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Angelo

angelo icona della volta che mi vedevi da lassù la testa all’ indietro a contemplare i lineamenti perfetti

nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo

poi per paura del male del mondo la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo

quando dopo la mia accorata preghiera venivi a visitarmi

. Questo componimento, “Angelo”, affascina per la sua fusione di immagini celestiali e sentimenti umani profondi, in un dialogo intimo tra il desiderio di bellezza eterna e il bisogno di rifugio nei momenti di oscurità.

La figura celestiale come simbolo di perfezione

Fin dall'inizio, l'angelo viene presentato non solo come un'entità osservatrice (“che mi vedevi da lassù”) ma come un'icona, una presenza quasi archetipica capace di contemplare i “lineamenti perfetti”. Questa immagine evoca l’idea di una bellezza ideale e intoccabile, posizionata al di sopra delle inquietudini terrene. La descrizione, con “la testa all’ indietro a contemplare”, richiama a un gesto di meraviglia e rispetto, un'immagine che trasforma l’angelo in un simbolo di eternità e perfezione.

Il potere consolatorio dello sguardo e del sogno

Nel verso “nei tuoi occhi vedevo palpitare il cuore della Bellezza e m’ incantavo”, il poeta non si limita a descrivere un’apparenza, ma trasmette un’esperienza emozionale intensa. L’angelo diventa per l’io narrante lo specchio in cui si riflette la bellezza e la speranza; i suoi occhi, simboli di vita e passione, offrono uno sguardo capace di risvegliare sentimenti profondi. Qui la contemplazione si trasforma in un atto che infonde vita e incidere nella memoria dei momenti di incanto.

La fuga dal male e il rifugio nel divino

La seconda parte del componimento rivela una tensione emotiva: “poi per paura / del male del mondo / la sera mi rifugiavo nel sogno di te e toccavo il cielo”. Di fronte alle inquietudini e alla crudeltà della realtà, il poeta sceglie il sogno – e, per estensione, la figura dell’angelo – come rifugio. L’atto di “toccare il cielo” è un'immagine fortemente evocativa, un gesto che trascende il quotidiano e abbraccia il desiderio di elevarsi oltre il dolore terreno. La preghiera finale e la successiva visita dell’ angelo suggeriscono che, nella sincerità di un cuore in cerca di consolazione, il divino non resta distante, ma si fa presente per lenire le ferite dell’anima.

Interpretazioni e spunti di riflessione

Il componimento può essere interpretato come una meditazione sulla dualità tra la bellezza ideale e la realtà imperfetta: da un lato si ammira quella perfezione quasi divina, dall’altro ci si reca in essa per trovare un rifugio contro la negatività del mondo. L’angelo diventa così un ponte tra il mondo spirituale e quello terreno, un custode della speranza che, attraverso un gesto di presenza “dopo la mia accorata preghiera”, consegna al poeta un momento di sollievo e rinnovata fiducia.

Questo testo ci invita a riflettere su come i simboli di bellezza e spiritualità possano fungere da ancore nei momenti di crisi, ricordandoci che nella ricerca del divino – sia esso estetico o emotivo –si può trovare un rifugio temporaneo dalle intemperanze della vita.

Lungopò

noi due mi dici siamo della stessa pasta -quanto a me non so dire i difetti la trave nel mio occhio

le anatre abboccano le nostre briciole tra dorati riflessi e giochi d’acqua

tu ti mantieni bella e gli anni non sciupano questa luminosità del viso

mi chiedo quanti inverni ancora nelle ossa che gemono nelle giunture

. Questo componimento, “Lungopò”, si presenta come un'intima riflessione sulla dualità tra l'autocritica e l'ammirazione per l'altro, il tutto immerso in un paesaggio di immagini naturali e sensazioni tattili.

Un rapporto di somiglianze e differenze: I versi iniziali “noi due mi dici / siamo della stessa pasta” sottolineano un senso di affinità, come se i due interlocutori fossero fatti della stessa sostanza vitale. Tuttavia, mentre il poeta ammette di possedere una sorta di “trave nel mio occhio” – richiamando in maniera sottile il tema biblico dell'ipocrisia o dell'incapacità di vedere i propri difetti – l'altro viene celebrato per la sua bellezza, intatta nonostante il tempo. Questa contrapposizione crea un dialogo interiore ed esteriore, dove il riconoscimento delle proprie mancanze viene messo a confronto con l'apparente perfezione dell'altro.

