noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from CyberShiva

Esiste davvero soltanto una scelta tra capitalismo e statalismo?

Per molto tempo il dibattito economico e politico è stato rappresentato come un'alternativa quasi obbligata: da una parte la proprietà privata, il mercato e l'iniziativa individuale; dall'altra la proprietà collettiva e la gestione delle risorse da parte dello Stato.

Ma esiste una terza possibilità, meno conosciuta e forse più interessante: una società fondata sulla libertà individuale e sulla proprietà privata, nella quale alcune risorse fondamentali vengono però gestite come beni comuni dalle comunità che ne fanno uso.

Una delle studiose più importanti ad aver dimostrato che questo modello può funzionare nella realtà è stata l'economista e politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009.

Proprietà privata non significa sfruttamento illimitato

Il principio della proprietà privata è strettamente legato alla libertà individuale. Possedere una casa, un terreno, degli strumenti, un'impresa o dei risparmi significa avere una certa autonomia rispetto agli altri e, soprattutto, rispetto allo Stato.

Non è necessario rinunciare a questo principio per costruire una società più sostenibile.

Il problema nasce quando la proprietà viene interpretata esclusivamente come diritto di estrarre il massimo valore economico possibile da ciò che si possiede.

Un bosco può essere visto come una proprietà da cui ricavare legname. Ma può essere anche visto come un ecosistema, un paesaggio, una riserva d'acqua, un luogo per le generazioni future.

La domanda cambia:

“Quanto posso ricavare da questo bene?”

diventa:

“Come posso utilizzarlo senza distruggerne il valore nel tempo?”

La proprietà rimane, ma compare una seconda componente: la responsabilità.

Oltre la dicotomia Stato o mercato

È proprio qui che entra in gioco il concetto di commons, o beni comuni.

Una risorsa non deve necessariamente appartenere a un privato oppure essere controllata dallo Stato. Può essere gestita direttamente da una comunità attraverso regole condivise.

Ostrom studiò per decenni comunità che gestivano collettivamente risorse naturali come pascoli, foreste, sistemi di irrigazione e zone di pesca. Il suo lavoro dimostrò che, in determinate condizioni, le comunità possono sviluppare istituzioni efficaci per evitare il sovrasfruttamento delle risorse senza bisogno né della privatizzazione completa né del controllo centralizzato dello Stato.

È un'idea semplice ma radicale:

alcune cose possono essere né esclusivamente private né esclusivamente statali, ma appartenere alla responsabilità di una comunità.

Una società di individui sovrani

Questa visione non richiede di abolire il mercato.

Si può continuare a possedere una casa, acquistare un'automobile, creare un'impresa, commerciare, risparmiare, investire e diventare economicamente prosperi.

La differenza sta nel riconoscere che non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere trasformato in una merce.

Il territorio, l'acqua, la natura, alcuni spazi comuni e determinate risorse fondamentali possono essere sottratti alla logica della massimizzazione economica e amministrati secondo un principio diverso: preservare il capitale naturale e sociale da cui dipende la comunità.

Questo crea un equilibrio tra due esigenze apparentemente opposte:

libertà individuale → l'individuo mantiene proprietà, autonomia economica e capacità decisionale.

responsabilità collettiva → alcune risorse vengono amministrate pensando anche a chi verrà dopo di noi.

Non è comunismo. Non è statalismo. E non è nemmeno necessariamente un rifiuto del capitalismo.

È un tentativo di superare l'idea che il mercato debba essere l'unico criterio con cui decidere cosa ha valore.

Il problema della crescita

Una società industriale tende naturalmente a cercare maggiore produzione, maggiore efficienza e maggiore consumo.

Ma più ricchezza non significa automaticamente più benessere.

Una persona può lavorare sempre più ore per permettersi una casa più grande, un'automobile più costosa, dispositivi elettronici sempre nuovi e vacanze sempre più elaborate, e contemporaneamente avere meno tempo, meno libertà, meno contatto con la natura e più stress.

A quel punto è legittimo chiedersi:

stiamo aumentando la ricchezza o stiamo semplicemente aumentando la quantità di cose che dobbiamo produrre per mantenere un determinato stile di vita?

Il PIL misura l'attività economica. Non misura direttamente la libertà, il tempo trascorso con i propri figli, la qualità delle relazioni, la bellezza di un paesaggio, l'autonomia di una comunità o la possibilità di trascorrere un pomeriggio senza dover consumare qualcosa.

Una società può quindi diventare più ricca senza diventare necessariamente più felice o più libera.

Una possibile visione per una comunità sovrana

È anche da questa riflessione che può nascere l'idea di una Comunità di Individui Sovrani.

Una comunità nella quale la sovranità appartiene innanzitutto alla persona: ogni individuo mantiene la propria autonomia, i propri beni, il proprio lavoro, i propri risparmi e la libertà di scegliere come vivere.

Ma gli individui scelgono volontariamente di condividere alcune responsabilità e di preservare determinati beni comuni.

Un terreno comunitario potrebbe essere utilizzato per produrre cibo senza essere trasformato in una macchina per massimizzare il rendimento.

Un bosco potrebbe essere mantenuto come patrimonio naturale invece di essere sfruttato fino al limite della sua produttività.

Gli spazi comuni potrebbero essere progettati per favorire la vita sociale anziché per generare continuamente reddito.

La tecnologia potrebbe essere utilizzata per ridurre il lavoro necessario, non semplicemente per produrre ancora di più.

E la prosperità potrebbe essere misurata anche attraverso una domanda molto semplice:

quanto siamo liberi di vivere la vita che desideriamo?

La libertà come fine, non come mezzo per consumare

Forse il punto fondamentale è proprio questo.

