norise 3 letture AI

Versi per Nina 4

l'anima tendeva alle stelle

quando tu Nina apparivi

rosavestita

stagliata contro un lembo di cielo

ti fermavi nella piazzetta e

ti facevano festa i colombi

planando sul mangime che spargevi

allora

il tuo sorriso era una pasqua

mentre il tempo aveva una sosta

*

dimmi Nina: che vedi

tu che hai casa nelle nuvole

tu che sai il linguaggio dei voli?

forse

la giovinezza spezzata

che ora in lampi di déjà vu ritorna?

o

rivivi nel cuore

verde dell'acqua

che ti vide sirena emula del canto

di odisseo

rapimento dei sensi

che in sogno ancora mi seduce

*

ahi i ponti sgretolati

o pure considera quelli

detti collanti di carne e di sangue

e il desiderio che

si fa arco d'amore

filo teso d'acrobata

all'altro capo sei Nina

e mi vedi adesso

varcare fra nuvole in sogno lo spazio

di un volo fino alle tue braccia

*

il tuo volteggiare Nina

nelle stanze viola della memoria

–dicevi il reale non è fatuo

apparire o entrare nello specchio

dell'essenza evocando

palpiti di luce

di un tempo senza tempo

noi dal celeste palpito

dicevi – qui siamo

affratellati nel sangue

con la terra e la morte

. © Felice Serino aka norise

Questi versi creano un universo in cui il reale e il metafisico si intrecciano in un viaggio onirico e carico di simbolismi. Fin dalle prime righe l’anima sembra elevarsi verso le stelle, anticipando l'apparizione di Nina che, “rosavestita” e stagliata contro un lembo di cielo, incarna una bellezza quasi ultraterrena. La scena nella piazzetta, animata dai colombi che festeggiano la sua presenza, trasforma il suo sorriso in qualcosa di sacro—una sorta di rinascita, come la Pasqua, dove il tempo stesso si ferma per cogliere la magia del momento.

Nella seconda strofa, l'invocazione “dimmi Nina: che vedi” apre un dialogo immaginario in cui la musa sembra abitare un reame sospeso, dove le nuvole sono casa e il linguaggio dei voli svela segreti. Il riferimento alla giovinezza spezzata che ritorna in lampi di déjà vu e all'immagine della sirena che emula il canto di Odisseo ci trasporta in un mare di emozioni, dove il ricordo è tanto struggente quanto vivido. Questa sintesi di miti classici e moderni dona profondità al sentimento, facendo del passato un'eco che ridefinisce il presente.

La terza parte introduce il tema dei “ponti sgretolati”, evocando le fragilità dei legami umani e dei ricordi che, pur frammentati, tendono a ricostruirsi in una tensione d’amore che attraversa la materia stessa: un “arco d'amore”, teso come quello di un acrobata, che unisce il sé disperso a Nina, rendendo l'assenza un ponte verso il desiderio. Il volo, sperimentato in sogno tra le nuvole, diventa così il mezzo per colmare la distanza, rendendo il confine tra reale e immaginato sempre più labile.

Infine, nella chiusura il “volteggiare nelle stanze viola della memoria” si carica di un sapore malinconico e al tempo stesso di speranza, in cui il reale, lungi dall’essere fatuo, si specchia nell’essenza profonda di cui Nina è custode. I “palpiti di luce di un tempo senza tempo” e l’affermazione di essere “affratellati nel sangue con la terra e la morte” suggeriscono una comunione esistenziale che sfida il trascorrere degli istanti, celebrando l'amore come legame eterno nonostante la precarietà della vita.

Questa poesia, così ricca di immagini e simboli, ci invita a riflettere su come la presenza di una persona amata possa elevare l’esperienza quotidiana a un livello quasi sacro, in cui la natura, il mito e la memoria si fondono in un’armoniosa sinfonia emotiva.

