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LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA Antonio Catalfamo

Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero monografico n. 730, maggio 2008] . Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.

Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia, vive tuttora nella capitale italiana dell'automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell'immagine spezzata (1981); Di nuovo l'utopia (1984); Delta & grido (1988); Idolatria di un'assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006); Dentro una sospensione (2007).

I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all'estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.

Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell'operaio.

Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.

Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l'uno dall'altro. Anche quando l'operaio è a casa con la famiglia, a letto con la moglie, nell'intimità dell'amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.

Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l'operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.

E' questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L'impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all'operaio, assumendo una funzione totalizzante.

Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.

Le immagini degli omicidi bianchi, le morti violente, che si susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono nella sua mente, impedendogli una vita “normale”; rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.

Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio. La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.

Ma nei decenni il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato progressivamente, senza che ciò contribuisse ad eliminare l'alienazione del lavoratore.

Come osserva giustamente Serino, l'operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.

Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l'operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.

Antonio Catalfamo

Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai

[numero monografico n. 730, maggio 2008]

– – – –

PROLETARI

1

distinzioni di classi

niente di nuovo la storia si ripete

noi pendolari voi vampiri

dell'industria che evadete il fisco

(imboscando capitali sindona insegna)

ed esponete le chiappe al solleone

sulla costa azzurra o smeralda

(lontani dal nostro morire –

in città-vortice sangue solare

innalziamo piramidi umane

per l'alba di mammona)

dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo

(burattinai per vocazione

di questa babele tecnocratica)

averci diseredati crocifissi

con bulloni a catene di montaggio

2

cieche corse cronometriche

cottimi barattati con la salute

pensieri accartocciati desideri

condannati a morte

uccidi la tua anima per otto ore

sventola la tua bandiera-di-carne

produci-consuma-produci

per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)

sei bestia per il giogo del potere

pedina in massacri calcolati

SPIRALE

metti la caffettiera sul gas

il tempo di fare l'amore

la casa un'isola nella nebbia

di ieri nella testa il grido dell'officina

non ti avanza tempo per buttare su carta

quattro versi che ti frullano nel cervello

la bimba vuol passare nel lettone sorridi

per il polistirolo ritrovatosi in bocca

con la torta ieri il suo compleanno

trepiderai ancora una volta al ritorno

davanti alla cassetta delle lettere

e la moglie a dire qui facciamo i salti

mortali per quadrare il bilancio

il borbottìo del caffè ti alzi

esci e penetri il muro di nebbia

nella testa il grido stridulo d'officina

a cui impigliati restano brandelli

d'anima e carne

d'un'altra settimana di passione

stasera deporrai la croce

LINEA DI MONTAGGIO

lo hanno visto inginocchiarsi

davanti alla centoventesima vettura: come se

volesse specchiarvisi o adorare

il dio-macchina:

46 anni: infarto – parole

di circostanza chi deve informare la

famiglia – l'attimo

di sconcerto poi li risucchia il ritmo

vorticante: come se nulla

sia accaduto: la produzione

innanzitutto

MORTE BIANCA

al paese (le donne avvolte

in scialli si segnano ai lampi)

hanno saputo di stefano volato

dall'impalcatura come angelo senz'ali

– non venire a mettere radici – scriveva al fratello

minore – qui anche tu nella

città di ciminiere e acciaio: qui dove

mangio pane e rabbia: dove si vive

in mano a volontà cieche

UOMO TECNOLOGICO

parabole di carne convertite in

plusvalore – l'anima canta nell'acciaio – pensieri

decapitati al dileguarsi di essenze: vuota

occhiaia del giorno dilatato:

coscienza che si lacera all'infinito

L'ANIMA TESA SUL GRIDO

l'anima tesa sul grido

dopo otto ore alla catena

neanche la voglia di parlare

davanti alla tivù-caminetto

e morfeo ti apre le braccia

(impigliàti nello stridìo

della macchina

brandelli di coscienza)

domani ancora una pena

l'anima tesa sul grido

del giorno

in spirali di alienazione

OLOCAUSTO

immolato al moloch del consumo

deponi la croce delle otto ore lasciando

brandelli di anima lungo la catena

biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni

strappare alla vita il sorriso ammanettato

dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici

dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà

fuori una overdose di nevrosi-solitudine

cuore-senza-paese immolato al moloch

dei consumi il sangue vorticante nella babele di

pacifici massacri offerta quotidiana

[Le poesie di quegli anni 80, sono servite se non altro alla mia crescita.]

.

 
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from storieribelli

Verso il 48° anniversario ... e sembra ieri.

Qui voglio ricordare la celebrazione passata: come dopo tanti anni è ancora importante esserci, contarsi. Il concentramento davanti quella che fu la sede di Radio AUT, a Terrasini: gli stessi volti di sempre, a contarci ancora: quelli che conosci da sempre, qualcuno non c'è più e qualche nuova faccia si aggiunge, tutti un po' più vecchi, un po' più delusi dalle continue emrgenze, mischiati all'entusiasmo dei volti nuovi: giovani che hanno capito o che vogliono capire meglio il senso di portare sulle spalle una lotta contro le mafie, assetati di conoscenza, che reclamano il racconto del Peppino reale, non l'icona del film. Ed in mezzo a tutti i sindaci, tanti, da tutta Italia, a rappresentare un potere amministrativo che sa da quale parte stare. E tanti striscioni che firmano la presenza di tante realtà e di tante scuole in un sentire comune. E poi il corteo che unisce i due paesi come un filo di memoria, una strada che non è sempre la stessa, che non è solo asfalto ma è speranza.

Quello che mi ha colpito, che porterò sempre con me, è quell'immagine di giovane donna, con un bambino sull'anca come una radice, un germoglio di futuro aggrappato alla vita, che tra omogeneizzato e slogan imponeva il suo silenzio marciando accanto ai compagni con lo storico striscione. Non un grido, non un nome, non un vessillo ... una marcia silenziosa,la dimostrazione che cullare un figlio mentre si porta il peso della memoria è il gesto più rivoluzionario che ci sia.

Questa è la marcia più vera: questo è Peppino che vive anche dove non ce lo apsetteremmo. In quel gesto, in quella scena, c’era tutto: la fragilità, la forza, il futuro sulle spalle, la memoria nei passi. Un’eredità silenziosa. Un atto politico fatto di carne, di amore, di coraggio.

È stato il cuore pulsante di Peppino che batte ancora, forte, nel petto di chi non dimentica e di chi, come questa giovane madre, continua a tessere il filo della speranza.

Peppino è vivo. Ed ha vinto ancora.

Testo e foto del corteo qui: https://paolochirco.altervista.org/paolo-chirco-peppino-impastato-47-anni-sorriso-memoria/

 
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from storieribelli

la Luce e il Sangue, le Bambine e il Riscatto.

