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blog di antonio vigilante

Durante la nostra giornata attraversiamo spazi pubblici e luoghi privati. E' spazio pubblico la strada, è pubblico il parco, sono pubbliche le piazze. Sono spazi privati quelli che richiedono un biglietto d'accesso, o una tessera, o l'appartenenza a un gruppo o un atto di proprietà. Diamo per scontato che la nostra vita quotidiana debba avvenire anche in spazi privati. Nessuno pretende di entrare al cinema senza pagare il biglietto. Il problema però è l'equilibrio tra spazi pubblici, comuni, e spazi privati. Gli spazi comuni sono, in quanto tali, spazi che non generano ricchezza privata. Nessuno trae guadagno dalla frequentazione di una piazza o dall'occupazione di una panchina. In quanto tale, lo spazio pubblico e comune, in mancanza di una adeguata azione di resistenza, è destinato ad essere residuale. La logica stessa del capitalismo, che è quella della mercificazione totale dell'esistente, lo esige. Ed accade così che la semplice occupazione di una piazza, di una scalinata, di una panchina vengano combattute, apparentemente in mode della lotta al degrado. Di fatto, si trasformano le piazze e le strade da luoghi pubblici in spazi privati e commerciali, che è possibile fruire solo se si acquista qualcosa (sia pure solo un aperitivo al bar che ha i tavolini nella piazza). L'aumento di spazi privati a danno di quello pubblici — e bisogna aggiungere: di servizi privati al posto di quelli pubblici — richiede una disponibilità economica per ottenere la quale bisogna aumentare l'impegno lavorativo. Una società interamente privatizzata è una società nella quale occorre molto denaro per accedere nei luoghi privati e per ottenere i servizi commerciali di cui abbiamo bisogno. Una quantità immensa di lavoro, vale a dire di energie, di tempi, di esperienza personale, diventa necessaria per ottenere di vivere in uno spazio sociale. Perché di questo si tratta. Lo spazio pubblico, ormai privatizzato, è pure lo spazio in cui è possibile fare esperienze sociali; ma se questo spazio è privatizzato, la possibilità stessa di fare esperienze sociali è un fatto commerciale. Nelle società caratterizzate dalla mancanza di beni primari, la maggior parte delle persone lavoravano molto per la semplice sopravvivenza. Nella società caratterizzata da quella che Murray Bookchin chiama post-scarcity, nelle società ricche e tecnologicamente avanzate, accede sempre più che si lavori per la semplice sopravvivenza sociale. Per esistere nella dimensione pubblica occorre acquistare l'ingresso in spazi privati. Questo processo, che per forza di cose incontra limiti nella realtà fisica, si è invece pienamente realizzato in quella virtuale. Se si cerca l'anima stessa del capitalismo avanzato, bisogna cercarla non in Amazon, ma in Facebook. Il capitalismo, se potesse, trasformerebbe ogni luogo in luogo privato ed ogni esperienza umana in esperienza commerciale. Ora, è esattamente quello che accade in Facebook. La vita sociale delle persone avviene, in Facebook, in uno spazio interamente proprietario. La stessa casa privata, ossia il profilo individuale, è di proprietà di Facebook. Tutte le esperienze che si fanno su Facebook sono finalizzate alla creazione di valore commerciale. Tutta la vita delle persone che fanno parte del sistema serve a generare ricchezza privata. Facebook realizza il sogno di una realtà interamente plasmata dal capitale. Come se tutto ciò che esiste — le città, i prati, i fiumi, le spiagge e il mare — fosse una proprietà privata concessa solo a condizione che tutto ciò che vi facciamo serva a generare capitale: che si tratti di amare o odiare, di essere felici o tristi, di nascere o morire. Qualsiasi esperienza umana genera profitto. Ed è questo il suo senso, su Facebook. Ora, l'esperienza di molte persone avviene ormai su due binari paralleli: la cara vecchia realtà fisica e quella social. Il tempo dedicato a Facebook erode la vita reale di molte persone; una esperienza fisica pare perfino incompleta, se non completata dalla condivisione sul social. La stessa politica è ormai inconcepibile senza Facebook. Un politico che non sappia gestire i social difficilmente vincerebbe le elezioni. La politica, cioè, dipende sempre più da quello che le persone scrivono in uno spazio privato e commerciale e sempre meno da ciò che dicono nei comizi nella piazza pubblica. Nella misura in cui apparteniamo a Facebook, diamo il nostro contributo individuale alla distopia di mondo interamente in vendita: il capitalismo compiuto.