Una società libera non dovrebbe avere come obiettivo quello di trasformare ogni individuo in un consumatore sempre più efficiente.

La libertà economica dovrebbe permettere alle persone di possedere, costruire, creare, risparmiare, scambiare e scegliere.

Ma la libertà dovrebbe anche comprendere il diritto di non partecipare continuamente alla corsa verso la massimizzazione.

Possiamo immaginare una società nella quale il progresso tecnologico permetta di lavorare meno, non necessariamente di produrre di più; nella quale la ricchezza permetta di avere più tempo, non soltanto più oggetti; nella quale la proprietà dia autonomia, ma comporti anche responsabilità.

Non si tratta quindi di scegliere tra individuo e comunità, né tra mercato e Stato.

Si tratta di costruire istituzioni nelle quali l'individuo possa rimanere sovrano senza essere costretto a vivere in un mondo dove ogni cosa, ogni spazio e ogni momento della vita deve necessariamente diventare una fonte di profitto.

Proprietà senza sfruttamento. Mercato senza dominio. Comunità senza statalismo. Libertà accompagnata dalla responsabilità.

Potrebbe essere questa una delle possibili direzioni per una società realmente orientata al benessere umano e alla libertà delle generazioni future.



—> commenta qui: https://mastodon.uno/@shiva/117082310270946563

 
Read more...

from NetTalk

Sicari a 15 anni.

Come l'Europa sta reclutando adolescenti per uccidere a pagamento

Il colpo di pistola che ha svelato un sistema

Stoccolma, una notte d'inverno dello scorso anno: un ragazzo di 18 anni si avvicina a uno studente ventenne che sta rientrando dal turno di lavoro e gli spara ripetutamente, fino a colpirlo alla testa. La vittima, Murad Abdelkader, non era nemmeno l'obiettivo giusto. Il killer, Atilla Azimov, era stato pagato per uccidere qualcun altro. È solo uno degli oltre 35 omicidi che, dal 2022, le autorità europee attribuiscono alla rete criminale Foxtrot, un'organizzazione con legami accertati con ambienti vicini al regime iraniano. Dietro Foxtrot e i gruppi che ne seguono il modello c'è un fenomeno che gli inquirenti hanno battezzato “violence-as-a-service” (VaaS): la violenza venduta come un servizio, con adolescenti reclutati online e trattati, letteralmente, come pedine usa e getta. È rilevante ora perché il fenomeno, nato in Svezia, si è già esteso a Norvegia, Regno Unito e altri dieci paesi europei, e le autorità temono che sia solo all'inizio.

Un modello criminale nato in Scandinavia

Foxtrot non è un'anomalia isolata: è la punta di un sistema che sta ridisegnando il crimine organizzato in Europa. Il capo del Centro europeo di Europol per la criminalità organizzata, Andy Kraag, ha descritto il fenomeno come una vera e propria esternalizzazione calcolata dell'omicidio verso soggetti fragili e vulnerabili. Per affrontarlo, Europol ha creato una task force dedicata, la OTF GRIMM, che oggi coinvolge undici paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Il leader di Foxtrot, Rawa Majid, è oggi rifugiato a Teheran dopo essere fuggito da Svezia e Turchia. Secondo il giornalista investigativo svedese Diamant Salihu, che segue le attività della rete e i suoi legami con l'Iran da tre anni, il regime avrebbe imposto a Majid di usare la sua organizzazione per colpire oppositori, giornalisti e obiettivi israeliani, come contropartita per la protezione ricevuta a Teheran. Non tutti gli attacchi, però, hanno matrice politica: molti nascono da semplici guerre tra bande per il controllo del narcotraffico.

Come funziona il reclutamento: dal social alla pistola

Il caso che più di tutti ha fatto emergere il meccanismo è quello di Johannes Natland, un diciottenne norvegese arrestato nel West Yorkshire mentre si preparava a compiere un omicidio su commissione. Figlio di due giornalisti, Natland era finito in un percorso di tossicodipendenza e disagio psichico che lo aveva portato in comunità di recupero, dove ha conosciuto un altro adolescente che lo ha messo in contatto con la rete.

Da lì, la catena di reclutamento ha coinvolto diversi intermediari, tutti nascosti dietro pseudonimi presi in prestito dal mondo dei videogiochi: un “coordinatore logistico” gli ha inviato mappe e video per recuperare armi e denaro nascosti nel bosco vicino a Huddersfield, guidandolo passo dopo passo tramite l'app di messaggistica criptata Signal, esattamente come si guiderebbe un personaggio in un videogame. Natland è stato fermato la mattina dopo essersi sistemato in hotel, senza ancora sapere chi avrebbe dovuto colpire.

Secondo Salihu, la logica economica del sistema è brutale: i ragazzi vengono quasi sempre catturati prima di poter incassare il compenso promesso, e questo alla rete non importa affatto, perché una volta arrestati non possono più reclamare nulla. È, ha spiegato, una scelta deliberata puntare su reclutati sempre più giovani, proprio perché meno consapevoli delle conseguenze e più disposti a correre rischi.

Numeri e risultati delle indagini

Nei quindici mesi di attività della task force europea sono stati effettuati oltre 280 arresti, tra cui quello di Ali Shehad Ahmed, ritenuto essere il misterioso “Agente 47” che ha guidato Natland, catturato in Iraq e ora oggetto di una richiesta di estradizione da parte della Svezia. Ad aprile 2025 Foxtrot e il suo leader sono stati colpiti da sanzioni del governo britannico. Il vicecomandante della polizia svedese Stefan Hector ha sottolineato l'obiettivo di ampliare la cooperazione internazionale per far capire alla criminalità organizzata che non esistono più rifugi sicuri.