Il ricordo di unincontro a Palermo e la forza di uno sguardo che ha usato la fotografia come arma di legittima difesa.

Credo fosse il 2014 quando andai a trovare Letizia Battaglia nella sua casa di Palermo. In quegli anni stavo completando una videostoria, allora quasi inedita, dedicata al gruppo femminile/femminista che operava a Cinisi mentre Peppino Impastato era ancora in vita. Il suo interesse per il mio lavoro sul gruppo femminista di Cinisi non era casuale: Letizia capiva profondamente il valore di quelle donne che, insieme a Peppino, cercavano di scardinare i codici patriarcali e mafiosi. Fu un’intervista breve, ma intensa: l’occasione per catturare un ritratto e scambiare pensieri su una storia comune.

Non era la prima volta che le nostre strade si incrociavano. Ci eravamo ritrovati a fotografare negli stessi luoghi, durante le stesse ore collettive: dai funerali di Piersanti Mattarella ai cortei di Cinisi, fino alle feste religiose in Sicilia. Percorreva le stesse strade, con Lei, anche Franco Zecchin. A volte li accompagnava anche una figura silenziosa, Josef Koudelka. Lei era già la professionista affermata, la “maestra” riconosciuta; io, poco più che un hobbista della domenica, la guardavo muoversi sul campo con rispetto e ammirazione.

Oltre la cronaca nera

Oggi, a distanza di anni, sento che non bisogna chiamarla solo “la fotografa della mafia”. Sarebbe un errore imperdonabile, come definire l’immensità del mare basandosi solo sui suoi naufragi. Letizia Battaglia è stata, prima di tutto, un atto di disobbedienza vivente.

In una Palermo che negli “anni di piombo” cercava rifugio dietro persiane sprangate e silenzi di cemento, lei sceglieva di uscire contromano. Con la sua sigaretta perennemente accesa e quella macchina fotografica stretta tra le mani, ha trasformato l’obiettivo in un’arma di legittima difesa contro la barbarie e l’indifferenza.

https://paolochirco.altervista.org/letizia-battaglia-fotografia-cinisi-femminismo/

 
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from ...cosa ne pensa Jollanza?

Ed eccomi a riprendere in mano la rubrica che un anno fa avevo inaugurato presentandovi la figura di Joe Carstairs, cosa che ha suscitato in me una certa sorpresa in quanto pochissimi la conoscevano di nome facendomi sentire bene per aver fatto una cosa buona. Perché come dicevo non è giusto che certe figure incredibili non ricevano il giusto riconoscimento, venendo eclissate da altre più comode (politicamente, socialmente, vedete voi) fino a diventare una nota a pié di pagina sui libri di Storia. Se va bene.

Visto che oggi è anche il Giorno della Memoria (si, sono dalla parte dei palestinesi ma non vuol dire che non debba ricordare questo giorno comunque) vi porto un personaggio che mi sono accorto non essere conosciuto e riconosciuto abbastanza.

WITOLD PILECKI Wit

Witold nacque nella Repubblica di Carelia nel 1901 lasciando stupìti i medici del tempo. Il nostro eroe, figlio di esponenti della nobiltà polacca, era nato con una malformazione che avrebbe reso difficile la mobilità delle gambe: presentava infatti il più imponente paio di coglioni mai visto, ma crescendo non diede loro peso (lol) e camminò comunque bene senza problemi per tutta la vita. Si perché non stiamo parlando di una persona pronta a tirarsi indietro alla prima difficoltà: i problemi li puntava e li prendeva di petto convinto di vincere. Aveva un talento nel trovarsi in mezzo alle situazioni e farle sue.

Wit2

Nel 1910 viveva con la madre e i fratelli a Vilnius e si appassionò allo scoutismo (Związek Harcerstwa Polskiego o “ZHP”), all'epoca associazione illegale in quanto paramilitare. Proprio non capiva perché dovesse essere bandita una cosa che gli piaceva tanto, al punto da fondare una sezione tutta sua poco tempo dopo PERCHÉ SI. Finita la Grande Guerra, che non lo vide partecipe perché la mamma lo tenne lontano dai conflitti ben sapendo con chi aveva a che fare, entrò come ufficiale nel 1918 nella Cavalleria Polacca e subito venne chiamato in battaglia: i russi, freschi di Rivoluzione, puntavano su Vilnius e allora andò a fare una improvvisata ai suoi vecchi amici del ZHP. Ne tirò fuori una formazione armata di tutto punto (rubando le armi a una colonna di crucchi che stava tornando a casa) e combatté i russi, perdendo. Ma lo diceva sempre lui, “mai perdersi d'animo”, e fondò una formazione di partigiani specializzata nella guerriglia dietro le linee nemiche, sabotaggio e quanto altro. Appena saputo che dalle parti di Białystok si stava riformando un esercito polacco regolare ci portò i suoi compagni in armi e combatté sotto il comando del Colonnello Dąbrowski (non il bonapartista naturalmente) fino alla fine del conflitto.

Fino al 1938 se ne resta tranquillo pur restando un militare di carriera, scoprendo anche la pittura e la poesia. Un uomo di ritrovata pace potremmo dire, che coltiva le sue passioni e

SECONDA GUERRA MONDIALE

Quando la Wehrmacht invade la Polonia il nostro Witold viene richiamato di corsa a comandare la 19ª divisione di cavalleria sotto l'Armata Prusy, poi quasi del tutto spazzata via dai tedeschi invasori. Confluì nella 41ª Armata che stava fuggendo verso la Romania, ma a un certo punto disse “EH NO CAZZO” e tornò all'attacco con quello che restava della sua cavalleria. Lui e i suoi uomini distrussero sette carri armati tedeschi, abbatterono un aereo e ne distrussero altri due a terra. Purtroppo poco dopo bussarono i sovietici dal confine est, il governo polacco andò in esilio in Inghilterra a fumare sigari e l'esercito era completamente sfatto e fuggito all'estero, incorporato in quegli eserciti che volevano o potevano dare rifiugio ai polacchi in quel periodo. Gli dissero “vieni con noi” e lui rispose “NON ESISTE”, rimanendo nel paese e fondando l'Esercito Segreto Polacco (Tajna Armia Polska o “TAP”), una delle prime formazioni clandestine capaci effettivamente di dare qualche calcio nelle balle ai tedeschi occupanti. Fino al 1940 inoltrato tenne un basso profilo come magazziniere per una ditta di cosmetici a Varsavia, mettendosi a litigare con le altre formazioni partigiane e non sul come mandare avanti le cose.

Poi sentì parlare di quello che stava accadendo in un piccolo paesino fuori Cracovia chiamato Oświęcim, ma che sarà conosciuto dal mondo come Auschwitz. Ma voleva vedere di persona, non affidarsi alle dicerie.