Cosa ti colpisce maggiormente di questa fusione di immagini? Forse è la trasformazione della quotidianità nella dimensione del sacro oppure il modo in cui il poeta cattura l’ineffabile bellezza dell’istante. *

Lettura e interpretazione di Copilot AI (Think Deeper)

.

Versi per Nina 3

forse solo nell' oltre saprò

si scioglierà l' enigma – e intanto

i tuoi modi garbati che ritornano

nella camera viola della mente

mi sorreggono per il tempo a me concesso

mentre perso sono

nel perimetrare il vuoto che lasci:

un' ombra feroce

mi strappa all'abbraccio del sangue

il buconero risucchia

presenze umori respiri

non il tuo garbo che in me

non si cancella

*

non ti vedrò più Nina

se non in vaghezza di sogno –

oggi mi nutro come un passero

dei tuoi scritti di luce che aprono

su universi solo a te noti

e che forse ospitano la tua

essenza mentre mi appare

delinearsi il tuo volto

in una nuvola vagante in questo cielo bianco di silenzi

*

e tu a lumeggiare le mie sere

anima di candore e di sogno

si fa conca il cuore

ad accogliere

dei versi dettati da un altrove

*

Questi versi sono un viaggio attraverso il confine sottile tra la presenza tangibile e quella evanescente, un’indagine interiore sul mistero dell’amore e della memoria. La prima sezione apre con l’idea che solo “nell’oltre” si potrà svelare l’enigma, come se l’essenza di Nina, così calorosamente evocata, potesse essere compresa appieno solo in un recesso metafisico. La “camera viola della mente” diventa lo spazio segreto dove i suoi modi garbati continuano a sostenere il narratore nel tempo a lui assegnato, una dimensione onirica in cui il ricordo e il sentimento si fondono in un abbraccio dolceamaro.

Il passaggio in cui il vuoto lasciato da Nina si trasforma in un’ombra feroce che “strappa all'abbraccio del sangue” e un “buconero” che risucchia “presenze, umori, respiri” accentua il contrasto fra la fragile permanenza del suo garbo e la crudele forza del tempo e dell’oblio. Quest'immagine, potente e quasi disturbante, evoca il lutto e la disperazione causati dall’assenza, ma allo stesso tempo rafforza la memoria indelebile di ciò che resta: il suo spirito, inalterato, continua a risplendere nel cuore del narratore.

La seconda parte si carica di una dolce malinconia, dichiarando che Nina non si rivelerà più se non “in vaghezza di sogno”. Il nutrimento del narratore, paragonato al passero che si nutre di “scritti di luce”, suggerisce la ricerca incessante di una presenza lumenosa nascosta nelle parole e nei ricordi. Qui, la sua essenza sembra abitare universi segreti, capaci di delineare il suo volto in modo fugace e quasi irreale, come una nuvola che si staglia su un cielo “bianco di silenzi”. Questa immagine sottolinea la poesia come mezzo per conservare e rinascere il bagliore di un essere amato.

Infine, il verso conclusivo in cui Nina, divenuta “anima di candore e di sogno”, trasforma le sere del narratore in un’accogliente conca di versi, richiama l’idea che la presenza amata, pur nell’assenza fisica, rimane la fonte ispiratrice di ogni emozione e creazione. È come se l’amore di Nina proiettasse una luce che illumina il creato interiore, facendosi custode dei sentimenti più profondi e trasformandoli in pura poesia.

Questi versi, intrisi di contrasti tra luce e ombra, presenza e assenza, offrono molteplici spunti di riflessione sia sul ruolo della memoria che sulla potenza trasformativa del ricordo. La natura onirica e quasi mistica delle immagini invita a meditare non solo sull’amore perduto ma anche sulla capacità della poesia di far rivivere, anche se solo per instanti, l’essenza di chi ha segnato il nostro cuore.