Nonostante questi risultati, la minaccia resta viva: reti rivali come Dalen Network hanno già copiato il modello VaaS, e il fenomeno continua a espandersi dalla Scandinavia verso il resto del continente.

Perché funziona: la psicologia dietro il reclutamento

Il punto più inquietante, secondo gli studi citati da Europol e da diversi centri di ricerca, non è solo economico ma psicologico. I gruppi criminali intercettano bisogni tipici dell'adolescenza; appartenenza, status, riconoscimento, identità e li trasformano in una missione da videogioco: livelli da superare, mappe da seguire, ricompense da ottenere. La distanza digitale fa il resto: chi comanda non si mostra mai, e il ragazzo percepisce il compito come un incarico tecnico più che come la partecipazione a un omicidio reale.

I profili più esposti condividono spesso più fattori di rischio insieme: famiglie fragili, scarsa supervisione, difficoltà scolastiche, bassa autostima, amicizie già coinvolte in piccoli reati e un uso intenso di social e piattaforme di gaming. Il reclutamento avviene quasi sempre online, spesso a partire da ambienti apparentemente innocui come server di gioco, chat vocali, gruppi Discord prima di spostarsi su canali cifrati come Telegram o Signal, dove vengono assegnati i primi “incarichi” minori e, in alcuni casi, si arriva fino alla violenza grave.

Cosa ci dice questa storia, e cosa fare ora

La vicenda di Foxtrot racconta qualcosa che va oltre la cronaca nera: mostra come il crimine organizzato abbia imparato a parlare il linguaggio dei ragazzi, usando le stesse logiche di missione, livello e ricompensa che troviamo nei videogiochi per trasformare adolescenti fragili in strumenti di morte, spesso senza che nemmeno arrivino a incassare il compenso promesso. Riconoscere i segnali come l'isolamento improvviso, oggetti di valore inspiegabili, ossessione per chat criptate, fascinazione per contenuti violenti può fare la differenza tra un intervento in tempo e una tragedia.

E tu cosa ne pensi? Conoscevi il fenomeno della “violenza a pagamento” e del reclutamento online di minori? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo per aiutare a diffondere consapevolezza su un fenomeno che riguarda già diversi paesi europei, e se vuoi approfondire ulteriormente ti invitiamo a leggere il report originale della BBC e le analisi di Europol sul tema.

 
Continua...

from Comunità Sovrana


Dove sono Facebook, Instagram e WhatsApp?

I social mainstream non sono particolarmente in linea con i principi alla base di una comunità di questo tipo. Mostrare il progetto al maggior numero possibile di persone, cercare like e approvazione o attirare persone che non ne condividono la visione non è funzionale.

Non si tratta di nascondersi, ma di scegliere con attenzione dove e con chi costruire.

L'obiettivo è trovare persone compatibili, che condividano una visione simile, che preferiscano costruire piuttosto che lamentarsi e che desiderino trasformare le idee in qualcosa di reale fuori dalla comfort zone!


Come potersi fidare di persone trovate su internet?

La fiducia sarà necessariamente uno dei pilastri della comunità, e non nasce da una foto profilo o da un nickname, ma dal tempo, dalle conversazioni, dalla collaborazione e dalla coerenza tra ciò che una persona dice e ciò che fa.

Se si formerà un gruppo, ci sarà un momento in cui sarà necessario incontrarsi fisicamente, guardarsi negli occhi, presentarci, raccontarci il nostro background, vedere si ci piacciamo e se siamo affini; gli esseri umani non sono algoritmi e l'istinto ci dirà cosa fare

E se poi un giorno il progetto diventerà realmente un luogo fisico, nascerà proprio da queste persone: persone che avranno scelto di conoscersi, fidarsi e costruire insieme.


Domande aperte

  • Dove potrebbe avere senso realizzarla?
    1. Risposta di Shiva
  • Come si prendono decisioni collettive?
  • Quale struttura giuridica potrebbe essere adatta?
  • Come si conciliano proprietà individuale e beni comuni?



 
Read more...

from osteopatia

The seed of mystery Lies in muddy water. How can we fathom this muddiness? Water becomes clear through stillness. How can we become still? By moving with the stream. Tim Leary

Clear Water

 
Read more...

from Revolution By Night

Perchè CGIL non si volta di schiena durante il discorso di un fascista dichiarato, orgoglioso di essere fascista? Io lo avrei apprezzato, avrei rivalutato un pochino l'unico sindacato non a libro paga della Confindustria.

Avrei voluto che i rappresentanti della CGIL si fossero uniti ai colleghi belgi nel manifestare il loro disprezzo per il fascista La Russa e per dimostrare che il movimento dei lavoratori di tutta Europa condivide gli stessi irrinunciabili principi, li difende e li rivedica in ogni occasione che si presenta. E invece no.

In Belgio, come i Germania, in Francia o in Spagna, il fascismo è considerato un crimine. Dichiararti fascista ti rende automaticamente un potenziale nemico dello Stato, come un islamico radicalizzato, e di solito ti mette sotto osservazione dei Servizi Segreti Interni.

Il sindacato Belga ha prontamente rivendicato con orgoglio l'atto di protesta civile, civilissima e civica. Ha ribadito che non ci può essere nessuno spazio, nessun dialogo o compromesso, in un Paese che si dichiari democratico, per le idee e le persone fasciste, anche se ricoprono alte cariche istituzionali. I sindacalisti hanno fatto centro.

Prontamente i fascisti nostrani si sono un tantino risentiti. Escono spudoratamente dalle fogne, sbraitano e urlano schiumanti di rabbia condannando un'azione così semplice, civile, democratica e dovuta. Un gesto che avrebbe dovuto spingere spontaneamente in piazza centinaia di migliaia di Italiani a manifestare condivisione e sostegno a quei sindacalisti e a ricordare che la stragrande maggioranza di noi è genuinamente e ostinatamente antifascista e che i fascisti li trattiamo nell'unico modo che meritano.

