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Per vivere abbiamo bisogno di essere certi del nostro valore. Ma il nostro valore è affermato sempre dagli altri. Per vivere abbiamo bisogno di ottenere in qualche modo che gli altri ci diano valore. Questa è la fonte di ogni angoscia, la ragione della più profonda disperazione, il motivo per il quale, dietro la retorica dell'amore per il prossimo, cova in ognuno di noi un radicale odio per l'altro — l'odio che ogni schiavo prova per il proprio padrone. Un odio complicato, in quelli che sono più consapevoli — e dunque più sofferenti, perché qui auget scientiam auget et dolorem — dal sapere di essere essi stessi carnefici dell'altro, padroni, autori di soggettivazione sociale. È come se il nostro corpo dovesse conquistarsi di continuo, assumendo questa o quella posizione scomoda, l'ossigeno di cui ha bisogno. Potrebbe sopravvivere solo logorandosi giorno dopo giorno. E questo logoramento lento ma implacabile è la nostra vita in quanto esseri sociali — in quanto persone. Procurarsi scientemente la disapprovazione generale è un primo passo per scuotere la catena sociale. Il secondo è liberarsi dall'idea stessa di valore personale.

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Ora. Questa immagine, questa sensazione, questa voce. Un suono. Un dolore. Un piacere. La vita che si dà, ora con una carezza, ora graffiando la pelle. Ora: io che vedo questa immagine, ho questa sensazione, provo questa voce. E dietro tutto questo la mia opacità. Il tempo che passa, la vita che diventa fragile, gli anni che si accumulano e premono. Il fastidio di essere me, l'impressione di essere chiuso in un guscio da cui non posso sfuggire. Qualunque cosa accada, accade a me, e questo rende miserabile qualunque cosa. Miserabile e dolorosa. Basterebbe lasciar accadere l'ora. L'immagine, la sensazione, la voce. Ognuna per sé, così come si presenta. Senza giudizio, senza opacità. Non l'occhio che guarda l'immagine, ma l'immagine che è nell'occhio. Bisognerebbe lasciarsi squarciare dal mondo. Essere io è soffrire. Quale oscura dannazione ci spinge a dire di continuo io?

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Gli altri, in quanto tali, possono offenderci, umiliarci, straziarci, torturarci, perfino ucciderci. Ne hanno il diritto: sono altri, li abita la negazione. Quello che non hanno il diritto di farci è amarci.

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L'io è uno scibbolet, ridicolo e fragile come tutto ciò che è sociale — a story told by an idiot. Quello che sono è un caos che non genera alcuna stella danzante. Un sussurro che cerca di farsi silenzio.

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Alla fine dei nostri giorni ci verrà chiesto chi siamo. E noi, per dolorosa abitudine, balbetteremo qualche parola sulla nostra situazione sociale. E una risata ci seppellirà per sempre. Potremmo essere eterni, se non fossimo sociali.

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Messosi alla ricerca del fondamento, della ragione, dell'essenza, l'essere non trova che la sua identità con il non essere. Il divenire stesso è illusorio: nulla diviene, e non perché esista un essere parmenideo, inalterabile ed eterno, ma perché nulla esiste, nulla accade — nessuno degli enti è ente, nessuna delle cose è cosa, e lo sguardo stesso è cieco. La logica hegeliana è la versione occidentale del paṭicca samuppāda. Il circolo vizioso dell'ignoranza, senza alcuna speranza di un risveglio qualsiasi, perché ogni dialettica è frutto dell'ignoranza.

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Uno. Il mondo così come lo vediamo non è che illusione. O meglio: una interpretazione dovuta alla imperfezione dei nostri sensi. Le cose non esistono. La materia è fatta per lo più di vuoto. Due. Il nostro io non è nulla di sostanziale. Ciò con cui ci identifichiamo non è che un modo particolare di funzionare del nostro cervello. Ne esistono altri, che si manifestano sia durante il giorno che, in modo prevalente, durante la notte. Tre. La nostra posizione nell'universo non è affatto diversa da quella di un acaro o di un batterio. Quattro. Non esiste nessuno, tra i nostri simili, che possa davvero comprenderci. Cinque. Perché in fondo nemmeno noi stessi possiamo comprenderci. Il cammino di comprensione di sé è un eterno smarrirsi in infiniti labirinti, fino a quando si acquista la consapevolezza che noi stessi siamo labirinto.