Le immagini naturali e il passare del tempo: Il richiamo alle “anatre” che abboccano le “nostre briciole” evoca una natura che osserva e, in modo quasi simbolico, raccoglie i resti di un'esistenza condivisa. I “dorati riflessi e giochi d’acqua” creano un'atmosfera quasi magica, suggerendo che nei piccoli momenti quotidiani – come le briciole di pane osservate nel riflesso del sole – si nasconda una bellezza effimera e preziosa. Questi elementi naturali fungono da specchio del ciclo della vita, dove l'invecchiamento è lento e inesorabile, ma carico di una luce propria.

Il tempo e l’eternità dell’essere: Nel passaggio successivo, il poeta si sofferma sull'incanto di una bellezza che sfida il tempo: “tu / ti mantieni bella e gli anni non sciupano / questa luminosità del viso”. Qui si evince un'ammirazione sincera e una sorta di invidia positiva che, invece di essere soltanto nostalgica, si trasforma in un apprezzamento della continuità e del valore intrinseco dell'essere. La domanda finale, “mi chiedo quanti inverni / ancora nelle ossa / che gemono nelle giunture”, apre invece una riflessione sulla fragilità umana, il peso degli anni che si accumula come inverni interiori, un sentimento quasi malinconico che esprime la consapevolezza della nostra mortalità.

Riflessioni aggiuntive: Questo testo si presta a molteplici letture. Si potrebbe interpretare come un dialogo interiore, in cui il poeta mette in conversazione la propria imperfezione con la grazia dell'altro; oppure come un invito a riconoscere che, nonostante le menzogne dell'apparenza, è nei piccoli dettagli – le briciole, i riflessi d'acqua – che si nasconde la verità della vita. L'uso di immagini semplici, ma fortemente evocative, richiama la natura ciclica dell'esistenza: la giovinezza e la bellezza che, pur resistendo al trascorrere degli anni, convivono sempre con la consapevolezza della caducità dell’esserci.

FORSE UN ANGELO

a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni

qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire

. Il componimento “FORSE UN ANGELO” si presenta come un intimo viaggio interiore, un invito a scoprire e accogliere quella presenza eterea che trascende l'ordinario. Il verso iniziale, “a trascendersi in me / è forse un angelo,” suggerisce una trasformazione che prende forma dall'interno, come se un'entità sottile emergesse proprio dal nucleo della propria esistenza, pronta a risvegliare sentimenti e percezioni altrimenti dormienti.

L'immagine “nel punto dove l'anima vibra / come diapason” evoca il concetto di una vibrazione che armonizza il profondo dell'essere. Proprio come un diapason che emana una frequenza pura, la nostra anima può entrare in sintonia con le forze creative che risiedono in noi, capacità che spesso restano inespresse sino a quando non le lasciamo fluire liberamente.

Il “mutevole cielo d'occhi” che “mi asseconda” aggiunge una dimensione interconnessa: la presenza dell'angelo non è isolata, ma si fonde con un mondo di sguardi e di percezioni. Questi occhi possono essere simbolo di una collettività di esperienze, o addirittura del dialogo tra il nostro mondo interno ed esterno, capace di sostenere la ricerca della bellezza nascosta nei “frammenti di parole e suoni”. L'atto di “snudare la bellezza” diventa così un delicato sforzo di rivelazione, una disvelazione dell'ineffabile arte che albergava dentro di noi.

Infine, la chiusa “qui nel mio sangue / ecco si leva il fiore / che non so dire” richiama un'immagine intensa: dalla linfa vitale del proprio essere, come da un seme germinante, sboccia qualcosa di magnifico e indescrivibile. Il fiore, simbolo universale di rinascita e bellezza, sottolinea l'idea che l'arte e l'emozione non sono solo il risultato di un atto creativo, ma anche l'inevitabile manifestazione di un'esistenza che ha toccato il sublime.

Questo componimento, con la sua fusione di immagini sensoriali e sensazioni spirituali, invita a riflettere sul potere trasformativo dell'interiorità. In che modo ritrovi in te la consapevolezza di quell' angelo interiore? Ti risuona l'idea che dalla vibrante sinfonia del proprio essere possa nascere una bellezza che, pur sfuggendo alle parole, si svela in ogni gesto, ogni sguardo?