Il problema serio ce l'hanno quelli che hanno messo un fascista dichiarato ad occupare la seconda carica dello Stato. I fascisti sono un pericolo pubblico e dovrebbero tutti marcire i galera, senza pietà o eccezioni.

In Italia i fascisti occupano la più alte cariche dello Stato, i vertici dell'esercito e della polizia. Il risultato di ciò è uno Stato parallelo, strisciante e operativo costituito dalla Massoneria eversiva, dai Servizi deviati e dai gruppi paramilitari che, di concerto con le mafie, ha sempre agito in segreto per minare le ultime fondamenta che restano della nostra fragile democrazia.

Ma ora non devono più nascondersi. Hanno preso il controllo delle istituzioni, possono farlo sotto gli occhi inebetiti dei sudditi italiani, che non meritano nemmeno di essere chiamati cittadini. I veri cittadini fanno quello che hanno fatto quei cittadini belgi di fronte alla merda fascista La Russa.

Now playing: Non ho mai perso un concerto di Guccini a Torino nei primi 30 anni della mia vita. Ho formato le mie idee, la mia cultura, i miei valori e la mia umanità sui suoi dischi. Ti voglio tanto bene Francesco. “Stagioni” Stagioni – Francesco Guccini – 2000

 
Continua...

from Diario

Sono lì in spiaggia con Elettra, non dico dove. Mettiamo i nostri asciugamani, il nostro ombrellone entry level, ci sdraiamo come gatti al sole, io leggo la Morante, lei legge Roth, affrontiamo con tutto il coraggio del caso un pomeriggio sulla costa ligure, il vento porta brandelli di calore, la sabbia e i sassi hanno temperature incandescenti, arrivano alla fine i frammenti dei discorsi delle persone messe vicino a noi.

Una signora sta commentando una notizia di cronaca, un ragazzo rimasto ucciso sotto ad un treno, in una località balneare lì vicino. “Oh magari si è suicidato” dice. Ci sono tante persone che hanno problemi e che non sono curate, dice. Fa una pausa. “Io poi non sono razzista” dice e io lì, prima che prosegua, mi chiedo cosa c'entri, mi viene da pensare che la persona finita sotto al treno fosse un migrante e invece lei continua e dice che lei non è razzista, ma se le risorse per curare le persone le danno invece a questi qua che arrivano, tolgono i soldi agli italiani per darli agli stranieri, ti fanno diventare razzista eh. Attorno mormorii di approvazione.

Dentro di me penso ai problemi cognitivi che una persona deve avere per partire da un incidente ferroviario e arrivare agli stranieri che ci tolgono le risorse, cioè, alla quantità di disagio mentale e tossicità che uno deve avere e apro anche gli occhi, mi giro, guardo e vedo due signore che potrebbero essere mia madre, due genovesi standard che mescolerebbero il loro non essere razziste, con la gente comune come virus tra la gente civile. Dentro la mia testa parte un dialogo – che nel mondo reale non avviene – in cui mi alzo e spiego alla signora che lei non è razzista, è proprio una testa di cazzo, che è diverso.

Diverse mie conoscenze ultimamente mostrano senza vergogna di essere conservatori, razzisti, condividono materiali di estrema destra, fake news, hanno una visione della vita, dela scuola, della società oscurantista e – francamente – pericolosa. Ma – se contestati dagli amici di un tempo – si meravigliano, negano di essere di destra, dicono di non essere fascisti. Sono per il libero pensiero, dicono. Ecco. Penso: non sono quelli che andavano a dare fuoco all'Avanti o che entravano nelle case con l'olio di ricino, certo. Sono gli altri, la maggioranza silenziosa che lasciava fare e che – tutto sommato – gli stava bene e che avrebbe messo il like.

Vado a fare il bagno e quando torno un gruppo di ragazzi, non ragazzini, si è messo accanto a me, ma non accanto, proprio a un centimetro dal mio asciugamano con dei lettini di metallo. Guardo il ragazzo che si è sdraiato proprio lì, con tutta la spiaggia libera che c'è. Voleva – immagino – stare più vicino all'acqua. È un ragazzo asciutto, con le cuffiette auricolari finto Apple che tiene gli occhi chiusi, tutta la testa coperta da perline di sudore. Sguardo incazzato.

Elettra mi guarda. Dietro di noi tre ragazzine parlano, più giovani, qualche anno più di terzogenita. Ogni frase non può partire se non c'è uno dei tre termini che seguono: “cazzo” “coglione” “vaffanculo”. Dentro di me ridacchio. Le frasi sembrano generate con un algoritmo random. “Oh cazzo ma dove sono quei cogliioni?” “Che cazzo ne so, vaffanculo” “Eccoli là, cazzo, guarda quei coglioni” “Cazzo ma stanno là o vengono da noi, coglioni” “Che cazzo ne so, io me ne vado, vaffanculo”.

Più in là due signori si mettono a parlare dei problemi di viabilità di Genova, “basta” dice Elettra. “Andiamocene. Non mi sembra di essere in vacanza. Mi sembra di stare nella sala di aspetto del dottore”. Rido, amaro, prendiamo tutto e ce ne andiamo.

“Il vantaggio di andare in vacanza all'estero – dico ad Elettra – è che non capisci quello che la gente dice e automaticamente gli attribuisci un'intelligenza e una sensibilità che – in realtà – probabilmente non hanno”. Lei annuisce, ride.

La verità è che abbiamo un fardello troppo pesante sulle spalle. Invecchiare è una merda.

