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Ai piedi della notte

un nodo d’inquietudine sospesa si scioglie ai piedi della notte sotto una luna ammiccante l’amore è come l’ansimare del mare s’abbevera del sangue delle stelle aduna in sé il sentimento del tempo vòlto dove è dolce la luce

. Questo componimento è incredibilmente suggestivo e pieno di doppiezza emotiva. La linea iniziale, “un nodo d’inquietudine sospesa / si scioglie ai piedi della notte”, evoca l'idea di una tensione interiore che, con l’arrivo dell’oscurità, trova il suo rilascio, quasi come se la notte avesse il potere di liberare le angosce celate durante il giorno. La notte diventa così non solo uno sfondo, ma un vero e proprio attore, capace di trasformare l'inquietudine in una sorta di pace effimera.

Il verso “sotto una luna ammiccante” introduce una complicità quasi giocosa con l'universo: la luna, lontana e misteriosa, sembra invitare l'osservatore in un gioco di seduzione e svelamenti. Questo elemento, così delicato e al contempo carico di mistero, si contrappone e si fonde con l'immagine vibrante dell'amore paragonato all’“ansimare del mare”. Qui l'amore assume una dimensione primordiale, quasi selvaggia, che si nutre di forze cosmiche, come se bevesse il «sangue delle stelle». Questa immagine, intensa e quasi surreale, sottolinea una connessione magica fra il sentimento amoroso e l'infinito che l'oscurità notturna porta con sé.

L'idea che l'amore “aduna in sé il sentimento del tempo” aggiunge un ulteriore strato di profondità, suggerendo che il sentimento non è statico, ma racchiude in sé la ricchezza e la complessità del trascorrere dei momenti, quasi raccogliendo le fragranze di un passato lontano per trasformarle in una luce dolce che illumina il presente.

La poesia si trasforma così in un viaggio emozionale: un delicato equilibrio tra inquietudine e bellezza, dove la notte non è solo fine del giorno, ma anche un luogo fertile in cui i sentimenti si fanno eterni.

Avevo in mente una poesia

stamattina avevo in mente una poesia stasera non ricordo più nemmeno un verso

ho lasciato il foglio bianco con flebili echi d’un mezzo secolo e ora rammento solo una pioggia di luce di stelle sopra il letto e il caldo abbraccio di lei

sullo schermo della mente un vissuto che sembra ieri

. Che poesia intensa ed evocativa! I versi trasmettono una sensazione di malinconia e fragilità che sembra fondere il flusso del tempo con l'effimero istante creativo. L'immagine di aver pensato a una poesia al mattino, solo per ritrovarsi la sera con il foglio bianco, rappresenta in modo potente quel momento in cui l’ispirazione sfugge come sabbia tra le dita.

Il “foglio bianco” diventa metafora non solo di un’opportunità creativa perduta, ma anche della memoria che si dissolve – un richiamo a quel mezzo secolo di echi, sfumato in un’eco lontana eppure vividamente evocata da quella “pioggia di luce di stelle sopra il letto”. La presenza del “caldo abbraccio di lei” aggiunge una dimensione personale e intima, come se la figura amata fosse il rifugio dove cercare ancora un appiglio, un ricordo che riscalda nonostante le ombre del tempo. Infine, l’immagine dello “schermo della mente” in cui si riflette un vissuto che sembra ieri, richiama quella continua tensione tra il desiderio di trattenere il passato e l’inevitabile scorrere del presente.

Cavalli di nuvole

i primi smarrimenti: quando ti sembrava dovesse cascare il mondo- disegnavi angosce o voli pindarici nell’aria da una feritoia ti guardava un pezzo di cielo- tu ragazzino -ricordi- rifugiato in una baracca a smaltire l’ “onta” di una derisione non sapendola costellata di prove la tua stella

intanto cavalli di nuvole a sequenza dicevano la vita leggera

. Il componimento “Cavalli di nuvole” ci trasporta in un viaggio emotivo che ripercorre i primi tremori di smarrimento e la nascita di una consapevolezza interiore, contrastando il peso del passato con la leggerezza degli attimi fugaci.


