, si fa dono.

Come la manna nel deserto, che non poteva essere conservata per il giorno dopo, anche la fede è un pane che si riceve ogni giorno, nella fiducia. Non si mette da parte, non si gestisce. Si vive.

Il vero miracolo non è la moltiplicazione dei pani. Il vero miracolo è che Dio si dona. Si dona ogni giorno. A chi lo cerca. A chi si fida. A chi, anche nella sua fame, non cerca più cose… ma cerca Dio stesso.

4. E noi, cosa scegliamo?

Il mondo oggi ci insegna a vivere nella logica del “sempre di più”: più risorse, più denaro, più sicurezza, più controllo. Ma tutto questo non sazia davvero la fame profonda del cuore, anzi, la logica del “sempre di più” alla fine ci distrugge, distrugge il Creato e distrugge le relazioni. Non dona vita, senso, amore. La vita, il senso, l’amore non crescono sull’arido suolo dell’avere, del possedere.

Gesù ci dice: “Fermati. Vieni a me. Fidati. Io sono il pane della vita”. Non è una promessa di comodità. È una promessa di vita piena, di libertà dal bisogno di avere, per imparare a essere.

Concludo

La ricerca di un pane terreno che sazi a lungo può essere interpretata, secondo Erich Fromm, come un modo di esistere basato sull'avere: le persone sperano di diventare felici quando non devono più preoccuparsi del cibo quotidiano. Il racconto della manna contiene già una chiara critica di questo desiderio di possesso: Mosè ordina alle persone nel deserto di raccogliere solo la quantità di pane necessaria alla famiglia per un giorno (Esodo 16,16) – chi pensa di dover fare scorte, la mattina dopo si ritrova davanti a un mucchio puzzolente pieno di vermi (Esodo 16,20). Già nel racconto della manna, quindi, il modo di esistere dell'avere si contrappone al modo di esistere dell'essere, caratterizzato dal fatto che le persone si accontentano di ciò di cui hanno bisogno per un giorno e, per quanto riguarda il futuro, si affidano a Dio.

Domande finali:

Di quanta sicurezza materiale abbiamo bisogno in un mondo attualmente molto incerto? Cosa è sufficiente per vivere e cosa serve per una vita “buona” o “riuscita”? Dove cerchiamo oggi di soddisfare la nostra profonda fame di vita con il pane materiale (e altri beni materiali) che non possono placare questa fame? Chi o cosa può diventare oggi per noi il vero pane della vita? Quanta fede o fiducia in Dio è necessaria per questo?

Jens Hansen

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Registrazione per la RAI FVG

In tempi incerti e un mondo complicato, una parola ci accompagna più spesso di quanto pensiamo: “appartenenza”. Forse non la diciamo spesso, ma la sentiamo. Tutti, in fondo, abbiamo questo bisogno profondo: appartenere. A una famiglia, a un gruppo, a una comunità, a un luogo dove sentirci riconosciuti, accettate,amati. Quando questo manca, c’è la solitudine, e la solitudine pesa. Ci si può sentire fuori posto perfino in mezzo alla gente. A volte ci si può sentire stranieri nella propria casa, nella propria città, persino nella propria pelle.

Questo bisogno di appartenere non è un capriccio. È qualcosa che ci costituisce. È il segno che siamo stati creati per la relazione. Ma attenzione: l’appartenenza non è mai un privilegio da difendere. È una porta da aprire agli altri, non un muro da alzare.

Nel passo della Lettera agli Efesini che abbiamo appena ascoltato, l’autore scrive a una comunità molto varia. Alcuni venivano dal giudaismo, altri dal mondo greco-romano, con storie, abitudini e religioni diverse, in fondo si trovavano in una situazione simile alla nostra: mondi che si incontrano, culture che si intrecciano, e a volte si scontrano. Ma l’autore con il nostro versetto dice qualcosa di rivoluzionario:

“Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio.” Non siete più stranieri. Non siete più ospiti. Siete a casa. Siete famiglia.

E questo vale per tutt*. Non solo per chi era “dentro” fin dall’inizio, ma anche per chi è arrivato dopo. Non ci sono più noi e loro. Non ci sono più barriere etniche, culturali, religiose. C’è un popolo nuovo, unito non dal sangue, ma dall’amore di Dio.

Essere “membri della famiglia di Dio” non è però una condizione da difendere con gelosia. È un dono da condividere. Perché se Dio ci ha accolti quando eravamo stranieri, anche noi siamo chiamati ad accogliere lo straniero. Se Dio ci ha dato un posto nella sua casa, anche noi dobbiamo fare spazio. Lo dice la Scrittura dall’inizio alla fine:

“Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso” (Levitico 19,34).

La vera appartenenza, quella che nasce da Dio, non esclude, non separa, non seleziona. Al contrario: unisce, abbatte i muri, crea fraternità.