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Si fece arrestare dai tedeschi usando il nome falso di Tomasz Serafiński, numero di matricola del campo 4859, formando da subito l'Unione di Organizzazione Militare (Związek Organizacji Wojskowej o “ZOW”) perché a lui piacevano le sigle e soprattutto dare un senso alle cose. La ZOW doveva raccogliere informazioni, procurare tutto il procurabile per tenere vive le persone e tenere su l'umore perché “mai perdersi d'animo”, anche se intorno a lui c'era letteralmente la morte. Riuscirono persino a costruire una radio con pezzi di fortuna per comunicare con il governo in esilio, raccontando cosa accadeva nel campo e mandando rapporti puntuali su eventuali cambiamenti. La stazione radio funzionò per 7 mesi fino a che non venne smantellata dalla ZOW perché la Gestapo (guidata da quello stronzo di Maximilian Grabner) aveva mangiato la foglia e per tutto quel periodo Witold e i suoi chiesero al governo e agli Alleati, sempre senza mai ricevere risposta, armi paracadutabili per montare una rivolta e fare fuori più carcerieri possibile. Capendo che tirava una brutta aria disse “BEH VADO A DIRNE QUATTRO AL GOVERNO” e semplicemente fuggì dal campo (tagliando nel frattempo la linea telefonica, mettendo fuori gioco un paio di SS, rubando documentazione e altre cose facili per tutti). E stiamo sempre parlando di Auschwitz, non di un villaggio turistico al mare. Arrivato al comando della resistenza locale e rimessosi in sesto si mise a scrivere quello che divenne noto come “Rapporto Pilecki”. L'intento di Witold, scrivendolo, era quello di convincere chi di dovere a liberare i prigionieri del campo ma il governo polacco e gli inglesi non credettero veritiero il rapporto, secondo loro non era verosimile che i nazisti facessero tutte quelle cose, aggiungendo che anche se l'attacco iniziale avesse avuto successo non avrebbero potuto salvare nessuno. Il rapporto raggiunse anche l'Armata Rossa sovietica che non mostrò alcun interesse in uno sforzo congiunto con l'esercito clandestino e lo ZOW per liberarlo.

Allo scoppio della rivolta di Varsavia il 1° Agosto 1944 Witold si rese immediatamente disponibile sotto falso nome e come soldato semplice, ma uno dei graduati lo riconobbe e, nemmeno il tempo di dire “KURWA”, si ritrovò addosso l'uniforme da ufficiale al comando della 1ª Compagnia “Warszawianka” addetta a difendere il centro della città. Quando questa cadde portando al termine della rivolta venne catturato dal nemico e posto in un campo di prigionia bavarese MOLTO sorvegliato creato apposta per i più famosi e problematici dell'esercito polacco fino alla fine della guerra, che per lui terminò con la liberazione da parte degli americani il 29 Aprile del '45.

Finita finalmente la guerra qualunque persona si sarebbe detta “bene il mio l'ho fatto” mettendosi in babbucce per il resto dell'esistenza, ma lui no. Lui aveva ancora più di un conto aperto con i russi e proprio non ci stava che il suo Paese, la Polonia, per la quale aveva combatutto tutta la vita fosse ora di loro proprietà.

Montò una nuova organizzazione reclutando ex membri dello ZOW e del TAP, sempre raccogliendo informazioni questa volta in funzione antisovietica, cambiando spesso nome e lavoro per non essere catturato. Un bel giorno i suoi corrispondenti gli dissero che la sua copertura era saltata e di andare in esilio perché ormai aveva finito, o lo avrebbero catturato. Lui naturalmente rispose “STICAZZI” e restò in Polonia fino a che non venne arrestato l'8 maggio 1947 dai sovietici. Pestato e torturato non rivelò mai i nomi dei suoi collaboratori o cosa aveva scoperto sui russi fino a quel momento.

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Il processo farsa che venne organizzato fece clamore sia in Polonia che in Russia, perché per ogni accusa o diceria mossa contro di lui arrivava anche una lettera da parte di un sopravvissuto di Auschwitz o un commilitone da lui salvato. In molti si mossero per aiutarlo ma venne comunque condannato a morte e ucciso nel carcere di Varsavia il 25 maggio 1948 dal “Macellaio di Mokotow” (Piotr Śmietański) con un colpo di pistola alla testa. Non si scoprì mai il reale luogo di sepoltura, se mai ne abbia avuto uno. Il suo Rapporto venne pubblicato solo nel 2000 e la sua storia venne rivelata al mondo intero cosicché da quel momento strade, monumenti, libri e film documentaristici (per ora solo in Polonia) gli sono stati dedicati. Io invece vorrei un bel film hollywoodiano che ne onori le gesta, che scambierei volentieri con quella cagata di Operazione Valchiria con Tom Cruise dove si presenta Stauffenberg come un eroe.

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Vorrei scrivere un appunto ora, molto personale, per chiudere il tutto. È da tempo che vedo l'internet e i suoi abitanti, ma anche gente che conosco personalmente, prendersi metaforicamente “a manate” per avere una più ragione dell'altro su quanto è successo negli ultimi 100 anni e perché.

Improvvisamente il Giorno della Memoria ad esempio, per via di quello che sta ancora succedendo in Palestina, è diventato un tabù tale che non viene più veramente ricordato. Se ne parla come una cosa ormai vecchia e stantìa, strumentalizzata da alzate di scudi o attacchi, partigianesimi o meme e chi più ne ha più ne metta. Se ricordi questo giorno automaticamente sei dalla parte di quel criminale di Netanyahu e solo perché bisogna sempre mettere tutto sotto uno stretto cono di luce con connotazione politica. Del resto non si vedono più i cortei contro la guerra in Palestina (a cui ho partecipato con entusiasmo) e solo perché qualche burocrate magicamente ha detto che c'è la pace adesso... anche se la gente laggiù continua a crepare. E sono convinto, anche qui, che buona parte dei partecipanti a quei cortei (e li vedevo, con la bandiera del partito) fosse mossa solo da ragioni politiche e da automatismi e non da un vero senso di umanità e dignità che dovrebbe muoverci ogni giorno in automatico. Le strade se le sono riprese le automobili. Abbiamo talmente fallito al punto che c'è ancora chi conta in maniera certosina i caduti, pronto a dirci se è valido o no il termine “genocidio” a seconda del numero come in una di quelle trasmissioni in tv che commentano le partite di calcio e i loro giocatori grazie alla moviola. Sud Sudan o altri posti invece sono semplicemente solo altri campionati sportivi che non ci competono.