I primi smarrimenti e il ricordo dell’angoscia giovanile

I versi iniziali rievocano quei momenti in cui, da ragazzino, sembrava che il mondo potesse crollare sotto il peso dei propri tormenti. L’immagine di disegnare, con la fantasia, sia angosce che voli “pindarici” nell’aria, evidenzia la dualità di un’anima che oscilla tra dolore e aspirazione. Il “pezzo di cielo” che osserva da una feritoia diventa metafora di quel desiderio, apparentemente inaccessibile, di una guida o di una luce che potesse dare senso a quelle esperienze di derisione e solitudine. Il ricordo del ragazzino, rifugiato in una baracca, racconta non soltanto di un luogo fisico, ma anche di quella condizione emotiva statica, in cui il sentirsi “in ombra” si mescola al bisogno di ritrovare la propria stella interiore.


Il volo liberatorio dei “cavalli di nuvole”

La seconda parte del testo cambia tonalità, passando da un'intensa introspezione a una celebrazione della leggerezza. I “cavalli di nuvole a sequenza” non sono semplici immagini di effimera bellezza: sono veicoli di una vita che invita a riscoprire la spensieratezza e la capacità di lasciarsi andare. In questo movimento, c'è il suggerimento che, nonostante le evidenti cicatrici del passato, la vita offre anche l’opportunità di un volo alto, libero e rinnovato, quasi a dire che la leggerezza dell’essere è sempre in bilico nell’aria, pronta a sollevarci dai ricordi pesanti.


Un invito a riflettere sul proprio percorso

Questo componimento diventa un specchio per chi ha vissuto quei primi smarrimenti, quei momenti in cui la derisione e l' “onta” sembravano oscurare ogni speranza. Le immagini, dense e vibranti, ci spingono a domandarci come il dolore possa trasformarsi in quella capacità di volare leggeri, quasi come se, attraverso i ricordi dolorosi, si potesse ritrovare una scintilla di resilienza e genuina bellezza.

Quale parte di questa dualità tra l'angoscia giovanile e il liberatorio volo dei “cavalli di nuvole” risuona di più in te? Forse la capacità di trasformare il peso del passato in una spinta verso la leggerezza o il ricordo di un'epoca in cui ogni piccolo frammento di cielo poteva diventare una speranza?


A volte, riflettere su come questi versi catturino quel passaggio delicato tra il dolore e la rinascita ci permette di abbracciare di nuovo quella forza interiore, ricordandoci che ogni prova, anche la più oscura, può essere costellata di insegnamenti e di una bellezza inaspettata.

Le vele del sogno

me ne andrei quasi di soppiatto alle prime luci mentre si fredda la tazzina mai portata alle labbra

entrerebbe il vasto orizzonte nei miei occhi azzurrocielo il mare aperto nell’abbraccio delle vele del sogno

. Il componimento “Le vele del sogno” ci trasporta in un'atmosfera di intima evasione e riflessione sul confine sottile tra quotidianità e desiderio, tra la realtà concreta e l'infinito potenziale dei sogni.


Il risveglio in punta di piedi I versi “me ne andrei quasi di soppiatto alle prime luci” evocano una partenza silenziosa e deliberata, compiuta prima che i gesti abituali della vita quotidiana si accendano completamente. L'azione, quasi furtiva, suggerisce l'idea di un lasciarsi alle spalle la routine per abbracciare l'inatteso; l'attimo dell'alba diventa un invito a lasciarsi condurre dal nuovo, dall'invisibile e dall'intimo.


Il simbolismo della tazzina fredda La tazzina “mai portata alle labbra” si presenta come un oggetto quasi trascurato, intriso di malinconia. È un dettaglio che racconta di abitudini non compiute, di piccole abitudini che spesso sfuggono, ma che al contempo evidenziano una sorta di rinuncia o di attesa. Questo oggetto quotidiano, trovato in uno stato di “fredda” inattività, diventa simbolo dell’attesa di qualcosa di più, di un rituale interrotto a favore di un viaggio interiore o di un cambiamento repentino.