Oggi, in un mondo in cui si alzano di nuovo barriere e si divide il mondo in buoni e cattivi, in noi e loro, abbiamo bisogno di riscoprire questo messaggio. Perché si può appartenere a una chiesa, a una religione, a un gruppo… eppure continuare a costruire muri. Si può sentirsi “dentro”, ma trattare gli altri come “fuori”. E allora ci chiediamo: che famiglia è quella che non apre la porta ai fratelli?

Forse la fede comincia proprio da qui: non da un insieme di regole, non da un’identità da difendere, ma da una voce che dice: “Tu appartieni. E con te appartiene anche il tuo prossimo.”

Nella casa di Dio c’è posto per tutti. E chi ha conosciuto questa accoglienza… non può più vivere da buttafuori che decide chi entra e chi no, ma solo da fratello.

Jens Hansen

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Predicazione su 1 Pietro 2,2-10

Anche se la parola battesimo non compare nel testo biblico di oggi, è proprio questo il tema centrale: cosa significa vivere dopo il battesimo, cosa cambia nella nostra vita da quel momento in poi. È per questo che questo brano della prima lettera di Pietro è stato scelto per questa domenica, la settima dopo Pentecoste: è una domenica dedicata alla vita nuova che nasce dal battesimo. Immagino che quasi tutti noi qui siamo stati battezzati da bambini, magari quando avevamo solo pochi giorni o settimane di vita. Io, per esempio, avevo tre mesi esatti. Forse qualcuno è stato battezzato più tardi, da adulto. In ogni caso, quando un neonato viene battezzato, ci accorgiamo di quanto sia meravigliosa e preziosa la vita. Quel piccolo essere umano è un dono. Una madre lo ha messo al mondo, e Dio lo ama fin dall’inizio – proprio come abbiamo ascoltato anche nel Salmo 139.

E cosa fa un neonato appena nato? Ha bisogno di nutrirsi. Istintivamente sa che ha bisogno del latte. Pietro, nel nostro testo, fa proprio questo paragone: ci invita a desiderare “il latte puro e spirituale”, come fanno i neonati con il latte materno, così i credenti che stanno vivendo un nuovo inizio cercano il latte. Anche l’autore della lettera si include in questo: tutti noi abbiamo ricevuto una nuova possibilità, una vita nuova, grazie alla bontà di Dio. Dice che questa nuova vita porta con sé una speranza viva.

E da dove nasce questa speranza?

Dal fatto che Gesù è risorto dai morti. Questo cambia tutto: la morte, il male e la sofferenza non hanno l’ultima parola. Dio ha qualcosa di nuovo da dire, e questa parola è una persona: Gesù Cristo. Non solo ci parla con parole, ma con la sua vita, con il suo amore, con tutto sé stesso. Gesù è la Parola vivente di Dio.

Una nuova famiglia

Questa nuova nascita porta anche a una nuova appartenenza: non siamo più soli. Siamo parte della famiglia di Dio. E questo legame viene confermato nel battesimo. Il battesimo è come un’immersione nella morte e nella risurrezione di Gesù. Entriamo nell’acqua con lui e ne usciamo con una vita nuova. Siamo lavati da tutto ciò che ci separa da Dio e ci viene data una nuova identità.

Ora siamo parte della famiglia di Dio. Proprio come una famiglia desidera che i propri figli portino avanti il nome e i valori della casa – “essere un vero Colaianni, o un vero Silli…” – così anche noi, come battezzati, siamo chiamati a rappresentare la famiglia di Dio, insieme agli altri fratelli e sorelle nella fede.

E con questa nuova famiglia arriva anche un’eredità. Un’eredità che non si rovina, non si perde, non si consuma. È già pronta per noi, custodita in cielo.

Certo, tutto questo è bellissimo. Ma poi arriva la vita di tutti i giorni. E lì le cose si fanno più complicate. A volte ci accorgiamo che nella comunità cristiana non è tutto perfetto. Ci sono incomprensioni, conflitti, a volte anche ostilità da parte di chi guarda da fuori.

Come si fa a vivere davvero in questa nuova comunità? Come si fa a non scoraggiarsi?

Tre messaggi per una comunità viva

L’autore, nel suo testo, dà tre risposte molto chiare:

1. Abbiamo bisogno di nutrirci.

Come i bambini hanno bisogno del latte, anche noi abbiamo bisogno di crescere nella fede. E il nostro nutrimento è la Parola di Dio. La Bibbia ci parla di Gesù, delle sue parole e delle sue azioni. E anche se non capiamo tutto, possiamo cominciare a vivere quello che capiamo. Come diceva Mark Twain: “Non sono le parti della Bibbia che non capisco a darmi problemi. Sono quelle che capisco fin troppo bene.”