Il nostro Witold Pilecki era un fervente anticomunista, non faceva volutamente distinzione fra tedeschi e russi e nemmeno gli ebrei gli piacevano. Di destra (oggi diremmo addirittura estrema) e super cattolico ha comunque salvato un sacco di gente perché andava fatto, senza il paraocchi dell'ideologia dietro cui tanti giustificano le azioni di altri personaggi storici e attuali. Lui, come Giorgio Perlasca o il fratello di Göring ed altri comunemente associati alla “parte che ha perso” (e per fortuna) erano tutti molto lontani da quegli eroi senza macchia, vincenti, che ci piace solitamente ricordare per una morale più alta o perché più semplicemente hanno vinto. Questi signori mi sembra abbiano fatto di tutto per riuscire a salvare anche solo una manciata di persone in più mentre il mondo restava a guardare, senza dare ascolto all'ideologia o alla linea di un partito, eppure non diamo loro la considerazione che meriterebbero. Vuoi vedere che a noi piace ricordare determinate cose e persone solo se danno un senso al nostro sistema di credenze e bias di conferma? Possibile.

Resta il fatto che, come dico sempre, solo chi è libero non è complice.

 
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from Magia

✍️Ieri mi sono presentata all'INPS dove mi hanno convocata per la visita relativa all'invalidità che mi è stata riconosciuta un anno fa , avendo io subito una quadrantectomia, avendo fatto la radioterapia e in più le altre terapie ormonali, come da protocollo! La chiamano revisione, magari con l'intento di revocarla in quanto ormai fuori pericolo, guarita e felice e contenta di condurre una vita normale? Non è così, e a costo di sembrare negativa, ripetitiva, fuori luogo, secondo alcuni non nell'ambiente adatto per affrontare certe tematiche delicate e riservate, volevo semplicemente riportare la mia esperienza! Sono una donna, madre, moglie, figlia, zia , sorella cinquantenne che ha dovuto semplicemente fare i conti con un carcinoma maligno, a pochi giorni dal suo compleanno, nell'agosto del 2024.... E dopo più di un anno, ieri le domande che mi sono state poste, l'atteggiamento nei confronti di una malata oncologica, come sono definita e catalogata, mi hanno fatto quasi vergognare, in primis di essere donna, in secondo di essere malata e di percepire un qualcosa, che in teoria ci spetta a noi malati oncologici...che ogni giorno dobbiamo combattere, prendere farmaci, visite e controlli, che per i tempi lunghi delle ASL , spesso dobbiamo fare a pagamento, farci strada, accettare, mascherare, tutto ciò che la malattia ci ha lasciato e con cui dovremo probabilmente convivere a vita! Non parlo della mia cicatrice, ben visibile, ancora dolorante, non parlo dei cambiamenti che ci sono stati in seguito alla radioterapia, e nn parlo neppure di quelli che comportano le varie terapie ormonali, aumento di peso, sbalzi d'umore, problemi alle articolazioni, ecc, potrei andare avanti, ma nn vorrei essere troppo pesante e urtare nuovamente la sensibilità di chi non gradisce magari certi argomenti! Eppure sono reali, non possiamo pensare di parlare condividere, solo di politica Trump, social, ecc, magari nella vita c'è altro, e ci sono altri come me che semplicemente parlano della propria vita, delle esperienze personali, senza voler assolutamente sminuire altre tematiche ecc... Probabilmente è sbagliato l'approccio, il modo di pormi, si scrivere , di esprimere, ma io donna , ogni giorno ricevo sempre più dimostrazioni di mancato rispetto ed empatia proprio da altre donne! La dottoressa ieri mi ha trattata da incapace, da ingenua, ha usato un tono offensivo e di rimprovero per alcuni documenti che secondo lei non avevo presentato, li ho trovati e lei quasi infastidita, voleva che stessi a distanza, che rispondessi alle sue domande, senza aggiungere altro! Non ha voluto visitarmi ha chiesto a me come vedevo la mia cicatrice, ha voluto solo che le facessi vedere che ero in grado di sollevare il braccio destro, come se bastasse quello per dimostrare che sto bene e posso fare tutto, (perché il braccio destro ? Oltre alla quadrantectomia, viene anche prelevato e analizzato un linfonodo sentinella, il che non permette un recupero totale di tutti i movimenti.) di più come prima, e quando mi ha liquidata si è ricordata di domandarmi se lavorassi ed io le ho risposto di no e sono andata via, delusa affranta, triste per essermi sentita malata, fragile, come se oltre al corpo, ormai diverso, cambiato in cui spesso non mi riconosco, noi malati oncologici non meritiamo attenzione, anche per quello che sentiamo, proviamo, per i cambiamenti, le emozioni, i timori e quella paura che si ripresenta ad ogni esame, ogni controllo e che ci fa inevitabilmente sprofondare in quella solitudine, in quella diversità, insicurezza, dove io donna mi sono sentita umiliata, derisa e fortemente colpevolizzata non solo per essere malata, ma combattiva, ma per quella invalidità che ci viene riconosciuta, ma che dobbiamo dimostrare ogni giorno, ogni momento, come se avessimo scelto noi questo male e non viceversa! FB-IMG-1769446219459.jpg

 
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from cosechehoscritto

Quando fu ucciso Aldo Moro io avevo otto anni e i videogiochi non esistevano. Sarebbero arrivati bucando il cielo scendendo come insetti verso il mio paesino, implacabili, ma nel 1978 ancora non esistevano i case di Pac-Man, di Centipede, di Moon Cresta. Sembra incredibile pensare un mondo privo dei videogiochi, in cui non era possibile immaginarli, ma così era. Avevo otto anni e i videogiochi ancora non potevano farmi diventare una persona violenta, nel frattempo Aldo Moro era stato scannato, come nella macelleria dove andavo con gli altri ragazzi, e ad ucciderlo erano stati tutti. Era stata la comunità.

Avevo otto anni, ne avrei avuti nove, poi dieci, dodici, avrei conosciuto i videogiochi, avrei visto il mondo vecchio di Moro ammazzato e quello nuovo elettrico, senza nome, con colori e suoni impossibili: la sporcizia della memoria di quegli anni si ammucchiava, stavo creando, dentro di me, una specie di linea temporale spuria in cui sovrapponevo eventi, cose che non comprendevo, immagini che si incagliavano dentro di me, prendevano spazio nella carne e lì restavano e lì sono ancora.

Così, nella mia memoria, come livelli di un programma di grafica, i livelli storici si sono sovrapposti e c'è questa realtà alternativa nella quale quando è stato ammazzato Aldo Moro io avevo tredici anni e stavo giocando a un livello abbastanza avanzato di Centipede.

