नचिकेतस्

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Ti amo, dice l'uno. Ti amo, risponde l'altro. Nel ti amo dell'uno ci sono l'odore del fieno e dell'erba appena tagliata, il tepore di certe mattine d'estate, gli occhi buoni di un cane, la pioggia sui campi vista attraverso i vetri. Nel ti amo dell'altro ci sono i mille rumori della città che si risveglia, l'emozione delle prime carezze, la soddisfazione di chi ha appena segnato un gol decisivo, il senso di potere di chi ha ottenuto quello che voleva. Ognuno ha la propria personale costellazione del bene. Eppure credono di dire la stessa cosa, quando dicono ti amo. Pensano che questa cosa così personale, l'amore, possa essere al tempo stesso un universale, qualcosa che sta oltre l'io e il tu, e che unisce l'io e il tu. Si illudono di poter comprendere il bene che l'altro ha dentro, e di poter essere compresi. Ignorano che in realtà non esiste nessun bene, che anche quella cosa così personale è una menzogna: perché non esiste un io, non esiste un tu. Ignorano che il cosiddetto io non è che la scena d'un teatro, sulla quale compaiono numerosi attori: e quello che uno dice è contraddetto dall'altro. L'uno parla dell'odore del fieno, l'altro degli occhi buoni di un cane. Il terzo entra in scena sbraitando, e dileggia i primi due. Un quarto in un angolo guarda tutti e se la ride. Ti amo, dice l'uno. Ti amo, risponde l'altro. E si prendono per mano, pronti a recitare fino in fondo la loro tragica commedia degli equivoci.

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Ascesi del disgusto. Sazi di qualsiasi cosa, non volerne più: chiudere gli occhi ad ogni ente, negarlo, svuotarlo, porlo a una distanza infinita da sé. E così l'altro. Non cercare nulla, non volere nulla, non amare nessuno, non odiare nessuno, non desiderare nessuno. Essere vuoti e muti e assenti. E: non volere sé, non amare sé, non odiare sé, non desiderare sé. Porsi a una distanza infinita da sé stessi. (Nella vita sociale: essere sgradevoli, osceni, inopportuni; suscitare imbarazzo, irritare, deludere; sottrarsi.)

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C'è qualcosa in noi — di noi — che meriti di durare in eterno, al di fuori della rabbia?

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L'umanità non sarà salvata — se sarà salvata — dall'amore, che è sempre violento. Sarà salvata dalla solitudine. Dal sapere che siamo pianeti a distanza infinita, stelle spente gli uni per gli altri. Dall'accettazione del nulla freddo e buio che è tra me e te.

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Siamo la mosca nella bottiglia. Guardiamo attraverso il vetro il mondo di là, e ci sembra divino. Ma è solo un'altra bottiglia.

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Ai cosiddetti credenti importa poco di Dio, in realtà. Se Dio non si occupasse di loro, se l'esistenza di Dio non fosse legata alla loro salvezza, alla vita eterna o alla possibilità di rendere meno minacciosa la vita quotidiana attraverso la preghiera, di Dio importerebbe loro meno che di Andromeda. Narcisismo e paura sono al fondo della fede. Immaturità spirituale. Perché ogni autentica spiritualità comincia con l'accettazione della morte.

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In ogni essere umano c'è in potenza tanto il santo quanto il criminale. Il fatto che emerga l'uno o l'altro è legato alla temperatura. A temperatura media — a temperatura ambiente, per così dire: se l'ambiente non è troppo caldo, perché spiritualmente gli esseri umani sono animali a sangue freddo — l'essere umano è mediamente buono. Per meglio dire: né buono né cattivo, esigendo tanto la bontà quanto la cattiveria una energia che la sua medietà non gli consente. Provate ora ad alzare la sua temperatura. Sottoponetelo allo stress. Dategli l'impressione di essere vittima di ingiustizia. Infliggetegli qualche sofferenza. Ecco che quell'essere umano mediamente buono si sposta gradualmente verso il polo violento di sé stesso. Provate poi a calare questo individuo stressato in un contesto ambientale (intendo: culturale) caldo — in un Paese in cui vi sia una guerra, ad esempio, e dunque la cultura del nemico — ed ecco che questo brav'uomo, questa brava donna sono pronti a qualsiasi crimine. Non credo nell'amore. È una passione calda, e prima o poi — il cristianesimo, religione calda come l'Islam, e la cui storia è una storia criminale, lo dimostra abbondantemente — si converte in odio. Credo nell'equanimità. La virtù fredda che mi consente di vedere nell'altro “un altro io diverso da me”, come diceva Rousseau.

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“Noi cerchiamo l'assoluto e troviamo sempre solo cose”, dice Sylvain Tesson (La pantera delle nevi, Sellerio)

Basta smontare le cose.

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Chi è morto non esiste più? Davvero? Lucrezio, Marco Aurelio, Seneca, Leopardi, Spinoza, Michelstaedter, Capitini erano tutti morti da tempo — qualche decennio o qualche secolo — quando sono entrati nella mia vita. Eppure ognuno di loro è stato, è presente per me. E lo è — terribile dirlo — molto più di molte persone che incontro ogni giorno. Di fatto, Leopardi esiste. Anche ora che è morto. Esiste, ed esiste in quel modo concreto che consiste nel produrre effetti. Mi dà da pensare, mi emoziona, mi aiuta, mi inquieta. Ed è lui, in modo inconfondibile. Cos'è, sopravvivere in questo modo? Che tipo di ente è un autore? Dove lo collochiamo, in un immaginario albero degli enti? Non è ciò che Capitini chiama compresenza? I suoi libri sulla compresenza non sono una compresenza in atto? Non è stato, non è, Aldo, presente accanto più del tragicomico susseguirsi di figure che m'inesistono accanto?

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Non c'è pensiero più volgare di quello della propria salvezza. {60920}

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