2. Abbiamo un fondamento solido: Gesù Cristo.

Per spiegare questo, l’autore usa l’immagine di un cantiere. Siamo come pietre vive che, insieme, costruiscono una casa spirituale. E al centro di questa costruzione c’è una pietra angolare: Gesù. Ma non è una pietra scelta dagli uomini. È stata scelta da Dio. È preziosa. Anche se molti la ignorano o la scartano, è proprio lui il fondamento su cui possiamo costruire la nostra vita. E chi si affida a lui, diventa parte viva di questa casa.

3. Abbiamo una missione: essere sacerdoti.

Tutti i battezzati sono chiamati a essere “sacerdoti”. Questo non significa indossare una veste o fare parte del clero, ma vivere ogni giorno portando nel mondo l’amore e la luce di Dio. Vuol dire raccontare con la propria vita le cose meravigliose che Dio ha fatto per noi: ci ha dato speranza, ci ha perdonato, ci ha dato una nuova possibilità. Non è solo compito dei “professionisti della fede”: è la vocazione di tutti i battezzati.

Conclusione

Oggi, in questa Domenica dedicata al battesimo, non ricordiamo solo di essere stati battezzati, ma cosa significa vivere da battezzati.

Significa:

  • Cercare ogni giorno il nostro nutrimento nella Parola viva di Dio
  • Costruire insieme una comunità solida, con Cristo come pietra angolare.
  • E vivere la nostra vocazione, portando nel mondo la luce del Vangelo, come testimoni e sacerdoti di Dio.

Jens Hansen

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Dell'assurdità dei 700 Miliardi da spendere in armi

disarmo

Per giustificare il non giustificabile, la Meloni ricorre a una citazione storpiata in latino che nella sua forma non è mai esistita, ma serve oggi per giustificare l’ingiustificabile, cioè di spendere cifre astronomiche in armi e lasciare sul lastrico sempre più persone. Già oggi Italia è il paese con tantissimi poveri assoluti, con poveri alimentari, persone che non ce la fanno a mangiare tre pasti al giorno, e con poveri di salute, persone che non fanno le analisi perché non in grado di pagare il ticket. Non sono poche, parliamo di povertà di milioni di persone che vivono in Italia. Se proprio vogliamo una citazione in latino, ecco, io preferirei citare Tacito che, nella sua opera Agricola fa dire al capo caledone (scozzese): “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, che vuol dire, “là dove fanno il deserto gli danno il nome di pace”.

E’ questa la pace di cui parla la Meloni, la pace che fa solo deserto, che distrugge, smonta, getta nella povertà milioni di cittadini e cittadine per riempire le tasche all’industria bellica dimenticando che ogni Euro speso in armi non ha ritorni positivi sull’economia, ma ogni Euro speso in welfare invece è un volano importante.

Alla Meloni e a tutti i politici, pochi esclusi come Sanchez e Conte, vorrei ricordare la parola pace nella tradizione ebraico-cristiana che è Shalom. Questa parola biblica nella lingua della Bibbia ebraica è un concetto ben diverso da quello di fare deserto. E’ un concetto di benessere globale, dove il povero (nella Bibbia la vedova, l’orfano e lo straniero) viene sostenuto, dove c’è prosperità e una giustizia, dove sono pochi poveri e ancora meno ricchi. Infatti, i profeti della Bibbia ebraica non si stancano di criticare la classe dirigente di allora quando manca proprio il welfare, il benessere. Dice infatti il profeta Isaia (Isaia 1, 23): I tuoi prìncipi sono ribelli e compagni di ladri; tutti amano i regali e corrono dietro alle ricompense; non fanno giustizia all'orfano, e la causa della vedova non giunge fino a loro.

La misura del ben governare e della pace è il welfare, il contrario di quello che vogliono gli amici e le amiche del deserto. Per questo concludo con le parole forti di un profeta recente, il teologo Juergen Moltmann che afferma, fedele al messaggio profetico di convertire le armi in strumenti di agricoltura, che “dobbiamo trasformare l'energia criminale in energia dell’amore, la guerra in pace, riscattare l’inimicizia in amicizia e le violenze mortali in forza di vita”.

Jens Hansen

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Sermone in occasione della giornata mondiale del rifugiato

Letture bibliche: Genesi 21:8-21 e Matteo 10, 24-39

Lettore: Ascoltate le parole di Claudette, una rifugiata ruandese: «Non dimenticherò mai il giorno del 12 aprile 1994, quando una granata colpì la mia casa a Kigali, in Ruanda, e quella fu la fine della vita come la conoscevo. All'epoca avevo sette anni e la mia famiglia fu costretta a disperdersi. Mia madre voleva assicurarsi che restassimo uniti come famiglia, quindi cercò ciascuno dei suoi figli per diversi giorni. Ad eccezione di una sorella, riuscì a trovarci tutti».

Care sorelle, cari fratelli,

Sono parole così concrete, così prive di sensazionalismo. Claudette aveva sette anni quando la sua casa fu bombardata – nessuna descrizione della paura o del caos. Sua madre trovò tutti i suoi figli tranne uno – nessuna parola di dolore per la perdita della sorella.