La cosa che mi affascinava di più di Centipede erano i colori, aveva questi colori così sgargianti con questi accostamenti rivoluzionari, la storia di Centipede era che tu impersonavi una specie di navicella testa-di-serpentello che stava a fondo schermo e tutto lo schermo era pieno di funghi e dall'alto iniziava a scendere un Centipede e tu da sotto sparavi e colpivi il Centipede il quale si spezzava in centipedi più piccoli che continuavano a scendere, e ogni volta che arrivavano a fondo schermo o che toccavano un fungo scendevano sempre più in basso e tu dovevi ammazzarli tutti prima che arrivassero a terra, con la difficoltà dei funghi che ti bloccavano i colpi, e ogni volta che ammazzavi tutti i centipedini, cambiavano i colori dei funghi e ne arrivava giù un altro, e più avanzavi nei livelli, più i colori erano pazzeschi, tipo viola+giallo, più il Centipede era veloce e bastardo, e ogni volta che beccavi un Centipede, il pezzo che beccavi si trasformava in fungo, anche i funghi potevano essere distrutti ma necessitavano di molti colpi, il segreto era di lasciarsi libera la parte bassa in modo da poter permettere alla testa-di-serpentello di muoversi senza essere bloccato e poi se non c'erano funghi si rallentava la discesa del serpente che era costretto ad andare fino a fine schermo prima di poter scendere di una riga verso di te.

[da 'PÈCMÉN, Blonk Editore]

 
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from angolo cottura

Ingredienti: 166 g di spaghetti 3 uova Olio, sale, pepe e grana q.b.

Cuocere al dente gli spaghetti in acqua salata. Scolarli bene, metterli in una ciotola capiente, condirli con poco olio e lasciarli raffreddare a temperatura ambiente. Sbattere le uova con sale pepe e grana grattugiato, e unirle agli spaghetti amalgamando bene. Scaldare l'olio in una padella e versarci il composto; far cuocere bene da un lato, girare e far cuocere bene dall'altro. Gli spaghetti devono risultare ben croccanti. Servire dopo aver fatto raffreddare qualche minuto.

#uova

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano, 11 luglio 1979

Milano, fine anni Settanta. Una città che corre, produce, cresce. Di giorno è capitale economica, di notte diventa una distesa di luci intermittenti, portoni chiusi, silenzi densi come fumo. In quel clima sospeso, tra terrorismo, finanza opaca e un futuro che promette progresso ma consegna inquietudine, accade un fatto destinato a segnare profondamente la coscienza civile italiana. L’11 luglio 1979, in una via tranquilla non lontana dal centro, viene assassinato Giorgio Ambrosoli. Non è un delitto qualunque. È un omicidio che parla la lingua del potere, dei soldi e della solitudine di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese, padre di famiglia, borghesia colta e discreta. Uno che prendeva il tram, lavorava fino a tardi, tornava a casa stanco. Nessuna aura epica, nessuna retorica. Quando gli venne affidato il compito di liquidare una grande banca privata, capì subito che non si trattava di un fallimento qualunque. I documenti parlavano di soldi spariti, strutture opache, connessioni internazionali. Un dedalo costruito apposta per non essere capito. Il punto non è solo ciò che scoprì, ma come reagì. Ambrosoli rifiutò pressioni, minacce, promesse. Sapeva di essere isolato. Sapeva di essere osservato. In alcune lettere private ammise di avere paura, ma aggiunse qualcosa di devastante nella sua semplicità: qualcuno deve pur farlo. Ambrosoli dava fastidio perché non era ricattabile. Perché non aveva scheletri nell’armadio. Perché non era disposto a “sistemare” le cose. Quella notte Milano non urla. Milano osserva. I lampioni illuminano l’asfalto con una luce giallastra, i passi rimbombano nei cortili interni, le finestre restano chiuse. La città sembra trattenere il respiro, come se avesse già intuito che non si tratta di una sparatoria qualsiasi, ma di un messaggio. Ambrosoli non è un personaggio mondano, non frequenta salotti né redazioni. È un uomo che lavora in silenzio, con metodo, scavando dentro i bilanci, seguendo tracce che portano lontano: paradisi fiscali, società fantasma, nomi che a Milano si sussurrano ma non si scrivono. L’omicidio avviene sotto casa. Un gesto rapido, professionale, senza scenografia. Nessun inseguimento, nessuna colluttazione. Solo colpi secchi e poi il vuoto. È la firma di chi sa che l’importante non è fuggire, ma colpire. Nei giorni successivi, la notizia rimbalza ovunque. Ma è una risonanza strana: potente, sì, ma trattenuta. Come se una parte della città avesse paura di guardare troppo a fondo. Milano capisce che quel delitto non riguarda solo una persona, ma un sistema intero che preferisce l’ombra alla luce. Il caso tiene banco per molto tempo. Non solo nelle aule giudiziarie, ma nelle conversazioni a mezza voce, negli studi legali, nei bar frequentati da professionisti che abbassano il tono quando pronunciano certi nomi. Negli anni Ottanta, mentre Milano si veste di modernità, di finanza rampante e di pubblicità luminosa, quel delitto resta lì, come una crepa sotto la vernice nuova. Un promemoria scomodo: il prezzo della verità, a volte, è altissimo. Riguardando oggi quella storia, ciò che colpisce non è solo la dinamica dell’omicidio, ma il contesto. Una Milano che di notte diventa complice involontaria, che protegge con il silenzio ciò che di giorno celebra con i titoli economici. Milano è una città che sa, che ricorda, che archivia. E ogni tanto restituisce i suoi fantasmi a chi ha il coraggio di ascoltarli. Quel delitto non è rimasto negli anni Settanta. Cammina ancora oggi sotto i portici, nei corridoi del potere, nei documenti impolverati. È una storia che non chiede spettacolo, ma memoria. E Milano, anche se finge di dormire, non ha mai davvero smesso di pensarci.

 
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from norise

Guardare oltre

And death shall have no dominion. Dylan Thomas

guardare lungo: oltre la naturale dissoluzione

un’alba rosata ti pettina i pensieri carezza i progetti del giorno

nulla può la morte se tendi alla bellezza

21.1.24

* Luca Rossi su Fb Una poesia che tende al trascendente. Dal tono delicato per una lettura lenta che porta ad una riflessione profonda. Ho provato come un senso di tranquillità nel leggerla. Sapere che il dopo lo si può già considerare da adesso, nelle giuste proporzioni che ci indica la poesia. Il poeta si fa curatore di anime perché nulla vada perduto se si guarda alla bellezza. Che si tratti della bellezza del cuore (degli affetti quindi) , dell’anima, del corpo o altro, poco importa , perché la vera bellezza li racchiude tutti. Si anche la bellezza del corpo che non deve essere esorcizzata perché si rischierebbe di non vedere una parte del Creato. Tutto convive se viene considerato nel giusto modo. Tutto ci induce a credere. Serino, con il suo scrivere, ce lo comunica e ci chiede di comprenderlo, cioè di prendere-con-noi tutto questo. Un incoraggiamento a vivere adesso per vivere ancora quando tutto sarà passato, in una direzione in cui egli ha già saputo vedere.