Versi per Nina 2

entro ed esco dalla tua anima

dove dimorano pezzi di me

un odore di pini ci avvolge

– certo lo senti anche tu –

i nostri passi sul viale accecato di sole

un grido di gabbiani e l'ascolto

del mare in una conchiglia:

questi i momenti

d' incantamento

fermati dal nostro amore imperituro

*

rosa il tuo fiato

fragranza di bosco la tua pelle ambrata

apparivi sirena

distesa s'uno scoglio

allucinazione forse

mi facevi un cenno

mentre il cielo s'apriva in una luce

aurorale

come il tuo sorriso

*

sparire nel nulla

è l'urlo della rosa strappata

da mano indelicata

consola a tratti un palpito

di luce selenica

che abbraccia il ricordo

ravviva empatie

gentile il velo spiegato

dell'angelo

su un lato del cielo

*

Questi versi ti trasportano in un paesaggio interiore fatto di luce, sensazioni e ricordi. Il primo strofico, con “entro ed esco dalla tua anima / dove dimorano pezzi di me”, evoca una fusione profonda fra sé e l'altro, come se vi fosse un passaggio continuo tra le due identità. L'odore di pini, i passi accecati dal sole, il grido dei gabbiani e l'ascolto del mare in una conchiglia—ognuno di questi elementi diventa una nota in una melodia sensoriale che celebra la magia di un amore eterno e incantato.

La seconda parte riscalda ancor di più l’immaginario poetico: “rosa il tuo fiato / fragranza di bosco la tua pelle ambrata” trasforma la figura di Nina in una sirena, una creatura quasi irreale e al contempo preziosa. La visione, tra allucinazione e cenno, è rafforzata dalla luce aurorale che si apre come il suo sorriso, creando un forte contrasto tra la delicatezza e la potenza di tale immagine. In queste righe, ogni dettaglio—dal tocco del cielo all’eco del mare—si fa portavoce di una presenza che, pur sfuggente, rimane indelebile nella memoria.

Il terzo segmento introduce una nota di malinconia e fragilità: “sparire nel nulla / è l'urlo della rosa strappata da mano indelicata”. La metafora della rosa, violentemente distaccata dal suo contesto naturale, esprime la dolorosità del lasciar andare, il gestirsi di ricordi e empatie che, pur ravvivandosi di tanto in tanto, mostrano la delicatezza di un amore che non si può trattenere. La “luce selenica” che abbraccia il ricordo diventa così un balsamo, un tocco di consolazione che, seppur gentile, porta con sé l'eco di un’eterna separazione, come il velo spiegato di un angelo che si posa su un lato del cielo.

Questa composizione dimostra una straordinaria capacità di intrecciare elementi naturali, sensazioni fisiche e sfumature emotive in un’unica sinfonia poetica. La natura non è solo scenario, ma diventa co-protagonista del sentimento, quasi rivestendo il ruolo di un confidente che conosce i segreti dell'anima e sa ascoltare il palpito di ogni ricordo. È come se ogni elemento—dal profumo dei pini al mormorio del mare—si unisse in un inno vibrante a un amore imperituro, capace di trascendere il tempo e l’effimero.

Versi per Nina

sento la vita quasi fosse

apparenza in vaghezza di sogno

l'anima è spersa dove fitta

trama d'ambiguo s'incaglia

ah le uve dei tuoi occhi: uno spasmo

di luce una spina nel sangue

e quel sorriso – oggi

che mi sorprendo a inseguire ombre

in cerca del tuo profilo –

mi si trasfigura in un graffio

difficile da decifrare

*

la mano disegna nell'aria

il tuo profilo indugia

su bocca naso e occhi

la mano della mente ben conosce

quei dettagli come una madre – Nina

stella del cielo che mi cammini nei sogni

ora sono aghi

che trafiggono

nell' accendersi nel sangue

la mai sopita passione

mentre la mente disegna dove fermenta il cuore

*

silenzio allagato di luna – una

silhouette nella mente ondeggia

e gli arzigogoli

a dirmi vano

il ricordo sgualcito dal tempo

dalla foto color seppia

mi guardano

i tuoi occhi velati di mestizia

-ah l'assedio degli anni

e il cuore

a dare smalto a un sogno sbiadito

*

donna dei boschi: occhi

di cerbiatta – la tua

anima di foglia

di sé m'innamora

*

Che meraviglia di versi! Leggendo il testo si percepisce subito una tensione tra il desiderio ardente e l'effimera natura del ricordo. La poesia si apre con un richiamo quasi onirico alla vita, descritta come un' apparenza, un sogno che sfiora la realtà. Questa introduzione mette subito in risalto quel contrasto fra la delicatezza dell'esistenza e l'intensità dei sentimenti che, pur essendo evanescenti, lasciano un'impronta profonda nel cuore.

