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blog di antonio vigilante

L'ateismo non nega che esista qualsiasi Dio. Nessuno può negare l'esistenza di Dio se lo si concepisce spinozianamente come la natura o l'universo. L'ateismo nega il Dio persona, creatore e salvatore dell'uomo, ossia il Dio dei monoteismi. Ugualmente, lo scetticismo non nega qualsiasi verità. Nega il Discorso su cui si fonda la civiltà occidentale: che esistono cose, che le cose si compongono in un mondo, e che questo mondo ha una origine e una destinazione. A questo testo ontologico corrisponde il testo grammaticale: la parola corrisponde alla cosa, solida e certa. Il vero fondamento dello scetticismo di Pirrone è la negazione che la cosa sia cosa. Dall'India Pirrone riporta questo dubbio: non è possibile dire le cose, perché le cose né sono, né non sono, né sono né non sono (formula tipica della meontologia buddhista). Le cose sono fragili, e fragili sono le parole con le quali tentiamo di dire le cose. Il Discorso è il delirio di un pazzo. O di un ignorante. Questo è dunque scetticismo: negare la cosa e il nesso tra la cosa e la parola.

#filosofia

Il Buddha avrebbe disapprovato per più ragioni il pensiero di Schopenhauer; prima fra tutte, per la metafisica del Wille. Il Buddha resta sempre sul piano pragmatico: c'è la sofferenza, la sofferenza nasce dal desiderio, il desiderio nasce dall'ignoranza. Qualsiasi questione metafisica è inopportuna. Pensare che esista un Dio, un Essere o un Qualsiasi-altro non aggiunge nulla al lavoro per la liberazione, e rischia di togliere molto: perché questo fondamento metafisico, qualunque sia, diventa nuova fonte di attaccamento. Schopenhauer compie dunque una operazione occidentale sul tema buddhista — ma più generalmente indiano — della liberazione dalla sofferenza. Sposta l'origine della sofferenza su un piano metafisico. Ma fa anche una cosa profondamente innovativa: fa di questo fondamento metafisico della nostra sofferenza un Principio dal quale allontanarsi. L'etica del Mitleid è un etica dell'allontanamento. Operare il bene non è più, come in tutta la tradizione occidentale, aderire all'essere e al suo fondamento, ma allontanarsene: in qualche modo, ribellarsi. (Una operazione simile è compiuta in modi diversi, nel pensiero italiano, da Ferdinando Tartaglia e dall'empietismo di Manlio Sgalambro). Ma se Wille è l'essenza del reale, il noumeno, non bisognerà aderirvi, piuttosto che allontanarsene? Non è un atto di vigliaccheria e debolezza, più che di ribellione, allontanarsi dal Wille? Non è allontanarsi dalla vita? Ed ecco Nietzsche, con il suo essere al di là del bene e del male. Ecco la sua pretesa trasmutazione di tutti i valori. Che in realtà fa un passo indietro rispetto a Schopenhauer, e che si inserisce pienamente nella tradizione occidentale. L'agire di Nietzsche è al di là del bene e del male perché la realtà è al di là del bene e del male. C'è ancora una fondazione metafisica dell'etica, benché si tratti di un'etica che intende porsi oltre e contro i valori occidentali.