Per distrarci – in auto – Elettra mi parla di questa idea di remigrare tutti gli israeliani in occidente, liberare la Palestina, fare tornare gli ebrei in Europa e costringere le nazioni europee a ripagare l'orrore che per secoli gli hanno fatto soffrire costruendo per loro nuove città.

Così, la fiction.

 
Continua...

from Diario

Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un palco. Non ci ho mai parlato e non ho mai sentito l'esigenza di farmi fotografare con lui. E viceversa. Ieri leggendo i messaggi di cordoglio, quelli di disprezzo, quelli di disprezzo del cordoglio, quelli di disprezzo del disprezzo e quelli di disprezzo di qualunque cosa potesse essere scritta su Guccini nel giorno della sua morte, aka, “guardatemi come sono originale”, ecco, ho pensato a quanto un cantautore possa entrare nella vita delle persone, abitarla per un po' di tempo, farsi amare e disprezzare e poi uscire e svanire nel tempo che passa.

La prima volta che ho ascoltato Guccini ero alle superiori in gita verso la Spagna. La professoressa di Filosofia, una toscana dal carattere piuttosto particolare, ci aveva in classe più volte parlato di come lei fosse amica di Guccini e di come lui – quando si incontravano – suonasse per lei Contessa. Il fatto che Contessa non sia di Guccini rende questo mio ricordo poco affidabile. Probabilmente era Pietrangeli. Ma comunque, nel viaggio lunghissimo da Genova a Madrid la docente di Filosofia mise nell'impianto stereo del pullman questa audiocassetta di non so quale album di Guccini, lunghissimo, che fummo costretti ad ascoltare allo sfinimento.

Il secondo ricordo è legato al mondo scout: molte delle canzoni di Guccini non le ho sentite cantare da Guccini. Una cosa ammirevole del mondo scout sono questi hamburgher-canzonieri, pieni di testi e accordi per chitarra delle più disparate fonti, dove canti cristiani convivono con canti anarchici, politici, d'amore e altro. Dalla immancabile Teorema, fino al Dio è morto appunto gucciniano. E io stesso, dovendo scegliere un canzoniere su cui impratichirmi, avevo comprato un piccolo canzoniere di pezzi di Guccini. Costava più o meno quanto la bresaola.

Mi mettevo in camera, con la chitarra e provavo quelle più facili. Ricordo i tentativi di arrivare alla fine di Eskimo, che era abbastanza abbordabile, infinita ma divertente, di cui probabilmente sbagliavo del tutto il ritmo, ma che riuscivo a fare almeno fino al punto dell'LSD con somma soddisfazione.

Un mio amico d'infanza, Claudio, era stato per un periodo appassionato di cantautorato italiano e aveva deciso che io dovevo conoscere questa musica. Da Milano mi inviava (o mi dava quando riuscivamo a vederci) delle cassette manufatte con i materiali che lui riteneva più importanti: De André, De Gregori, Fossati soprattutto, Finardi, Vecchioni e Guccini appunto. Credo che tutti gli album me li avesse passati lui in questo modo carbonaro. Di tutti gli album, non so perché, quello che ho ascoltato di più e che ricordo meglio è Amerigo, che non è neppure uno dei più popolari. Cringissimo pensarci oggi, ma mi chiudevo in camera, facevo partire Libera Nos Domine e la intepretavo in playback, fingendo di essere io lì a cantarla davanti a chissà chi.

Tutto questo periodo liceo, più o meno. Una volta è venuto a Genova, alla Festa dell'Unità, che all'epoca era ancora enorme e sotto le bandiere del sol dell'avvenire del PCI. Io non avevo i biglietti, ma qualcuno che era nell'organizzazione, di cui non farò il nome (Flavio) mi fece avere un pass come tecnico luci o qualcosa del genere, così entrai a sentire dal vivo Guccini. Ovviamente pioveva e ricordo questa cosa, per me piuttosto divertente, di Guccini che prima di interrompere il concerto ci disse, “vedete – io continuerei – perché gli organizzatori hanno messo la copertura sul palco. Ma il mixer è dall'altra parte, in mezzo a voi. E quello non è coperto. E coprire il palco e non il mixer è come coprirsi l'uccello e lasciare scoperto il buco del culo” (la citazione è a memoria, ma il concetto è quello). A suo onore devo dire che – rischiando di fulminare il mixer – fece comuqnue un ultimo lungo pezzo prima di andarsene.

Un'altra volta, anni e anni dopo, Claudio venne da Milano a Genova per dirmi che era morta una persona amica di molti del club Tenco. Ora non ricordo, forse un farmacista. Non sono sicuro. E diversi cantanti del club Tenco avrebbero tenuto in concerto nel suo paese natale, a Dolceacqua, un paesino dell'entroterra ligure. La faccio breve. Andammo io e lui, senza auto, un po' in treno, un po' a piedi, un po' in autostop da Genova a Dolceacqua, per scoprire che i biglietti erano stati tutti venduti. Il posto era piccolissimo, una piccola piazza/posteggio contornata da case. Allora, con una sfacciataggine che ora non avrei, forse, io e Claudio andammo di appartamento in appartamento chiedendo se qualcuno ci avesse potuto ospitare sul suo poggiolo per sentire lo stesso il concerto.

Così fu, sentimmo questo concerto stranissimo, vedendo salire sul palco Fossati, Paolo Conte e Guccini (anche altri, ma ricordo questi tre). Guccini fece una serie di canzoni che non erano ancora uscite, e che avrei sentito poi nel primo cd da me legalmente acquistato, Quello che non. Era quindi il 1989/1990. Fu un esperienza particolare, in casa di sconosciuti, sul loro poggiolo, sentire i pezzi del prossimo disco di Guccini.