Il linguaggio è intriso di immagini forti e paradossali: pensiamo alle “uve dei tuoi occhi” che, con la loro dolcezza, si trasformano in un “spasmo di luce” e in seguito in una “spina nel sangue”. Queste metafore suggeriscono come la bellezza e il desiderio possano, insieme, sedurre e ferire, creando un gioco sottile fra piacere e sofferenza. L'orrore di inseguire le ombre di un sorriso ormai sfuggente esprime bene quella condizione di ambivalenza emotiva che fa da filo conduttore al componimento. Un altro aspetto particolarmente interessante è il gesto della mano che, quasi per volere incontro, disegna il profilo di Nina nell'aria. Si evince così un profondo legame tra la memoria tattile e quella visiva: la mente, come una madre premurosa, custodisce ogni dettaglio, trasformando il volto dell'amata in un simbolo eterno. Il passaggio in cui la figura di Nina si trasforma in “agi” sottolinea la dolorosa intensità della passione, capace di penetrare e lasciare un segno indelebile nel corpo e nell'anima.

Il testo poi prosegue con un crescendo emotivo: la silhouette bagnata dalla luce lunare, il ricordo sbiadito come una foto in seppia, l'assedio degli anni che tenta di cancellare la vitalità di un sogno ormai sbiadito. Eppure, nonostante il tempo cancelli i dettagli, la presenza di Nina continua a risplendere, evocando l'immagine di quella “donna dei boschi” dai “occhi di cerbiatta” e dall'anima di foglia, che incarna una bellezza naturale, pura e quasi effimera.

In sintesi, questi versi creano un mosaico di immagini potenti, una sinfonia di luce, memoria e passione che abbraccia tanto la dolcezza del ricordo quanto il dolore delle emozioni mai sopite.

ALEPH

nell'oltre non c'è ombra -lo sai- ombra che ti possa nascondere allo sguardo

è una chiarità che t'attraversa non come qui che guardi per speculum in aenigmate

lì non si consultano dizionari né atlanti: sei tu la biblioteca il motore di ricerca

-alfabeto voce conoscenza- : nel Tutto tu sei e tutto è te – (l'aleph del poeta cieco)*

è dove ti si svela ogni contrario – la vita non è prima della morte

*Jorge Luis Borges

(2011)

. Ecco alcuni spunti di lettura e riflessioni che possono aiutare a esplorare questo testo ricco di allusioni e mistero:


1. La Trasparenza dell'Oltre

Il testo apre con un'affermazione di chiarezza assoluta: “nell'oltre non c'è ombra – lo sai – ombra che ti possa nascondere allo sguardo”. Questa immagine suggerisce l'idea di un regno in cui non esistono segreti o oscurità, dove l'osservatore non è mai travisato da false apparenze. C'è una luce che attraversa l'essere, una chiarezza che elimina il velo del dubbio e dell'ignoranza, invitandoci a considerare una forma di conoscenza che scorre libera da ogni ambiguità.


2. Lo Specchio Enigmatico

Nel verso “non come qui che guardi per speculum in aenigmate” si sottolinea il contrasto con il nostro modo abituale di osservare e interpretare il mondo: un osservare mediato, spesso incompleto o distorto (come se vedessimo riflessi in uno specchio intriso di enigmi). Qui, l'autore ci offre l'idea di un tipo di visione interiore in cui il linguaggio ordinario, i dizionari e gli atlanti cadono davanti all' immensità dell'esperienza personale e intuitiva.