L'orizzonte nell'occhio del poeta Il passaggio in cui “entrerebbe il vasto orizzonte nei miei occhi azzurrocielo” amplifica il senso dell'immensità. L'immagine dell'occhio che diventa specchio dell'infinito e dell'azzurro del cielo sottolinea una fusione tra lo sguardo interiore e il panorama esterno. In questo quadro, il “mare aperto” e “l’abbraccio delle vele del sogno” sono metafore di libertà, aspirazione e speranza. Le vele, infatti, non sono solo strumenti per il viaggio fisico, ma anche veicoli di desideri e sogni che solcano le acque incerte della vita, intrecciando idealità e realtà.


Riflessione e interrogativi personali Questa poesia ci parla del coraggio di evadere dal conosciuto in favore di un percorso interiore, invitandoci a considerare come piccoli gesti quotidiani possano celare un potenziale trasformativo.

Spleen (2)

lo scoglio e tu come un tutt’uno quasi sul ciglio del mondo avvolto in una strana luce

labbra di cielo questo contatto di sole

vedi nell’aria marina un gabbiano planare su una solitudine che ti lacera all’infinito

. Questo componimento intitolato “Spleen (2)” trasuda un’atmosfera sospesa, dove la natura e l’umano si intrecciano in un gioco delicato di luci, ombre e contrasti emotivi.

Lo scoglio e il ciglio del mondo I versi iniziali dipingono l’immagine di uno scoglio solido – simbolo di stabilità e presenza – che si fonde con l’essere umano (“e tu”) in un’unione quasi mistica, collocata in una cornice limite, “quasi sul ciglio del mondo”. Questo confine, sottile e indefinito, suggerisce il passaggio tra il tangibile e l’infinito, evocando quella stessa condizione esistenziale sospesa tra la certezza e l’incertezza, tipica del concetto di spleen.

Labbra di cielo e il contatto di sole Nel passaggio successivo il poeta trasforma il contatto in qualcosa di sublime e irraggiungibile: le “labbra di cielo” non sono semplici parole, ma una metafora che trasforma l'incontro in un momento quasi celestiale. Il “contatto di sole” diventa allora un abbraccio di luce, capace di riscaldare e al contempo evidenziare la fugacità di quell’instante, ricordandoci come la bellezza possa scivolare via, lasciando dietro di sé una dolce malinconia.

Il gabbiano e la solitudine infinita L’immagine del “gabbiano planare” si fa portavoce di una libertà che, pur volando alto, sembra profondamente imprigionata da una solitudine immensa. Il volo del gabbiano, sospeso tra l’immensità del mare e la vastità dell’aria, diventa una metafora di un'anima che, pur cercando l’elevazione, resta segnata da una condizione di isolamento che “ti lacera all’infinito”. Questa dualità tra il desiderio di libertà e il peso dell’esistenza è al centro del sentimento spleen, evocato magistralmente da questi versi.


Da un punto di vista letterario, il tema dello spleen, così come viene richiamato in questo componimento, ha radici profonde nella tradizione poetica, richiamando alla mente autori come Baudelaire, che hanno saputo trasformare il dolore e la malinconia in arte sublimemente struggente. Il forte impiego di immagini visive e sensoriali permette di sperimentare quel senso di effimero incontro e separazione, dove ogni verso apre una porta su mondi interiori carichi di luce e buio, di presenza e di assenza.

Questi versi mi invitano a riflettere: quali emozioni speri di evocare nel lettore con queste immagini così potenti? Forse stai cercando di delineare un dialogo tra l’ineffabile grandezza della natura e la vulnerabilità dell’essere umano, o forse intendi esplorare quella tensione interiore che ti porta a sospendere il tempo in un istante di contatto con l’infinito?

È interessante notare quanto la poesia possa servire da specchio per le nostre esperienze interiori, trasformando ogni immagine in un simbolo dei nostri stati d’animo. Se ti va, potremmo approfondire il significato simbolico del gabbiano o esplorare come la metafora del “ciglio del mondo” rappresenti il sottile confine tra realtà e sogno nella tua opera.

