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blog di antonio vigilante

Il mondo ci sta intorno come una sabbia mobile. Ci tocca, ci stringe. Ci inghiotte, inesorabilmente. Non ci lascia respirare. In ogni istante qualcosa ci tira, ci esige, ci spinge presso sé, lontano da noi stessi. O: ci colpisce. Uno, due, tre. E ancora, ancora, ancora. Cerchi di proteggerti come puoi. E se ci fosse — pensi — qualcosa dentro di me di inattingibile? Se ci fosse un me profondo, che questa sabbia mobile non può toccare? Ed allora ti scindi da te stesso: e nasce l'anima. Il tuo me al riparo dall'offesa della vita. Ma pensi, pure: e se ci fosse oltre la sabbia mobile un altro che nulla tocca, stringe, inghiotte? Se ci fosse oltre la nebbia e il buio un chiarore inattingibile? Se ci fosse un respiro oltre la soglia dell'orrore? Decidi che dev'esserci. Ed è allora che nasce dio. L'altro al riparo dall'offesa della vita.

#loingpres

L'assurdo che siamo è nell'essere circondati da ogni lato dal nulla. Dal nulla veniamo, nel nulla andiamo. Il vuoto ci tiene in un abbraccio costante. E ne abbiamo orrore. Abbiamo orrore del nostro essere gettati, per dirla con Heidegger. A farci orrore è la morte, e lo sappiamo. Ma a farci orrore è anche la nascita. Il vuoto che era prima di noi. In non essere da cui proveniamo, non sappiamo come, non sappiamo perché. Per colmare questo vuoto creiamo Dio. Che è eterno: non ha un nulla da cui proviene, non c'è un nulla in cui finisce. Ma Dio, non diversamente da noi, non sa perché esiste. E', semplicemente, esattamente come siamo noi. La differenza è che lo stupore doloroso che ci attraversa in lui è da sempre e sarà per sempre. Dio è l'essere assolutamente irredimibile, il punto di domanda eterno. Per alleviare di poco la nostra infelicità, creiamo un ente infinitamente infelice.

#loingpres

Il mio cuore è il nulla. Non sono quello che sono stato, non sarò quello che sono. Il non mi costituisce. Non è esatto dire che mi nego. Non c'è nessuna volontà: la negazione piuttosto mi costituisce. Non posso essere che negandomi. Uccidendo di continuo quello che sono. Non essendo di continuo quello che sono. E illudendomi di poter essere altro da quella negazione. Il mio cuore è il nulla. Cos'altro, altrimenti? C'è qualcosa, in me, che possa dire io? C'è un centro, un punto, un'essenza che possa identificare con me – con il mio me più proprio, intimo, certo? Qualsiasi viaggio alla ricerca di me stesso conduce ad una fuga all'indietro infinita. Ad un infinito togliere. Non c'è nessun volto dietro la maschera. Eripitur persona ac manet nihil. Il mio cuore è nulla. La consapevolezza di questo nulla suscita orrore nel senso più autentico: un brivido ci percorre. Ma l'orrore può essere attraversato, e questo attraversamento è gioia.

#loingpres

Come tutte le religioni, il cristianesimo ha in sé tanto i semi della violenza quanto quelli della nonviolenza. A far la differenza è il modo in cui si concepisce la figura del Diavolo. Che è, come si legge nel Vangelo di Giovanni, il “principe di questo mondo” (ὁ τοῦ κόσμου τούτου ἄρχων) (Giovanni, 14, 30). La lectio facilior di questo ed altri testi è che il Diavolo governa effettivamente il mondo, la realtà secolare, sicché tutti i governanti non ne sono che espressione. La stessa morte di Cristo si concilia con un simile interpretazione: Dio sacrifica il Figlio mettendolo nelle mani del suo Nemico, e in concreto dei poteri terreni che lo condannano. Ed è una interpretazione che era confermata, per i primi cristiani, dalle persecuzioni subite dal potere romano. Ma con una simile interpretazione il cristianesimo non avrebbe fatto molta strada. Una religione si diffonde solo se intercetta il potere e viene a patti con esso. Il cristianesimo è passato dalla condizione di religione perseguitata a quella di religione perseguitante – e perseguitante con una ferocia devastante – grazie ad una serie di accomodamenti di cui si è incaricato Paolo di Tarso. I poteri sono stabiliti da Dio, e ognuno è tenuto a sottomettervisi. “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite.