3. L'Essere come Fonte di Conoscenza

La potente immagine “sei tu la biblioteca, il motore di ricerca” riafferma l’idea che la conoscenza non risiede nei testi o nelle mappe, ma in noi stessi. In questo universo, l'individuo è sia il contenitore che l'emittente di una saggezza infinita; un complesso intreccio di “alfabeto, voce, conoscenza” che lo rende al contempo l'archivio e l'interpretante del Tutto. Questa visione, particolarmente cara a Borges, ribalta il convenzionale rapporto tra l'osservatore e l'osservato, suggerendo che ogni esperienza è in realtà un viaggio verso l'autoconoscenza.


4. L'Unione dell'Infinito e del Contrario

La conclusione, “la vita non è prima della morte”, mette in luce la natura ciclica e paradossale dell'esistenza. Qui, il confine tra vita e morte si dissolve, manifestando un continuum in cui ogni contrario si rivela necessario per la comprensione dell'intero. È come se l’Aleph – quel punto in cui tutto l'universo è contenuto insieme – svelasse che ogni aspetto opposto è parte integrante di una verità più ampia e unitaria.


5. Riflessioni e Domande Aperte

  • Identità e Conoscenza: In che modo ti rispecchi nell'idea che l'individuo sia la fonte stessa di ogni sapere?
  • Visione del Mondo: Come interpreti il contrasto tra l'osservazione mediata (lo specchio enigmatico) e una visione diretta, quasi assoluta, dell’oltre?
  • Paradosso Vita-Morte: La frase “la vita non è prima della morte” ti porta a riflettere sull'idea di ciclicità dell'esistenza? In che misura credi che i nostri contrari partecipino a un ordine universale?

Questi spunti mettono in luce una dimensione quasi mistica del testo, dove l'essere umano diventa il microcosmo del macrocosmo, e dove la separazione tra conoscenza interiore ed esperienza esteriore si dissolve in un'unica grande verità.

INVERNI

quanti ancora ne restano nel conto apparente degli anni incorniciati nella finestra i rami imperlati di gelo e la coltre candida che copre anche il silenzio dei morti

immacolato manto come una immensa pagina bianca la immagini graffiata da due righe di addio il sangue delle parole già rappreso mentre è lo spirito a spiare da un lembo del cielo

(2010)

. Ecco alcune chiavi di lettura e spunti di riflessione sul testo:


1. Meditazione sul Tempo e sulla Ciclicità

Il titolo “INVERNI” già ci invita a riflettere su stagioni che segnano il passaggio del tempo. Il verso iniziale, “quanti ancora ne restano nel conto apparente degli anni”, solleva una domanda esistenziale: quanti momenti di freddo e di introspezione ci attendono? Questa riflessione ci conduce a pensare alla vita come a una serie di inverni, cicli in cui si intrecciano il rigore del tempo e la dolcezza dei ricordi, lasciando un' impronta indelebile nell'anima.


2. Il Dialogo tra Natura e Memoria

L'immagine della finestra che incornicia i rami “imperlati di gelo” e la “coltre candida” che copre perfino “il silenzio dei morti” crea un paesaggio in cui la natura diventa specchio delle emozioni. Questa coltre di neve, tanto pura e al contempo implacabile, richiama la sensazione di un manto che, pur imitandoci nella sua immacolata bellezza, nasconde il peso della lontananza e della perdita. La finestra diventa così una cornice non solo del paesaggio invernale, ma anche dei ricordi, dei silenzi e delle assenze che definiscono la nostra esistenza.


3. L'Immacolata Pagina e il Segno dell'Addio

Il passaggio in cui l'immacolato manto si trasforma in “una immensa pagina bianca” graffiata da “due righe di addio” offre un contrasto potente: la purezza incontaminata dell'inverno viene, in un istante, marcata dall'ineluttabile peso del distacco. Le parole, paragonate a sangue, sembrano portare in sé non solo un segno di ferita, ma anche la forza vitale che resta nonostante tutto. Questo sangue delle parole, recuperato e assorbito dallo spirito che spia “da un lembo del cielo”, diventa la testimonianza che anche nei momenti di addio e di freddo, c'è un'energia capace di elevare l'anima.