La casa delle nuvole

cieli d’acqua e cavalli d’aria lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene -oh giovinezza di deliri e notti illuni lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema

. Questa poesia, intitolata “La casa delle nuvole”, crea un universo fatto di immagini sospese e surreali, dove la realtà si dissolve in un’atmosfera onirica e quasi irreale. La poesia apre con un titolo che evoca una dimora eterea, un luogo immaginario in cui elementi naturali vengono trasformati e reinventati. La fusione di “cieli d’acqua” e “cavalli d’aria” rompe con le logiche ordinarie, invitando il lettore a esplorare territori in cui il visibile si fonde con l’invisibile e il palpabile con il sognato.

Il verso “lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene” trasmette l’idea di un tempo spezzettato, dove ogni istante è intriso di emozioni nascoste e ricordi forse dolorosi o intensi. Il termine “sfilacciate” suggerisce una temporalità fragile e in costante disgregazione, mentre le “segrete pene” indicano un bagaglio emotivo custodito in quel luogo immaginario, quasi come se il poeta volesse salvare ogni effimera esperienza.

Con l’esclamazione “-oh giovinezza di deliri e notti illuni” il testo richiama un periodo di esuberanza emotiva e di sperimentazione, un tempo in cui la vita si vive con intensità e in cui il confine tra sogno e realtà è estremamente sottile. L’uso di termini come “deliri” e “notti illuni” accentua questa dimensione di fervore giovanile e di una bellezza malinconica, in cui ogni esperienza è al contempo luminosa e labile.

Infine, la chiusura con “lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema” incarna il concetto di tempo come qualcosa di vibrante e imprevedibile. Il “turbinio” degli anni viene condensato in un singolo battito, in un’eco che quasi si fa percepire nell’aria, come se ogni attimo, pur nella sua fuggevolezza, potesse essere eternizzato in un breve, ma intenso, momento di vita. Questa immagine suggerisce anche una tensione continua, un’attesa palpabile, come se il tempo stesso potesse collaborare con le emozioni, tremolante e instabile, al confine tra il visibile e l’insubordinato.

Nel complesso, il testo si presenta come un invito a riflettere sulla natura effimera del tempo e delle emozioni. La “casa delle nuvole” diventa metafora di un luogo interiore in cui si intrecciano la memoria e il sogno, la luce e la penombra, il reale e l’irreale. La poesia, breve ma densa, ci spinge a considerare come anche gli elementi più leggeri e impalpabili – l’aria, il sogno, i ricordi – possano avere un’importanza vitale nell’architettura della nostra esistenza.

Questa lettura apre spunti di approfondimento su come il poeta utilizzi il linguaggio immaginifico per superare i limiti tradizionali della rappresentazione, creando un paesaggio emotivo dove il tempo perde la sua linearità e si fa esperienza di un eterno presente vibrante. Potremmo approfondire analizzando il ruolo dell’enjambement e della sospensione nella poesia contemporanea, oppure confrontando questo uso dei simboli con altre tradizioni letterarie che celebrano la fuggevolezza del tempo e l’intensità dell’esperienza soggettiva.

Qui ci sta bene uno spazio

ecco vedi la poesia deve respirare nascendo dal bianco innalzarsi come cresta d’onda per poi immergersi fino allo spasimo in profondità d’echi e ancora su con lo slancio felice d’un enjambement vedi la poesia è una tipa selettiva sfoglia scandaglia spoglia immagini le riveste a sua somiglianza porta sogni e nuvole al guinzaglio

. Questa poesia, intitolata “Qui ci sta bene uno spazio”, si apre con l’affermazione che il vuoto, il bianco, ha un’importanza essenziale: è lo spazio in cui la poesia può respirare e dare vita alle proprie forme. L’autore ci invita a vedere la poesia non semplicemente come parole disposte su un foglio, ma come un organismo vivente che nasce dal nulla, si eleva come la cresta di un’onda e si immerge nelle profondità degli echi, per poi rinascere con la fluidità e il dinamismo proprio dell’enjambement.

Le immagini che si susseguono – “la poesia è una tipa selettiva”, “sfoglia, scandaglia, spoglia”, “porta sogni e nuvole al guinzaglio” – sono una personificazione intensa e vivace del processo poetico. La poesia diventa così un essere capace di toccare, scegliere e trasformare le percezioni, vestendole a sua somiglianza e guidando elementi così effimeri come sogni e nuvole. Questa visione sottolinea come l’atto creativo non sia mero arbitrio, ma un lavoro di cura, di selezione e di trasmutazione, in cui il caos iniziale si organizza in una forma dotata di bellezza e significato.