È straziante nella semplicità del racconto... nel modo in cui la tragedia viene semplicemente accettata.

In verità ci sono oltre 122 milioni di storie simili nel nostro mondo in questo momento, metà delle quali riguardano bambini.

È una realtà devastante... ma perché ne parliamo in chiesa?

Beh, per prima cosa, oggi è la Domenica mondiale dei rifugiati. È la domenica che segue il 20 giugno, Giornata mondiale dei rifugiati. La domenica in cui molte chiese e organizzazioni cristiane hanno riconosciuto l'importanza di parlare, come chiesa di Cristo, della dolorosa realtà dei rifugiati.

La Domenica dei rifugiati è rilevante per il nostro culto perché la nostra fede è rilevante per ciò che sta accadendo nel nostro mondo. E nel nostro mondo c'è una crisi dei rifugiati. Attualmente ci sono più persone sfollate a causa della guerra, della violenza e della persecuzione che in qualsiasi altro momento della storia documentata.

Ma questo non significa che il trauma vissuto dai rifugiati sia una crisi nuova e moderna. Infatti, il secondo motivo per parlare dei rifugiati in chiesa oggi è che la nostra prima lettura è, in realtà, la storia di due rifugiati: Agar e Ismaele.

È una storia difficile da predicare, perché è una storia problematica. Presenta diversi tipi di sfruttamento disumanizzante, senza molti commenti redentori:

• La schiavitù umana, per esempio;
• Il che non lascia dubbi sul fatto che Agar avesse alcuna scelta nel dare alla luce il figlio di Abramo;
• Questo prima ancora di arrivare alla profonda ingiustizia di Sara che condanna Agar e Ismaele a morte, per il semplice crimine della loro esistenza.
• E il fatto che sia Abramo, sia apparentemente anche DIO, approvano questo esilio ingiusto: la perdita della casa, dei mezzi di sussistenza e di ogni fonte di sicurezza (per quanto fossero sfruttatori).
• E, come se non bastasse, gli altri protagonisti di questo dramma si rifiutano persino di chiamare Agar con il suo nome, chiamandola invece “la schiava”, negandole essenzialmente la sua umanità individuale.

In questa storia, il padre e la madre del popolo eletto da Dio, che in precedenza avevano costretto la loro schiava a dare alla luce un figlio, decidono che questo non fa al caso loro, quindi la classificano come una non-persona verso la quale non hanno alcun obbligo e la cacciano via, mandando lei e suo figlio nel deserto con risorse del tutto inadeguate per sopravvivere. Agar e Ismaele sono rifugiati indifesi, costretti a lasciare la loro casa, trattati con totale disprezzo. È una storia brutta.

Ma è anche una storia che ci mostra il cuore di Dio per i rifugiati: un cuore che vuole sia salvare che confortare.

Il salvataggio è molto pratico, ed è importante riconoscerlo. Agar e Ismaele stanno morendo di sete e Dio mostra loro una fonte d'acqua rigenerante. Hanno un bisogno fisico disperato e Dio soddisfa quel bisogno.

Dio conforta anche, e questo è un altro punto fondamentale della storia, che la donna che era stata disumanizzata come “la schiava”, Dio la chiama per nome. Alla piccola famiglia che era stata cacciata per morire, Dio promette di farla diventare una grande nazione. Anche il nome Ismaele afferma il valore di questo bambino rifiutato ed esiliato; Ismaele significa “Dio ha ascoltato”.

Dio ha ascoltato, protetto e consolato coloro che il “popolo eletto di Dio” aveva trattato con disprezzo e crudeltà insensibile. Dio si è preso cura dei rifugiati, anche se erano al di fuori del popolo eletto.

Tuttavia, sono consapevole del pericolo insito nel riportare alla ribalta questa storia in relazione all'attuale crisi dei rifugiati. Coloro che vogliono evitare qualsiasi obbligo di risposta potrebbero scegliere di attribuire tale obbligo a Dio:

“Dio ha già agito miracolosamente in passato per salvare i rifugiati. Lasciamo che lo faccia di nuovo. Possiamo pregare affinché Dio intervenga, ma non è nostra responsabilità aiutare persone che si trovano dall'altra parte del mondo?”

Questa reazione non nasce sempre da un'indifferenza insensibile. A volte riflette il senso di impotenza che deriva dal ciclo di notizie 24 ore su 24 intriso di tragedie. Il mondo è a portata di mano, ma è così profondamente distrutto che sembra inutile cercare di apportare qualsiasi cambiamento. Cosa possiamo fare per oltre 122 milioni di sfollati?

E, cosa ancora più importante, potrebbero rappresentare una minaccia per noi. Una minaccia al nostro stile di vita, alla nostra economia o alle nostre stesse vite. Sicuramente Dio non ci chiede di metterci in pericolo...

In realtà, è proprio questo che Dio ci chiede.

«Chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.» (Matteo 10,38-39).

Il messaggio del Vangelo, dalle labbra di Gesù, proibisce il nostro istinto di autoprotezione. «I discepoli non sono superiori al maestro» (Matteo 10,24)... e il nostro maestro è andato nella tomba per salvarci.

E il regno di pace definitivo di Dio non verrà senza la metaforica spada della divisione (Matteo 10,34)... e senza respingere le voci che negano il comando radicale di Cristo di amare il prossimo come noi stessi e di riconoscere che non ci sono limiti a chi dobbiamo abbracciare come prossimo.

Questo discorso sulla perdita della nostra vita, sulla spada della divisione e sulla pratica dell'amore senza limiti pratici fa paura. Lo so. Mi spaventa pensare di perdere anche solo una delle cose che amo della mia vita, figuriamoci tutta la mia vita. Non è un insegnamento facile.

Ma c'è anche un messaggio evangelico qui:

Un commentatore ha scritto su questo passo di Matteo:

“Morire a se stessi e perdere la propria vita ci porta oltre le ansie del momento per riposare al sicuro in Dio. Ciò che muore sono le abitudini dell'individualismo, dell'avidità e dell'interesse personale... Ciò che nasce è la compassione e la libertà”.

Gesù ci chiama a una vita veramente nuova. Una vita che NON è controllata dalla paura. C'è una frase che appare sia nella storia della Genesi che nell'insegnamento di Matteo: «Non abbiate paura». Ciò non sorprende, considerando quanto spesso questo comando appare nella Bibbia. Infatti, è il comando più frequente dalla bocca di Gesù.

Sentiamo questo comando in continuazione perché è così difficile obbedire... Ma questa assenza di paura è la chiave della nuova vita. Perché non temere significa avere fiducia in Dio. Significa avere fede. Significa lasciare andare ogni senso di diritto a una vita senza lotte e trovare la libertà di vivere come Dio ci chiama, indipendentemente dalle conseguenze.

Nella nostra liturgia di apertura abbiamo confessato che l'amore costante di Dio dura per sempre. Se ci crediamo davvero, allora siamo liber* di raggiungere le persone bisognose perché non dobbiamo temere.

Non dobbiamo temere ciò che potremmo perdere quando doniamo le nostre risorse per provvedere ai bisogni pratici e fisici di chi ha perso tutto.

Non dobbiamo temere la perdita del nostro status di privilegiati quando affermiamo l'uguale valore umano di persone che sono state svalutate dal potere.

Non dobbiamo temere nemmeno la perdita delle nostre vite se qualcuno entra nel nostro Paese e ci vuole male.

Non dobbiamo temere.

Non posso promettervi che fare tutto ciò che è in nostro potere per accogliere i rifugiati non avrà conseguenze nella nostra vita. Ma sono sicuro che vivere senza paura sarà una fonte di vita – per noi e per gli altri.

Concludo:

Claudette, la ragazza con cui ho esordito, è un esempio per noi a questo proposito. Ha trascorso 12 anni come rifugiata sfollata prima che lei e la sua famiglia venissero finalmente reinsediate nel Rhode Island, grazie al lavoro del Lutheran Immigrant and Refugee Services.

Ora sta frequentando l'università e contemporaneamente ha fondato e lavora per un programma di doposcuola senza scopo di lucro per altri bambini rifugiati, per aiutarli ad avere successo a scuola.

Per vedere cosa possiamo fare noi, ecco oggi abbiamo un ospite della CSD, che ci racconterà delle sue esperienze, Marta Pacor.

E se volete sostenere la vita dei rifugiati e chiedere a Dio di avere il coraggio di rispondere alla loro situazione, vi incoraggio a pregare il nostro Dio, il cui amore costante dura per sempre.

Preghiamo: Dio che ascolti ogni lamento nel deserto e ogni preghiera nella tempesta, ascolta le grida di ogni portatore della tua immagine sfollato a causa della guerra, della violenza e della persecuzione.

Accompagnali nei loro viaggi, fornisci loro cibo, acqua, riparo e medicine e portali in un luogo di sicurezza e accoglienza.

Stimola i cuori dei tuoi figli, compreso il mio, che gode di sicurezza e abbondanza, a raggiungere con cura i rifugiati vicini e lontani. Aiutaci a riconoscere le nostre benedizioni come risorse che ci hai dato per benedire gli altri, e non come beni da accaparrare o proteggere.

trasforma coloro che esercitano la violenza e l'oppressione, affinché usino il loro potere per guarire e risanare, anziché per dividere e distruggere. Che la Tua giustizia regni in tutta la terra e che tutti i popoli della terra riflettano la Tua gloria. La gloria che conosciamo attraverso l'amore di Gesù Cristo, per il quale preghiamo.