4. Tra Silenzio e Rivelazione Spirituale

L'ultima immagine, quella dello spirito che scruta dal lembo del cielo, evoca una dimensione quasi mistica. È come se, nonostante il gelo e la tristezza degli addii, ci fosse una presenza più alta che osserva, comprendendo e forse accogliendo il racconto silenzioso di ogni inverno vissuto. In questo modo, il testo suggerisce che dietro ogni cicatrice lasciata dal tempo c'è una luce, un silenzio carico di significato e di speranza, capace di rendere ogni addio un preludio a una nuova consapevolezza.


Riflessioni Aperte

  • Il Peso del Tempo: Come interpreti l’idea di “conto apparente degli anni”? Ti invita il testo a considerare il tempo come una risorsa effimera o come una serie di momenti significativi che plasmano la nostra identità?
  • Il Linguaggio del Silenzio: In che modo il paesaggio invernale, con il suo manto bianco e i rami ghiacciati, rispecchia le tue esperienze personali di silenzi e di ricordi non detti?
  • Parole e Ferite: L'immagine del “sangue delle parole” potrebbe suggerire che ogni parola detta o non detta ha un peso emotivo. Ti sembra che, nella tua esperienza, potrebbero esserci parole capaci di ferire, ma anche di guarire?

Questi interrogativi possono aprirci a una riflessione più ampia su come il tempo, la natura e la parola si intrecciano per dare forma alle nostre storie personali.

NASCOSTO STARO' NELLA ROSA

finché non avrà inghiottito il tempo osceno il suo grido nascosto starò nella rosa azzurra

perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore

(2009) . Questo testo possiede una qualità enigmatica e riflessiva, quasi come se invitasse chi legge a custodire una bellezza interiore in un mondo capace di corromperla. Ecco alcune chiavi di lettura e spunti di riflessione sul testo:


1. La Rosa come Simbolo di Bellezza e Protezione

La rosa qui non è soltanto un fiore, ma diventa un simbolo potente: un rifugio, un luogo in cui la bellezza intima e autentica può riposare, intatta dalle intemperie del tempo. La frase “nascosto starò nella rosa” suggerisce la scelta di una presenza discreta, una volontà di conservare un’essenza che il mondo, con i suoi “veleni”, non deve corrompere.


2. Il Tempo come Forza Distruttiva

L'immagine del tempo che “inghiotte” e che si associa a un “grido” osceno implica una forza inesorabile, capace di consumare o alterare ciò che di buono e puro esiste. Questa tensione tra il flusso inesorabile del tempo e la volontà di preservare la bellezza interiore crea un contrasto drammatico, un invito a resistere alle pressioni esterne.


3. Il Conflitto tra Purezza Interiore e Corruzione Esterna

Nel verso “perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore” si percepisce un appello quasi difensivo: una richiesta di non permettere che gli aspetti distruttivi della realtà (i “veleni”) macchino la purezza e la forza del proprio universo interno. Qui il cuore diviene il baluardo contro un’oscurità esterna, un simbolo di autenticità e verità che non cede facilmente alle corrosioni del tempo e dell’ambiente.


4. La Rosa Azzurra: Un Tocco di Mistero

Il colore azzurro aggiunge un ulteriore strato simbolico alla poesia. Tradizionalmente, la rosa è associata alla passione e all'amore, ma quando diventa “azzurra” si fa portatrice di mistero, di qualcosa di quasi irreale o lontano. È come se la bellezza interiore, nascosta e intatta, potesse esprimere un'armonia che va oltre il visibile e il comune.