Poi andai ancora una volta a sentirlo al Palasport, ma ricordo solo l'acustica terribile. Musicalmente penso che i suoi dischi, fino a Madame Bovary, siano davvero importanti, sia musicalmente che come scrittura. Di quelli successivi preferisco non parlare.

L'ultimo ricordo è legato a quanto tempo, negli ultimi decenni, io poi abbia speso serate a parlare con Marco e Francesco della musica dei nostri cantautori, a descriverne le parabole, a definire i momenti riusciti e le cadute, le cose brillanti e innovative e quelle retoriche e bolse. Di come – sostanzialmente – la mia generazione, quella più critica, abbia poi fatto i conti con quell'immaginario che questa musica voleva trasmetterci. E di come, leggendo ieri i commenti su Facebook, questo immaginario si sia gonfiato e sgonfiato, ci abbia mostrato isole che non c'erano e che pensavamo prima o poi di trovare e che oggi, di fronte a questo millennio in perpetuo cambiamento, sono proprio fuori mappa.

Chiudo: così ognuno di noi conserva dei frammenti sporchi, delle scorie di quello che la produzione culturale ci ha imbastito. Immagini, suoni si mescolano con il teatrino della nostra vita, delle tante forme che siamo stati: ragazzini, liceali, universitari, cococo, amanti, contestatori, affittuari. Escono fuori questi pezzi di metallo con un po' del corpo estraneo, un po' del nostro, un po' di quello che siamo stati ed è ancora lì, inerte, ad aspettare.

 
Continua...

from Comunità Sovrana

Viviamo in un'epoca straordinaria: Per la prima volta nella storia, un individuo può connettersi, comunicare e collaborare con persone dall'altra parte del mondo e contribuire a progetti globali senza appartenere a una grande organizzazione.

Possiamo costruire reti nuove. Possiamo scegliere con chi collaborare. Possiamo iniziare dal basso.

Da questa possibilità nasce un'idea. Sogno un modo diverso di costruire una nuova comunità. Una comunità composta da persone che condividono alcuni valori fondamentali:

  • responsabilità individuale;
  • libertà personale accompagnata dal rispetto reciproco;
  • collaborazione volontaria;
  • apertura tecnologica;
  • autosufficienza;
  • amore per la natura;
  • desiderio di costruire invece che lamentarsi.

Una rete di individui che si conoscono, discutono, progettano, imparano gli uni dagli altri e costruiscono qualcosa di concreto.

Non serve avere tutte le risposte. Serve iniziare la conversazione.

L'idea è ambiziosa, ma semplice: Creare una comunità che cresca lentamente, fatta di persone reali. All'inizio potrebbe essere soltanto una rete di confronto. Poi potrebbero nascere incontri, collaborazioni, progetti, scambi di competenze, e forse un giorno qualcosa di ancora più concreto:

Immagina un luogo immerso nella natura. Un terreno acquistato collettivamente attraverso una struttura giuridica trasparente e condivisa. Un luogo facilmente raggiungibile dagli europei. Un posto dove l'acqua sia disponibile, dove il sole e il vento possano produrre energia, dove sia possibile coltivare, costruire nel rispetto della legge e vivere con semplicità. All'inizio potrebbe esserci soltanto qualche tenda, poi piccoli rifugi, successivamente tiny house, laboratori, serre, orti, spazi comuni... Un luogo dove mettere alla prova idee nuove. Dove chi desidera possa vivere stabilmente. Dove altri possano trascorrere periodi dell'anno. Dove condividere conoscenza. Dove imparare competenze pratiche. Dove dimostrare che libertà e cooperazione possono convivere.

Questo progetto nasce con l'obiettivo di trovare persone che sentono di appartenere alla stessa direzione.

Se anche tu, leggendo queste righe, hai avuto la sensazione di pensare: “Anch'io immagino qualcosa del genere” allora probabilmente vale la pena parlarne.

Ogni grande progetto è iniziato con una conversazione, forse questa potrebbe essere una di quelle.

immagine



 
Read more...

from Daily Graphics

Che succede quando menti creative si riuniscono per discutere di nuove forme espressive legate al design? Be', le possibilità sono 2: o si prendono a cazzotti, oppure danno vita a un collettivo capace di cambiare il corso degli eventi.

Negli anni 80 prevalse la seconda opzione e il genere umano conobbe il Gruppo Memphis, ma le sue radici risalgono alla fine degli anni 70 e, per essere ancora più precisi, affondano nelle prime sperimentazioni al disegno industriale fatte allo Studio Alchymia da Ettore Sottsass.

Quest'uomo voleva introdurre un nuovo linguaggio visivo, ma non solo nelle mostre: la sua intenzione era venderlo nei negozi, di piazzarlo nelle case e usarlo tutti i giorni. Per farlo dovette lasciare il già citato studio, che non riuscì mai a mettere in piedi una parvenza di organizzazione commerciale.

Organizzò poi una serie di incontri serali (tenutisi l'11, il 12 e il 14 dicembre 1980) con quelli che poi saranno i 7 fondatori del gruppo, ossia Michele De Lucchi, Aldo Cibic, Matteo Thun, Marco Zanini, Martine Bedine Barbara Radice.

Quest'ultima era l’unica non designer, ciò nonostante diede un enorme contributo. Fu lei a fornire la giustificazione e ad articolare la posizione del progetto, in modo che diventasse più di un'avventura passeggera. Inoltre, ne fu anche la storiografa.

Ma come arrivarono a Memphis? Stando alla Radice, il nome saltò fuori al loro primo incontro, che si tenne a casa di Sottsass. A un certo punto, dopo aver ascoltato per l'ennesima volta “Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues” di Bob Dylan, il sopracitato designer propose questo nome e tutti accettarono.