 
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from Cyberdyne Systems

ent,zxcvb,diceware

In “Come generare una password o un keyfile sicuri” abbiamo visto come generare password e keyfile che si basassero su dati il più possibile casuali. La verifica matematica di una password si basa sulla determinazione del numero di tentativi necessari a un attaccante per indovinarla. Esistono due approcci: quello teorico (brute force) e quello realistico (pattern matching).

Calcolo teorico (Entropia di Shannon)

Un primo strumento per la valutazione di una password è dato dall'entropia di Shannon, che chiunque abbia usato un password manager certamente conoscerà.

Questo calcolo assume che l'attaccante non sappia nulla della nostra password e debba provare ogni possibile combinazione (forza bruta).

Dato un alfabeto di R simboli e una password di lunghezza L, l'entropia E sarà pari a:

E = log2 ( RL ) = L * log2 ( R )

L'entropia è un valore numerico espresso in bit (gli “Shannon”) che rappresenta una misura, non tanto della robustezza, quanto della “densità” della password, ossia di quanto lavoro richieda ad un calcolatore per essere indovinata. Più è alta, meglio è.

Spiegazione dell'entropia di Shannon

Innanzitutto notiamo che RL è la dimensione dello spazio di possibilità in cui esiste la mia password e, per R e L sufficientemente grandi, è un numero talmente enorme da essere difficilmente comprensibile.

L'equivalente E, che non è altro che l'esponente della potenza di 2 tale per cui 2E = RL, risulta invece molto più gestibile e confrontabile.

Semplificando, se alla mia password lunga L corrisponde quindi un'analoga chiave in bit lunga E, un attaccante che voglia scoprire la mia password, invece che indovinare gli L simboli da un alfabeto R, compirà lo stesso sforzo rispondendo correttamente ad un numero di domande binarie (SI / NO) pari a E, per ricostruire la giusta sequenza binaria.

Quanto costa ricostruire la sequenza? O, in altre parole, qual è lo sforzo computazionale richiesto?

Si parla di caso medio ottimale corrispondente ad una ricerca binaria in cui ogni domanda dimezza lo spazio di possibilità fino ad azzerarlo completamente.

E = L * log2 ( R ), è quel numero di bit che mi dice quant'è profondo l'albero delle decisioni che il calcolatore deve percorrere, albero in cui il numero dei possibili cammini radice-foglia (equivalenti a tutte le possibili password) è 2E = RL.

  • Nel caso migliore, rispondo correttamente a tutte le E domande al primo tentativo (trovo subito il mio cammino sull'albero).
  • Nel caso peggiore, mi occorreranno 2E risposte (percorro tutti i cammini dell'albero) equivalente proprio a RL.

Possiamo allora definire formalmente l'entropia come quella quantità minima di informazione necessaria ad azzerare l'incertezza legata all'identificazione della password. Per questo motivo è espressa in bit.

Una misurazione di questo tipo ha senso solo se ipotizziamo che i simboli siano tutti equiprobabili.

La formula di Shannon misura, sì, l'entropia, ma al suo massimo potenziale, quando la distribuzione dei simboli nella sequenza è omogenea e assolutamente casuale.

Esempi d'uso

Facciamo l'esempio di una password lunga 20, costruita su un alfabeto di 66 simboli (alfanumerico con maiuscole e minuscole più 4 simboli speciali). La dimensione di questo spazio di possibilità è pari a:

Sp = RL = 6620 = 2,46 * 1036

Tentare un attacco di forza bruta su un oggetto del genere è semplicemente impensabile. Faccio un esempio.

Per forzare la nostra password, supponiamo di avere a disposizione il più potente supercomputer del mondo, El Capitan ad oggi, dotato di una potenza di calcolo spaventosa, in media 2.000 exaFLOPS con picchi di 2.746 exaFLOPS, dove 1 exaFLOPS è un quintilione (1018) di operazioni al secondo.

Il calcolo di una password si misura in Hash al secondo, H/s per usare una notazione compatta, che è più dispendiosa della singola operazione.

Approssimando per eccesso con molto ottimismo e nell'ipotesi di usare algoritmi estrememente deboli e poco costosi dal punto di vista computazionale come NTLM o MD5, possiamo pensare che il nostro sistema possa arrivare a calcolare, in queste condizioni, circa 1,5 quintilioni ( 1,5 * 1018 ) H/s. Per algoritmi come bcrypt o argon2, progettati per essere molto dispendiosi, tale potenza si riduce drasticamente di molti ordini di grandezza. Da 1018 a 109 – 106. Ma consideriamo il caso più favorevole perché sembra appunto una potenza enorme.

Ma anche questa tremenda esibizione di potenza annichilisce di fronte al numero di calcoli da compiere nel nosro spazio di possibilità. Dato Sp lo spazio di possibilità (il numero di possibili combinazioni), il tempo T espresso in secondi necessario ad eseguire tutte le operazioni sarà:

Sp = 6620 = 2,46 * 1036

T = 2,46 * 36 / 1,5 * 1018 = 1,64 * 1018

Che equivale a circa 52 miliardi di anni.

Per avere un'idea di questa grandezza cosmica, si pensi che l'età del nostro universo è di circa 13,8 miliardi di anni. Quindi il calcolo della nostra password potrebbe richiedere un tempo che è grossomodo 3,8 volte l'età dell'universo.

I 120 bit di entropia, sono dunque la misura di questo sforzo potenziale, interpretabile equivalentemente in due modi differenti:

  • la probabilità di riuscire a trovare la password tirando a indovinare, probabilità che è 1 su 2120

oppure

  • la capacità di rispondere correttamente e consecutivamente a 120 domande di tipo (SI / NO) (ricerca del giusto cammino in un albero decisionale binario profondo 120 livelli)

Allungando la nostra password di altri due caratteri, l'entropia arriva a circa 133 e il calcolo delle possibili combinazioni, posto che fosse possibile ignorando le leggi della termodinamica, richiederebbe circa 16.500 di volte l'età dell'universo.

Considerazione a margine: è la lunghezza della password ad incidere più che la complessità dell'alfabeto. E lo vediamo dalla formula dell'entropia, perché, in una funzione di elevamento a potenza RL, aumentare l'esponente L fa crescere molto più rapidamente la funzione che non aumentando la base R.

Calcolo realistico (pattern matching)

L'entropia di Shannon fornisce un riscontro utilizzabile solo ipotizzando che:

  • le scelte siano indipendenti
  • la distribuzione sia uniforme

e in uno scenario di questo tipo, l'attacco di forza bruta non è una via percorribile.