Forse potremmo approfondire come la metafora del diapason si intrecci con la ricerca della propria frequenza interiore oppure esplorare ulteriormente il simbolismo del fiore che, sebbene “non so dire” racconta una storia universale di trasformazione e rinascita.

NUOVA POESIA

non dirmi che questa in grafia minuta è “inconsistente” come la mia “collezione di farfalle”

cielo grigio si riflette negli occhi

-unforgettable

piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre

il marciapiede si allontana

ho da dare i miei occhi a quel che passa

. La poesia “NUOVA POESIA” si presenta come un atto di liberazione e autenticità, in cui la delicatezza e la fragilità diventano ricchezza piuttosto che difetto. L'apertura – “non dirmi che questa in grafia minuta è 'inconsistente' come la mia 'collezione di farfalle'” – sfida chi giudica l’espressione artistica con stereotipi di perfezione, sostenendo che ciò che può apparire sottile o effimero nasconde in realtà un mondo di significati intensi. Qui, la “grafia minuta” e la “collezione di farfalle” sono immagini che celebrano l'unicità, la leggiadria e la fuggevolezza, elementi che, anziché essere visti come debolezze, sono rivelazioni di una sensibilità profonda.

Nel verso “cielo grigio si riflette negli occhi”, l'autore evoca l'atmosfera di una malinconia luminosa, dove il grigio – tipico dello stato d'animo introspectivo – diventa lo specchio di una visione interiore profonda. L’inserto “– unforgettable” eleva questa immagine, rendendola indelebile nonostante l'apparente tristezza, un ricordo che, pur sfumato nei toni, lascia un'impronta duratura.

Il passaggio “piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre il marciapiede si allontana” gioca con il movimento e la trasparenza dei ricordi. La pioggia trasforma l'immagine in qualcosa di quasi liquido e instabile, mentre il vetro agisce come un filtro che distorce e allo stesso tempo preserva la memoria. Il marciapiede, in movimento, diventa simbolo della fuga del tempo e della vita che, incessantemente, si trasforma e si allontana, lasciando dietro di sé ricordi sbiaditi ma intensamente vissuti.

Infine, “ho da dare i miei occhi a quel che passa” raccoglie una sfida e una sorta di resa: è un invito a lasciarsi catturare dal fluire costante degli eventi, a vedere la bellezza nei gesti effimeri e nelle immagini che scorrono nel quotidiano. Dare i propri occhi a ciò che passa implica un'apertura totale all’esperienza, un atto di fiducia verso la vita e la sua capacità di stupire, nonostante la consapevolezza della sua fuggevolezza.

Questo componimento ti parla di un percorso personale, in cui il rifiuto del giudizio superficiale si intreccia con la celebrazione dell’effimero, trasformando ogni piccolo dettaglio in un frammento di eternità. La poesia diventa così un invito a ripensare il valore delle cose che scorrono e, spesso, a riconoscere che anche la più lieve traccia può contenere un universo di emozioni.

AL PARCO

(fuori da un periodo depressivo)

vade retro male di vivere nuova luce di orizzonti leggo nello sguardo dell'anziano sottobraccio nella macchia di sole a farci isola ora che nuovi m'appaiono i semplici gesti un sorriso una parola forse questo il senso mi dico Lui ben sa “utilizzarmi” al meglio va-de re-tro mal du vivre ti riconosco dal tuo odore acre ti ricaccio nel buio fondo

. Il componimento “AL PARCO” trasuda la consapevolezza di un nuovo inizio, un atto di ribellione contro le ombre del passato. Dalla prima riga, con il deciso “vade retro male di vivere”, l'io poetico esprime una disapprovazione per quel modo di esistere che lo aveva intrappolato, scacciando via quell'energia negativa con la forza di un rituale di rinnovamento.

La “nuova luce” e l'immagine degli orizzonti che si leggono nello sguardo dell'anziano racchiudono un significato profondo. Qui, la figura dell'anziano – possibile simbolo di saggezza e della continuità del tempo – diventa un faro che guida l'individuo verso una riconsiderazione del valore dei gesti semplici. In un ambiente naturale come il parco, dove ogni frammento di luce e ogni semplice parola si rivelano ora carichi di significato, si delinea la consapevolezza che la vita si rinnova proprio nelle piccole cose: in un sorriso, in un gesto, in una parola gentile.