Jens Hansen

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Predicazione su Giovanni 14, 15-19.23-27

Quando una persona leader lascia il suo incarico, spesso ci si chiede come andrà avanti senza questa persona. Chi si congeda o viene trasferito in altra seda lascia innanzitutto uno spazio vuoto, uno spazio che sarà difficile da riempire dalla persona che segue e prende il posto.

Così è nell’economia quando un imprenditore di successo lascia la guida della sua impresa, e tutti, anche i dipendenti si chiedono: che cosa sarà di noi? Ma succede anche nelle nostre chiese. Un pastore molto amato viene trasferito e lascia un vuoto. Non per caso nelle nostre chiese ben volentieri si pensa ai pastori che maggiormente hanno inciso sulla propria fede. In ogni chiesa forse esiste un Pastore con la P maiuscola, quello che più ha inciso sulla fede delle persone e sulla vita della chiesa.

Ma può anche essere nella vita privata quando muore la madre, il padre o quando si arriva a fine corsa per il matrimonio.

In tutte queste situazioni di congedo ci accorgiamo che noi non siamo facilmente sostituibili come lo sono le macchine, una si rompe, ecco, la si sostituisce con una nuova. Con noi persone, esseri umani, non funziona così, perché non se ne va solo un corpo, ma una persona con il suo carattere, con il suo modo di fare e amare.

“Come andare avanti?” è quindi una delle domande più frequenti in queste situazioni di cambio. E’ una domanda che vuole una risposta. Allora è molto importante fare in modo che le transizioni vengano organizzate in modo ordinato per aiutare a ridurre le incertezze e le paure, per dare continuità e la sensazione: si va avanti.

Anche Gesù se ne deve andare. Egli non vuole che i suoi non siano preparati a questa situazione. Si occupa del dopo. “Non vi lascerò orfani.” Già questo versetto rivela tutta la drammaticità di ciò che sta davanti a tutti: con Gesù, i discepoli e le discepole non perdono solo il loro maestro, ma la sua morte metterà in dubbio tutta la loro esistenza. Il vuoto che Gesù lascia toglierà loro il fiato. Hanno deciso di seguire Gesù, e ora lui se ne va. Perdono tutto.

Come orfani sono senza protezione, senza orientamento, senza amore. Vivranno o meglio sopravvivranno derubati di tutto ciò o meglio di colui che da un senso alla loro vita.

Ancora un po', e il mondo non mi vedrà più. Significa: non sarò più con voi! Tutto ciò che si è costruito attorno a Gesù, i miracoli, le speranze, il futuro immaginato con il loro maestro, il nuovo orizzonte, tutto, veramente tutto rischia di crollare con queste parole.

E infatti, è crollato tutto. Basti immaginare i racconti che seguono la crocifissione. I discepoli maschi scappano e tornano alla loro vita di sempre. Le donne che vanno alla tomba si spaventano. Marco infatti fa finire il suo Vangelo con le parole: non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura.

I discepoli un gregge depresso, in pieno lutto, impreparato ad affrontare il dopo Gesù.

Gesù lo sa, e per questo si rivolge ai suoi facendo loro una promessa: coloro che lo hanno seguito avranno ora a loro volta uno che li seguirà e li accompagnerà. Non dice subito il nome, non dice chi è, ma che cosa farà: consolatore. I discepoli saranno consolati, consolati per aprirsi alla vita. Gli orfani non rimarranno orfani, perché anche dopo la dipartita del loro maestro rimane ciò che per Gesù di Nazaret è la base del suo parlare e agire: l’amore di Dio per le sue creature. Anzi, ciò che Gesù è stato per i suoi, adesso lo sperimenteranno per mezzo del consolatore: sarà lui a insegnare loro e a ricordare loro tutto ciò che hanno imparato dal loro maestro.

Questa consolazione ci viene raccontata già nelle apparizioni del risorto. Tommaso non dubita più, Maria Maddalena non piange più, i discepoli di Emmaus che prima camminano a passo pesante verso Emmaus, tornano pieni di gioia a Gerusalemme, correndo.

Lo Spirito fa veramente nuovo tutto. I discepoli diventano apostoli, predicatori con parole e azioni dell’amore di Dio.

Alla fine Gesù conclude il suo discorso nel brano: Vi lascio pace; vi do la mia pace.

Solo la pace può togliere l’incertezza, le preoccupazione per la propria vita, la paura del futuro, tutte cose che fanno della vita un combattimento e ci costringono a doverci sempre giustificare davanti a tutti. La pace cambia la prospettiva della vita.

Sapersi sostenuti dall’amore di Dio porta alla pace. Lo Shalom che è veramente più del semplice tacere delle armi. Per questo Gesù distingue la sua pace dalla pace del mondo. La sua pace è la pace di cui parlano i profeti, è una vita nel campo magnetico dell’amore di Dio che fa sì che cambio io e cambia il mondo. E’ la pace dei profeti che la descrivono in parole che sembrano utopia, ma infondo sono l’essenza dell’amore:

Isaia 65:25 “Il lupo e l'agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo”, dice il SIGNORE.