#buddhismo

È responsabilità di don Milani aver introdotto nel dibattito pedagogico l'infelicissima metafora dell'“ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Infelice, tra le altre cose, perché un ospedale ha in primo luogo il dovere di non dimettere chi è ancora malato: e l'equivalente scolastico di questa non dimissione è esattamente la bocciatura. Ma soprattutto diverso è il rapporto tra medico e paziente e tra docente e studente. Un chirurgo può addormentare il paziente, aprirgli il petto, sistemargli il cuore e richiudere. Se è stato bravo, il paziente guarirà. Non gli si chiede se non di lasciar fare al medico e di dare un consenso iniziale all'operazione. Il docente ha bisogno invece di una continua collaborazione dello studente. L'operazione dell'apprendimento è comune. Nonostante il lessico scolastico tenda alla passivizzazione, uno studente non è un paziente. Insegnare è una cosa che non si può fare senza chiedere permesso. Di continuo. Non basta un consenso preliminare. L'intervento di chi insegna è non meno invasivo di quello di un chirurgo che apra il petto. Si tratta di operare trasformazioni profonde; di cambiare ben più del corpo. Ritenere che questa operazione così invasiva si possa fare senza un costante consenso, che si possa perfino imporre con la minaccia, è una delle tante espressioni del delirio del potere. Riteniamo, ed a ragione, che nessuno possa toccare parti sensibili del corpo altrui senza il suo consenso. E farlo è molestia sessuale. Riteniamo però al tempo stesso che alcuni abbiano il diritto di entrare senza permesso — spesso sbraitando, minacciando, blandendo, ricattando — nell'interiorità altrui. Bisognerebbe cominciare parlare di molestie pedagogiche, e perseguirle come si perseguono le molestie sessuali.

#scuola

Non c'è nulla che renda tollerabile la vita più della stima degli altri. Gli anni passano, le occhiaie si fanno pesanti, il corpo tutto diventa fragile, i ricordi sempre più lontani: il passato come una nebbia, il futuro una voragine. Ma pure siamo qui, ben piantati, sicuri di noi stessi: perché la stima ci circonda. Siamo qualcuno per gli altri. E' quella cosa che Carlo chiamava rettorica. Quando ero adolescente ero circondato da una disistima così profonda, che nemmeno sentivo di esistere. Ero un essere infinitamente umiliabile. Un nulla sociale, in quanto adolescente, in quanto adolescente proletario, in quanto adolescente proletario con idee strane per la testa. Uno con al collo un cartello che diceva “Sputatemi addosso”. E chi passava ne approfittava generosamente. Ho passato i successivi decenni a riflettere su quelle umiliazioni. Sono diventato comunista, poi anarchico. Ho odiato profondamente una società nella quale è possibile che qualcuno sia infinitamente umiliabile. Poi ho cominciato a sentirmi stimato. La rabbia s'è sfumata. S'è alzata, appunto, la nebbia. Quell'adolescente è un altro. Un me diverso da me, perduto nel suo labirinto degli anni Ottanta. Ma sapeva una cosa, quel mio me distante. Quello che ha saputo, ancora, Carlo. Che per un singolare caso, l'essere infinitamente umiliabile, spinto ai margini, nudo di sguardi apre una porta interiore dietro la quale c'è una infinita pienezza.

#loingpres

Se tentassi un bilancio etico, per così dire, dovrei ammettere di aver fatto più male che bene. Non intenzionalmente: per ruvidezza, goffaggine, scarsa chiarezza con me stesso, scarsa capacità di comprendere l'altro, distrazione. Mi rendo conto, soprattutto, di aver probabilmente fatto più male alle persone cui più volevo bene, e alle quali avrei voluto dare il meglio di me. In qualche caso renderle addirittura felici. Ora penso che si debba piuttosto cercare di non fare il male. Dire all'altro: guardami, sono qui, sono un essere umano in difficoltà come tutti, ho una fottuta paura di morire, di invecchiare, di ammalarmi, ho un passato pieno di cose che fanno male e un futuro incerto, sono esposto a ogni impurità psicologica, mi ammalo di rabbia di tristezza di indolenza di noia, sono spesso confuso, il corpo mi fa male e mi sottrae ogni energia, a volte ho voglia di passare la frontiera, e per tutte queste ragioni non sono sicuro di riuscire a farti del bene; ma so con certezza che non voglio farti alcun male.