#anarchismo #social network

Se io mettessi una pietra sull'altra, un giorno dopo l'altro, avrei dieci pietre, e poi venti, e poi cento, e poi una piccola montagna, o un muro, davanti a me: a dirmi che ho messo pietre. Ma io non ho pietre. I giorni passano e non ho pietre da sistemare l'una sull'altra. Cosa mi dice che ieri ho vissuto? Dove sono le pietre di ieri? Sono i ricordi, credo. Le persone mettono un ricordo sull'altro per sapere che hanno vissuto, per riconoscere e segnare il cammino che hanno fatto. Ma io non so ricordare. Non so sistemare i ricordi-pietra. Mi sfuggono di mano. Non so dove finiscono: non so dove finisco io. Credo che per molti conti anche quella che chiamano posizione. Qualcosa che dà loro il senso di essere giunti da qualche parte. Il lavoro, il matrimonio, i figli. Lo status, il denaro. Ma tutto questo mi è estraneo. Mi scivola addosso, non fa presa su di me. Sono spettatore partecipante, ma pur sempre spettatore. Cos'è, che ho vissuto? Quando sono nato? Quanti anni ho? Che ho fatto? Quale è il mio cammino? Non lo so. Procedo staccandomi di continuo da me stesso, e sono sempre l'ultimo pezzo di me, appena nato: e così stupito, apprendo di dover già morire: o quasi.

#loingpres

Policrate accusava Socrate, oltre che di essere stato il maestro di due criminali come Crizia e Alcibiade, di aver sostenuto che “era insensato eleggere con sorteggio i governanti della città, quando nessuno vorrebbe servirsi di un pilota scelto con sorteggio, né di un costruttore, né di un flautista, né di alcuno scelto per un'attività di questo tipo nella quale gli sbagli producono danni molto minori di quelli commessi nella guida dello Stato” (Senofonte, Memorabili, Libri I, 2). Socrate sarebbe stato, dunque, il primo teorico della meritocrazia. O, se si preferisce, il più confuciano dei filosofi occidentali. Perché, come è noto, nell'ottica confuciana non è l'elezione a legittimare il potere, ma il merito personale, sancito poi dal decreto celeste, che si esprime però attraverso il popolo. La garanzia consiste nel fatto che quando uno stato è governato male, il popolo di ribella, e ciò dimostra che il governante ha perso il tian ming, il decreto celeste. Probabilmente la crisi della nostra democrazia – che è sotto gli occhi di tutti, e in particolare in Italia, un paese in cui il metodo democratico ha portato al potere una successione impressionante di soggetti inadeguati, a voler essere buoni – renderà sempre più suggestiva l'alternativa meritocratica (si pensi a Il modello Cina di Daniel Bell). C'è una terza via? Qualche riga dopo il passo citato, Senofonte difende Socrate dall'accusa di far diventare violenti i giovani, con simili ragionamenti. E lo difende osservando che ragionamento e violenza sono incompatibili. “Perciò l'essere violenti non è proprio di chi esercita il ragionamento; di coloro che hanno forza senza intelligenza proprio invece compiere azioni di questo genere.” L'unica via per salvare la nostra democrazia è qui: opporre il ragionamento alla violenza. Diffondere socraticamente la pratica del ragionamento nella società. Lavorare per creare una società razionale e ragionante. Ma è un'impresa disperata, perché tutto va nella direzione opposta.