Il verso “forse questo il senso mi dico” segna il momento in cui il poeta riconosce che, dopo il turbamento, è proprio nella quotidianità che si risiede il senso della vita. La presenza di una figura – espressa con “Lui ben sa 'utilizzarmi' al meglio” – suggerisce che esista una forza (che può essere interpretata come il destino, un'entità superiore o la stessa rinascita interiore) in grado di canalizzare quella nuova energia in un percorso di crescita.

Infine, il richiamo al “mal du vivre” (cioè a quella sofferenza esistenziale) diventa uno specchio contro cui il poeta si confronta, riconoscendone la presenza (“ti riconosco dal tuo odore acre”) per poi rimandarlo, in maniera quasi rituale, nel “buio fondo”. Questo gesto di espulsione simboleggia la vittoria sul dolore e la determinazione nel riscoprire la luce.

Il componimento si configura così come un vero e proprio manifesto di trasformazione personale, in cui la natura e la quotidianità diventano strumenti di salvaguardia e riscoperta del senso della vita. Ciò invita a riflettere: in che modo anche, nella tua esperienza, i semplici momenti e il contatto con il mondo naturale hanno contribuito a una rinascita interiore? Esplorare ulteriormente la simbologia del parco come microcosmo della vita potrebbe ampliare questo dialogo su come la bellezza reside negli attimi apparentemente ordinari, trasformandosi in un faro di speranza e resilienza.

GIRO DI LUNA

giro di luna bivaccante nel sangue baluginare d'albe e notti che s'inseguono dentro il mio perduto nome per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata

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Il componimento “GIRO DI LUNA” si presenta come un viaggio interiore in cui immagini forti econtrastanti si intrecciano creando una sensazione di movimento e di rivelazione.

  • Giro di luna bivaccante nel sangue: L'immagine iniziale ci trasporta in un luogo dove il ciclo lunare—simbolo da sempre di trasformazione e di destinazione—si fonde con il fluire della vita, rappresentato tramite il “sangue”. Il termine “bivaccante” suggerisce una presenza effimera e temporanea, come se la luminosità della luna camminasse, accostandosi e poi abbandonando l'intimità del vivere umano.

  • Baluginare d'albe e notti che s'inseguono: Questo verso evoca il continuo alternarsi tra luce e ombra, tra il sorgere e il tramontare, catturando il perpetuo movimento del tempo. Le albe e le notti che si rincorrono plasmano l'idea di ciclicità, quasi a indicare che ogni momento, per quanto effimero, ha il potere di illuminare o oscurare il cammino interiore.

  • Dentro il mio perduto nome: Qui il componimento rivela una dimensione profondamente personale. L'autore richiama un'identità ormai dimenticata o dispersa, lasciando presagire un recupero del sé attraverso la memoria e il confronto con le forze ancestrali e cosmiche. Questo “perduto nome” diventa il deposito di tutti quei frammenti di esperienze e ricordi che si intrecciano alla vita.

  • Per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata: La transizione verso “le ancestrali stanze” porta l'attenzione a un luogo quasi sacro, custode di antiche memorie e di una dimensione spirituale. La “creatura celeste” che aleggia suggerisce la presenza di un'entità ispiratrice o forse un simbolo dell'idea di bellezza e dolore intrecciati. La “luce pugnalata” è una metafora potente che parla di una luce non solo illuminante ma anche ferente, capace di esporre verità nascoste e di causare un dolore esistenziale necessario per la rivelazione di sé.

Nel complesso, il componimento ci parla di un'incessante ricerca dell'identità attraverso il confronto con forze cosmiche e interiori, in cui il dolore e la bellezza si fondono per guidare l'arte del riscoprirsi. L'interazione tra luce e ombra, tra presenza effimera e ricordo ancestrale, crea un'atmosfera di mistero e di intima rivelazione, lasciando spazio a molteplici interpretazioni che invitano il lettore a riflettere sul proprio percorso interiore.

MARINA

sull'onda bianca della pagina inavvertita la musa come un'ala si posa e si china discreta a ricreare di palpiti un vago sentire di mare

. Questo componimento evoca un'atmosfera delicata in cui la pagina bianca diventa il mare sul quale la musa si posa senza preavviso, quasi come un'ala che si posa leggera e discreta. La scelta di termini come “onda bianca” e “vago sentire di mare” richiama alla mente l'immensità e la fluidità dell'ispirazione che, proprio come l'acqua, scorre e si trasforma in emozioni e immagini.