Isaia 2:4 Trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra, e non impareranno più la guerra.

Ezechiele 34:25 Stabilirò con esse un patto di pace; farò sparire le bestie selvatiche dal paese; le mie pecore abiteranno al sicuro nel deserto e dormiranno nelle foreste.

La pace, lo shalom è talmente importante per i profeti che possiamo tradurla con benessere. La pace è la conseguenza della vita nell’amore di Dio. Non ci sono pochi stracchi e una moltitudine di poveri, non ci sono vedove, orfani e stranieri lasciati a se stessi, non ci sono avvoltoi che mangiano del tuo. Shalom, pace, vivere nell’amore, dell’amore e l’amore di Dio.

E’ questa pace che Gesù promette ai suoi discepoli. E’ la pace che ci ricorda che siamo a casa nell’amore di Dio. Sperimentarla e concretizzarla è un dono dello Spirito di Dio.

Lo spirito dona forza, coraggio, voglia di vivere anche contro ogni evidenza, contro ogni disperazione. E’ un consolatore proattivo che ci rende a nostra volta proattivi, perché chi vive nell’amore di Dio vuole essere un portatore e una portatrici del suo shalom e renderlo visibile nel mondo in cui spesso non c’è nemmeno quel poco di pace che Gesù ci lascia, quella pace del mondo. Lauren Daigle, la cantante degli USA di testi di fede lo dice così nel ritornello del suo canto “You say” (tu dici): Dici che sono amata quando non riesco a provare niente, dici che sono forte quando penso di essere debole, dici che c'è qualcuno che mi tiene quando sto per cadere quando non appartengo a niente, oh tu dici che sono tua. Cliccare qui per il video

Facciamoci dare questa forza, possa lo spirito abitare in noi e fare di noi dei testimoni dell’amore che sfocia nella pace e porta ad un mondo nuovo.

Jens Hansen

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Predicazione su 1 Re 8,22-24.26-28

Nota: per ragioni tecniche oggi non c'è la registrazione dell'audio.

Lontano ... lontano ... a volte Dio sembra tanto lontano, troppo lontano. Potremmo pensare che fossero i momenti difficili in cui Dio ci sembra lontano anni luce, tempi in cui Egli ci lascia soli.

Infatti, i salmi sono pieni anche dell’accusa che Dio ci lascia soli quando ci troviamo nei guai. Il Salmo 22 con il suo “Dio mio perché mi hai abbandonato?” è solo l’esempio più evidente e noto.

Ma è davvero così che sia proprio la sofferenza, la malattia, il fatto che la vita vada storta ci allontani da Dio, o meglio, ci faccia pensare che Dio fosse lontano?

A me piace pensare che non è così. Basti pensare al famoso e commovente racconto delle impronte nella sabbia dove la persona chiede a Dio: perché mi hai lasciato solo? Per farsi rispondere: non ti ho lasciato solo, ti ho portato sulle mie spalle.

Penso che il rischio di sentire Dio lontano, non lo corriamo tanto nei momenti difficili in cui sembriamo abbandonati da Dio, ma che, al contrario, lo corriamo proprio quando stiamo bene.

Non è raro che Dio per me non conta, non è presente nella vita normale di tutti i giorni, quando tutto va per il verso giusto. La sua presenza in tutto il tram tram della vita quotidiana sembra stranamente svanire, e la sua parola nelle mie orecchie, che ho sentito ancora domenica durante il culto, è a malapena nella mia memoria.

Non sono le situazioni insolite che fanno dimenticare Dio, ma l'attività quotidiana che lo fa passare in secondo piano, non perché Dio non ci sia ma perché pensiamo di non aver bisogno di lui, come se Dio servisse solo quando stiamo male.

Povera immagine del Dio, che deve intervenire solo quando sto male e la cui presenza non è percepita quando sto bene. Dio degradato a un essere supremo confezionato a mio bisogno, anziché essere Colui con cui mi relaziono e da cui mi faccio ispirare per concretizzare la sua volontà in tutti gli ambiti della vita.

Il problema è che, allontanandoci da Dio, comunque rimane in noi una sensazione strana: sembra mancare qualcosa nella vita.

Non possiamo liberarci dal nostro essere immagine e somiglianza di Dio. Dio ci ha creati così, a immagine e somiglianza. Dio ci ha creati per una relazione intima e stretta, per fare di noi i suoi vicari sulla terra. Vuole relazione, non qualche preghierina ogni tanto. Vuole esserci nella mia vita e perciò la Bibbia è un libro pieno di un Dio che per amore ci dice: “mi manchi”.

Noi, lasciando Dio nell’angolo del pompiere che deve solo intervenire quando serve, abbiamo quindi comunque questa sensazione vaga di qualcosa o qualcuno che ci manchi. E cerchiamo dappertutto per riempire in qualche modo questa sensazione, questa mancanza.