#filosofia

Uno degli errori più frequenti nell'analisi della società attuale consiste nel considerarla una società individualistica — magari con la formula ossimorica dell'individualismo di massa. Nelle condizioni attuali un individuo è ben lontano dal nascere. Il soggetto attuale è un acquirente, un consumatore, un fruitore di servizi. La sua caratteristica principale è di essere desiderante. Ma il desiderio, come ha ben visto Girard, è mimetico. Una cosa è desiderabile nella misura in cui la desidera l'altro. Se il desiderio è l'essenza di questo soggetto, si può ben dire che l'alterità sia insita nella sua stessa essenza. Il presunto individuo-atomo è invece un soggetto in ostaggio dell'altro. Che il desiderio mimetico generi conflittualità è vero, ma non cambia la sostanza delle cose. Desiderare una cosa mi spinge a entrare in concorrenza con gli altri, ma mai desidererei quella cosa se non fosse desiderata dagli altri. (Non leggiamo il giornale di ieri, osservava da qualche parte Gabriel Tarde, non perché le notizie di ieri non siano più attuali, ma perché sappiamo che mentre lo stiamo leggendo non ci sono altri che stanno facendo la stessa cosa.) C'è un essere-con essenziale, che precede e fonda l'essere-contro. Ciò che caratterizza il nostro tempo è anzi proprio l'onnipresenza dell'altro.

Continua...

Un giorno moriremo. E dopo l'ultimo respiro ci ritroveremo coscienti. Ma ciechi. Sordi. Muti. Senza alcun contatto. Non sentiremo, non saremo alcun corpo. Nessuna alterità. Ci chiederemo dove siamo, ma non avremo alcuna possibilità di chiederlo ad altri. Solo buio, silenzio e angoscia. Non vi saranno il giorno e la notte, il prima e il dopo, il qui e l'altrove. Saremo pura coscienza del nulla. In eterno. Non può essere, dici. Sarebbe troppo crudele. Non può finire così. Ma di fatto, vedi, tutto può essere, e questo incubo è certo più concreto e possibile del paradiso dei cristiani. Già questo mondo è talmente crudele che quando ce lo raccontavano, prima di nascere, protestavamo: no, non può essere, non può finire cosi.

#loingpres

Ho davanti a me un ciottolo. Io sono io, il ciottolo è altro da me. E se dicessi che io sono anche questo ciottolo? Diresti che non è possibile, perché se così fosse dovrei sentire quel ciottolo esattamente come sento la mia mano o il mio piede. Ma io sono tante altre cose che non sento. Io non sento, a dire il vero, quasi tutto ciò che costituisce il mio corpo. Non sento le fibre dei miei muscoli, se non quando decido di muoverli; soprattutto, non sento le cellule, che pure sono me, non sento le molecole, non sento gli atomi. Una delle cellule che mi costituiscono non mi è meno estranea di questo ciottolo che è ora di fronte a me. Dirai ancora che c'è una differenza decisiva: la cellula, di cui non sono consapevole, è tuttavia dentro di me, mentre il ciottolo è fuori di me. E si intende: fuori da quel confine del mio corpo che è la mia pelle. Ma questa distinzione tra dentro e fuori è un fatto naturale o culturale? Non possiamo immaginare un essere umano che avverta la pelle come porta e non come confine? Come passaggio tra un dentro e un fuori che sono tuttavia entrambi dentro qualcosa di più grande? Non è solo per un pregiudizio culturale che diciamo di non essere questo ciottolo?

स य एषोऽणिमैतदात्म्यमिदꣳ सर्वं तत्सत्यꣳ स आत्मा तत्त्वमसि श्वेतकेतो इति भूय एव मा भगवान्विज्ञापयत्विति तथा सोम्येति होवाच ॥

#loingpres

La violenza, che così duramente ci colpisce nell’Antico Testamento e non poco turba i credenti più sensibili, inducendoli a chiedersi se davvero si possano considerare ispirati dei passi così crudeli, sembra consumarsi nel Nuovo Testamento. Se Israele ha dei nemici da sterminare, e se la religione dell’Antico Testamento è la religione di un popolo eletto, il cristianesimo è una religione universale. Non si identifica con un solo popolo, ma ha un messaggio che intende rivolgersi all’umanità intera, valido per chiunque al di là della nazionalità. Tuttavia il cristianesimo non rigetta l’Antico Testamento. Gesù non è venuto ad annullare la Legge, né nega il valore della rivelazione precedente. Aggiunge, piuttosto, una nuova logica. E un problema di non facile soluzione è in che modo questa nuova logica possa coesistere con la vecchia. Di fatto, l’Antico Testamento rappresenta una riserva di violenza che può costantemente riemergere ed alla quale è sempre possibile attingere. Ma soprattutto bisogna comprendere che al dispositivo violento del ḥērem se ne aggiunge uno nuovo, che di fatto, al di là dell’apparenza, continua la vecchia logica: il dispositivo diabolico. Nel Deuteronomio è Dio stesso che indica i popoli che dovranno essere sterminati. Su di loro cade dall’alto una consacrazione che è al tempo stesso una condanna a morte. Il dispositivo diabolico è invece un dispositivo mobile e flessibile. Non ci sono popoli nemici in sé. Ogni popolo diventa nemico nella misura in cui si oppone alla cristianità, che è una categoria religiosa, non etnica. Non c’è una terra promessa da raggiungere. La meta è, piuttosto, l’illimitata diffusione del messaggio di Cristo, l’evangelizzazione totale dell’umanità. Poiché questa è la volontà di Dio, chiunque di opponga non è da Dio, ma dal Diavolo. E se è dal Diavolo, può essere sterminato.