Riflessioni Aggiuntive e Domande Aperte

  • Proteggere l’Essenza Personale: Il testo ci fa riflettere su come, in un mondo che spesso appare portatore di negatività, sia fondamentale trovare un modo per preservare quella parte di noi che rappresenta la verità e la bellezza. È una chiamata a non lasciarsi sopraffare dalle influenze esterne, ma a custodire gelosamente il proprio “cuore”.

  • Il Ruolo del Tempo: Se il tempo ha il potere di inghiottire tutto, allora quale strategia può adottare l’individuo per mantenere intatta la sua essenza? La poesia sembra suggerire che la risposta risieda nell’essere “nascosti” in un luogo simbolico — la rosa — dove la bellezza, pur non essendo in mostra, è protetta e immune alle contaminazioni.

SPIOVE LUCE

spiove luce di stelle gonfie di vento col tuo peso greve di limiti ti pare quasi vita sognata il vissuto già divenuto memoria

siamo frecce scagliate nel futuro o il tempo che ci è dato è maya e si è immersi in un eterno presente?

. Il componimento “SPIOVE LUCE” offre un viaggio intenso attraverso immagini che si fanno portatrici di esperienza e riflessione sul tempo, sull’essere e sulla memoria.

Immagini cosmiche e pesi esistenziali Il verso “spiove luce di stelle gonfie di vento” introduce un’immagine in cui la luce non cade come semplice precipitazione, ma si manifesta in modo quasi tangibile, una pioggia cosmica carica di energia e vitalità. Le “stelle gonfie di vento” suggeriscono un universo in continuo mutamento, pieno di forza e movimento. A questa energia si contrappone la percezione del peso dell'esistenza, espressa in “col tuo peso greve di limiti”. Qui il “peso” diventa metafora dei limiti intrinseci alla condizione umana: la consapevolezza dei nostri margini fisici e, forse, anche della finitezza dell’esperienza.

Memoria e la vita sognata Il passaggio “ti pare quasi vita sognata / il vissuto già divenuto memoria” fa scorrere il lettore in un territorio dove la vita ideale, forse perfetta come in un sogno, si trasforma in un ricordo già sedimentato. Vi è una tensione tra l’esperienza vissuta e quei momenti che, pur essendo intensi e reali, vengono trasformati dal tempo in tracce evanescenti, quasi irreali. La memoria qui non è solo custode del passato, ma diventa parte integrante della percezione stessa della vita.

Il tempo come freccia e come illusione Nel concluding “siamo frecce / scagliate nel futuro / o il tempo che ci è dato è maya / e si è immersi in un eterno presente?” il poeta allunga l’invito alla meditazione. Le “frecce scagliate nel futuro” suggeriscono azione, movimento incontrollato e destino, la rapidità con cui sfugge l'attimo. Contemporaneamente, la domanda retorica sull’essenza del tempo — che “è maya”, termine che nella filosofia indiana indica l’illusorietà della realtà — apre alla riflessione se la nostra esperienza esistenziale non sia, in realtà, intrappolata in un presente eterno e illusorio, dove il passato è già memoria e il futuro, un’ipotesi fluida.

Verso ulteriore riflessione Il componimento si presta a numerose letture: potremmo percepire queste immagini come il riflesso della condizione umana, in bilico tra il desiderio di una fuga poetica e la pesantezza dei limiti imposti dal tempo e dalla materia. Oppure, considerarlo un richiamo alla consapevolezza del presente, in cui ogni attimo, sebbene fuggevole, racchiuda in sé l’intera ricchezza della vita, trasformandosi in memoria nel ciclo incessante dell’esistenza.

Libro

mastica piano la morte il libro del corpo – orecchio del cuore – fatuo risillabare palpiti di soli fino all'ultimo rigo-respiro -congelato di bianca luce

. Questo testo evoca immagini potenti e dense di significato. Si apre con:

“mastica piano la morte” Un invito quasi intimo a confrontarsi con la morte non come un nemico repentino, ma come una presenza che si inghiotte lentamente, quasi come se la morte diventasse parte integrante di un rituale, da assaporare e digerire con consapevolezza.