Ciò ci spinge in tutte le direzioni. Cerchiamo Dio ovunque.

Il sociologo tedesco Christoph Deutschmann per esempio lo dice chiaramente: il capitalismo è diventato una religione, perché utilizza un linguaggio di fede.

La dichiarazione di Accra del 2004 in cui le nostre chiese a livello mondiale hanno preso posizione contro il neoliberismo che schiaccia i deboli dice: “Si tratta di un’ideologia che pretende di non avere alternative (verità!), che esige un flusso senza fine di sacrifici da parte dei poveri e del creato. Avanza la falsa promessa di essere in grado di salvare il mondo per mezzo della creazione di ricchezza e prosperità, pretendendo di avere signoria sulla vita e esigendo una devozione totale, il che equivale ad una idolatria.”

Allora, come rendere presente e visibile Dio nella società?

Il Re Davide, padre del Re Salomone, si è posto questa domanda rispondendo ad essa con la costruzione del Tempio di Gerusalemme, che suo figlio Salomone è finalmente in grado di inaugurare.

Crea così un santuario centrale, che non solo diventa un luogo di pellegrinaggio, ma si ancora anche, per la sua architettura e per la sua posizione centrale, nella coscienza del popolo.

L'edificio è luogo della presenza Dio stesso, questo Dio invisibile, in mezzo alla sua gente, il Dio che non può e non vuole essere raffigurato, ecco riceve una casa che lo rende toccabile nel vero senso della parola.

Dove, se non qui, a casa sua, si può essere sicuri di incontrarlo?! Questo è anche il motivo per cui gli ebrei in esilio hanno avuto grossi problemi a mantenere la loro fede. Il Tempio distrutto ha lasciato delle ferite profonde. Si sono sentiti come se Dio si fosse ritirato e non più presente.

Anche il cristianesimo dopo i primi tempi in cui si incontrava nelle case, ha cercato di ancorare Dio ai monumenti e, di conseguenza, anche la fede cristiana. Sono state create grandi cattedrali. In realtà, ogni singolo campanile di una chiesa, per quanto piccolo, è un segno tangibile che ci fa alzare lo sguardo verso il cielo e ci ricorda che Dio ha preso casa in mezzo a noi. Ma può anche illuderci come se dovessimo cercare Dio lassù in un non meglio definito cielo e non qui sulla terra in mezzo a noi dove Dio ama stare.

Ora viviamo in un momento in cui questi stessi segni hanno perso il loro ruolo. Sempre più chiese vengono abbandonate, anzi talvolta anche abbattute. Molti dicono che così Dio stesso si allontana da noi, ma penso che ciò non sia vero. Perché Dio non lega la sua presenza ad un luogo. Allo stesso modo anche la festa dell'Ascensione può essere una metafora fraintesa: Dio è andato altrove e questo mondo è lasciato a se stesso. Dio è sopra ogni cosa e non è più raggiungibile.

Come Salomone, molti oggi chiedono: ma è proprio vero che Dio abiterà sulla terra?

In un momento in cui non siamo più disposti a costruire monumenti a Dio come Davide, dobbiamo trovare altre risposte alle domande e ai bisogni della gente. Forse non sono cosi visibili come tutte le cattedrali e le chiese, ma potrebbero essere un'opportunità per mantenere viva la fede.

In realtà, Salomone è consapevole di questa possibilità quando inaugura il Tempio di Gerusalemme. Perché sa che Dio non ha bisogno di un edificio per stare vicino all'uomo. Più delle pietre valgono le parole che Salomone esprime: Dio mio, abbi riguardo alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, ascolta il grido e la preghiera che oggi il tuo servo ti rivolge.

Forse non è un caso che L'Ascensione segua la domenica Rogate, pregate. Dove vive Dio? Una possibile risposta sarebbe: né in cielo né in terra. Vive nelle conversazioni che ho con lui.

Ed ecco, la via per rendere visibile Dio nel mondo, è renderlo visibile dagli effetti che la sua presenza fa. E’ questa la “ricetta” di successo della fede cristiana sin dagli inizi. I discepoli non hanno mai detto di aver visto la risurrezione o di credere nella risurrezione. Loro hanno apertamente parlato e concretizzato nella vita quanto il risorto ha cambiato in loro.

La loro testimonianza non era vuota, ma invitava: vedi come può cambiare la tua vita se segui il risorto come lo faccio io. Il mondo può diventare un luogo migliore.

Ascensione significa che Dio lega la sua presenza alla nostra testimonianza, a noi e a come lo rendiamo visibile. Se siamo nel mondo e del mondo Dio non si vede in noi, se siamo mondo e una spina profetica nel fianco in parole e azione, allora la gente vede Dio che opera in noi e per mezzo di noi, la gente vede la nostra relazione con Dio e vede che Dio non è relegato ai margini della nostra vita.

Jens Hansen

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