Continua...

Vivere in pace pur sapendo che in tutti coloro che incontri c'è, nascosto ma pronto a venir fuori, un assassino. Vivere in pace pur sapendo che in te c'è, nascosto ma pronto a venir fuori, un assassino.

#loingpres

L'ateismo non nega che esista qualsiasi Dio. Nessuno può negare l'esistenza di Dio se lo si concepisce spinozianamente come la natura o l'universo. L'ateismo nega il Dio persona, creatore e salvatore dell'uomo, ossia il Dio dei monoteismi. Ugualmente, lo scetticismo non nega qualsiasi verità. Nega il Discorso su cui si fonda la civiltà occidentale: che esistono cose, che le cose si compongono in un mondo, e che questo mondo ha una origine e una destinazione. A questo testo ontologico corrisponde il testo grammaticale: la parola corrisponde alla cosa, solida e certa. Il vero fondamento dello scetticismo di Pirrone è la negazione che la cosa sia cosa. Dall'India Pirrone riporta questo dubbio: non è possibile dire le cose, perché le cose né sono, né non sono, né sono né non sono (formula tipica della meontologia buddhista). Le cose sono fragili, e fragili sono le parole con le quali tentiamo di dire le cose. Il Discorso è il delirio di un pazzo. O di un ignorante. Questo è dunque scetticismo: negare la cosa e il nesso tra la cosa e la parola.

#filosofia

Il Buddha avrebbe disapprovato per più ragioni il pensiero di Schopenhauer; prima fra tutte, per la metafisica del Wille. Il Buddha resta sempre sul piano pragmatico: c'è la sofferenza, la sofferenza nasce dal desiderio, il desiderio nasce dall'ignoranza. Qualsiasi questione metafisica è inopportuna. Pensare che esista un Dio, un Essere o un Qualsiasi-altro non aggiunge nulla al lavoro per la liberazione, e rischia di togliere molto: perché questo fondamento metafisico, qualunque sia, diventa nuova fonte di attaccamento. Schopenhauer compie dunque una operazione occidentale sul tema buddhista — ma più generalmente indiano — della liberazione dalla sofferenza. Sposta l'origine della sofferenza su un piano metafisico. Ma fa anche una cosa profondamente innovativa: fa di questo fondamento metafisico della nostra sofferenza un Principio dal quale allontanarsi. L'etica del Mitleid è un etica dell'allontanamento. Operare il bene non è più, come in tutta la tradizione occidentale, aderire all'essere e al suo fondamento, ma allontanarsene: in qualche modo, ribellarsi. (Una operazione simile è compiuta in modi diversi, nel pensiero italiano, da Ferdinando Tartaglia e dall'empietismo di Manlio Sgalambro). Ma se Wille è l'essenza del reale, il noumeno, non bisognerà aderirvi, piuttosto che allontanarsene? Non è un atto di vigliaccheria e debolezza, più che di ribellione, allontanarsi dal Wille? Non è allontanarsi dalla vita? Ed ecco Nietzsche, con il suo essere al di là del bene e del male. Ecco la sua pretesa trasmutazione di tutti i valori. Che in realtà fa un passo indietro rispetto a Schopenhauer, e che si inserisce pienamente nella tradizione occidentale. L'agire di Nietzsche è al di là del bene e del male perché la realtà è al di là del bene e del male. C'è ancora una fondazione metafisica dell'etica, benché si tratti di un'etica che intende porsi oltre e contro i valori occidentali.

#buddhismo