Allo stesso tempo, se non vengono rispettati questi vincoli, l'entropia dà una falsa sicurezza perché la formula di Shannon “standard” non tiene conto della ridondanza:

Consideriamo questa password: Password12345678

  • teoria: la formula E = L * log2R direbbe che la sua entropia sia 95, ottima.
  • realtà: poiché è una sequenza ovvia, l'attaccante la proverà per prima. La sua entropia reale sarà vicina a 0 bit.

L'entropia quindi misura la “densità” della password, la sua imprevedibilità potenziale ma non dà nessuna informazione sulla presenza di schemi ripetuti e sul pattern matching.

Ent

L'essere umano come generatore di entropia fa schifo. Ecco perché, per un attaccante, prima ancora di provare tutte le possibili combinazioni di caratteri, un attacco a dizionario può far risparmiare un sacco di tempo. Infatti sempre Shannon ci dice che nelle parole dei linguaggi naturali alcune lettere ricorrono più di altre, non serve lo stesso numero di domanda ma molto meno e così l'entropia media diminuisce. Per prevenire questi effetti collaterali, il nostro metodo di generazione e quindi ciò che viene generato, deve essere testato con qualcos'altro che non sia la semplice entropia.

ent è un tool a linea di comando che fa 4 valutazioni differenti:

  • entropia
  • Chi-quadrato
  • Media aritmetica
  • Monte Carlo Pi

N.B. ent non è adatto alla valutazione della singola password perché ha bisogno di migliaia di dati (almeno 1K). Una singola password di 24 caratteri per es. (24 byte) non ha materiale casuale sufficiente affinché ent converga verso un giudizio oggettivo.

Entropia L'entropia misura la densità di informazione. In ent, viene calcolata in bit per carattere (byte).

  • Il valore: Si analizza il file byte per byte, il valore massimo è 8.0 (ogni byte è totalmente imprevedibile).
  • Interpretazione: Più il valore è vicino a 8, più la casualità è “densa” e difficile da indovinare tramite attacchi basati su dizionario. Se il valore è basso (es. 2.0 o 3.0), significa che ci sono molte ripetizioni o uno schema prevedibile.
  • Compressione: ent ti dice anche quanto il file potrebbe essere compresso. Un'entropia di 8.0 significa che il file è già “puro caos” e non può essere compresso ulteriormente.

Chi-quadrato Il test del chi-quadrato prova a capire se il disordine presente nel file sia veramente equo o se si preferiscono certi caratteri ad altri. Esamina la distribuzione dei caratteri e la confronta con una distribuzione uniforme teorica. Il risultato viene presentato come percentuale con questi scaglioni:

  • 10% < chi2 < 90%: La sequenza è considerata casuale. Il 50% è il valore “perfetto”.
  • chi2 < 1% o chi2 > 99%: È quasi certamente non casuale.
    • chi2 = 99.99%: i dati sono sospettosamente regolari;
    • chi2 = 0.01%: i dati sono “troppo” casuali per essere naturali (sospetta manipolazione)

Media aritmetica Per capire se la distribuzione è sufficientemente omogenea, si fa la somma dei valori dei byte del file e si fa una media.

Poiché i byte vanno da 0 a 255, il valore ideale della media sarebbe 127,5. Se è troppo lontano dalla media avvcinandosi ad uno dei due estremi (ad es. 50 o 190), vuol dire che si sta usando solo un piccola parte dei caratteri a disposizione e questo, a suo modo di vedere, rende le password più prevedibili.

Monte Carlo Pi È il metodo più fantasioso di tutti. I dati casuali vengono trasformati in una serie di “dardi” virtuali che vanno a colpire un bersaglio. L'obiettivo non è quello di colpire un ipotico centro ma di verificare che i “dardi” si distribuiscano uniformemente nel bersaglio.

Tutto ciò si realizza immaginando di avere un quadrato 1x1 e ¼ di cerchio al suo interno di raggio 1 e area π/4 I dati della sequenza casuale vengono prelevati a gruppi di n byte e supponiamo n = 3 per ora. Ogni gruppo di 3 byte sarà un numero compreso tra 0 e 224-1. Se normalizziamo questo numero dividendolo per 224, otteniamo un numero compreso fra 0 e 1. Calcolando le coordinate in questo modo, col teorema di Pitagora possiamo verificare se la coordinata (X,Y) “cada” nel quarto di cerchio oppure no e ciò succede se:

X2 + Y2 ≤ 1

Lanciando un migliaio di queste “frecce”, accumuliamo dati sufficiente per fare una stima.

Se indichiamo con In il numero di “lanci” con successo e con Total il numero totale di lanci effettuati:

4 * (ln/Total) si avvicinerà a π solo se la distribuzione dei caratteri sarà uniforme (indice di una casualità omogenea), altrimenti divergerà in maniera significativa (indice della presenza di pattern o di ripetizioni).

zxcvbn

ent fa un'analisi statistica della distribuzione dei bit in un generatore di casualità.

zxcvbn invece fa un'analisi di tipo euristico, è verticale sulla verifica delle password in particolare nel rilevare se vi sono schemi o ripetizioni di caratteri che renderebbero le password violabili.

Il suo algoritmo scompone le password in pezzi dei quali cerca corrispondenze in dizionari o schemi come:

  • dizionari: controlla la presenza di parole di uso comune
  • sequenze: controlla la presenza di serie di caratteri prevedibili come “123456”, “abcde”
  • pattern spaziali: controlla la presenza di percorsi sulla tastiera come “qwerty”, “asdfg”, “zcvbn” o sequenze diagonali
  • ripetizioni: ripetizione di caratteri come “kkkkkkkkkk” o “12121212”
  • l33t: una parola come “p4$$w0rd” viene subito riconosciuta come “password”
  • date: riconosce giorni, mesi, anni, anche composti come “15062026”

Il suo uso è molto semplice. Le si dà in pasto la password e zxcvbn restituisce diverse informazioni utili:

  • uno score da “0” (terribile) a “4 (ottima);
  • la stima di quanto tempo impiegherebbe un hacker a violarla in base a vari scenari di attacco;
  • suggerimenti su come migliorare eventualmente la password.

zxcvbn era una libreria javascript orginariamente sviluppata da Dropbox e ora disponibile in tante forme: go, python, c++.

L'originale Dropbox in javascript, non più manutenuto, può essere trovata qui: https://github.com/dropbox/zxcvbn.

Benché esistano diversi porting in python, se c'è l'esigenza di usare la versione legacy, gli stessi sviluppatori dell'originale zxcvbn consigliano questa versione: https://github.com/dwolfhub/zxcvbn-python, che può essere installata con pip.