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Durante la nostra giornata attraversiamo spazi pubblici e luoghi privati. E' spazio pubblico la strada, è pubblico il parco, sono pubbliche le piazze. Sono spazi privati quelli che richiedono un biglietto d'accesso, o una tessera, o l'appartenenza a un gruppo o un atto di proprietà. Diamo per scontato che la nostra vita quotidiana debba avvenire anche in spazi privati. Nessuno pretende di entrare al cinema senza pagare il biglietto. Il problema però è l'equilibrio tra spazi pubblici, comuni, e spazi privati. Gli spazi comuni sono, in quanto tali, spazi che non generano ricchezza privata. Nessuno trae guadagno dalla frequentazione di una piazza o dall'occupazione di una panchina. In quanto tale, lo spazio pubblico e comune, in mancanza di una adeguata azione di resistenza, è destinato ad essere residuale. La logica stessa del capitalismo, che è quella della mercificazione totale dell'esistente, lo esige. Ed accade così che la semplice occupazione di una piazza, di una scalinata, di una panchina vengano combattute, apparentemente in mode della lotta al degrado. Di fatto, si trasformano le piazze e le strade da luoghi pubblici in spazi privati e commerciali, che è possibile fruire solo se si acquista qualcosa (sia pure solo un aperitivo al bar che ha i tavolini nella piazza).

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Se io mettessi una pietra sull'altra, un giorno dopo l'altro, avrei dieci pietre, e poi venti, e poi cento, e poi una piccola montagna, o un muro, davanti a me: a dirmi che ho messo pietre. Ma io non ho pietre. I giorni passano e non ho pietre da sistemare l'una sull'altra. Cosa mi dice che ieri ho vissuto? Dove sono le pietre di ieri? Sono i ricordi, credo. Le persone mettono un ricordo sull'altro per sapere che hanno vissuto, per riconoscere e segnare il cammino che hanno fatto. Ma io non so ricordare. Non so sistemare i ricordi-pietra. Mi sfuggono di mano. Non so dove finiscono: non so dove finisco io. Credo che per molti conti anche quella che chiamano posizione. Qualcosa che dà loro il senso di essere giunti da qualche parte. Il lavoro, il matrimonio, i figli. Lo status, il denaro. Ma tutto questo mi è estraneo. Mi scivola addosso, non fa presa su di me. Sono spettatore partecipante, ma pur sempre spettatore. Cos'è, che ho vissuto? Quando sono nato? Quanti anni ho? Che ho fatto? Quale è il mio cammino? Non lo so. Procedo staccandomi di continuo da me stesso, e sono sempre l'ultimo pezzo di me, appena nato: e così stupito, apprendo di dover già morire: o quasi.

#loingpres

Policrate accusava Socrate, oltre che di essere stato il maestro di due criminali come Crizia e Alcibiade, di aver sostenuto che “era insensato eleggere con sorteggio i governanti della città, quando nessuno vorrebbe servirsi di un pilota scelto con sorteggio, né di un costruttore, né di un flautista, né di alcuno scelto per un'attività di questo tipo nella quale gli sbagli producono danni molto minori di quelli commessi nella guida dello Stato” (Senofonte, Memorabili, Libri I, 2). Socrate sarebbe stato, dunque, il primo teorico della meritocrazia. O, se si preferisce, il più confuciano dei filosofi occidentali. Perché, come è noto, nell'ottica confuciana non è l'elezione a legittimare il potere, ma il merito personale, sancito poi dal decreto celeste, che si esprime però attraverso il popolo. La garanzia consiste nel fatto che quando uno stato è governato male, il popolo di ribella, e ciò dimostra che il governante ha perso il tian ming, il decreto celeste. Probabilmente la crisi della nostra democrazia – che è sotto gli occhi di tutti, e in particolare in Italia, un paese in cui il metodo democratico ha portato al potere una successione impressionante di soggetti inadeguati, a voler essere buoni – renderà sempre più suggestiva l'alternativa meritocratica (si pensi a Il modello Cina di Daniel Bell). C'è una terza via? Qualche riga dopo il passo citato, Senofonte difende Socrate dall'accusa di far diventare violenti i giovani, con simili ragionamenti. E lo difende osservando che ragionamento e violenza sono incompatibili. “Perciò l'essere violenti non è proprio di chi esercita il ragionamento; di coloro che hanno forza senza intelligenza proprio invece compiere azioni di questo genere.” L'unica via per salvare la nostra democrazia è qui: opporre il ragionamento alla violenza. Diffondere socraticamente la pratica del ragionamento nella società. Lavorare per creare una società razionale e ragionante. Ma è un'impresa disperata, perché tutto va nella direzione opposta.