La musa qui non fa ingresso in modo scontato o forzato; al contrario, la sua presenza è quasi casuale (“inavvertita”), evidenziando come spesso l’ispirazione ci colpisca quando meno ce lo aspettiamo. Il gesto, paragonabile a un'ala che si posa e si china, sottolinea quella delicatezza e grazia con cui l'arte imita la natura, dando vita a una scrittura che vibra di vita propria, fatta di palpiti e ricordi di un mare indefinito.

Il poema consegue una liricità intensa in pochissime parole, suggerendo che anche nel silenzio di una pagina vuota si può trovare il richiamo profondo del creato. È come se l'atto del creare fosse una danza fra il visibile e l'invisibile, dove la musa accende la scintilla che trasforma il vuoto in unmare di emozioni.

Questa lettura offre numerosi spunti: potremmo esaminare ulteriormente la relazione tra l'atto creativo e la natura, oppure approfondire come il mare, da sempre simbolo di infinito e mistero, si faccia metafora di ispirazione e rinascita. Ti risuona in qualche modo questa interpretazione?

Mi risuona bene questa interpretazione, ne sono soddisfatto e ringrazio.

.Sono felice che questa interpretazione ti abbia colpito e che la riflessione sulla musa e l'onda bianca abbia trovato un risonare così personale nel tuo modo di vedere la scrittura e l'ispirazione. È affascinante pensare alla pagina bianca come a un mare di possibilità, un luogo dove ogni palpito d'arte si trasforma in emozione, proprio come un'ala che leggera si posa sul vento.

La poetica metafora del mare che intrisa l'anima dell'artista è un tema caro a molti poeti italiani, che lo hanno usato per esprimere l'infinito potenziale creativo. Questa immagine incarna quella sottile danza tra caos e ordine, dove la casualità dell'ispirazione si trasforma in un atto deliberato di creazione, un dialogo intimo fra uomo e natura.

LA VISIONE

ancora sono sogno e inizio di pensieri e sento un angelo con l'ali vellutate coprirmi

nel bianco silenzio allagato di luna mi do d'amore mia “fuga” nell'intima mia essenza sorda al mondo .

Il componimento LA VISIONE si presenta come un viaggio onirico in uno spazio dove il confine tra sogno e realtà si dissolve. L’apertura “ancora sono sogno e inizio di pensieri” ci introduce in una dimensione fluida, dove ogni pensiero nasce dall’evanescenza della visione interiore, quasi come se il poeta fosse sospeso tra l’essere e il diventare. Questa condizione di perpetuo divenire, priva dei vincoli del tempo, è espressa con forza in un linguaggio che trasudadelicatezza ed intimità.

L’immagine centrale, quella dell'angelo con “l'ali vellutate” che lo coprono, diventa un simbolo potente di protezione e accoglienza. Qui l’angelo non è solo una figura celestiale, ma quasi un custode delle emozioni più segrete, capace di avvolgere il poeta in un abbraccio carezzevole, rendendo l’esperienza quasi tangibile, palpabile come una luce che penetra la solitudine. La presenza di questo essere etereo trasforma lo spazio interiore, evocando una sicurezza intima che invita ad abbandonarsi completamente.

Il paesaggio descritto “nel bianco silenzio allagato di luna” amplifica l’atmosfera surreale: la luna, simbolo da sempre di mistero e introspezione, inonda di luce un silenzio ovattato che diventa terreno fertile per un amore rivolto all'intima essenza. Il verso “mi do d'amore mia 'fuga'” suggerisce l'idea di una fuga non come fuga dal mondo, ma come un abbandono volontario in un rifugio di amore e autenticità, dove la vita si ricollega a se stessa in un ciclo di rinnovamento interiore.

Questa visione poetica, intrisa di simbolismo e contrasti, sfida l’ ordinario, invitando a contemplare la realtà con occhi che sanno vedere il divino nella quotidianità. Il poeta si fa architetto di un universo in cui il silenzio, la luce e il calore interiore si fondono in un’ode all’essenza, distaccata eppure profondamente connessa al mondo, anche se “sorda al mondo”.

Quali altre figure simboliche o elementi naturali potrebbero arricchire ulteriormente questo viaggio sensoriale? Sarebbe interessante esplorare come la percezione del silenzio e della luce possa trasformarsi in ulteriori metafore per esprimere la tensione tra isolamento e appartenenza, una tematica che, in questa poesia, trova una sua raffinata espressione.