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La filosofia ha compiuto tutto ciò che era da compiere tra il Cinquecento e il Settecento. Si trattava di rovesciare la visione del senso comune. Di abbattere teoreticamente tre convinzioni: l'esistenza della cosa, l'esistenza di Dio, l'esistenza del soggetto. Queste tre dissoluzioni sono già complete a fine Settecento; e Nietzsche e Sartre non sono che epigoni. Tutto ciò che nel pensiero contemporaneo va nella direzione della ricostituzione del triangolo del senso comune – appunto Dio, soggetto, cosa – non è che antifilosofia. Queste tre dissoluzioni sono ora affare della scienza. Non Dio – che è morto e sepolto da tempo, e la cui confutazione non è più necessaria – , ma la sostanza e il soggetto. La prima spetta alla fisica, la seconda alle neuroscienze. Che resta della filosofia dopo la morte della filosofia? Interrogarsi sul senso di un mondo senza cose e senza soggetti.

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Siamo su una lastra di vetro. Su di noi un'altra lastra. Lontana. Che pian piano si avvicina. E sappiamo che verrà il momento in cui ci schiaccerà. Giorno dopo giorno osserviamo la lastra avvicinarsi sempre più. Inesorabilmente. Questa immagine, in Solenoide di Mircea Cărtărescu, riconduce meglio di qualsiasi altra la condizione umana alla sua nudità. La lastra su cui siamo è quotidianamente popolata di mille cose, che ci tolgono la vista della lastra superiore e del suo abbassarsi implacabile; ma, appena la distrazione cede — al mattino, ad esempio, in quell'attimo che precede il risveglio pieno — la tragicità della nostra condizione è evidente e disperante esattamente come in quella immagine. Su una lastra, esposti allo schiacciamento, che faremo? Impazzire è la cosa più probabile. E infatti, per lo più impazziamo. Trasformiamo completamente il mondo con le nostre allucinazioni. Ci inventiamo Dio, l'anima, la vita eterna. E mille altre assurdità, che fanno pullulare di immagini la semplice lastra su cui siamo. E mentre la lastra ci schiaccia, abbiamo la mente tutta volta a quelle allucinazioni. Moriamo invocando quelle care immagini, sempre più lontane, sempre più sbiadite. Oppure. Oppure possiamo celebrare la sensazione. Qualsiasi. Il respiro qui ed ora. Il mal di testa qui ed ora. L'angoscia qui ed ora. Lo scricchiolio delle vertebre schiacciate dalla lastra che casca su di noi. Ogni singola sensazione, liberata dalla distinzione tra piacere e dolore, celebrata come unica divinità. La voluttà del dolore non è minore della voluttà del piacere. E la voluttà maggiore, come sappiamo bene — lo sappiamo ogni volta che ci addormentiamo — è quella di passare dal mondo delle sensazioni al non mondo dell'incoscienza.

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Il mondo ci sta intorno come una sabbia mobile. Ci tocca, ci stringe. Ci inghiotte, inesorabilmente. Non ci lascia respirare. In ogni istante qualcosa ci tira, ci esige, ci spinge presso sé, lontano da noi stessi. O: ci colpisce. Uno, due, tre. E ancora, ancora, ancora. Cerchi di proteggerti come puoi. E se ci fosse — pensi — qualcosa dentro di me di inattingibile? Se ci fosse un me profondo, che questa sabbia mobile non può toccare? Ed allora ti scindi da te stesso: e nasce l'anima. Il tuo me al riparo dall'offesa della vita. Ma pensi, pure: e se ci fosse oltre la sabbia mobile un altro che nulla tocca, stringe, inghiotte? Se ci fosse oltre la nebbia e il buio un chiarore inattingibile? Se ci fosse un respiro oltre la soglia dell'orrore? Decidi che dev'esserci. Ed è allora che nasce dio. L'altro al riparo dall'offesa della vita.

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