#filosofia

Uno degli errori più frequenti nell'analisi della società attuale consiste nel considerarla una società individualistica — magari con la formula ossimorica dell'individualismo di massa. Nelle condizioni attuali un individuo è ben lontano dal nascere. Il soggetto attuale è un acquirente, un consumatore, un fruitore di servizi. La sua caratteristica principale è di essere desiderante. Ma il desiderio, come ha ben visto Girard, è mimetico. Una cosa è desiderabile nella misura in cui la desidera l'altro. Se il desiderio è l'essenza di questo soggetto, si può ben dire che l'alterità sia insita nella sua stessa essenza. Il presunto individuo-atomo è invece un soggetto in ostaggio dell'altro. Che il desiderio mimetico generi conflittualità è vero, ma non cambia la sostanza delle cose. Desiderare una cosa mi spinge a entrare in concorrenza con gli altri, ma mai desidererei quella cosa se non fosse desiderata dagli altri. (Non leggiamo il giornale di ieri, osservava da qualche parte Gabriel Tarde, non perché le notizie di ieri non siano più attuali, ma perché sappiamo che mentre lo stiamo leggendo non ci sono altri che stanno facendo la stessa cosa.) C'è un essere-con essenziale, che precede e fonda l'essere-contro. Ciò che caratterizza il nostro tempo è anzi proprio l'onnipresenza dell'altro.

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Un giorno moriremo. E dopo l'ultimo respiro ci ritroveremo coscienti. Ma ciechi. Sordi. Muti. Senza alcun contatto. Non sentiremo, non saremo alcun corpo. Nessuna alterità. Ci chiederemo dove siamo, ma non avremo alcuna possibilità di chiederlo ad altri. Solo buio, silenzio e angoscia. Non vi saranno il giorno e la notte, il prima e il dopo, il qui e l'altrove. Saremo pura coscienza del nulla. In eterno. Non può essere, dici. Sarebbe troppo crudele. Non può finire così. Ma di fatto, vedi, tutto può essere, e questo incubo è certo più concreto e possibile del paradiso dei cristiani. Già questo mondo è talmente crudele che quando ce lo raccontavano, prima di nascere, protestavamo: no, non può essere, non può finire cosi.

#loingpres

Ho davanti a me un ciottolo. Io sono io, il ciottolo è altro da me. E se dicessi che io sono anche questo ciottolo? Diresti che non è possibile, perché se così fosse dovrei sentire quel ciottolo esattamente come sento la mia mano o il mio piede. Ma io sono tante altre cose che non sento. Io non sento, a dire il vero, quasi tutto ciò che costituisce il mio corpo. Non sento le fibre dei miei muscoli, se non quando decido di muoverli; soprattutto, non sento le cellule, che pure sono me, non sento le molecole, non sento gli atomi. Una delle cellule che mi costituiscono non mi è meno estranea di questo ciottolo che è ora di fronte a me. Dirai ancora che c'è una differenza decisiva: la cellula, di cui non sono consapevole, è tuttavia dentro di me, mentre il ciottolo è fuori di me. E si intende: fuori da quel confine del mio corpo che è la mia pelle. Ma questa distinzione tra dentro e fuori è un fatto naturale o culturale? Non possiamo immaginare un essere umano che avverta la pelle come porta e non come confine? Come passaggio tra un dentro e un fuori che sono tuttavia entrambi dentro qualcosa di più grande? Non è solo per un pregiudizio culturale che diciamo di non essere questo ciottolo?

स य एषोऽणिमैतदात्म्यमिदꣳ सर्वं तत्सत्यꣳ स आत्मा तत्त्वमसि श्वेतकेतो इति भूय एव मा भगवान्विज्ञापयत्विति तथा सोम्येति होवाच ॥

#loingpres