#loingpres

Il capitalismo ha profonde radici nel nostro inconscio — o meglio, nella parte più antica, animale del nostro cervello. Per millenni la nostra specie ha dovuto combattere con la scarsità di cibo e di beni. È stata tormentata dallo spettro della fame, dal terrore della morte per inedia. Il capitalismo abolisce la scarsità, inaugura il regno dell'abbondanza. Esso è la realizzazione di quel regno della disponibilità assoluta la cui prefigurazione onirico-poetica è in quel sonetto in cui Dante sogna d'essere con i suoi amici e le donne amate “in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio”, senza alcun impedimento. È il sogno di un mondo da cui sia stata bandita qualsiasi negatività, in cui un desiderio si realizzi senza mediazioni, il cui il volere sia senz'altro realtà. Nella società dei consumi il volere si realizza prima ancora di essere espresso. La disponibilità di beni è tale da anticipare il desiderio. E la tecnica guida la specie verso la facilità assoluta: davvero il mondo è una nave che va secondo il nostro desiderio. La vista — anche la sola vista — dell'abbondanza di beni suscita un immediato senso di benessere e di rassicurazione. Può essere, naturalmente, che non si abbiano i soldi per acquistare tutti quei beni, che si sia esclusi dalla festa del benessere. Ma intanto si vive circondati da ogni bene. Il povero in una società capitalista è come l'ateo in una società nella quale la rassicurazione — in modo infinitamente meno efficace — sia affidata alla fede. Se non crede, è colpa sua. Basta che si converta per essere redento.

#anarchismo

L'arrogante, sfacciato paradosso del cattolicesimo è ritenere che Gesù sia morto sulla croce per dar vita ad una istituzione, la Chiesa, che è una perfetta riproduzione — anzi: una riproduzione perfino peggiore dell'originale — di quel farisaismo che ha combattuto per tutta la vita. “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati 'rabbi' dalla gente” (Matteo 23, 4-7). Non è forse del penoso e ipocrita rigorismo cattolico che sta parlando? Non attacca la doppia morale dei cattolici, sempre pronti a condannare gli altri e ad assolvere sé stessi? Non è del fasto disgustoso delle gerarchie ecclesiastiche, degli abiti eleganti e costosi, degli onori richiesti e spesso imposti, delle pagliacciate che offendono l'umano senso di giustizia come il bacio dell'anello eccetera? Non parla del legame tra potere ecclesiastico e potere civile, della presenza di prelati in tutte le cerimonie pubbliche, del monsignore sempre in prima fila? E quando, poco oltre, dice: “E non chiamate 'padre' nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste” (Matteo, 23, 9), davvero è possibile credere senza malafede, senza offendere sfacciatamente la verità, che abbia detto queste parole volendo al tempo stesso creare una istituzione apertamente farisaica il cui capo si fa chiamare papa, ossia padre? Sento già la risposta dei cattolici. La Chiesa, dicono, è una istituzione umana. E delle miserie umane occorre avere comprensione. Ma anche il farisaismo era una istituzione umana. Anche nei confronti del farisaismo bisognava avere comprensione. Ma Gesù non ne ebbe alcuna. Lo attaccò come si attacca il male. Come si attacca una istituzione che deve morire, perché non può venirne nulla di buono. La attacca perché un sale insipido (Matteo 9, 50) va gettato via.

#cattolicume

Il capitalismo fa dell'uomo un consumatore. Acquistare, consumare, acquistare di nuovo, e di nuovo consumare, all'infinito, è l'atto antropologico più significativo dell'homo sapiens nell'era del capitalismo. Le radici di questa passione consumistica — nel duplice semplice del termine: come movente e come sofferenza — vanno cercate nel cristianesimo. Che è la religione — l'unica — che fa di Dio un prodotto di consumo e dell'uomo un consumatore di Dio. L'ordine del mondo, notava con raccapriccio il pagano Celso, viene sconvolto. Non è l'uomo che va a Dio, come è giusto che sia, poiché l'uomo è uomo e Dio è Dio. È Dio che va all'uomo. E muore per lui. E viene smembrato, mangiato, bevuto. E ancora, e ancora, all'infinito. Lo smembramento del Divino naturalmente non è un tema nuovo nelle religioni, da Zagreus a Prajapati eccetera, ma è il cristianesimo che ha fatto del consumo di Dio una pratica quotidiana, condivisa al di fuori dei circoli iniziatici. Il cristianesimo offre all'occidente la pratica del consumo assoluto, definitivo: il consumo di Dio stesso. Dopo la morte di Dio e la fine del cristianesimo, la pratica e la pretesa del consumo assoluto sopravvivono appunto del capitalismo, con il quale è l'essere stesso, inteso come totalità di quello che è esperibile, che si offre sotto forma di cosa consumabile. Essere è essere disponibile al consumo. E l'essere dell'uomo consiste nell'approfittare di questa disponibilità, nell'incorporare ciò che si offre. La lunga pratica della teofagia ha messo capo alla morte di Dio: perché nemmeno Dio è infinitamente consumabile. La lunga pratica dell'ontofagia condurrà alla semplice distruzione del mondo in cui viviamo.