Oltre a celebrare il potere creativo del linguaggio, il testo è anche una riflessione metapoetica: l’enjambement non è solo una tecnica stilistica, ma diventa il simbolo dello slancio vitale che spinge la poesia a superare i confini della forma. In questo senso, il “bianco” diventa il terreno fertile in cui germogliano le idee, e lo spazio – tanto fisico quanto concettuale – è essenziale per permettere al verso di espandersi, cadere e rialzarsi, proprio come accade nella vita reale.

Questa lettura ci invita a ripensare il rapporto tra forma e contenuto, dove il silenzio e il vuoto non sono assenti, ma al contrario indispensabili, quasi come una tela bianca che aspetta di essere trasformata in un’opera d’arte. La poesia, nel suo viaggio tra rigore e libertà, ci ricorda che ogni intervallo, ogni pausa, è carico di possibilità, capace di dare respiro al pensiero e alla sensibilità dell’autore. Se l’argomento ti incuriosisce, potremmo esplorare come concetti simili emergono in altre correnti poetiche, ad esempio nella poesia concreta o nel postmodernismo, dove lo spazio bianco e la struttura del verso assumono ruoli fondamentali nel comunicare significati profondi e multistratificati. Come vedi, c’è molto da dire su come il “vuoto” diventi fonte di ricchezza creativa nella letteratura contemporanea.

Anche per voi

salgo sulla croce anche per voi disse con gli occhi rivolto a quelli che lo inchioderanno anche per voi che ancora nei secoli mi schiaffeggiate sputate negando la vita buttandola tra i rifiuti aizzando popolo contro popolo sotto tutte le latitudini salgo sulla croce anche per voi che mi sprecate nelle icone per voi nuovi erodi/eredi della svastica che insanguinate la luce delle stelle oscurando la Notte della mia nascita anche per voi potenti della terra razza di serpenti che non sopportate di sentirmi nominare dal mio costato squarciato fiumi di sangue tracciano il cammino della storia la mia Passione è un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti dinanzi al vostro immenso Spreco con cui avete eretto babeli di lussuria come cultura di morte

.

Questo poema, attribuito a Felice Serino, attraversa un territorio emotivo e simbolico intensamente carico. È un testo che parla di sacrificio e redenzione, utilizzando l’immagine della croce in modo non solo cristologico ma anche come metafora di una sofferenza collettiva. L’io lirico proclama:

“salgo sulla croce anche per voi”

questa affermazione diventa un ritornello che richiama alla mente la figura del Salvatore, ma al contempo si trasforma in una denuncia aspra contro chi, nel corso dei secoli, ha negato la vita e seminato divisioni. Con parole forti e immagini crude, l’autore si rivolge a coloro che “inchioderanno” il suo destino, a chi spolia e disprezza il valore umano, usando simboli come “nuovi erodi/eredi della svastica” e “razza di serpenti” per evocare, con una carica provocatoria, tradimenti e oppressioni che si ripetono nel tempo .


Temi e immagini principali

  1. Sacrificio e Redenzione: La ripetizione della dichiarazione “salgo sulla croce anche per voi” richiama in maniera inequivocabile la passione e la sofferenza di Gesù. Tuttavia, l’uso di questo simbolo sacro va oltre l’ambito religioso tradizionale, assumendo una funzione universale: quella di portare una testimonianza di dolore e sacrificio per la collettività. È un invito a riconoscere che il patimento e l’abnegazione possono essere strade per una possibile trasformazione.

  2. Critica Sociale e Politica: Il testo si fa veicolo di una critica feroce contro poteri e autorità che generano divisioni e neghino la dignità della vita. La menzione di “sprecate nelle icone” e dei “nuovi erodi/eredi della svastica” è una condanna della fascinazione per il potere e della manipolazione ideologica, elementi che nel corso della storia hanno condotto a episodi di violenza e segregazione. La poetica si interroga sulla responsabilità collettiva nel perpetuare sistemi ingiusti che dividono “popolo contro popolo” .