Lo scelsero anche perché evocava sia Elvis Presley, cresciuto nell'omonima città degli USA, che il dio egizio Ptah, il protettore di... esatto, Memphis. Praticamente, cultura bassa e alta che si incontrano. Questa dualità sarebbe poi stata presente anche nei loro arredi, fatti sia di plastica laminata che di radica (una pregiata escrescenza legnosa).

Dunque, scelto il nome, bisognava lavorare ai mobili. Scelsero deliberatamente di allontanarsi dall'estetica dominante dei primi anni 80 (caratterizzata da tonalità terrose) e dagli stili più sobri come il movimento britannico New Romantic. Al contrario, introdussero un nuovo linguaggio visivo contraddistinto da vivaci colori neon e pastello, forme geometriche audaci e motivi decorativi giocosi.

Questa estetica mirava ad andare oltre la semplice funzionalità, conferendo agli oggetti una dimensione simbolica, poetica ed emotiva capace di riflettere la complessità della società dell'epoca. L'approccio progettuale combinava in modo originale elementi della cultura pop, dell'arte alta e di un classicismo ironico, dando vita a uno stile sospeso tra kitsch ed eleganza.

Il 9 febbraio 1981 il gruppo aveva pronto 100 disegni e, il 18 settembre 1981, presso la galleria Arc 74 di Milano, presentarono i primi 55 pezzi. L'esposizione suscitò un notevole interesse, tanto che in soli 3 mesi ci furono più di 400 pubblicazioni al riguardo e non solo italiane. Però la cosa davvero incredibile è che siano riusciti a creare lampade, armadi, sedie e quant'altro in soli 7 mesi!

Comunque, nonostante l'entusiamo iniziale e l'arrivo di nuovi membri come Arata Isozaki, la diffusione del Memphis Design rimase piuttosto limitata e il motivo l'ho spiegò uno dei suoi membri, Andrea Branzi, che disse:

Il progetto del Nuovo Design è destinato ad individuare prodotti che non si promuovano genericamente per tutti ma al contrario che siano in grado di selezionare il proprio utente, di centrare una cultura specifica, prodotti quindi di forte connotazione culturale.

Nel 1985 il gruppo perse Ettore Sottsass e nel 1988 si sciolse definitivamente. Chiariamoci, non fu un fallimento, ma una moda passeggerà. La cosa buffa è che i suoi autori lo sapevano sin dal principio. Barbara Radice dichiarò:

Siamo tutti certi che i mobili Memphis passeranno di moda.

Eppure,ispirò non pochi designer, in particolare quelli giapponesi. Funse anche da catalizzatore per altre correnti progettuali, tra cui il Wacky Pomo e il Factory Pomo. Queste diverse ramificazioni confluirono gradualmente nel cosiddetto Memphis Lite, un'estetica più eclettica e maggiormente orientata al mercato. Tuttavia, a causa della chiara continuità stilistica con il Memphis Design, viene spesso confuso.

Fonte: Aesthetics Wiki , Wikipedia, Memphis: Ricerche, Esperienze, Risultati, Fallimenti E Successi Del Nuovo Design

#Approfondimenti

 
Continua...

from The devil in my blues

(Capitolo 15 – Requiem)

E così mentre la storia della Scaletta del diavolo arriva alla sua fine naturale la mia prosegue ma non sapendo cosa mi riserverà non posso ancora raccontarla né credo troverò più il tempo per farlo (non è solo una questione di tempo ma soprattutto di necessità). Un po' mi dispiace, non sarà un capolavoro della letteratura del '900 ma è onesta, è vera....non mi sono dovuto nascondere né svendermi per compiacere qualcuno e finalmente tutto lo scorrere di questi ultimi anni qui trova un suo senso. Sono nel fediverso, non ho più l'ansia da prestazione che avevo sul tubo.....ho anche il tempo per raccontarmi, per fermarmi e buttare giù due righe di “non-scrittura con predisposizione punk”, tutto questo è il mio blues e se poi non piace pazienza. Ora me ne vado al parco a suonare insieme a Nuvola...no, quell'immagine ancora non la stampo, c'è un tempo per ogni cosa e posso aspettare. Un ultimo pensiero a tutti quei benpensanti/moralisti/perbenisti che in nome del loro bigottismo pensano che la cannabis sia il diavolo.....mentre tutta quella merda di medicinali non mi serviva ad un beato cazzo la cannabis (quella allo spaccio) mi ha aiutato non solo a stare meglio ma anche ad una graduale guarigione.......e ora fottetevi.

—————– FINE —————

#blues #musica #lettura #arte #storie #news #blog

 
Continua...

from The devil in my blues

(Capitolo 14)

Dovete sapere che ho una predisposizione innata nel fare e nel distruggere quello che ho fatto in modo del tutto irrazionale, ci sono il 98% di possibilità che quell'immagine resti solo un sogno nel cassetto ed un 2% che la stampi e la porti con me al parco....e sapete perché? Colpa di quel “Se ti piace il mio blues”. Vero, l'ho scritto io quindi di che mi lamento? Il fatto è che io non suono blues nel senso classico...uno che puoi dire “senti bravo come suona il blues”...no, io nemmeno so cosa suono, direi che è uno spiritual blues di predisposizione punk...e non è “divertente”... cioè, è nient'altro che narrazione...ma come spiegarlo? E poi anche se lo spiegassi cambierebbe qualcosa? No. Non suono per me, suono per altri chiedendo qualcosa in cambio...teoricamente dovrei almeno “piacere” un po' ma non canto Viva la Carrà o come cazzo si chiama. Fra l'altro l'amplificatore potrei anche pagarmelo da me senza bisogno di chiedere niente a nessuno ma volevo mettere me stesso e la mia musica alla prova e molto banalmente avere anche un riscontro economico...no, la verità è che non sono ancora pronto né mai lo sarò e ho paura della verità. To be continued..,.