Segue con:

“il libro del corpo – orecchio del cuore – fatuo” Qui il corpo e il cuore vengono evocati come libri, testi ricchi di storie e sensazioni. Il “corpo” si fa lettore e racconto, con l’orecchio che ascolta i sussurri della materia, mentre il cuore – definito “fatuo” – sembra ricordarci la sua natura imprevedibile, quasi capricciosa, nella narrazione delle emozioni e della passione.

Il verso prosegue:

“risillabare palpiti di soli fino all'ultimo rigo-respiro” Questa immagine ci porta a immaginare i “palpiti” come vibrazioni vitali, come il ritmo di una luce solare che si ripete, che pulsa intensamente fino all'ultimo soffio. Il termine “rigo-respiro” suggerisce la sequenza ordinata e impercettibile del tempo inciso sulla pelle dell'esistenza.

Infine:

”-congelato di bianca luce” Conclude con l'immagine di un istante eterno, cristallizzato in una luce pura e bianca, simbolo di verità, purezza e forse un barlume di speranza nell'inevitabile discesa verso la fine.

Questa composizione si configura come una meditazione poetica sulla vita e la morte, in cui il corpo e il cuore diventano narrazioni viventi. Si intrecciano il materiale e lo effimero, l’ascolto e la scrittura, rendendoci partecipi di un percorso che celebra la bellezza della transitorietà e della luce che, anche al suo ultimo respiro, continua a illuminare.

Ci sono molti spunti da cui partire. Ad esempio, potremmo esplorare come l’idea del “libro” si ripresenta in altre tradizioni letterarie, in cui il corpo è visto come scrigno di memorie e emozioni, oppure riflettere su come la luce – in tutte le sue sfumature – simboleggi il confine sottile tra esistenza e trascendenza.

Se ti interessa, possiamo approfondire il dialogo su come la poesia contemporanea in Italia abbia affrontato questi temi e confrontarla con autori che, come Montale o Ungaretti, hanno saputo rendere l’intensità dell’istante poetico in immagini altrettanto evocative. Oppure, magari, esplorare come la musica visiva rispecchia questi contrasti tra vita, morte e luce.

VENTO DI MEMORIE

è salamandra sorpresa immobile che finge la morte due braccia schiuse a croce vento di memorie la vita -ora sospesa carne e cielo

. La tua poesia è un inno vibrante alla fragilità e alla potenza della memoria, unita al mistero della vita sospesa tra il tangibile e l'intangibile. La scelta della salamandra, creatura da antichi miti simbolo di trasformazione e resilienza, diventa qui l'immagine di un'essenza che finge la morte pur contenendo in sé la scintilla della rinascita. Questa “sorpresa immobile” si rivela come una metafora profonda: quando tutto sembra immobilizzato, il fuoco interiore resta vivo e pronto a trasformare anche il silenzio più profondo.

Le “due braccia schiuse a croce” evocano un gesto quasi sacro, un abbraccio che potrebbe rappresentare sia il sacrificio che la redenzione, un atto di apertura e vulnerabilità che sfida il confine tra il dolore e la grazia. Il “vento di memorie” si trasforma così nel respiro del tempo, capace di sospendere la vita, creando quella tensione tra “carne e cielo” che ci richiama continuamente all'eterno conflitto e incontro tra la materialità del corpo e l'immensità dello spirito.

Questa tensione è affascinante: da un lato, la carne rappresenta la condizione umana, la realtà fisica, l'ineluttabile mortalità; dall'altro, il cielo diventa il simbolo di ciò che trascende, di un ideale che si eleva oltre l'immediato. L'idea di una “vita – ora sospesa” sembra volerci far riflettere sull'importanza dell'attimo presente, sospeso tra il passato e l'infinito potenziale del futuro.

Sei riuscito a creare una poesia che non solo racconta immagini potenti, ma incoraggia anche una riflessione profonda sulla nostra esistenza e su come i ricordi, come un vento leggero, continuano a modellare il nostro presente e il nostro ideale di sé.