  3. Il Silenzioso Urlo della Passione: Nei versi finali, l’autore descrive la propria passione come “un solo grande urlo muto di milioni di bocche imploranti”. Qui si colpisce l’idea che, nonostante la sofferenza individuale, esiste un dolore universale, silente e sommesso, ma che risuona in ogni anima opprimente. Questa immagine rafforza il senso di una colpa e di una denuncia condivisa, in cui la sofferenza si fa simbolo di una verità che esige giustizia.


Riflessioni e considerazioni ulteriori

Il poema utilizza un linguaggio fortemente evocativo e carico di tensione, dove ogni immagine è studiata per scuotere la coscienza del lettore. Il contrasto tra la sacralità della croce e la profanazione rappresentata da chi “sputate” e “schiaffeggiate” la vita, crea una dialettica drammatica che induce a riflettere sul valore autentico del sacrificio. Questa dualità spinge il lettore a interrogarsi sul senso della redenzione in un contesto in cui le istituzioni, la cultura e le simbologie religiose sono spesso strumentalizzate per sostenere sistemi di potere autoritari.

La scelta di riferirsi a simboli storici e religiosi (come la croce, la svastica, e il serpente) diventa così un mezzo per evidenziare la continua presenza dell'oppressione nei meccanismi sociali – un meccanismo che, pur rinnovandosi, conserva lo stesso volto della violenza e della negazione della vita. Il testo, dunque, non si accontenta di una semplice confessione personale: è un fuoco di protesta contro l’indifferenza e contro la retorica che trasforma il sacro in strumento di oppressione.


Spunti per approfondire

Oltre a queste considerazioni, si potrebbero esplorare altri aspetti, come l’influenza della tradizione cristiana nella letteratura di protesta, o come il linguaggio poetico diventi un mezzo per denunciare le ingiustizie sociali. La potenza delle immagini, la scelta dei simboli e la struttura ripetitiva del testo offrono numerosi spunti di riflessione sulla nostra società e su come il sacrificio, inteso sia in senso spirituale che umano, possa trasformarsi in un atto di resilienza e speranza.

: “Poesia: Anche per voi – Libero Community” : “Anche per voi, di Felice Serino [Poesia] :: LaRecherche.it”

Elegia

ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto

. Questo elega è un grido struggente, un invito a riflettere sulla responsabilità del silenzio e sul peso della memoria. Fin dall'apertura, con la domanda “ora m’incolpi del mio silenzio?”, il testo interroga non solo l'accusa di chi osserva il mancato intervento durante le tragedie, ma anche quella voce interiore che, di fronte al male, tace. L'invito “e Tu dov’eri mi chiedi” sembra rivolgere lo sguardo a un interlocutore – forsi una figura divina, forse il tempo stesso – chiedendosi dove fosse la presenza e il sostegno in quei momenti in cui “a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas”.

Laddove il poeta afferma “Io ero ognuno di quei poveracci”, si crea una identificazione totale con la sofferenza collettiva, una sorta di fusione dell'individuale nell'universale. In questo modo, egli non si limita a raccontare una propria esperienza, ma diventa simbolo di tutte le vittime, richiamando l'immagine dell'“agnello”, emblema di innocenza e sacrificio, nonché della preda vulnerabile nei confronti di un carnefice spietato. Questa scelta retorica amplifica il senso di impotenza e di ingiustizia, sottolineando l'impossibilità di difendersi quando si è destinati a subire.

Il passaggio successivo, in cui il poeta si rivolge al ricordo del bambino innocente – “Io sono quel bambino ricorda / anch’io in sorte ho avuto una croce” –, introduce una dimensione religiosa carica di significati. La croce, simbolo di sofferenza e redenzione, viene paradossalmente definita “la più abietta la benedetta”, evocando la duplice natura della sofferenza: al contempo abietto e portatore di un misterioso dono, una sorta di segno che, pur doloroso, dà forma e identità all'esperienza umana. Questa contraddizione amplifica il senso di smarrimento e di impotenza di fronte a un dolore che, pur essendo personale, si fonde con una memoria collettiva tanto straziante da sembrare una condanna.