NASCITA

come appena emerso

da naufragio di sangue a luce ferita

rosa del tuo fiato – madre -

. Il tuo componimento, NASCITA, esplora la contraddizione insita nel momento primordiale della creazione. L'immagine del “naufragio di sangue” evoca un'emersione quasi drammatica, un atto violento e al contempo inevitabile, come se la vita stessa dovesse lottare per affermarsi. Questo naufragio, tuttavia, non conduce solo al caos, ma si trasforma in una luce “ferita”, una luminosità segnata dal dolore ma intrisa di una potenza rivelatrice, capace di testimoniare il passaggio dal tumulto alla nascente bellezza.

L'uso di metafore forti e contrastanti, ad esempio nell'accostare il trauma della nascita a qualcosa di delicato come “la rosa del tuo fiato”, intensifica il significato emotivo del testo. La figura della madre qui diventa non solo la fonte dell’atto creativo, ma anche il simbolo di una protezione sublime, capace di trasformare sofferenza e caducità in un nuovo inizio luminoso. La scelta delle parole — in particolare l'accostamento di termini come “naufragio” e “ferita” — sottolinea la natura ambivalente della nascita, che porta con sé sia il peso del dolore che la dolcezza della vita.

Questa tensione tra violenza e bellezza, tra distruzione e creazione, invita a riflettere non solo sul miracolo del concepimento, ma anche sulla fragilità intrinseca dell’esistenza umana. Il percorso dalla distruzione a una luce mutata, quasi sofferente, è un'ode alla resilienza e alla capacità di ritrovare la purezza, pur nelle circostanze più ardue.

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LADRO DI PAROLE

[l'ispirazione della poesia]

la farfalla immagine-pensiero sotto la volta del bicchiere -della cattura l'ebbrezza ma d'un solo attimo e poi il volo...- la destrezza nel carpirne la luce frangente nei colori - l'inavvertito suono

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Che poesia intensa e libera, intrisa di immagini evanescenti e sfumature che sfuggono proprio come la luce nelle mani di chi cerca di afferrarla. Il titolo, LADRO DI PAROLE, evoca l’immagine di un'anima capace di rubare frammenti di vita, di isolare quei momenti di bellezza che altrimenti svanirebbero nell'ordinario della quotidianità. La farfalla, qui definita “immagine-pensiero”, diventa simbolo della leggerezza e della fuggevolezza del pensiero stesso, che si posa “sotto la volta del bicchiere”, quasi come in un angolo intimo tra la quotidianità e l'estasi del momento.

I versi “della cattura l'ebbrezza ma d'un solo attimo e poi il volo...” offrono una riflessione sulla natura transitoria dell'ispirazione: si può cogliere solo per un breve istante quella scintilla tanto preziosa che, come la farfalla, è destinata a volare via. La destrezza nel “carpirne la luce” e nel trasformare quell'attimo in “frangente nei colori” sottolinea l'abilità quasi magica di chi, come un ladro, riesce a sottrarre alla fuggevolezza dell'esistenza un frammento di eternità. L'accenno finale a “l'inavvertito suono” amplia ulteriormente questa sinestesia, ricordandoci che anche nella delicatezza dei rumori trascurati si nasconde una parte dell'essenza di ciò che ci circonda.

Questa poesia sembra, quindi, essere una meditazione sulla condizione dell'artista: colui che osserva e raccoglie le sfumature più fugaci della vita, trasformandole in parole e immagini che, per un attimo, fermano il tempo. È un invito a riconoscere il valore dell'effimero e, al contempo, una celebrazione dell’arte come strumento per catturare e rendere immortale ciò che di solitamente sfugge al nostro sguardo.

Potresti approfondire questo linguaggio che gioca tra vista, suono e sensibilità, esplorando come la sinestesia — l’abilità di unire i sensi — possa arricchire ulteriormente il messaggio del tuo scritto. Ad esempio, ti è mai capitato di percepire un sapore o un odore così intenso da evocare per te un ricordo o un’emozione particolare, quasi “rubata” all’ordinario? Questi spunti possono aprire nuove vie per amplificare l’impatto emotivo e sensoriale dei tuoi versi.

Quali altre immagini o esperienze ti spingono a “rubare” parole e trasformarle in un linguaggio così vibrante? La tua poesia ci invita a fermarci e ad ascoltare quei suoni inavvertiti che, pur passando inosservati, creano un mosaico di emozioni e sensazioni così autentiche.