In realtà la versione migliore è un fork in typescript, zxcvbn-ts che offre modularità (a differenza della versione python che è monolitica), maggior sicurezza, risoluzione di bug, aggiornamento continuo dizionari compresi.

Per capirci, mentre ent usa l'entropia di Shannon per valutare la probabilità statistica dei byte, zxcvbn cerca di calcolare una stima dei tempi necessari per indovinare la password.

Una passphrase su ent avrebbe un punteggio risibile perché le entropie di parole comuni sono molto basse. Su zxcvbn invece avrebbe un punteggio molto alto perché l'entropia di una parola viene calcolata sulla posizione del dizionario che la contiene per cui un hacker dovrebbe provare milioni di combinazioni prima di trovarla.

Allo stesso modo, password che per ent sarebbero ottime, per zxcvbn sarebbero da evitare perché legate a pattern o a ripetizioni.

Riassumendo

Se si deve testare una password / passphrase, sicuramente zxcvbn. Se si deve testare un generatore di casualità o un keyfile di almeno 2k, sicuramente ent.

Metodo Diceware

Visto che nell'ultima parte abbiamo evidenziato l'anomalia che sorge nel momento in cui si valuta un oggetto casuale o dal punto di vista puramente statistico o dal punto di vista euristico, vale la pena di spendere due parole sulla modalità di creazione delle passphrase usando il metodo Diceware.

Usando come password parole estratte dal linguaggio naturale bisogna fare i conti col problema della prevedibilità. Shannon ha dimostrato che la lingua italiana (o inglese) ha un'entropia molto bassa (circa 1-1.5 bit per lettera) perché dopo una “q” ci si aspetta quasi sempre una “u”, e dopo un soggetto ci si aspetta un verbo. E così via. Ecco perché, piuttosto che valutare l'entropia nel suo complesso e provare ogni possibile combinazione, un moderno calcolatore inzia col far ricorso a “pattern” umani per violare password in pochi minuti invece che millenni.

Per unire la sicurezza del calcolo casuale alla comodità di una password menmonica, si ricorre al metodo Diceware che consiste nel far uso di un dizionario di migliaia di parole.

Quello classico, di 7776 parole inglesi, curato dall EFF si può trovare qui:

curl -L https://www.eff.org/files/2016/07/18/eff_large_wordlist.txt > dic_diceware.txt

Altrimenti Tarin Gamberini espone il suo dizionario diceware , aggiornato al 2019, qui: https://www.taringamberini.com/downloads/diceware_it_IT/lista-di-parole-diceware-in-italiano/4/word_list_diceware_it-IT-4.txt.

Questo dizionario contiene 65 parole numerate da 11111 a 66666. La passphrase è composta da n di queste parole il cui indice è ricavato lanciando un dado (o un analogo virtuale) per 5 volte. In questo modo le parole non sono correlate fra di loro come si potrebbero trovare in una frase, vanificando ogni possibile speculazione sulla sua composizione.

Volendo fare un calcolo dell'entropia, supponendo di costruire una passphrase di 6 parole:

E = L * log2 R = 6 * log2 7776 ~ 77,6

Nella password classiche basate su un alfabeto di R simboli, il mattoncino è rappresentato dal singolo carattere che ha una probabilità 1/R di essere estratto.

Con Diceware, il mattoncino è la parola che ha una probabilità su 7776 di essere estratta. Ogni parola in più, aggiunge una quantità enorme di incertezza.

Ecco perché con sole 6 parole abbiamo già una passphrase molto robusta e con 10 parole siamo di fronte ad una passphrase inattacabile, almeno dal punto di vista dell'analisi statistica (E > 129) e imperforabile anche ricorrendo ad analisi euristiche.

Regola aurea: la scelta delle parole deve essere realmente casuale e non seguire regole grammaticali o preferenze personali. Altrimenti sarà un gioco da ragazzi violarla con un approccio a-là zxcvbn.

#entropy #shannon #bruteforce #ent #zxcvbn #diceware #passphrase #PatternMatching

 
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from La vita in famiglia è bellissima

Mi chiama il corriere di Amazon, rispondo. È una voce femminile, quella che sento, che parla un italiano stentato, ma corretto. Sembra avere un accento russo o ucraino. Cerco di spiegarle dove abito, ma capisco che – no – meglio che corra a un chilometro da casa mia per intercettarla. “Ti chiedo – mi dice alla fine – se mi porti un cucchiaio di plastica”. Resto interdetto alla cornetta. Penso di non aver capito bene. “Un cucchiaio di plastica?” chiedo “Un cucchiaio di plastica” conferma lei.

Sto iniziando a ipotizzare che possa essere un errore di traduzione, che il pacco sia grosso e serva una carriola, quando lei aggiunge “non c'entra Amazon”. “Ah” faccio io. Metto giù. Apro la dispensa. Non ho cucchiai di plastica. Ne prendo uno di metallo, vecchio, che non usiamo più, mi metto la giacca, salgo sulla bicicletta e corro nel posto dove – forse – credo di aver capito potrebbe esserci il corriere.

Lì c'e lei che ha già mollato il mio pacco per terra. “Stavo facendo manovra” mente. È una ragazza alta, magra, dai lineamenti caucasici. Mento anche io, non ho idea di quali siano davvero i lineamenti caucasici, ma scriverlo fa molto romanzo d'appendice. È una ragazza con una bellezza rude, maschile e io sono il solito fesso. Le sorrido, fingo che non stesse mollando il mio pacco Amazon per strada e tiro fuori il mio cucchiaio.

“Non ne ho di plastica” le spiego allungando quello di metallo. Lei mi sorride e lo prende, “ah” dice e lo mette via e capisco che il mio cucchiaio di metallo ormai non lo vedrò mai più. Fotografa il pacco con il cellulare, guarda la mia bici, dice “ah usi la bici”, io annuisco. Fa per andarsene. “Ma scusa – le chiedo – cosa ti serve il cucchiaio?”. Lei mi guarda con uno sguardo indecifrabile, ride e mi dice “per mangiare!”.

E io resto lì a pensare che linea deve esserci dietro questa ragazza, da dove parte, per farla arrivare qua, nel 2026, in questa viuzza collinare vicino casa mia con un furgoncino a mollare pacchi Amazon, con il suo accento russo o ucraino, con la fame nello stomaco e un cucchiaio di metallo di Venerandi in mano. Quanta quanta strada particolare.

“Buon appetito allora!” le dico e salgo sulla mia bici ridacchiando come una canaglia.

 
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from cronache dalla scuola

Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.

Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.

Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.

Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.

Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.

“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.

A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.

Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.

“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.

A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.

So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.

L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.

Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.

Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”

Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.

Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.

All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.

Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.

“Dopo Goldoni, questo” penso.

 
Continua...