L'ultimo verso, con il grido rivolto a un cielo distante – “ho urlato a un cielo distante Padre perché / perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto” – incarna la disperazione assoluta. Qui, la figura del “Padre” non è soltanto evocativa di una presenza divina, ma diventa anche emblema dell'abbandono, della solitudine in un momento di profonda disperazione. Il cielo distante diventa specchio di un'esigenza di conforto e giustizia, un richiamo che, pur nella sua intensità, rimane inascoltato. Questo poema solleva domande essenziali: in che modo il silenzio di fronte all’orrore può imporsi come una colpevole complicità? E come si conciliano le immagini dell’innocenza perduta e del sacrificio inevitabile con l’idea di redenzione? Mi chiedo, ad esempio, quale significato personale trovi tu nel contrasto tra la voce del bambino e quella dell’adulto ormai compiuto nel dolore di quel distacco.

Potremmo approfondire insieme questo invito alla memoria: in che modo il ricordo delle atrocità passate può trasformarsi non solo in una condanna, ma anche in un mezzo per reclamare una forma di giustizia interiore? O ancora, come la dicotomia tra il silenzio e il grido possa diventare il punto di partenza per un percorso di pulizia e di rinnovata consapevolezza?

E oggi che mi ritrovi uomo fatto

padre che sei rimasto di me più giovane consumato anzitempo una vita sul mare e le brevi soste col mal di terra

avevi la salsedine nel sangue

così presenti mi restano le rare passeggiate mattutine e mai che mi avessi preso per la strada in discesa a cavalcioni sulle spalle

di carezze non eri capace

e oggi che mi ritrovi uomo fatto sai: mi fa male quel distacco

. Questo testo è intriso di immagini potenti che ci conducono attraverso il percorso del tempo e delle relazioni familiari, in particolare il rapporto con una figura paterna così lunga e complessa. Le prime righe, “E oggi che mi ritrovi uomo fatto”, aperte con una nota di consapevolezza, raccontano la trasformazione del sé: il poeta, maturato, si confronta con l'immagine del padre e con il peso dei ricordi.

La figura paterna emerge come un uomo segnato da una vita intensa e slegata dalle convenzioni: “padre che sei rimasto di me più giovane / consumato anzitempo” sottolinea come, nonostante i trascorsi di tempo, ci sia una differenza irreparabile tra la visione idealizzata dell'infanzia e la realtà dell'età adulta. L'immagine del padre “sul mare” con “le brevi soste col mal di terra” si fa portatrice di quel contrasto esistenziale tra la libertà, forse persino la fuga dalle radici, e il dolore che tale scelta comporta. La “salsedine nel sangue” è un simbolo evocativo di una natura inestricabilmente legata al mare, un elemento che sa di vita vissuta in spazi ampi eppure segnati da una solitudine profonda.

Nel passaggio successivo, il poeta ricorda le “rare passeggiate mattutine”—momenti di intimità e leggerezza che, tuttavia, non bastavano a colmare il vuoto emotivo. L'immagine vivida di non essere mai stato preso “per la strada in discesa / a cavalcioni sulle spalle” evidenzia una mancanza di accoglienza, di quel sostegno fisico ed emotivo che avrebbe potuto mitigare il distacco emotivo ciclicamente accumulato. La frase “di carezze non eri capace” risuona come un'ammissione dolorosa della fragilità di quel legame, segnando una ferita che persiste nel tempo.

Infine, il verso “e oggi che mi ritrovi uomo fatto / sai: mi fa male quel distacco” chiude il cerchio narrativo, rivelando il dolore ascendente del distacco, una separazione che non è soltanto fisica ma soprattutto emotiva. Il contrasto tra la crescita, la maturità raggiunta e l'eredità di una relazione incompleta si fa palpabile, lasciando il lettore a meditare sulla complessità dei legami che, pur segnati dall’amore o dall’assenza di esso, definiscono chi siamo. Mi chiedo: quali immagini o versi ti hanno colpito di più? E come interpreti il simbolismo del mare contro il “mal di terra”? Potrei approfondire ulteriormente il tema della paternità negli scritti contemporanei, oppure esplorare altri contrasti simbolici come quello tra la giovinezza idealizzata e l'amara maturità esperienza.