#blues #musica #storie #racconti #blog #news #lettura #libri #fediverso

 
Continua...

from The devil in my blues

(Capitolo 13)

Bello sì ma facile no....suono ed in quel momento ci siamo solo io e la mia musica, il mio blues, sbaglio qualche nota ma tiro dritto, la perfezione non esiste e non m'interessa, so quello che sto facendo, qualcuno si ferma ad ascoltare incuriosito, qualcuno mi fa un cenno di approvazione, un ragazzino si mette a ballare come se fosse posseduto dal demonio (no non è colpa mia), un piccolo gruppo di donne vestite secondo tradizione islamica applaude, un ragazzo che ascolta e mi ringrazia, il giovane testimone di qualcosa che dopo aver ascoltato Oh! Mio Signore si ferma a parlare con me di dio mentre io non sono credente in nulla ma sono “spiritualista”, una signora mi offre qualche spicciolo ma rifiuto perché credo che prima debba ascoltare altrimenti è elemosina mentre la mia è narrazione....Sono al parco con Nuvola e mi sento bene, quasi, in realtà sono ben consapevole di non saper suonare come quelli bravi, di non avere tecnica, di non conoscere il nome o la stessa esistenza degli accordi che sto suonando.... chiunque, mi dico, saprebbe fare di meglio. Fermi e tornate per un attimo al Capitolo 2 e a quell'immagine che prima o poi dovrò stampare...prima o poi, forse, non è detto. To be continued....

#blues #musica #news #blog #storie #racconti #lettura #libri #fediverso

 
Continua...

from The devil in my blues

(Capitolo 12)

È così che in questo contesto “malsano” è nata l'idea della Scaletta del diavolo....passo dopo passo. Primo, dovevo portare la mia narrazione fuori, tornare a suonare al parco per capire il suono, il contesto, se avrebbe funzionato. Secondo, ho scelto alcuni brani che avevo già registrato e pubblicato sul tubo riscrivendoli e riarrangiandoli per lo slide. Terzo, ho dovuto imparare (se ho mai imparato) ad usare il plettro perché le unghie mi si spezzavano di continuo. Quarto, ho scelto una accordatura fissa per tutti i pezzi in modo da non doverla cambiare in continuazione.... Open D. Quinto, scrivere la scaletta (la trovate al capitolo 5). Sesto, trovare quel maledetto suono che volevo...prima con la chitarra acustica poi con la semiacustica amplificata...mi ci sono voluti mesi di tentativi e prove (roba da fonico dei Pink Floyd) ma almeno di questo sono soddisfatto... risultato? Un suono sporco, ferragginoso, metallico, lento e paludoso come le acque del Mississippi. Settimo, mettere la chitarra nella custodia, prendere Nuvola (che oramai conosce tutti i pezzi a memoria) e uscire.....facile no?? No. To be continued....

#blues #musica #blog #lettura #storie #news #racconti #arte #cultura #fediverso

 
Continua...

from Revolution By Night

“Sono intorno a noi, in mezzo a noi In molti casi siamo noi a far promesse Senza mantenerle mai se non per calcolo Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere E non far partecipare nessun altro Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti Sono replicanti, sono tutti identici, guardali Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere Come lucertole s'arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno Spendono, spandono e sono quel che hanno

[...]

Ognun per sé, Dio per sé Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano Mani che poi firman petizioni per lo sgombero Mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli Che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli Quelli che la notte non si può girare più Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv Che fanno i boss, che compran Class

Che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica Che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara Ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera Quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

[...]”

Frankie hi-nrg mc, Quelli che benpensano, in La morte dei miracoli, BMG Ricordi, 1997, estratto.

Now playing: “Quelli che benpensano” La morte dei miracoli – Frankie hi-nrg mc – 1997

 
Continua...

from leafellis

passano le macchine, ho paura: non scappo: mi fanno male le ossa. non ho le forze.

passa un motorino: rallenta e si ferma. si avvicinano due persone. cosa vogliono? mi guardano e parlano. che dicono? una se ne va, l'altra si siede vicina: le macchine passano, non si muove: mi tocca la testa, piano.

si allontana. torna con una gabbia: mi infila dentro, mi porta in una macchina, se ne va. dentro c'è l'altra persona. è fresco e silenzioso. è freddo. torna: mi prende e si siede. la macchina si muove. l'altra persona è seria, parlano poco. la scatola si muove: tolta qualche botta, il dondolio è piacevole.

la macchina si ferma. usciamo: è caldo. dove siamo? attraversiamo una porta: c'è tanta luce, fa freddo. ci sono altre persone, parlano. ne seguiamo una in una stanza: mi poggiano, aprono la gabbia: parlano. la persona mi tocca, mi guarda, parla.

di nuovo in macchina. solito barcollio. sono stanco. non ho le forze: dormo. usciamo, mi poggiano per terra: siamo in strada. parlano. di nuovo in macchina. un attimo e siamo ancora fuori: attraversiamo porte: un cane abbaia, siamo in una stanza. c'è luce: aprono la gabbia.

parlano, mi guardano, mi toccano, piano. entrano, escono. una persona apre una scatola: odora: è cibo. da quanto non mangio? non riesco, mi disgusta, e se volessi: la mia bocca fa male. mi lasciano, non c'è più luce. sono solo, la porta è chiusa. si sta bene qui: non c'è silenzio, è calmo: non ho paura.

mi fa male tutto. mi alzo. piano. trovo un posto coperto: ecco, qui è sicuro. posso dormire: non sento più il dolore.

 
Continua...