#anarchismo

Ti amo, dice l'uno. Ti amo, risponde l'altro. Nel ti amo dell'uno ci sono l'odore del fieno e dell'erba appena tagliata, il tepore di certe mattine d'estate, gli occhi buoni di un cane, la pioggia sui campi vista attraverso i vetri. Nel ti amo dell'altro ci sono i mille rumori della città che si risveglia, l'emozione delle prime carezze, la soddisfazione di chi ha appena segnato un gol decisivo, il senso di potere di chi ha ottenuto quello che voleva. Ognuno ha la propria personale costellazione del bene. Eppure credono di dire la stessa cosa, quando dicono ti amo. Pensano che questa cosa così personale, l'amore, possa essere al tempo stesso un universale, qualcosa che sta oltre l'io e il tu, e che unisce l'io e il tu. Si illudono di poter comprendere il bene che l'altro ha dentro, e di poter essere compresi. Ignorano che in realtà non esiste nessun bene, che anche quella cosa così personale è una menzogna: perché non esiste un io, non esiste un tu. Ignorano che il cosiddetto io non è che la scena d'un teatro, sulla quale compaiono numerosi attori: e quello che uno dice è contraddetto dall'altro. L'uno parla dell'odore del fieno, l'altro degli occhi buoni di un cane. Il terzo entra in scena sbraitando, e dileggia i primi due. Un quarto in un angolo guarda tutti e se la ride. Ti amo, dice l'uno. Ti amo, risponde l'altro. E si prendono per mano, pronti a recitare fino in fondo la loro tragica commedia degli equivoci.

#loingpres

È un po' che ci sei sempre tu nelle mie poesie. Ma sei tu? Ti evoco mentre scrivo perché ho bisogno di te quando mi penso, ma sei tu il tu cui qui mi rivolgo? Sono le tue mani che tengo mentre scrivo? E sono, poi, poesie queste cose che faccio? Queste domande ti sembreranno strane. Io non mi fido troppo delle parole. Faccio queste cose come i bambini che con i lego mettono su una torre o un castello e poi li buttano giù per tornare a costruire finché la cosa non viene a noia.

In questo momento provo tedio un fastidio di esserci non meglio definibile e penso alla mia morte che sarà tra un giorno o tra un anno o forse quando le gambe più non reggeranno forse morirò pisciandomi addosso e tu allora chissà dove sarai, tu e le tue mani e io penserò a quando c'eri ed era bello eppure non sapevo essere davvero stabilirmi nell'essere con te senza l'angoscia che sempre mi consuma senza il senso disperante di essere mai abbastanza d'essere mai davvero.

Sulla mia scrivania c'è un coniglio di carta fatto qualche mese fa non so perché non l'ho mai buttato via sta lì e un po' mi fa compagnia non più fragile di me e fuori il pigolare d'un uccello mentre scende la sera sui colli che tanto ti piacciono, e dai quali non sappiamo prendere congedo.

Ricordi quel pozzo con le scale che sembravano infinite ad Orvieto? Mi guardo dentro e mi pare che sia non troppo diverso: una fuga all'infinito senza però nessuna scala per risalire. Dovrei buttarmi giù, penso ma non so, allora, se ancora ti arriverebbe la mia voce. Me ne sto ancora un po' qui a dire tu, a dirmi a te con le parole vuote.

{17.11.2019}

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